sabato 29 febbraio 2020

Favolacce - Berlino 2020

Dopo il loro primo lungometraggio La terra dell'abbondanza, che ha riscosso un notevole successo ed era stato presentato proprio qui a Berlino nella sezione "Panorama" nel 2018, i due giovani registi, classe 1988, Damiano e Fabio D'Innocenzo, fratelli gemelli, inseparabili nella vita e sul set sono arrivati con una consapevole maturità anche a questa loro opera seconda, Favolacce.

Il titolo, di stampo pasoliniano, è già degno di nota e infatti potremmo subito intuire di che tipo di film si sono occupati questi ragazzi così spontanei e geniali al contempo, nati a Tor Bella Monaca e cresciuti in varie località del litorale romano. Lo spiegano con disinvoltura durante la conferenza stampa in un clima di assoluta serenità, nonostante le tematiche siano molto difficili e oltretutto di stampo autobiografico.

«È difficile trovare parole sintetiche e abbastanza efficaci per descrivere i temi che volevamo affrontare nel nostro secondo progetto. Anche perché abbiamo scelto di usare le immagini per raccontare la storia piuttosto che la sola scrittura. La scrittura è troppo precisa, troppo inequivocabile. E non bastava per questa storia. C'è molto silenzio nel film e, paradossalmente, quando i personaggi parlano comunicano ancora meno di quando stanno in silenzio. Disagio, solitudine e apprensione trovano il loro luogo ideale all'interno delle famiglie di Favolacce: la casa - ciò che siamo soliti pensare come un nido, sebbene forse teneramente limitante - diventa nella storia il posto in cui convivono intolleranza, freddezza e ansia. Basta dare un'occhiata alle statistiche sui casi di violenza domestica per renderci conto di quanto questo corrisponda purtroppo a verità. Volevamo indagare sull'interruzione di comunicazione di queste famiglie, immerse nella stagnazione di sterili abitudini, dove forse solo le tragedie hanno la capacità di scuotere le cose».

È così che riassumono la scelta di voler affrontare un argomento per cui si presuppone una grande maturità personale e stilistica: rappresentare il dolore di un'infanzia spezzata, il non detto, lo squallore celato dalle apparenze piccolo borghesi è molto complicato e rischioso. Il tutto si svolge nella provincia romana, ma potrebbe essere di qualsiasi luogo non-luogo nel mondo occidentale, un topos, un microcosmo in cui si dipanano le povertà umane.

È incredibile l'affresco reso dei bambini, protagonisti del film, attraverso delle inquadrature che ne rilevano la loro bellezza ingenua e accattivante, tipica di coloro che stanno conoscendo la vita attraverso centinaia di scoperte continue: il sesso degli adulti, quello curioso degli adolescenti, la cattiveria insospettabile, il sospetto e i segreti indispensabili per poter sopravvivere a casa.
È nei luoghi emblema della protettività che si svolge tutto quanto, di solito, non dovrebbe accadere: la violenza, la solitudine e l'alienazione sociale. È quello che succede ai piccoli protagonisti di questo lavoro dei fratelli D'Innocenzo, che ne hanno rivelato, come si diceva, l'autobiograficità, facendo riferimento alla loro infanzia non semplice, in dei quartieri in cui si cresce in fretta e c'è poco tempo per sognare.

Questo è il centro propulsore di Favolacce: voler sognare a tutti costi nonostante la brutalità della vita e delle famiglie. La voce narrante dei due fratellini Alessia e Dennis non sono che la materializzazione dei ricordi reali dei registi, che dichiarano di avere accelerato la realizzazione di questo lavoro perché non volevano perderne il sapore dei sentimenti con il passare del tempo, visto che lo hanno scritto a soli 19 anni.
La spontaneità e la verità della loro parola emerge con veemenza e attraverso una forza incredibile. È grazie alla potenza della realtà che si riescono a definire quegli spazi grigi altrimenti impossibili da decifrare: i genitori dei bambini sono persone qualunque, ordinarie, che al contempo possono essere la causa di fenomeni anomali potentissimi, generati nei loro figli a causa di una incomunicabilità e assenza di responsabilità impressionanti.

È molto raffinato il modo in cui viene rappresentata l'assenza di dialogo tra genitori e figli, una modalità fatta di non detti, di parole e gesti inutili, pronunciati senza uno scopo preciso e in contesti sbagliati. Nella calma provincia di un paese qualunque i genitori - interpretati da un intenso Elio Germano e una ormai comprovata brava attrice come Barbara Chichiarelli - non si accorgono che il loro figlio Dennis aveva provato a costruire una bomba artigianale, sotto ai loro occhi, proprio come il suo “strano” compagno di classe.

Favolacce viene raccontato proprio dal più emarginato dei compagni di scuola, che vorrebbe cambiare la storia a causa dello straziante e drammaticissimo finale, indotto dalla figura di un ambiguo maestro, crudele e vendicativo. Un'azione grave, che di certo scuoterà l'anima del pubblico italiano, che molto probabilmente rimarrà senza parole davanti alle inquadrature conclusive del film, dove ci si rende coscienti dell'insopportabile dolore che avrebbe accompagnato i ragazzi per tutta la loro vita.
In questo film si è indagato il sentire infantile in modo profondo e shoccante, pochi lavori sono riusciti, di recente, a cogliere in maniera così definita gli stati emotivi e i forti disagi di un periodo dell'esistenza, in cui a dispetto di come molti non sanno o più semplicemente vogliono dimenticare, si formano le coscienze e l'interiorità si avvia a definire l'uomo per sempre. Forse alcuni uomini preferirebbero non esserlo e fissare i loro ricordi lì dove il tempo, lo spazio e la crudeltà della vita non possono più fargli del male.

(Favolacce) Regia: Damiano e Fabio D'Innocenzo; sceneggiatura: Damiano e Fabio D'Innocenzo; fotografia: Paolo Carnera; montaggio: Esmeralda Calabria; interpreti: Elio Germano, Barbara Chichiarelli, Gabriel Montesi, Max Malatesta; produzione: Pepito Produzioni, Rai Cinema, Vision Distribution, Amka Films Productions, RSI; distribuzione: Vision Distribution; origine: Italia, Svizzera; durata: 98'



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