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giovedì 12 novembre 2020

To the lake (Stagione 1) - Teste di Serie

Procedere verso qualcosa di ignoto è sempre stato il mediatore più importante che l'uomo abbia avuto a sua disposizione: dalla lotta con la paura della morte all'approdo verso un grande amore, da una scelta da fare fino ai passaggi per la riconfigurazione dell'identità. Qui il tema ha la sua cornice in un mondo fantastico quanto aderente, angosciosamente aderente, al nostro contemporaneo. La scrittura dei personaggi apre a profondità universali, atte a coinvolgere lo spettatore, a identificarlo in emozioni mai banalmente raccontate.

Mosca è blindata; una pandemia sta mettendo le tende in tutta la Russia mentre il gelo dell'inverno attanaglia i corpi e ghiaccia le enormi strade. Sergej, Seryozha, ha deciso di abbandonare la città insieme alla compagna, la psicologa Anna, e al figlio di quest'ultima, l'adolescente Misha, affetto da una forma di autismo. La lotta contro il tempo non impedisce a Seryozha di prendersi cura anche dell'ex moglie Irina, del loro figlioletto Antosha e dell'anziano padre ubriacone, appena piombato in città. A questo gruppo si aggiunge la famiglia del ricco Leonid, con la compagna incinta Marina e la figlia adolescente Polina. I nostri, in un mondo divenuto inferno, dovranno raggiungere un luogo distante centinaia di chilometri.

La serie, gestita da una coperta di otto episodi, utilizza tre meccanismi di genere con un ritmo narrativo che non cala mai d'intensità, bilanciando bene riflessione e atto tensivo. Abbiamo, sulla scorta della serie Chernobyl, il dramma pandemico in chiave distopica, a cui si aggiunge il road movie su sponda russa, di fatto con enormi spazi innevati e luoghi spesso poetici quanto minacciosi; infine risulta determinante il dramma psicologico dei personaggi, che affonda le sue radici nella tradizione drammaturgica russa, mostrando profondi conflitti emotivi, esistenziali in continua dialettica con il senso di paura, veicolato dal tema del virus e dal “mondo” degli infetti. La m.d.p. oscilla tra primi piani, campi medi ed enormi totali che mostrano la bellezza del paesaggio della Tundra. Spesso la regia si prende la licenza di giocare con i movimenti di macchina, con quest'ultimi che metaforizzano il senso di spaesamento e vertigine dei vari personaggi.

Il controllo sociale, l'amore adolescenziale, il senso di scoperta, la paura della morte e l'amare una persona nonostante le difficoltà del reale, sono solo alcuni dei temi sviscerati da To the lake. La cornice è l'idea, drammaticamente attuale, della pandemia che tuttavia, episodio dopo episodio, lascia il passo e la concentrazione a una scrittura densa, strutturata e coerente. Un prodotto di grande qualità.

(Epidemiya); genere: drama, sci-fi, thriller; showrunner: Pavel Kostomarov, Yana Vagner; stagioni: 1 (in attesa di rinnovo); episodi prima stagione: 8; interpreti: Kirill Käro, Maryana Spivak, Aleksandr Robak, Viktoriya Isakova, Eldar Kalimulin, Natalya Zemtsova, Viktoriya Agalakova; produzione: 1-2-3 Production; network: Premier (Russia, 19 novembre 2019), Netflix (Italia, 8 ottobre 2020); origine: Russia, 2019; durata: 45'/60'; episodio cult prima stagione: 1x08.



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Festa del cinema di Roma 2020 - Selezione ufficiale: Des nos frères blessés

Le condizioni di convivenza tra algerini e francesi erano molto tese nel 1956 e per questo molti abitanti di Algeri si organizzano per protestare contro le disparità sociali e economiche.

Tra di essi vi era Fernand Iveton, operaio comunista anticolonialista: si arruolò come ribelle e militante al FNL, aveva trent'anni quando piazzò una bomba nella sua fabbrica di Belcourt ad Algeri. Venne denunciato e arrestato prima che la bomba esplodesse. Non ci furono di conseguenza né morti né feriti, ma a quei tempi Iveton, unico algerino di origine europea, venne condannato a morte e ghigliottinato, nonostante molte prove fossero a favore, visto che le sue intenzioni erano quelle di avvertire il governo del dissenso non di causare morti.

Da questa storia vera è stato tratto Des nos frères blessés di Hélène Cisterne, ormai affermata regista parigina. A differenza di coloro che sostengono che il film si sia concentrato poco sulla Storia, dobbiamo rispettarne la coerenza narrativa, visto che è molto fedele all'omonimo romanzo di Joseph Andras (edito da Fazi) da cui è tratto, e quindi anche la sceneggiatura si sviluppa attorno agli eventi che lo scrittore aveva voluto sottolineare: la storia d'amore con la bella Hélène, interpretata da una meravigliosa Vicky Krieps e sui giorni del processo.

Iveton, un Vincent Lacoste in vero e proprio stato di grazia, viene raccontato, fedelmente come nel testo di base, nella parte più difficile della sua vicenda, ovvero quando realizza che tutto è perduto e che la felicità con il suo amore, sembrava solo un ricordo sbiadito e irripetibile.

È nella scelta registica di una cinematografia intimista, in cui le scene si concentrano molto nelle inquadrature degli sguardi, dei corpi dei due attori eccellenti nella loro complicità tra il drammatico e lo sturmeriano.

Seppur in numero più esiguo, non sono meno intense le parentesi in cui i personaggi ribelli vengono ritratti con un maturo realismo storico, fungendo da presagio allo strazio degli ultimi giorni: l'arresto, l'interrogatorio, la detenzione e il processo di Iveton, evoca anche l'infanzia nel suo paese, l'Algeria, e si sofferma sul suo incontro in Francia con Hélène, sottolineando il paradiso perduto, l'inesorabile violenza e la preannunciata fine.

Nel film di Hélène Cisterne la letteratura quindi fa da guida ad un cinema raffinato, ideologico ma senza eccedere, che preferisce concentrarsi sulle emozioni di una persona che come tutti ha amato e sperato in un'evoluzione della storia meno ingiusta e crudele e che diventerà sua moglie. L'estrema violenza delle ultime settimane della sua esistenza viene così messa in prospettiva con la felicità del passato, quasi a ricordare che Fernand Iveton è semplicemente un uomo che avrà amato e sperato.

(Dés nos frères bléssès) Regia: Hélier Cisterne; sceneggiatura: Katèll Quillevere; fotografia: Hachame Alaouie; montaggio: Lila Desiles; musica: Emil Sornin; interpreti: Vincent Lacoste, Vicky Krieps; produzione: Justin Taurand; origine: Francia; durata: 100'.



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Festival dei Popoli - Apertura: PATTI IN FLORENCE

Il 1979 è un anno chiave nella storia dei concerti dal vivo in Italia. Dopo anni in cui - in seguito a numerosi disordini nei quali l'evento musicale diventava in prima battuta un pretesto per disputare scontri politici non solo fra chi voleva “sfondare” entrando senza pagare e la polizia ma anche fra diverse frange del movimento – di fatto le band straniere (ma anche italiane) avevano evitato di esibirsi nel nostro paese, si provò timidamente a ricominciare. L'evento che segnò un nuovo inizio e che tutti ricordano fu la mini tournée di Patti Smith che si esibì per due giorni di seguito da prima a Bologna (il 9 settembre del 1979) e l'indomani, il 10, a Firenze. Chi scrive vive nel capoluogo toscano e all'epoca aveva diciannove anni, quel giorno era in Germania (mai andare in Germania, direbbe Alfeo Sassaroli, alias Adolfo Celi, il chirurgo di Amici miei), ma ha sentito tanti amici raccontare di quell'evento divenuto fin da subito mitico, sia per le ragioni appena menzionate, sia perché quel concerto fu quello conclusivo di un lungo tour europeo - e più in generale da allora per la bellezza di 17 anni Patti Smith non si fece più vedere su un palcoscenico.

Poco più di dieci anni fa, nel 2009, Patti Smith tornò a Firenze a celebrare il trentennale di quell'evento, dando vita a una serie di performance, mostre e concerti in giro per la città. In quelle giornate la cantante e poetessa venne accompagnata da una troupe cinematografica. E alla macchina da presa allora c'era Edoardo Zucchetti, fiorentino, che all'epoca aveva ventitré anni e che adesso ne ha trentaquattro e con questo documentario – che apre la 61° edizione del Festival dei Popoli (15-22 novembre 2020) - esordisce alla regia cinematografica, dopo essersi già da tempo dedicato alla regia operistica. Patti in Florence alterna dunque almeno quattro periodi: il 1979, di cui sono rimasti moltissimi ricordi, fotografie analogiche e un audio non esattamente perfetto, ma a quanto sembra niente video; molte sequenze del 2009, queste sì in video, fra le quali Patti che fiera di avere il pass con sopra scritto “Artista di strada” si esibisce in San Frediano, canta e dialoga insieme a giovani band fiorentine al Teatro del Sale di Fabio Picchi, lo chef del "Cibreo", canta Because the Night alla Galleria dell'Accademia accanto al David di Michelangelo, si esibisce in un reading alla Biblioteca delle Oblate, canta e recita Howl di Allen Ginsberg in Piazza Santa Croce nel concertone finale a cui assiste Gino Strada che proprio in quei giorni le fece conoscere “Emergency” di cui la cantante e poetessa di Chicago è da allora una grande ammiratrice e sostenitrice. Interviste a componenti della band e molte sequenze dal vivo risalgono a un ulteriore concerto di Patti Smith, all'Anfiteatro delle Cascine nel 2015. Al 2019/2020 infine sono riservati i ricordi dei testimoni di allora, dell'evento da cui tutto il film scaturisce: da celebri critici musicali come Assante e Castaldo, a membri della PFM, al manager italiano di Patti Smith Stefano Righi, fino a tutta una serie di figure ultranote ai fiorentini (l'organizzatore Claudio Bertini, Michele Ventura, vicesindaco di Firenze e dirigente del PCI toscano, che organizzò il servizio d'ordine di quel concerto, Benedetto Ferrara, giornalista musicale e sportivo di “Repubblica”, etc. etc).

Forse un po' troppo celebrativa e qua e là stucchevole la parte del 2009, con Patti Smith che si aggira per Firenze come fosse una specie di santa laica. La sezione ambientata ai giorni nostri pecca invece di un certo provincialismo, per un eccesso, anche nel vernacolo, di fiorentinità (torna in mente, com'è ovvio, un celeberrimo passaggio di Boris: “Però c'è un'altra cosa che voglio dirti, che credo sia il vero merito di questa fiction: è che non ci sono toscani, nessuno che dice la mi' mamma, il mi' babbo, passami la ‘arne, la ‘arta, perché con quella ‘c' aspirata e quel senso dell'umorismo da quattro soldi, i toscani hanno devastato questo paese”). Essa resta tuttavia molto interessante come rievocazione dell'importanza storica di quel concerto del 1979, non solo alla luce delle testimonianze orali, ma anche e soprattutto per i documenti giornalistici convocati da Zucchetti; basti pensare che l'arrivo di Patti Smith in Italia venne addirittura annunciato dalle copertine dell'Espresso e di Panorama. L'Espresso accompagnava la foto provocatoria e un po' inquietante della cantante con il titolone: “Il diavolo Patti Smith. È in arrivo in Italia l'idolo canoro dei giovani, chi è, che cosa significa, su quali stati d'animo agisce”.

Insomma, un evento non solo musicale ma epocale che tutti gli intervistati non omettono di celebrare, rievocazione qua e là nostalgica di un'Italia piena di fermenti, piena di vita e in cui – a differenza di quanto accade oggi, bisogna pur dirlo – i giovani erano molto molto più protagonisti dell'agire culturale, sociale e politico. E c'era anche Enrico Berlinguer che – lo ricorda Ventura – salutò con grande attenzione e rispetto l'entusiasmo dei 150.000 giovani che andarono a Bologna e a Firenze a vedere il concerto di Patti Smith.

(Patti in Florence); Regia: Edoardo Zucchetti sceneggiatura: Edoardo Zucchetti; fotografia: Simone Cariello, Edoardo Zucchetti, montaggio: Daniele Drovandi; interpreti:Patti Smith, Ernesto Assante, Gino Castaldo, Michele Ventura, Benedetto Ferrara, Claudio Bertini, Franz Di Cioccio, Stefano Righi produzione: Fondazione Sistema Toscana origine: Italia 2020; durata: 97'. Proposta: 3 stelle.



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mercoledì 11 novembre 2020

The Silence of the Lambs (1991)

The Silence of the Lambs

“Well, Clarice — have the lambs stopped screaming?” — Dr. Hannibal Lecter

Jonathan Demme’s The Silence of the Lambs (1991) begins like a Gothic horror movie. With towering trees and a heaping dose of fog, Demme and cinematographer Tak Fujimoto convey a sense of haunting with their very first images. These touches evoke Roger Corman’s Edgar Allan Poe films of the 1960s like House of Usher (1960) and The Pit and the Pendulum (1961) which were exaggerated and experimental but precise due to their small budgets. Demme got his start making films for Corman (who has a small role in the film) and he cut his teeth on those same small budgets and those lessons of precision. In the opening moments of The Silence of the Lambs a tone of almost mythological terror is suggested, but the hero is not a dashing prince of the sort found in fables or a senior investigator in the mold of Clint Eastwood. 

In an interview about the making of The Silence of the Lambs on the DVD release Jodie Foster says that she was initially drawn to Clarice Starling because she felt a magnetic pull to the character. Foster grew up reading countless stories of “the prince entering the forbidden forest to slay the Minotaur…

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Festa del cinema di Roma 2020 - Selezione ufficiale: Des frères blessés

Le condizioni di convivenza tra algerini e francesi erano molto tese è molti abitanti di Algeri si organizzano per protestare contro le disparità sociali e economiche, tra questi vi è Fernand Iveton, operaio comunista anticolonialista.

Si arruolò come ribelle e militante al FNL, aveva trent'anni quando piazzò una bomba nella sua fabbrica di Belcourt.

Venne denunciato e arrestato prima che la bomba esplodesse. Non ci furono di conseguenza né morti né feriti, ma a quei tempi Iveton unico algerino di origine europea venne condannato a morte e ghigliottinato nonostante molte prove fossero a favore, visto che le sue intenzioni erano quelle di avvertire il governo del dissenso non di causare morti.

A differenza di coloro che sostengono che il film francese si concentri poco sulla storia, né possiamo comprendere il motivo è rispettarne la coerenza narrativa, visto che è molto fedele al libro, e quindi anche la sceneggiatura di sviluppa attorno agli eventi che lo scrittore aveva voluto sottolineare: la storia d'amore con la bella Hélène, interpretata da una meravigliosa Vicky Krieps e sui giorni del processo.

Iveton intrpretato da Vincent Lacoste, in un vero e proprio stato di grazia, viene raccontato, fedelmente come nel testo narrativo, nella parte più difficile della sua storia, ovvero quando realizza che tutto è perduto e che la felicità con il suo amore, sembrava solo un ricordo sbiadito e irripetibile.

È nella scelta registica di una cinematografia intimista, in cui le scene si concentrano molto nelle inquadrature degli sguardi, dei corpi dei due attori eccellenti nella loro complicità tra il drammatico e lo sturmeriano.

Seppur in numero più esiguo non sono meno intense le parentesi in cui i personaggi ribelli vengono ritratti con un maturo realismo storico, fungendo da presagio allo strazio degli ultimi giorni: l'arresto, l'interrogatorio, la detenzione e il processo di Iveton, evoca anche la sua infanzia nel suo paese, l'Algeria, e si sofferma sul suo incontro in Francia con Hélène, sottolineando il suo paradiso perduto e l'inesorabile violenza e la preannunciata fine.

Nel film Des nos freres bléssès, diretto da Hélène Cisterne, ormai affermata regista parigina, la letteratura è la guida di un cinema raffinato, ideologico ma senza eccedere, che preferisce concentrarsi sulle emozioni di un uomo che come tuti ha amato e sperato in un'evoluzione della storia meno ingiusta e crudele, che diventerà sua moglie. L'estrema violenza delle ultime settimane della sua esistenza viene così messa in prospettiva con la felicità del passato, quasi a ricordare che Fernand Iveton è semplicemente un uomo che avrà amato e sperato.

(Dés nos frères bléssès) Regia: Hélier Cisterne; sceneggiatura: Katèll Quillevere; fotografia: Hachame Alaouie; montaggio: Lila Desiles; musica: Emil Sornin; interpreti: Vincent Lacoste, Vicky Krieps; produzione: Justin Taurand; origine: Francia; durata: 100'.



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To the lake (Stagione 1) - Teste di Serie

Procedere verso qualcosa di ignoto è sempre stato il mediatore più importante che l'uomo abbia avuto a sua disposizione: dalla lotta con la paura della morte all'approdo verso un grande amore, da una scelta da fare fino ai passaggi per la riconfigurazione dell'identità. Qui il tema ha la sua cornice in un mondo fantastico quanto aderente, angosciosamente aderente, al nostro contemporaneo. La scrittura dei personaggi apre a profondità universali, atte a coinvolgere lo spettatore, a identificarlo in emozioni mai banalmente raccontate.

Mosca è blindata; una pandemia sta mettendo le tende in tutta la Russia mentre il gelo dell'inverno attanaglia i corpi e ghiaccia le enormi strade. Sergej, Seryozha, ha deciso di abbandonare la città insieme alla compagna, la psicologa Anna, e al figlio di quest'ultima, l'adolescente Misha, affetto da una forma di autismo. La lotta contro il tempo non impedisce a Seryozha di prendersi cura anche dell'ex moglie Irina, del loro figlioletto Antosha e dell'anziano padre ubriacone, appena piombato in città. A questo gruppo si aggiunge la famiglia del ricco Leonid, con la compagna incinta Marina e la figlia adolescente Polina. I nostri, in un mondo divenuto inferno, dovranno raggiungere un luogo distante centinaia di chilometri.

La serie, gestita da una coperta di otto episodi, utilizza tre meccanismi di genere con un ritmo narrativo che non cala mai d'intensità, bilanciando bene riflessione e atto tensivo. Abbiamo, sulla scorta della serie Chernobyl, il dramma pandemico in chiave distopica, a cui si aggiunge il road movie su sponda russa, di fatto con enormi spazi innevati e luoghi spesso poetici quanto minacciosi; infine risulta determinante il dramma psicologico dei personaggi, che affonda le sue radici nella tradizione drammaturgica russa, mostrando profondi conflitti emotivi, esistenziali in continua dialettica con il senso di paura, veicolato dal tema del virus e dal “mondo” degli infetti. La m.d.p. oscilla tra primi piani, campi medi ed enormi totali che mostrano la bellezza del paesaggio della Tundra. Spesso la regia si prende la licenza di giocare con i movimenti di macchina, con quest'ultimi che metaforizzano il senso di spaesamento e vertigine dei vari personaggi.

Il controllo sociale, l'amore adolescenziale, il senso di scoperta, la paura della morte e l'amare una persona nonostante le difficoltà del reale, sono solo alcuni dei temi sviscerati da To the lake. La cornice è l'idea, drammaticamente attuale, della pandemia che tuttavia, episodio dopo episodio, lascia il passo e la concentrazione a una scrittura densa, strutturata e coerente. Un prodotto di grande qualità.

(Epidemiya); genere: drama, sci-fi, thriller; showrunner: Pavel Kostomarov, Yana Vagner; stagioni: 1 (in attesa di rinnovo); episodi prima stagione: 8; interpreti: Kirill Käro, Maryana Spivak, Aleksandr Robak, Viktoriya Isakova, Eldar Kalimulin, Natalya Zemtsova, Viktoriya Agalakova; produzione: 1-2-3 Production; network: Premier (Russia, 19 novembre 2019), Netflix (Italia, 8 ottobre 2020); origine: Russia, 2019; durata: 45'/60'; episodio cult prima stagione: 1x08.



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martedì 10 novembre 2020

1917 and DUNKIRK: A conversation

1917 (2019).

DB here:

For over twenty years, the Willson Center for Humanities and Arts at the University of Georgia at Athens has hosted Cinema Roundtable, a series of film screenings and discussions. Covid-19 hasn’t stopped them from keeping it going, and they kindly invited Kristin and me to visit, virtually, and talk about two war films. The title is “Wartime Suspense in ‘Dunkirk’ and ‘1917’: A Conversation with Kristin Thompson and David Bordwell.”

We discussed aspects of style and genre. Many participants, notably Professor Tanine Allison of Emory, brought up other points about these two intriguing movies. It was also nice to see some old friends from Wisconsin logging in.

The entire session is on YouTube.

We enjoyed participating and thank our hosts, Dick Neupert and Dave Marr. In preparing for the session, I think it’s fair to say we liked both films better on rewatching them.

And no, we haven’t yet seen Tenet. Health precautions keep us at a distance. But we are keen, and when we can write about it, we will.


In a piece of good timing, Tom Shone’s book The Nolan Variations came out three days before our session. It’s excellent and offers the most comprehensive overview of this director’s achievements.

Our e-book on Christopher Nolan is available for download here. (Thanks to those Willson attenders who picked it up!) There’s some background on the book here. Our various blog entries on Nolan’s work are here.

Dunkirk (2017).



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In ricordo di un amico

Andrea Morini ricorda l'appassionato e poliedrico regista argentino Fernando “Pino” Solanas, scomparso a Parigi lo scorso 6 novembre.

from Cineteca di Bologna https://ift.tt/35glmSu
via Cinema Studi

domenica 8 novembre 2020

The queen's gambit (Miniserie) - Teste di Serie

Diventare il migliore non è solo questione di talento: ci vuole una bella e duratura dose di fortuna, allenamento costante e intuito. Ma, anche se forniti di tutti questi “accessori”, a volte non è sufficiente…

E The queen's gambit – tradotto grossolanamente in Italia con La regina degli scacchi, mandando così alla deriva l'esplicito richiamo scacchistico al gambetto di donna – ci mostra proprio l'indispensabile necessità di andare oltre o, per meglio dire, di cercare proprio vicino a noi, tra i nostri affetti, quella compagnia che sa di conforto, che si scrive sostegno e si legge condivisione; proprio come l'orfana geniale Beth Harmon (interpretata divinamente da Ana Taylor-Joy), che, nel mezzo del suo incessante peregrinare tra orfanotrofi, dipendenze e incontri fugaci e illusori, capisce come, se è vero che «si vive insieme e si muore da soli», la sopravvivenza è roba per chiunque, ma vivere una vita quanto più vicina alle proprie ambizioni, è mestiere arduo e davvero delicato.

Ma la miniserie ideata dall'ottimo Scott Frank – già all'opera con il pregevolissimo e caustico Godless e sceneggiatore di qualità -, tratta dal romanzo di Walter Tevis – l'autore dei testi da cui sono stati esportati Lo spaccone e Il colore dei soldi, per citarne un paio -, prima di deliziare l'anima con una storia di formazione dolceamara, incanta grazie a una messa in scena ponderata fin nei minimi dettagli, creando atmosfere conturbanti e ricercando un'espressività visiva perfettamente allineata con le emozioni dei personaggi – e non è cosa da poco.

Di pari passo con il lento incedere e la crescita della giovane Beth, la macchina da presa si affida alla potenza dei dettagli – gli scacchi -, assemblando magnifici campi/controcampi con primi piani serrati, quasi da western d'autore; le partite elevano il loro valore a forme d'espressione che traportano sulla scacchiera le introverse personalità dei protagonisti e, chiaramente su tutti, quella enigmatica, suadente e felina di una Beth/Ana Taylor-Joy mai così brava – già sorprendente in The VVitch di Robert Eggers e in Split di M. Night Shyamalan -, ora spedita, ci si augura, definitivamente in orbita, verso una carriera da diva. Frank sa come dirigerla, ritagliandole una parte da stella d'antan, vorace e potente nel bucare lo schermo, quanto elegante e fragile nella sua rappresentazione di bambina/giovane donna alla ricerca del suo posto nel mondo.
Ma The queen's gambit funziona soprattutto nella sua stesura narrativa, lavorando soprattutto sulla suspense, sfruttando un metodico e progressivo processo di accumulo: dalle “origini del mito” nello scantinato dell'orfanotrofio – vitale la presenza del custode, il signor Shaibel, a cui presta corpo e sostanza un ingombrante e minimale Bill Camp -, passando per l'iniziazione dei primi tornei locali, fino all'affermazione di Harmon come gran maestro a livello mondiale. E il personaggio-magnete della rossa prodigio attira chiunque le capiti affianco, trascinandoli nel proprio spazio, per trasformarsi di volta in volta verso un status definitivo: quello dell'icona, della donna “compiuta” in una società maschilista e patriarcale, della creatura aliena arsa dal genio e da una buona dose di sregolatezza. E tutto, dalle partite di scacchi, agli incontri più o meno duraturi, rappresenta un passo dopo l'altro verso la scoperta, verso una crescita che termina con la consapevolezza di un'espansione, di una felicità e di un appagamento stimolati dalla condivisione e dall'altrui sostegno.

Frank ha ben chiaro ogni passaggio della storia che vuole raccontare e lo mette in scena senza giri a vuoto, evitando fiammate improvvise, ma calcolando alla perfezione ogni dinamica – in questo senso, spiccano la sfida tra Beth e Townes, in cui il movimento degli scacchi danno corpo alla curiosità e alle spinte emotive di entrambi, in un confronto tanto serrato, quanto intimo e ingenuo, e la conquista finale del titolo mondiale, giocata in un'atmosfera da velata spy-story, in cui l'essenza dell'opera di Frank emerge con passionale desiderio di mettere il primo piano l'importanza dei legami.

Sottile nella rappresentazione di una disciplina complessa, accurata nel descrivere l'evoluzione dei protagonisti e, di pari passo, dei comprimari tutto fuorché dozzinali, The quuen's gambit è, senza ulteriori giri di parole, una delle più meritevoli e sorprendenti novità apparsa sul piccolo schermo in questo grigio e freddo 2020.

(The queen's gambit); genere: drammatico; showrunner: Scott Frank; regia: Scott Frank; stagioni: 1 (miniserie); episodi miniserie: 7; interpreti principali: Anya Taylor-Joy, Bill Camp, Marielle Heller, Harry Melling, Thomas Brodie-Sangster, Moses Ingram, Jacob Fortune-Lloyd, Marcin Dorociński; produzione: Flitcraft Ltd, Wonderful Films; network: Netflix (23 ottobre 2020); origine: U.S.A., 2020; durata: 60' per episodio; episodio cult: Episode 4 - Middle game (Episodio 4 - Mediogioco); Episode 7 - Endagame (Episodio 7 - Finale)



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venerdì 6 novembre 2020

Libri di cinema

Giovedì 19 novembre alle 18.15, incontro online (sul profilo Facebook della Cineteca) a proposito del volume di Eleonora Marangoni (Felitrinelli, 2020), omaggio letterario a Monica Vitti, alla presenza dell’autrice, di Annamaria Tagliavini e Gian Luca Farinelli.

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via Cinema Studi

Non parlate a Sean Connery di James Bond

Celebriamo l'attore scozzese, scomparso lo scorso 31 ottobre all'età di 90 anni, con una rassegna stampa d'epoca a lui dedicata, dagli archivi cartacei della Cineteca.


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via Cinema Studi

giovedì 5 novembre 2020

Trieste Science+Fiction 2020

Benny loves youIl Trieste Science+Fiction Festival 2020, organizzato in un primo momento in forma ibrida tra sala fisica e streaming, ma costretto dalle circostanze ad accontentarsi della versione online, ha messo a disposizione del pubblico appassionato di fantasy, horror e fantascienza pellicole di noti registi ma anche piccoli film che altrimenti non avrebbero trovato uno spazio adeguato in cui esprimere le loro potenzialità.

Tra i film visti quest’anno: Benny loves you, Jumbo, Inmortal e la serie sudcoreana SF8.

Realizzato da un regista indipendente e con un budget molto ridotto, Benny loves you è una pellicola che sfrutta un classico del genere horror – la bambola assassina – e lo converte in una star della comicità. La ragione è che malgrado le scene splatter e i litri di sangue che sprizzano in tutte le direzioni in molte scene, il tono è profondamente ironico e lo spettatore non può non ridere di fronte a tanta surrealtà.

Il protagonista, interpretato dallo stesso regista Karl Holt, è un trentacinquenne bamboccione – e mai aggettivo fu più calzante – che progetta giocattoli per un’azienda e nel frattempo si fa coccolare dai genitori che ne assecondano l’indolenza. La sua vita cambia quando i due muoiono in un paradossale incidente casalingo e il suo capo pensa di ridurgli lo stipendio per la scarsa creatività fino a quel momento dimostrata. Deciso una volta per tutte a crescere, l’uomo pensa di eliminare tutti quegli oggetti simbolo del suo infantilismo tra cui un pupazzo rosso di peluche, di nome Benny, che da bambino gli teneva compagnia e lo proteggeva dai “mostri” nascosti nel buio. La reazione del pupazzo alla prospettiva di finire nella spazzatura sarà conforme a quella dei suoi simili in molte altre pellicole horror e, armato di coltello, contribuirà a conferire una tinta sanguinolenta alla vita del suo proprietario.

Se, come detto, l’idea di partenza non è originale, l’elemento interessante è il modo in cui viene elaborata. L’uomo, infatti, scopre quasi subito gli efferati delitti del pupazzo, ma anziché cercare di eliminarlo ne diventa complice per utilizzarlo come modello per una nuova linea di giocattoli in versione serial killer. Le sue giornate passano tra la pulizia del pavimento e delle pareti, continuamente imbrattati di sangue, e il tentativo di gestire per quanto possibile l’insano istinto di Benny, che uccide chiunque gli si avvicini, sia esso amico o nemico. Quando poi due poliziotti scoprono il “problema”, anziché procurarsi armi adatte allo scopo estraggono due pistole a pallini che contro l’imbottitura del pupazzo indemoniato otterranno l’effetto voluto.

La pellicola si avvale di mezzi molto limitati e ne trae vantaggio, non cercando di spacciarli per grandi trovate ma rendendo evidente allo spettatore proprio la loro limitatezza, vedesi ad esempio il protagonista che si aggira per casa con in mano la testa, palesemente di gomma, della prima vittima di Benny. L’incipit, con una ragazzina viziata che sembra uscita da un romanzo di Roald Dahl punita in modo raccapricciante dall’orsacchiotto che ha buttato, determina l’atmosfera horror-buffonesca dell’intero film. Gli attori non sono professionisti ma recitano con passione e bravura, dimostrando di credere in un piccolo progetto che si spera riesca ad attirare l’attenzione nei canali preposti e a raggiungere un pubblico più vasto.

JumboDi diversa fattura, e anche contenuto, il film Jumbo, primo lungometraggio della regista Zoé Wittock e ispirato a una storia vera. Il punto di partenza è l’esperienza vissuta da Erika Eiffel, che dopo aver subito un’aggressione sessuale ha iniziato a manifestare sintomi di oggettofilia per poi sposarsi, in tempi recenti, con la Torre Eiffel.

La protagonista della pellicola è la timida Jeanne, figlia di genitori divorziati, che si occupa della pulizia delle giostre in un parco divertimenti. Un giorno arriva una nuova attrazione, il Move it, una giostra rotante piena di luci e suoni a cui Jeanne si affeziona in modo insano arrivando a soprannominarla Jumbo. I sentimenti della ragazza nei confronti dell’oggetto aumentano di intensità quando si accorge che, in un certo senso, la giostra le risponde cambiando il colore delle luci o accendendosi da sola. Il fattore scatenante dell’oggettofilia non viene esplicitato nel film, ma la figura della madre, una donna infantile molto libertina che riempie la casa di oggetti pacchiani, lascia intendere che, probabilmente, l’ossessione di Jeanne per gli oggetti e la sua incapacità di stabilire relazioni sociali e di provare attrazione per qualcuno della sua specie trovino origine in una carenza affettiva.

La regista non rinuncia a scene, seppur brevi, a contenuto erotico tra Jumbo e la protagonista, sfruttando elementi come l’olio lubrificante o i seggiolini della giostra. Il risultato è una via di mezzo tra gli effetti luminosi di Incontri ravvicinati del terzo tipo e la sessualità malata di Crash, anche se non si scade mai nel morboso e le confuse emozioni di una giovane che soffre di un disturbo psichico e che non ha nessuno a cui aggrapparsi vengono descritte con una certa delicatezza.

InmortalInmortal, dell’argentino Fernando Spiner, già noto al pubblico per le sue pellicole proiettate anche al Festival del Cinema Latino Americano di Trieste, presenta, in una nuova forma, un’altra tematica molto amata dai registi di cinema di fantascienza, quella della vita dopo la morte.

Ana, fotografa professionista, rientra a Buenos Aires dall’Italia per gestire le pratiche relative all’eredità del padre, alla cui morte lei non ha assistito. Mentre arriva sul posto vede un uomo, assomigliante al defunto, passare lungo il marciapiede e questo evento la porterà a entrare in contatto con il dottor Benedetti, impegnato in un esperimento che prevede la creazione di un mondo virtuale in cui i defunti possono vivere in parallelo con i vivi.

Il principio alla base della coesistenza di vivi e morti è il gatto di Schrödinger, esperimento di meccanica quantistica per cui un ipotetico gatto rinchiuso in una scatola con del veleno ha il cinquanta percento di probabilità di essere vivo e il restante cinquanta percento di essere morto, ma non lo si può sapere finché non si apre la scatola. Di conseguenza il gatto è sia vivo che morto. Il mondo virtuale creato, tuttavia, è appunto pura simulazione: le auto non partono, il canto degli uccelli è un suono registrato, la vita è un’illusione di vita. A mettere a repentaglio il successo del progetto sarà l’unica persona che davvero coesiste tra i due mondi, essendo sospesa tra la vita e la morte.

Il regista gioca molto sul visivo, grazie anche al mestiere di fotografa della protagonista, che le permette di cogliere particolari che agli altri sfuggono, e introduce lo spettatore nel Leteo – nome non casuale – attraverso un suggestivo ascensore che nel contesto risulta molto più efficace di un teletrasporto o di una porta dimensionale. Tuttavia, quello che manca sono personaggi di maggior spessore in quanto le motivazioni di ognuno, a parte forse quelle del dottor Benedetti, sono solo accennate e restano sempre in secondo piano rispetto alla centralità del binomio vita/morte.

SF8Il Trieste Science+Fiction Festival ha anche reso disponibile, in anteprima, la serie sudcoreana in otto puntate SF8, in cui registi vari affrontano tematiche come l’amore virtuale, la pandemia, l’intelligenza artificiale, i social network, la robotica e l’eutanasia. Paragonata alla britannica Black Mirror, e di ottima fattura, la serie risulta un po’ altalenante nell’elaborazione delle trame con risultati di conseguenza molto diversi. Il primo e il secondo episodio, ad esempio, The Prayer e Blink, sono di un livello quasi opposto sia per contenuti che stile. The Prayer vede un’infermiera robot alle prese con una scelta etica: il suo compito è prendersi cura sia della paziente in coma da sette anni che della figlia di lei, detta guardiana, che paga i suoi servigi. Quando, in base a un calcolo statistico, l’infermiera si renderà conto di un’alta probabilità che la guardiana si suicidi se la madre in coma continua a restare in vita, deciderà, malgrado i consigli di una suora, di optare per l’eliminazione della persona con meno speranze di sopravvivenza. Il problema di fondo è però che se un robot ragiona su base statistica, un essere umano è soggetto a emozioni contrastanti. E la reazione della guardiana ribalterà le certezze del robot. Blink, vede in compenso una giovane poliziotta coinvolta in un esperimento che la porta a innestare nel suo cervello un’intelligenza artificiale il cui scopo è assisterla durante il suo lavoro. L’assistente assumerà le fattezze di un uomo, visibile solo a lei, e l’aiuterà anche a superare il trauma della morte dei genitori avvenuta in un incidente stradale causato da un problema con il guidatore automatico. L’interazione essere umano/software prevede combattimenti al limite del surreale e anche scenette esilaranti.



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mercoledì 4 novembre 2020

#iorestoinSALA: Cléo dalle 5 alle 7

Nuova settimana di programmazione in streaming con #iorestoinSALA: oltre alle prime visioni, la sala virtuale del Lumière propone anche grandi classici, come Cléo di Agnès Varda.


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via Cinema Studi

martedì 3 novembre 2020

We are who we are (Miniserie) - Teste di Serie

QUI E ORA

Luca Guadagnino possiede un potere speciale: quello di spingerci a osservare i dettagli sotto una luce differente, pulsante; e sublimare i piccoli gesti come atti indispensabili per la nostra sopravvivenza quotidiana. E nel suo esordio sul piccolo schermo, ce lo dice già dal titolo: We are who we are. Siamo ciò che siamo. E noi, per primi, dobbiamo accettarlo. Punto. Semplice, no? Macché! Nulla di più difficile.

Ed ecco come la miniserie targata HBO ideata dal regista di Chiamami col tuo nome e del remake dell'“argenteriano” Suspiria, deflagra in un viscerale romanzo di formazione corale, in cui gli spiriti danzanti e irrequieiti dell'istrionico Fraser (un Jack Dylan Grazer inafferrabile, in perfetto equilibrio tra eruzioni slapstick e muti monologhi introspettivi condotti con lo sguardo di chi coltiva dentro di sè un gran talento) e dei nuovi amici conosciuti nel campo militare di Chioggia, si scontrano, si fondono e si scindono in un vortice di emziooni sfrenate, dubbi esistenziali e gioie passeggere.

In fase di scrittura, Guadagnino è impeccabile nel presentare un microcosmo sfaccettato ed eterogeneo, in cui ogni personaggio in gioco “non è quello che sembra”, non perché nasconde segreti indicibili, ma perché, prima di tutto, mente a se stesso: mente sulla propria identità, sulle intenzioni, mente sulla rappresentazione che il mondo esterno – quello giudicante – ha di ognuno di loro. Ecco, dunque, che nel mezzo di un ambiente assuefatto a canoni imposti da codici di comportamento narcotizzanti, l'arrivo di Fraser ha lo stesso effetto di un ciclone colorato in piena estate. Fraser è il vento del cambiamento, la forza incontrollabile della crescita generazionale; Fraser è l'elemento di rottura quasi alieno che manda in confusione una galassia conosciuta, spingendola alla deriva e, di conseguenza, alla (ri)scoperta di sé.
Ma Guadagnino non fa del suo protagonista un eroe dallo stile eccentrico e accattivante: al contrario, Fraser è colui che più si trova in difficoltà, alle prese con la responsabilità di instaurare nuovi rapporti con persone che non conosce – e per di più, in alcuni casi, quasi ostili -, costantemente sotto il giudizio di chi lo considera solo un ragazzetto strambo, deciso a scavare in profondità dentro di sé per comprendersi, per capire cosa davvero rappresenta l'adolescenza per un americano talentuoso, affascinante e un pò snob. Ed è questa la parte più difficile...
Eppure Fraser non si lascia ammansire dalla sua nuova situazione, anzi, la sua stella splende così intensamente da folgorare il creato di Guadagnino, semplicemente rimanendo se stesso.

Ecco, allora, come il biondo adolescente diventa un magnete per la macchina da presa, che si distacca solo per curarne gli effetti sulle esistenze altrui; l'alieno non è Fraser, ma coloro che non hanno ancora capito chi sono, coloro che ancora non accettano e coloro che rifiutano entrambi gli aspetti per paura di cambiare. Ma la vita è un continuo mutamento – sta lì la morte del soldato Craig - ed è solo accettando questa unica verità che impariamo a crescere. Perché si, siamo chi siamo, ma la vera sfida sta nell'accettarlo.

Grazie a una messa in scena sempre sobria e tinteggiata da toni pastello e slavati, che aumentano quell'atmosfera di indecifrabile e persistente euforia adolescenziale, la regia di Guadagnino tocca volentieri vette di poetica cinematografica: travolgente e incantevole l'intero episodio del matrimonio in festa; dolce e curiosa ogni volta che Caitlin (essenziale prova d'attrice per Jordan Kristine Seamòn) fronteggia il mondo ostinatamente contrario; sicura e audace nel mostrarci il volto della disperazione, nel lasciare che i suoi “figli” si confrontino con il peso di un destino beffardo e ineluttabile.
Il cinema di Guadagno è cinema che è nutrimento per l'anima; è un carosello di gioie, sorprese e delusioni che sembrano appartenere a un mondo altro, ma mai così intimamente nostro e We are who we are è la nuova, struggente opera di un autore che ha capito quanto meravigliosa e incontenibile è la natura umana.

Ma quello di We are who we are non è soltanto un invito ad accettarci per quel che siamo; è, al contempo, un manifesto della libertà, un tentativo senza manomissioni di condurci verso il superamento di ogni pregiudizio, di ogni barriera mentale, affinché ognuno accetti il riflesso della propria natura e agisca, mostrandolo al mondo e, per i più fortunati, condividendo questo vitale processo di svelamento del vero insieme a qualcuno di speciale. Come Fraser e Caitlin, che dopo una lunga traversata tra flutti in tempesta, sembrano essere finalmente sbarcati sulla loro isola felice. Finché vorranno prendere di nuovo il mare; o alzarsi ancora in volo, verso nuovi orizzonti finora nascosti perfino ai loro occhi.

(We are who we are); genere: drammatico; showrunner: Luca Guadagnino; stagioni: 1 (miniserie); episodi miniserie: 8; interpreti principali: Chloë Sevigny, Jack Dylan Grazer, Alice Braga, Jordan Kristine Seamón, Spence Moore II, Scott Mescudi, Faith Alabi, Francesca Scorsese, Ben Taylor, Corey Knight, Tom Mercier; produzione: The Apartment, Wildside, Small Forward, Sky Studios; network: HBO (USA, 14 settembre - 2 novembre 2020), Sky Atlantic (Italia, 9 ottobre - 30 ottobre 2020); origine: U.S.A., 2020; durata: 60'; episodio cult: Episode 4 - Right here, right now #4, Episode 7 - Right here, right now #7 (Episodio 4 - Qui e ora IV, Episodio 7 - Qui e ora VII)



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#Unfit - La psicologia di Donald Trump

A partire da uno sguardo sociologico dell’elettorato, il film di Dan Partland esamina le ripercussioni che il presidente Trump ha avuto sulla cultura e le istituzioni americane. In streaming nella sala virtuale del Lumière.


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Le nostre pubblicazioni su Cinestore

In attesa dell'uscita delle novità del mese di novembre, in vendita su Cinestore il catalogo con i volumi e i cofanetti realizzati dalla casa editrice della Cineteca di Bologna.


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THE ICED HUNTER fantasy-horror di David Cancila in dvd, in vendita e noleggio digitale sul sito della CG Entertainment e nei migliori store

E' disponibile in Dvd, in digitale sia in vendita che a noleggio, su www.cgentertainment.it, oltre che nei migliori store 'The Iced Hunter', lungometraggio indipendente fantasy-horror scritto, diretto e montato da Davide Cancila. Il film [nella foto la locandina di Flavio Luccisano] è interpretato da Ivan King, interprete del protagonista Tsayd Qerach, il cacciatore di ghiaccio, quindi Alex Lucchesi (il mentore Rafael), Alessio Cherubini (Alexei) e Federico Mariotti (Valus). Il film si avvale delle musiche di Marco Barone, dei costumi di Maison Bizzarre e degli effetti speciali e trucco di Crea FX. Vincitore del prestigioso Premio Best Bizzarre all'Optical Theatre Festival e dei premi come Miglior Film e Miglior Attore (ad Alex Lucchesi) al Tuscany Web Fest, 'The Iced Hunter' conferma il talento di Davide Cancila, uno tra i più interessanti nuovi autori del cinema di genere Made in Italy.

Un alone di mistero avvolge il cacciatore di ghiaccio. Non si tratta di un normale essere umano e i suoi ricordi sembrano affiorare da una vita passata, dove Rafael, il suo mentore, gli insegnava a utilizzare i suoi poteri. Ma non è solo il suo passato a inseguirlo, ma anche la terribile setta dei “Domini Lupi” è sulle sue tracce, e porta con sé un infernale segugio...

Davide Cancila ha collaborato ai progetti collettivi “After Midnight” e “After Midnight 2 - The Evil building”, vincendo il Premio per il Miglior Soggetto nella categoria Horror e thriller al FIPILI Horror Festival nel 2017 per il corto “I nostri bei sabati sera”. 'The Iced Hunter' è il suo lungometraggio d'esordio.



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Addio Mattatore - GIGI PROIETTI

Si vuole cominciare dalla fine della vita di Gigi Proietti e da uno dei più bei regali che potesse fare alla sua tanto amata città di Roma: l'ideazione del "Silvano Toti Globe Theatre", teatro shakespeariano a Villa Borghese, speculare al "Globe Theatre" londinese, il più celebre dell'età elisabettiana.

Ogni volta che ci si ritrova dentro, si pensa contemporaneamente a William Shakespeare e Gigi Proietti: sarà una coincidenza casuale ma il grande attore romano è riuscito a lasciarci il giorno del suo compleanno, proprio come era accaduto al Bardo secoli prima. Avrebbe dovuto festeggiare il 2 novembre il suo ottantesimo genetliaco, molti colleghi e registi avevano preparato iniziative e eventi dedicati a lui.

Sembra di vedere il sorriso di Proietti, con la sua adorabile smorfia canzonatoria nei confronti del mondo, dirci che lui è riuscito a compiere una magia seppur triste per un intero Paese che lo ha amato, senza distinzioni da Nord a Sud, perché il vero artista non ha geografia.

Più che altro Gigi Proietti ha reso Roma universale, azzerando le barriere linguistiche, facendosi portatore di una lingua che grazie a lui, e a una generazione di attori come Aldo Fabrizi e Alberto Sordi, ha reso il dialetto romano la lingua del cinema degli ultimi 60 anni.

Questo non ha mai significato superiorità ma condivisione delle idee, delle storie di personaggi storici o di persone comuni attraverso un codice linguistico che abbraccia tutti, un po' la stessa idea che lo studioso americano Harold Bloom ha espresso riguardo al linguaggio shakespeariano e all'invenzione dell'Umano, la stessa sconfinata varietà di personaggi che ritroviamo in tutti suoi film e performance teatrali dagli anni 60' ad oggi.

Proietti è stato, oltre che un maestro, in primis un uomo di teatro che ha fatto una gavetta lunga, accompagnata da grandi risultati che lo hanno poi portato a essere prestato al cinema. Il mondo cinematografico lo ha sempre ben accolto e reso celebre in tutti i lavori più o meno autoriali, ma la sua vera casa è sempre stato il palcoscenico e il suo riferimento principale Petrolini.

È stato un grande artista e professionista in tutto ciò che faceva, non solo come attore nell'accezione più comune, ma anche come cabarettista, doppiatore, conduttore televisivo, regista, cantante, direttore artistico e insegnante di italiano, a volte primeggiando in tutto senza troppe difficoltà

Ha esordito nel 1963 grazie a Giancarlo Cobelli nel Can Can degli italiani, per poi interpretare senza sosta numerosi spettacoli teatrali sino a A me gli occhi, please, del 1976, esempio di teatro su più stili e livelli che segnò l'inizio di una nuova epoca e di una nuova concezione teatrale, e al quale seguiranno numerosissime repliche anche con nuove versioni nel 1993, nel 1996, e nel 2000, calcando i più importanti palcoscenici italiani. Lo spettacolo ha segnato un record di oltre 500 000 presenze al Teatro Olimpico di Roma.

Oltre ad affermarsi come attore teatrale, Proietti ha riscosso molto successo anche nel settore televisivo tra la fine degli anni sessanta e inizio settanta. Ci fu poi lo sceneggiato Il circolo Pickwick di Ugo Gregoretti, una collaborazione proseguita successivamente con esperienze televisive di minor rilevanza. Tra gli anni 70' e 80' è stato protagonista di molti spettacoli di grande successo come Sabato sera dalle nove alle dieci, Fatti e fattacci, Fantastico e Io a modo mio.

Di grande importanza nel panorama delle scuole di teatro italiane ricordiamo il Laboratorio di Esercitazioni Sceniche, che ha visto tra i suoi allievi numerosi personaggi divenuti poi volti noti dello nostro spettacolo.

Nel 1976 il cinema lo ha consacrato una star con il film cult Febbre da cavallo di Steno, in cui interpretava il mitico scommettitore Mandrake, ripreso poi con un sequel dai Vanzina nel 2002: Febbre da cavallo - La mandrakata. Negli anni 90' assieme ai molti spettacoli teatrali è stato protagonista di diverse serie televisive di successo come Il Maresciallo Rocca , una delle più seguite dal pubblico italiano A seguire il carabiniere più amato d'Italia, per la RAI ha interpretato anche la figura di San Filippo Neri nella miniserie Preferisco il Paradiso, il cardinale Romeo Colombo da Priverno in L'ultimo papa re, il misterioso generale Nicola Persico in Il signore della truffa, e lo stravagante giornalista Bruno Palmieri in Una pallottola nel cuore. Nel 2017, a vent'anni dall'ultima esperienza, è tornato in televisione come protagonista assoluto del programma Cavalli di battaglia, tratto dall'omonima tournée celebrante i suoi 50 anni di carriera.

Proietti è stato l'attore perfetto, un equilibrio ideale di più talenti e doti, senza mai ostentare, senza oscurare i colleghi che lavoravano agli stessi progetti. Donando lezioni vere o semplicemente improvvisate durante i set, o solo facendosi seguire dal pubblico che incantato è sempre stato risucchiato in un mondo composto da realtà e fantasia che Proietti creava con l'arte di un demiurgo, ricordando il suo drammaturgo mago William Shakespeare.

Il "Silvano Toti Globe Theatre"è la sua ultima testimonianza di amore per l'arte intesa come insieme di tante formule e incantesimi.



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lunedì 2 novembre 2020

Borat - Seguito di film cinema

A quattordici anni di distanza dal suo debutto dietro la cinepresa malandata dell'amico Azamat (Ken Davitian), l'ottuso e cervellotico Borat (il geniale Sasha Baron Cohen) torna sullo schermo – o meglio, sui monitor iridescenti in cui l'immagine in movimento, anche durante la quarantena, prosegue i suoi viaggi pindarici nel pianeta. Per partecipare, a suo modo, alla campagna elettorale contro Trump, l'autore l'ha venduto a Amazon Prime che lo distribuisce in tutto il mondo. E lì è visibile anche per il pubblico italiano.

Il film non delude le aspettative: fin dalle prime inquadrature, veniamo scagliati in un enorme e asfissiante calderone mediatico dai contorni paradossali, finendo per smarrirci negli innumerevoli -ismi che ribollono senza sosta. Complottismo, femminismo, razzismo, antisemitismo trasudano spudoratamente da questo paiolo immondo, aggiungendo alla già sgradevole mistura quel pizzico di misoginia e di pedofilia che rendono il tutto indigeribile: il reporter più improbabile della storia del (finto) cinema non si fa mancare nulla e, anzi, ci rende conniventi di una quotidianità tanto inverosimile quanto reale.

Prelevato dal gulag in cui si ritrova rinchiuso per aver recato disonore alla propria patria, il giornalista kazako viene arruolato dal suo governo e predisposto, così, a rivendicare la dignità nazionale perduta. Come? Ma è semplice: recando in dono a Donald Trump e al suo vice Mike Pence una scimmia, per altro ministro della cultura. Così Borat viene caricato su un cargo merci e trascinato ai quattro angoli del pianeta, fino a riapprodare nel Nuovo Mondo. Ad irrompere sul palcoscenico, tuttavia, è la figlia Tutar (una ottima Marija Bakalova), devotissima al padre-padrone e pronta ad infiltrarsi pericolosamente nella sua ultima missione, sostituendo il primate destinato al Presidente degli Stati Uniti d'America.

La trama, intenzionalmente farraginosa, non può che involversi nelle modalità più imprevedibili: abbandonato il tradizionale costume verde, Borat inizia la sua seconda epopea attraverso la cosiddetta civiltà umana – o ciò che ne resta, sempre che qualcosa di meglio sia mai esistito. Vestendo i panni di un personaggio-icona che, per non farsi riconoscere, decide di mimetizzarsi fra i cittadini americani medi, Sasha Baron Cohen si dimostra un mago del travestitismo: ancora una volta, lo vediamo correre lungo l'intero Paese, scontrandosi in attori fin troppo ordinari e rendendoci protagonisti di una farsa dai tratti insopportabilmente funesti. Chirurghi plastici, venditori, politici, attivisti e menefreghisti di professione si alternano davanti alla cinepresa, inconsapevoli del ruolo che ricopriranno all'interno di questa nuova Odissea, abbandonandosi ad una familiare negligenza. Fra le pagine del Vangelo secondo Borat, ciò che irrita lo spettatore non sono tanto l'infida modalità di ripresa, l'inganno da candid camera e il pubblico ludibrio a cui vengono esposte le vittime-carnefici, quanto l'antipatica consapevolezza di non rappresentare, nel proprio intimo, un'eccezione alla regola. È come se il reporter e la sua banda di scalcagnati seguaci ci gettassero in faccia una verità che preferiremmo ignorare. Durante una manifestazione di estrema destra, Cohen intona una canzone razzista, ottenendo il plauso del pubblico: e del resto, cosa vi aspettavate? Insinuatosi al comizio di Pence, il giornalista provoca l'indignazione generale assaltando la sala nelle vesti di Trump. Ma in fondo, come sarebbe potuta andare diversamente? Ad un convegno di donne repubblicane, Tutar scopre la sessualità e rende partecipe l'auditorio esterrefatto dell'inaspettata epifania. Ancora una volta, nulla di nuovo sul fronte occidentale: quale altra reazione avrebbero mai potuto avere queste madri di famiglia? Con le mani davanti alla faccia e un ghigno forzato, non possiamo fare a meno di porre la più retorica e nociva delle domande: Cosa vi aspettavate?

Il grottesco dunque si spinge all'eccesso, superando tutte le sfaccettature della commedia (perfino di quella più demenziale), gettandosi nell'orrido puro. La pellicola non fa ridere (almeno a noi) ed è difficilissimo, nell'irresistibile imbarazzo e nello strano senso di colpa sprigionatisi dai fotogrammi, mantenere gli occhi aperti fino alla fine. Esiste un termine inglese, gustosamente abusato da milioni di utenti, in grado di riassumere il fastidioso umorismo di cui Borat, perfino in questo surreale 2020, continua a servirsi: quella parola è cringe, e abbraccia un campo semantico tanto vasto quanto indefinibile nella sua reale essenza. Cercate sul dizionario e troverete, nell'ordine: strisciare, acquattarsi, rannicchiarsi, umiliarsi, essere servile e insieme farsi piccolo per la paura. Tale profluvio di timore e disagio spinge il pubblico non solo a riconoscersi nelle iperboliche performances messe in scena dal reporter, quanto a negare vergognosamente la propria stessa partecipazione – ma senza sufficiente sicurezza. “E ora” come grida Cohen prima di lasciare il posto ai titoli di coda “votate. O sarete giustiziati”.

(Borat – Seguito di film cinema); Regia: Jason Woliner; sceneggiatura: Sacha Baron Cohen, Peter Baynham, Nick Corirossi, Jena Friedman, Anthony Hines, Lee Kern, Dan Mazer, Nina Pedrad, Erica Rivinoja, Dan Swimer; fotografia: Luke Geissbuhler; montaggio: Craig Alpert, Michael Giambra, James Thomas; interpreti: Sasha Baron Cohen (Borat Sagdiyev), Marija Bakalova (Tutar Sagdiyev); produzione: Four by Two Films; distribuzione: Amazon Prime; origine: USA 2020; durata: 96'.



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