sabato 21 febbraio 2026

Cime Tempestose, Jacob Elordi affronta le polemiche sul suo casting come Heathcliff

La scelta di Jacob Elordi come protagonista di Cime Tempestose, nuovo adattamento cinematografico voluto da Emerald Fennell, ha scatenato il dibattito tra i fan del romanzo di Emily Bronte. Trattandosi di uno dei personaggi più noti della letteratura inglese, Heathcliff ha da sempre sortito un certo fascino sul pubblico e, secondo alcuni critici (come riporta Screen Rant), il casting avrebbe dovuto prediligere un attore dalla pelle più scura.

Cime Tempestose, Jacob Elordi difende la scelta del suo casting dopo le polemiche

La polemica scatenatasi sulla scelta di Jacob Elordi chiama in causa un passaggio del romanzo di Emily Bronte. In Cime Tempestose, Heathcliff è stato descritto inizialmente come un “bambino sporco, trasandato e dai capelli neri”, ma il signor Earnshaw l’ha definito come un “gitano dalla pelle scura”. La scelta di Jacob Elordi nel nuovo adattamento di Cime Tempestose ha quindi scatenato il dibattito, affrontato di recente anche dall’attore.

Ai microfoni di ABC Australia, come riporta Screen Rant, l’attore ha colto l’occasione per difendere la regista e anche il suo personaggio, spiegando che l’arte è soggetta ad interpretazione: “Questa è l’interpretazione del testo da parte di Emerald, un’artista che rispetto e ammiro e ritengo che il suo lavoro sia davvero importante”. Ha poi aggiunto che, durante le riprese, il suo vero obiettivo era quello di “servire la verità della sceneggiatura che mi è stata consegnata”.

In sala in tempo per San Valentino 2026, Cime Tempestose ha scelto come protagonista Margot Robbie e anche quest’ultima, tempo fa, ha difeso la scelta del collega: “L’ho visto recitare e ho pensato subito: questo è Heathcliff. Fidatevi, sarà incredibile”. In più Emerald Fennell aveva spiegato che molte delle caratteristiche di Elordi l’avevano convinta che fosse il perfetto match (i lineamenti marcati e le spalle larghe, tanto per cominciare).



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Scream 7, il ritorno di Stu ha spaventato Matthew Lillard

Anche Matthew Lillard è stato inserito nel cast di Scream 7. Il nuovo capitolo del franchise horror è in arrivo in sala dal 25 febbraio 2026 e coinvolgerà anche altri personaggi del passato, incluso il suo Stu Macher. Apparso per la prima volta in Scream del 1996, Stu si è rivelato essere l’assassino dietro la maschera di Ghostface. Come il suo ritorno è stato reso possibile in Scream 7 al momento non è dato sapere e, in una recente intervista, Matthew Lillard ha condiviso non solo il suo timore all’idea di proporre nuovamente Stu ai fan, ma ha anche riflettuto sull’ingrediente segreto che rende un film di Scream un “grande film”.

Scream, Matthew Lillard rivela l’ingrediente segreto che ha reso il primo film del franchise celebre

Quando a Matthew Lillard è stato proposto di tornare nel franchise di Scream a distanza di trent’anni dal debutto del suo Stu, ha accettato seppur con timore, come ha rivelato di recente ai microfoni di ComicBook. La sua paura più grande? Rovinare l’eredità del suo personaggio, così apprezzato dai fan. “Tutto quello che faccio potrebbe mettere a repentaglio tutto ciò che gli altri amano, no? Sto tornando in un mondo dove appaio come un uomo di 54 anni, facendo quello che facevo a 26 anni, è spaventoso. Ero molto emozionato all’idea di essere coinvolto. Poi, man mano che ci avvicinavamo sempre più, ero sempre più preoccupato di rovinare ciò che i fan pensavano di me o di Stu in generale”.

Ogni film di Scream ha coinvolto un Ghostface differente e, nonostante la sua assenza nel franchise, Matthew Lillard ha ammesso di aver continuato a seguire le disavventure sul grande schermo. Anche per questo all’attore è stato chiesto cosa dovrebbe distinguere un buon film di Scream tra i vari sequel realizzati finora: “Per me ciò che rende un film di Scream valido è la presenza dei personaggi fantastici e il fascino del film. Credo che uno dei motivi per cui il primo film ha avuto così tanto successo sia per via di tutti quei personaggi. Wes Craven ha dedicato molto tempo a questi personaggi, sviluppando l’intero film in modo che, quando si è alle battute finali, emergano questi piccoli momenti idiosincratici, divertenti ed affascinanti, e non solo orribilmente violenti. Sì, è violento, ma c’è quel momento in cui piange al telefono perché sua madre è così arrabbiata. C’è del fascino in questo”.

Ricordando il suo periodo trascorso sul set di Scream, Matthew Lillard ha ammesso che alcune delle sue battute più iconiche sono state frutto di improvvisazione sul set, un aspetto che potrebbe replicare anche in Scream 7, come ha raccontato a ComicBook: “Credo che Kevin Williamson capisca che a volte mi vengono in mente cose interessanti, quindi non dirò altro. Alcuni creativi mi permettono di giocare, e Kevin è uno di questi”.



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venerdì 20 febbraio 2026

Beach Read, la star di Bridgerton Phoebe Dynevor protagonista di una nuova rom com

Netflix aveva già chiarito il suo interesse nei confronti dei romanzi di Emily Henry, così come di recente ha sottolineato di non avere ancora finito con Phoebe Dynevor. Il suo nome è fortemente associato al successo di Bridgerton, avendo interpretato Daphne, la protagonista della prima stagione che ha lanciato l’era Regency in streaming su Netflix nel 2020. E mentre Phoebe Dynevor ha rafforzato il sodalizio con il colosso streaming recitando da protagonista nel thriller erotico Fair Play, Emily Henry di recente ha conquistato il pubblico con il suo primo adattamento cinematografico intitolato People We Meet on Vacation - Un Amore in Vacanza. Il prossimo step unirà queste due forze, restituendo al pubblico un nuovo adattamento di Beach Read. Romanzo d’estate.

Beach Read, Phoebe Dynevor di Bridgerton protagonista della rom com tratta dal romanzo di Emily Henry

Phoebe Dynevor sta per cimentarsi in una nuova avventura romantica. Tratto dall’omonimo romanzo bestseller del New York Times, Beach Read racconta la storia di due autori. Augustus Everett è uno scrittore amato dalla critica letteraria, mentre January Andrews scrive commedie romantiche che scalano facilmente le classifiche. Se Augustus è un autore serio che non riesce a parlare di sentimenti, January è sempre a favore dell’amore con un lieto fine. I due non hanno niente in comune, se non la location: per i prossimi tre mesi, saranno vicini di casa sul lago Michigan dove trascorreranno l’estate. January ha deciso di rifugiarsi nel cottage del padre per continuare il suo romanzo, ma il suo cuore è nel caos perché ha recentemente scoperto un segreto poco felice sui suoi genitori. Scopre che alla porta accanto risiede il suo ex compagno di college nonché autore di fama Augustus Everett, alle prese con un blocco dello scrittore. Pur non tollerandosi a vicenda, decidono di dare una scossa alla loro estate punzecchiandosi con una sfida. Chi vincerà?

Il romanzo, pubblicato nel 2020 e in Italia disponibile con HarperCollins Italia, è diventato un bestseller del New York Times e ad occuparsi dell’adattamento cinematografico sarà Yulin Kuang, già co-autrice di People We Meet on Vacation per Netflix e che anche in questo caso lavorerà alla sceneggiatura e anche alla regia.

Per Phoebe Dynevor si tratta di una nuova sfida sul grande schermo. L’attrice di recente è apparsa nel cast di Anniversary, mentre tra non molto la vedremo coinvolta nel thriller di sopravvivenza di Netflix Shiver, in Famous con Zac Efron e Remain di M. Night Shyamalan.



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Un Film Minecraft 2 coinvolgerà un villain ben noto del franchise

Dopo il successo del primo capitolo, Un Film Minecraft 2 è stato prontamente confermato da Warner Bros e, in una recente intervista, il produttore Roy Lee ha anticipato che uno dei villain più amati del franchise di videogame sarà coinvolto nella prossima avventura sul grande schermo. Di chi si tratta?

Un Film Minecraft 2, il produttore anticipa il villain in arrivo

Il 2025 è stato un anno promettente per Warner Bros al cinema, dal successo di I Peccatori che ha incassato numerose nomination agli Oscar 2026 al lancio del nuovo DCU con Superman di James Gunn. Un Film Minecraft non solo ha ampliato la proposta dei videogame sul grande schermo, ma ha incassato oltre 961 milioni di dollari confermandosi un grande successo al botteghino. Non stupisce, quindi, il via libera da parte degli Studios per la realizzazione di un sequel e, a detta del produttore Roy Lee, ci sarà posto anche per un antagonista ben noto.

Ai microfoni di Collider, Lee ha ribadito che è intenzione di Warner Bros portare Un Film Minecraft 2 in sala entro il 2027 e che la produzione procede a gonfie vele dietro le quinte. “Lo stato di avanzamento è ottimale. La produzione inizierà ad aprile di quest’anno in Nuova Zelanda”, ha precisato. Nel primo film, sono stati coinvolti quattro disadattati precipitati nell’Overworld che desiderano tornare a casa. Con il supporto del maestro artigiano Steve, uniscono le forze per sconfiggere le forze del Nether e, una volta sconfitti Malgosha e il suo esercito di Piglin, il gruppo è tornato a casa. Il secondo capitolo richiederà una nuova mossa e agli occhi dei fan è alquanto ovvia: bisognerà introdurre il boss finale del gioco, l'Enderdrago. “Molte persone hanno detto: ‘Sì, fate quel film, ma assicuratevi che l'Enderdrago ci sia’. Penso che molte delle richieste siano state queste”.

Nel primo film, a guidare il cast è stato Jack Black affiancato da Jason Momoa, Sebastian Hansen, Emma Myers e Danielle Brooks. La scena post-credit di Un Film Minecraft ha suggerito l’ingresso di un altro personaggio chiave del videogame, Alex. La trama, ad oggi, risulta ancora segreta.



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Dispacci dalla Berlinale 2026: borseggiatori o bluesman, ma sempre carichi di malinconia e alla fine di un'epoca

Forse l'ho già detto, ma non è solo la Berlinale a non essere più quella di una volta, ma anche la città che la ospita. "Fino a pochi anni fa ci sarei venuto a vivere di corsa", mi ha detto un collega pochi giorni fa, "ora non ci penso nemmeno lontanamente". Ametto di aver girato mollto poco - anzi per niente - quest'anno, ma l'impressione generale è che la città, colpita prima di altre dalla crisi economica in Germania, non solo non sia più così vitale come un tempo, quando dopo al Parigi degli anni Venti e l'inizio dei Trenta (quella di Midnight in Paris, per dire), e dopo la Londra degli anni Sessanta (ma anche Settanta e Ottanta), dopo la caduta del Muro era diventata il place to be di tutti gli artisti, gli intellettuali, i giovani irrequieti di tutta Europa. Forse sono io che sono invecchiato (sul tempo che passa e le trasformazioni di Berlino leggere "Le perfezioni" di Vincenzo Latronico, edizioni Bompiani), o forse è davvero così, forse Berlino è davvero una città un po' meno viva e pure un po' meno sicura di un tempo: a un altro collega hanno rubato lo zaino con computer e un sacco di altra roba dentro all'uscita di una centralissima stazione della metropolitana. Roba da farti venire il blues, come direbbero gli americani. Ma torniamo ai film, anche se continuiamo a parlare di grandi città che non sono più quelle che erano (New York in un caso, Vienna nell'altro), di borseggiatori e di gente che suona il blues: tutta roba che troviamo in The Only Living Pickpocket in New York (presentato fuori concorso: ma perché?) e The Loneliest Man in Town (dove la town è appunto la capitale austriaca, che corre invece per l'Orso d'oro).

The Only Living Pickpocket in New York

Noah Segan è uno che nella vita ha fatto (o fa, non ho idea di quali siano i suoi piani) principalmente l’attore. Forse lo avete visto in qualche film di Rian Johnson, visto che è apparso praticamente in tutti, sebbene in ruoli secondari. Aveva esordito alla regia qualche anno fa firmato un episodio dell’antologico Scare Package e poi ha scritto e diretto un film dal titolo Blood Relatives. In entrambi i casi si trattava di horror venati di commedia: non li ho visti, ma non se ne parla come di capolavori.
Ma non è tanto questo a interessarci, qui. A interessarci, o interessarmi, è il fatto che Segan è del 1983, e che abbia fatto un film che non solo non c’entra niente coi suoi precedenti, perché non è né commedia né horror, ma che è carico di un senso di affetto e malinconia per il passato - del cinema, del mondo, di tutti noi - che mi sorprende in un regista di poco più di 40 anni.
Harry - interpretato da un magnifico John Turturro - vive nel Bronx, ha una moglie malata che accudisce con amore e nella vita fa il borseggiatore. Non esattamente un bel mestiere, si diceva, ma bastano pochi minuti dentro The Only Living Pickpocket in New York per volergli bene, perché capisci che tutto sommato è una brava persona. Una brava persona che a un certo punto ruba alla persona sbagliata, a un ventenne rampollo di una famiglia criminale che, dopo averlo rintracciato, gli dà poche ore di tempo per restituirgli una chiavetta USB che nel frattempo Harry aveva dato via perché pensava non valesse nulla. Se Harry non torna in tempo ci rimetterà sua moglie; e per quanto riguarda lui, sa benissimo che fine farà, perché uno con la sua esperienza non può non sapere che chi ruba a certa gente non può passarla liscia.


The Only Living Pickpocket in New York racconta una corsa contro il tempo, quindi, ma non nel modo cui state probabilmente pensando: non c’entrano niente frenesie alla Diamanti grezzi, per dirne una, ma nemmeno alla Fuori orario. No, la corsa contro il tempo del film di Segan è quella contro il tempo presente, il tempo delle nuove generazioni senza valori, della moneta elettronica che ha sostituito il contante, del diagio che fa provare a chi è nato e cresciuto tutto analogico, e si guarda attorno e non riconosce più il mondo o la sua città (il film è anche una dichiarazione d’amore a New York, nelle immagini come nella musica: con l’apertura sulle note di “New York, I Love You But You’re Bringing Me Down” degli LCD Soundsystem e la chiusura su quelle di “I Happen to Like New York” di Cole Porter cantata da Bobby Short).
Harry e i suoi pochi amici (bravissimi Steve Buscemi nei panni del gestore di un banco dei pegni che ricetta, e Giancarlo Esposito in quelli di un detective della polizia che ha dovuto cedere il suo ufficio a quelli ei crimini informatici) sono l’incarnazione dell’old school che sembra soccombere alla new school, ma che ha malizia, calma e intelligenza. Soprattutto: esperienza. Forse è destinata a soccombere lo stesso, ma non è detto che sia un bene. Con splendidi cammei anche di Jamie Lee Curtis e Tatiana Maslany, e una morbida colonna sonora jazz e funk, The Only Living Pickpocket in New York non è solo un omaggio al cinema e allo spirito degli anni Settanta, ma un film con una grazia speciale: uno di quelli che porta con sé uno spirito dolcemente malinconico, e un finale amaro, ma che ha comunque la capacità di scaldarti il cuore, e di farti uscire dalla sala rinfrancato.

The Loneliest Man in Town

L’operazione di Segan è un po’ la stessa tentata e voluta anche da Tizza Covi e Rainer Frimmel (che sono quelli di Vera, il film su e con Vera Gemma, prossima protagonista per Sean Baker) nel loro nuovo The Loneliest Man in Town, che hanno costruito tutto attorno al bluesman austriaco Al Cook (al secolo Alois Koch). Nel film Cook è sé stesso, musicista fuori dal tempo e da ogni compromesso che, sfrattato dall’appartamento dove ha vissuto e lavorato fin da piccolo da una società che specula sugli immobili, decide di vendere o regalare tutte le sue cose e di comprare un biglietto di sola andata per Memphis, la città della musica che ama, che ha sempre sognato e che non ha mai visitato.


Come Harry, Al Cook è un uomo che non trova più un posto in un mondo irriconoscibile, il simbolo di un’era e di un secolo che stanno tramontando definitivamente, ma tra i due film le differenze di stile sono più che evidenti: Segan, come detto, guarda al cinema americano degli anni Settanta, mentre Covi e Frimmel all’autorialità europea. In The Loneliest Man in Town Al Cook è un personaggio che pare uscito fuori da un film di Aki Kaurismaki, e lo stile del finlandese riecheggia in tutto il film mescolato però a una sorta di spirito para-documentaristico che a tratti pare mutuato dall’austriaco Uri Seidl, e che ne soffoca notevolemente il calore umano e il potenziale. La sala rideva molto, ma evidentemente è questione di umorismo teutonico che a me non arriva; quel che Covi e Frimmel centrano, invece, è il rapporto del protagonista con gli oggetti: i dischi, le foto, le videocassette - in buona sostanza: i ricordi - accumulati per una vita che via via dismette, e che spalmano un velo di sincera malinconia su un film tanto composto e autoriale da risultare nel complesso un po' algido.



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giovedì 19 febbraio 2026

Sonic 4 - Il Film annuncia la voce di Amy Rose

Sonic 3 ha concluso la prima trilogia con una scena post-credit che ha suggerito un nuovo capitolo della storia dell’amatissimo personaggio nato dapprima come protagonista di una serie di videogame e poi adattato sul grande schermo. Il terzo film, distribuito al cinema nel corso del 2024, ha coinvolto anche Keanu Reeves come voce di Shadow e il quarto film in fase di sviluppo non rinuncerà alle star di spicco. Secondo quanto riferito, Sonic 4 porterà sullo schermo Amy Rose: ma chi sarà la sua voce?

Sonic 4 sceglie la voce di Amy Rose ed è perfetta

Con una data d’uscita prevista per il 2027, Sonic 4 comincia a rivelare qualche asso nella manica a partire dall’ingresso di Amy Rose, un personaggio amatissimo dai fan dei videogame e ufficialmente in arrivo anche al cinema. In realtà il suo debutto era stato già anticipato dalla scena post-credit di Sonic 3: il protagonista era in compagnia dei suoi amici Tails e Knuckles nel bosco ma è stato improvvisamente attaccato da una banda di robot Metal Sonic. A salvarlo è stato un misterioso riccio incappucciato e armato di martello, che il pubblico ha rapidamente associato ad Amy Rose.

Secondo quanto riferito da ComicBook, ad accompagnare questo personaggio nel cast originale di doppiatori sarà Kristen Bell, amatissima già per il supporto offerto a Frozen (sua è la voce originale di Anna) e conosciuta per aver recitato in numerose Serie TV di successo come Veronica Mars, The Good Place e Nobody Wants This. A condividere la novità via social è stato Ben Schwartz (voce originale di Sonic), mostrando uno scatto in compagnia di Kristen Bell: “Abbiamo la nostra Amy Rose. E non potrei essere più emozionato! Date il benvenuto all’incredibile Kristen Bell nella famiglia di Sonic”, nello scatto, entrambi gli attori sfoggiano una statuina dei rispettivi personaggi.

Nel cast di Sonic 4 dovrebbero riapparire anche Colleen O'Shaughnessey e Idris Elba come Tails e Knuckles, così come James Marsden e Tika Sumpter che riprenderanno Tom e Maddie. Ad oggi non è chiaro se Jim Carrey riapparirà nuovamente sullo schermo, dopo la brutta fine del suo Dr. Robotnik nel terzo film, ma si vocifera che Paramount stia cercando il modo per convincere l’attore a riapparire nel franchise. L’esperto di scoop Daniel RPK aveva suggerito poche settimane fa: “Nel caso pensaste che fosse finita, Paramount sta conversando con Jim Carrey per tornare in Sonic 4”.



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Dispacci dalla Berlinale 2026: un horror da cura dimagrante, nuovi anime e film latino-americani standard

Come tutti i festival, anche quello di Berlino costringe chi si trova a frequentarlo per lavoro a giornate trascorse nel segno di un’alimentazione frettolosa e non proprio sanissima. Certo, a differenza di Cannes, o del Lido di Venezia, qui siamo in una grande capitale europea e in teoria non mancano offerta e alternative. Ci sono però gli orari da prendere in considerazione, e il fatto che la giornata tipo non lascia grandi margini di spostamento. I più, quindi, finiscono spesso col mangiare un boccone veloce, a pranzo o a cena, in uno dei tanti food court che si trovano nelle immediate vicinanze delle sale, dove puoi scegliere tra tanti tipi diversi di street food - dal messicano al cinese, dall’indiano alle burgherie, dalla pizza al kebab o ai piatti africani - e ordinare e consumare in tempi relativamente brevi.
Questo lo dico per spiegare un po’ come funzionano certe cose, forse anche per vanesia vena autobiografista, ma soprattutto perché così introduco nel modo più appropriato uno dei film della giornata di ieri, che è un horror fuori concorso dal titolo piuttosto indicativo.

L'horror al tempo dell'Ozenpic

Bisogna dire che in tempi dove tutto è trauma, dove tutto è qualcosa-fobia e dove tutto è body shaming, fare un horror che parla di una che ha sempre fame, che vuole dimagrire, e che finisce nei guai per questo mi pare piuttosto interessante. Dall’altro lato Saccarhine è un film tutto al femminile, diretto da una donna (l’australiana Natalie Erika James, quella di Relic e di Apartment 7A), dove i personaggi maschili quasi non ci sono, e dove la protagonista è anche lesbica: quindi diciamo che le questioni si pareggiano.
La protagonista si chiama Hana, la interpreta (bene, brava) Midori Francis, e come detto vuole dimagrire: anche per conquistare il cuore della trainer della sua palestra di cui è innamorata. Una sua amica, un tempo piuttosto in carne, le rivela il suo segreto, un farmaco illegale di nome Grey. Hana, che peraltro studia medicina, analizza la polverina delle capsule, che peraltro sembrano funzionare, e scopre che si tratta di cenere. Anzi, ceneri. Umane. Invece di inorridire, Hana decide di sfruttare il cadavere che stanno usando a anatomia per autoprodursi un po’ di dimagrante, ed è qui che nascono i problemi: perché inizierà a essere perseguitata dal fantasma di Bertha (la donna che ha in qualche modo mangiato), che vede solo lei, ingrassa al posto suo ma per non ucciderla la costringe a abbuffarsi schifosamente mentre è in stato di trance.


C’entra poco il The Substance evocato da qualcuno: Saccharine prende casomai di più, e un po’ malamente, da It Follows e dal “Ritratto di Dorian Gray”, più che dal film della Fargeat, e soprattutto si propone più come l’horror al tempo dell’Ozenpic che come riflessione sulle ossessioni fisiche. Non mancano spunti tematici (controversi: c’è già chi accusa il film di grassofobia, qualsiasi cosa questa sia), un paio di discrete idee visive, ma non basta: tutto è molto calcato, non sempre sviluppato come si deve, e la paura non è proprio pervenuta.

Nuove frontiere dell'anime

Ma mettiamo da parte l’horror per parlare di anime, nel senso di animazione giapponese, con la quale la Berlinale ha una storia importante, essendo stato il primo tra i grandi festival a metterla in concorso, e quello dove La città incantata di Hayao Miyazaki ha vinto uno storico Orso d’oro nel 2002. Ora, in questo 2026, in corsa per il premio c’è Yoshitoshi Shinomiya, nome emergente del settore che esordisce nel lungometraggio con questo A New Dawn. Tutto gira attorno a tre amici d’infanzia e a una casa bellissima che è, o era, anche una fabbrica artigianale di fuochi d’artificio: una casa in cui questi tre protagonisti, due fratelli e una loro amica, sono cresciuti e si sono formati, e che ora sta per essere pignorata e demolita, mentre la tradizione dei fuochi sembra oramai qualcosa di legato al passato.


I temi sono vagamente alla Miyazaki, con lo scontro tra la tradizione e la modernità, la provincia e la grande città, i cambiamenti climatici e ambientali e molto altro. Ma il cuore del racconto - che coinvolge fino a un certo punto - sta tutto nel legame tra i protagonisti e nel loro affrontare il tempo che passa e la crescita. L’animazione ha un carattere molto particolare, e personale, mescolando in maniera piuttosto avanguardista animazione a mano e al computer, richiami alla tradizione pittorica giapponese e perfino stop motion in live action.

Il ritorno di Eimbcke

Se la forma di A New Dawn è qualcosa di parzialmente inedito, e comunque di molto personale, la stessa cosa non è possibile dirla dell’altro film del concorso presentato ieri alla Berlinale: Moscas, nuovo lavoro del messicano Fernando Eimbcke, che del festival tedesco è uno dei beniamini. Perché quando ho iniziato a guardare Moscas, la sua fotografia in un nitido bianco e nero, le sue inquadrature a camera fissa, un certo paupero-minimalismo legato a personaggi non certo benestanti e provati dalla vita, ho avuto l’impressione di aver visto quelle immagini mille altre volte. In effetti è un po' cos', perché il film di Eimbcke è paro paro nello stile (forma e contenuto) di quella new wave latino-americana che era stata innovativa sì, ma nei primi anni Duemila. La storia che racconta è abbastanza tenera e forse per qualcuno pure commovente, sì, ma per via di una serie di mezzucci un poco ricattatori che forse ci si poteva risparmiare.


Olga, una donna sola, è costretta a affittare una stanza del suo appartamento per pagarsi una piccola operazione al piede. La affitta a un uomo che ha la moglie in ospedale dall’altra parte della strada, senza sapere che questi con lui ha un figlio di nove anni. Andrà a finire che la donna, appartenente fredda e burbera, stringerà un legame col bambino, che inizialmente rifiutava per un trauma dal passato e che perderà la mamma. In Europa probabilmente sarebbe venuto fuori un film insopportabile, ma i toni ironici e dolenti, non esattamente surreali ma sempre un po’ sospesi e irreali del cinema latino-americano (che li ha presi da una letteratura meravigliosa e imperdibile) rende Moscas tutto sommato potabile.



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