lunedì 16 febbraio 2026

Il Signore degli Anelli: Caccia a Gollum, il ruolo di Gandalf rivelato da Ian McKellen

Ian McKellen ha offerto un nuovo aggiornamento in merito al ritorno di Gandalf nella Terra di Mezzo e sul ruolo che giocherà ne Il Signore degli Anelli: Caccia a Gollum. Nuovo capitolo diretto da Andy Serkis, che riprenderà anche il ruolo dell’infida creatura ossessionata dall’anello del potere, Caccia a Gollum racconta di eventi che si collocano nella trama de La Compagnia dell’Anello. Per tale occasione, riapparirà anche il Gandalf di Ian McKellen e quest’ultimo, in una recente intervista, ha rivelato il ruolo che avrà il suo personaggio ai fini della trama.

Il Signore degli Anelli: Caccia a Gollum, Ian McKellen rivela che ruolo avrà Gandalf nel film

Il pubblico freme all’idea di tornare nella Terra di Mezzo con personaggi che hanno appassionato il grande schermo nei primi Anni 2000. Oltre a Gandalf interpretato da Ian McKellen, il cast potrebbe contare anche su Frodo di Elijah Wood, il cui ritorno sembra essere quasi una certezza. Non è chiaro cosa ne sarà di Aragorn, altro personaggio principale di Caccia a Gollum. Come suggerito da Ian McKellen, i due personaggi collaboreranno per contrastare la creatura ammaliata dall’Anello del Potere. In una recente intervista, come riporta ComicBook, McKellen ha rivelato: “Non sono nella posizione di dirlo, ma la sceneggiatura è pensata per piacere a chi ha amato Il Signore degli Anelli. È una storia d’avventura, con Aragorn alla ricerca di Gollum e Gandalf che dirige le operazioni da bordo campo”.

Peter Jackson è coinvolto nel progetto come produttore, mentre Philippa Boyens e Fran Walsh si occuperanno della sceneggiatura del film. Non molto tempo fa, TheOneRing.net ha anche condiviso quella che dovrebbe essere la sinossi di Caccia a Gollum: “Prima della Compagnia, l'ossessione di una creatura è la chiave per la sopravvivenza della Terra di Mezzo, o per la sua fine. Ne Il Signore degli Anelli: Caccia a Gollum, incontriamo il giovane Sméagol, un outsider attratto da cianfrusaglie e malizia, molto prima che l'Unico Anello lo consumasse e iniziasse la sua tragica discesa nella creatura torturata e ingannevole Gollum. Con l'anello perso e portato via da Bilbo Baggins, Gollum si ritrova costretto a lasciare la sua caverna alla sua ricerca. Gandalf il Grigio chiama Aragorn, ancora noto come il ranger Grampasso, per rintracciare l'inafferrabile creatura la cui conoscenza del nascondiglio dell'anello potrebbe far pendere la bilancia a favore dell'Oscuro Signore Sauron. Ambientato nel periodo oscuro tra la scomparsa di Bilbo nel giorno del suo compleanno e la formazione della Compagnia, questo pericoloso viaggio attraverso gli angoli più oscuri della Terra di Mezzo rivela verità inespresse, mette alla prova la determinazione del suo futuro re ed esplora l'anima spezzata e la storia passata di Gollum, uno dei personaggi più enigmatici di Tolkien”. Ad oggi è stato confermato il ritorno di Ian McKellen e di Andy Serkis, così come è stato fortemente suggerito il ritorno di Frodo di Elijah Wood. Per quanto riguarda Aragorn, pare che sia in corso il casting per la scelta di un interprete più giovane.



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Dispacci dalla Berlinale 2026: educazione sessuo-affettiva, amici etiopi e patriarcato

Divenuta dopo la caduta del Muro di Berlino la più vasta area edificabile d'Europa, la zona di Potsdamer Platz, completamente ricostruita e composta da edifici modernissimi progettati dai più importanti architetti, tra cui Renzo Piano, è il cuore pulsante della Berlinale. Era stata probabilmente pensata anche come cuore pulsante della città, tra palazzi di uffici, cinema, condomini, centri commerciali e tanto altro. Ma se quando ho cominciato a frequentare il festival, all’inizio degli anni Duemila, era una zona vivacissima, nel corso degli anni, e poi soprattutto dopo il Covid, le cose sono cambiate, e molto. Buona parte dei negozi e dei locali dentro e fuori al centro commerciale sono sfitti, e dopo la chiusura degli uffici in giro ci sono solo gli accreditati. Ma c’è sempre il weekend. Perché tutto il mondo è paese, e a quanto pare anche ai berlinesi piace evidentemente andare a fare lo struscio e lo spuntino e lo shopping nelle zone commerciali: fatto sta che di sabato e domenica è pieno di gente, a Potsdamer Platz. E forse io preferivo quando potevo andare a prendere un caffè senza fare la fila.
Le sale della Berlinale, quelle, sono sempre abbastanza piene (il festival sbiglietta tantissimo in città), e di fila per entrare per fortuna non c’è traccia (l’organizzazione negli anni è migliorata). Erano tutte piene, per dire, le sale in cui ho visto i tre film di ieri. Film - sia detto per inciso - che ognuno a modo suo hanno un contenuto esplicitamente politico.

Wax & Gold: o dell’amico etiope

Ma guarda tu il caso. Sfoglio dei giornali su internet e scopro che tre giorni fa Giorgia Meloni è stata ospite d'onore del premier etiope Abiy Ahmed Ali ad Addis Abeba: il tutto poche ore dopo aver visto qui alla Berlinale, fuori concorso, il nuovo documentario di Ruth Beckermann, registra austriaca considerata una delle maestre del genere. Dico “guarda il caso” perché il doc di Beckermann parla proprio di Etiopia, dell’Etiopia di ieri e di quella di oggi, compresa quella della sciagurata “avventura coloniale” italiana, dei suoi orrori e delle sue conseguenze. Il film di chiama Wax & Gold, da quella definizione di uno scriba riportata dalla regista per la quale la principale lingua locale, l’amarico, abbia una struttura tale da permettere spesso di dire una cosa intendendo il contrario, senza far cogliere l’ironia o il sottotesto politico a chi la ascolta: mescolando, appunto, cera e oro. Anche Beckermann, che a sua volta cerca di distinguere la cera dall’oro, ovvero di rintracciare i fatti nella finzione storia su quel paese, parla di una cosa ma ne intende (anche) un’altra. Perché Wax & Gold parte dalla fascinazione della regista per l’imperatore Hailé Selassié, 225° discendente della dinastia di Salomone, quello che per i rastafariani - non a caso Bob Marley trasse una canzone da un suo discorso (War) e gliene dedicò un'altra (Selassie Is The Chapel) - era il nuovo Messia.


Parte da quella fascinazione, dal ritratto di Selassié fatto dallo scrittore polacco Ryszard Kapuściński nel suo celebre “Il Negus”, e dall’hotel Hilton di Addis Abeba voluto dall’imperatore e punto di partenza fisico del documentario. È chiaro anche, però, che così come Kapuściński parla di Selassié per parlare del regime comunista che opprimeva il suo paese, allo stesso modo Beckermann parla dell’Etiopia e della sua storia per parlare (male, e non a torto) dell'Europa, dell’Occidente, di coloro che il continente africano l’hanno sfruttato e di quelli (oggi perlopiù asiatici) che continuano a farlo ancora oggi. Cercando di arrivare a un verità storica sfuggente, tra interviste e sessioni musicali, Beckermann indaga il suo ruolo di donna europea che cerca di capire. Che in certi momenti la sua fascinazione per la bellezza di alcune modelle locali ricordi quella provata anche da Leni Riefenstahl è una curiosa ma in qualche modo significativa coincidenza.

Truly Naked: educazione sessuo-affettiva

Le prime immagini sono notevoli, a un vecchio bondiano come me non possono non far venire in mente la sequenza dei titoli di testa di Agente 007 - Missione Goldfinger: sullo schermo, infatti, si vede da molto vicino un sinuoso corpo femminile nudo che sta essendo ricoperto di vernice d’oro. Se 007, quel 007, è divenuto il simbolo di tutto quello che un uomo non deve più essere, facciamo attenzione, perché Truly Naked, una delle opere prime nel concorso Perspectives, parla esattamente di quello.
Se quella è la prima immagine che vediamo, la prima immagine che è venuta in mente alla regista Muriel d’Ansenbourg, invece, è quella di un operatore su un set porno che abbassa la telecamera e si rivela essere un adolescente: lo stesso adolescente che poi nel film scopriamo essere lo spennellatore, e che poi appunto riprenderà una scena hard tra suo padre e la golden girl. Questo ragazzo si chiama Alec (Caolán O’Gorman, esordiente di talento), è gentile e introverso, e a nella nuova scuola dove è finito, in un villaggio da qualche parte sulle coste inglesi, dove nessuno sa del lavoro del papà né del suo ruolo, si troverà a dover fare una ricerca sulla dipendenza dal porno assieme a una compagna di classe molto carina e molto femminista.


Cosa succede quando un ragazzino cresciuto con un padre attore porno che si autoproduce i contenuti si innamora ricambiato di una ragazza femminista? Succede quel che succede in Truly Naked, che è un po’ commedia romantica, un po’ coming of age, un po’ - soprattutto - un film che vuole mostrare come sia necessario per le donne spingere gli uomini a grattare via l’eredità patriarcale che si portano addosso e imparare a vedere le cose, le ragazze, il sesso, in maniera nuova. Non che il papà di Alec sia un tipo cattivo: solo è un rimasuglio di un’altra epoca. E se Alec, anche nel sesso, ha introiettato certi meccanismi, e il primo incontro con Nina non andrà proprio benissimo, grazie a lei potrà aprire gli occhi, e aiutare anche il padre a fare altrettanto.
Muriel d’Ansenbourg tratta pornografia e sessualità senza pregiudizi, pruderie, moralismi (nel cast c’è anche un vera attrice porno), ammiccamenti furbetti, ma non fa nemmeno sconti: si veda la scena in cui viene coinvolta una piovra in un rapporto. Si parla tanto di educazione sessuo-affettiva nelle scuole, Truly Naked potrebbe essere un buon supporto alle lezioni, dato che dei temi è chiaramente quello di insegnare ai ragazzi esposti alla pornografia fin da giovanissimi a relazionarsi al sesso e alle ragazze.

Rose: voleva i pantaloni

Film da festival in purezza, Rose. Nel senso che è uno di quei film nati attraverso i festival, per i festival e che dei festival faranno il giro, rimanendo però sconosciuti alla stragrande maggioranza degli spettatori. Ed è una sorta di versione art house, da festival, appunto, di Boys Don’t Cry. Già, perché la storia è quella di una donna che si fa passare da uomo. Non siamo nel Nebraska rurale degli anni Novanta, ma in qualche luogo imprecisato di lingua tedesca nei primi anni del secolo XVII. In un villaggio arriva uno straniero misterioso dal volto in parte sfigurato con in mano i documenti che attestano sia l’erede di una fattoria andata nel tempo in rovina. Lo sconosciuto, che è per l’appunto in realtà una sconosciuta, la Rose di Sandra Hüller (premio?), la rimette in sesto e in attività, poi per ragioni opportunistiche accetta di prendere in matrimonio la figlia di un altro proprietario di terre. E lì dovrebbero iniziare i problemi, direte voi, ma in realtà iniziano dopo.


Bianco e nero raffinatissimo, ritmo dilatato (pure troppo), una trama che pur non trascinante riesce a intrigare (soprattutto dal matrimonio in avanti), Rose è una sorta di fiaba nera contro (ancora una volta) il patriarcato: perché Rose è una brava imprenditrice, benvoluta dalla comunità, che produce benessere, insegna alle persone a leggere e scrivere, accetta anche un bambino ovviamente non suo, ma quando si scopre che è una donna in cerca della libertà che solo indossare dei pantaloni può garantirle, non ci sono successi o denari che tengano. Tutto giusto, ma forse le cose si potevano dire in maniera un po’ più accessibile per tutti, e soprattutto c’è nella forma e nei temi il sospetto di un po’ di opportunismo. Il regista è infatti quel Markus Schleinzer che nel 2011, andando di moda quel cinema lì, aveva fatto l'orribile Michael, un film alla Haneke che si ispirava alla vicenda di cronaca di Natascha Kampusch. Oggi va di moda il femminismo, ed eccolo rispuntare fuori: sarà un caso?



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domenica 15 febbraio 2026

I migliori film in streaming di Bill Skarsgård, protagonista de Il filo del ricatto - Dead Man's Wire

La collaborazione con un autore importante quale è Gus Van Sant nell'imminente Il filo del ricatto - Dead Man’s Wire, apporta un fiore all’occhiello artistico alla carriera di Bill Skarsgård. Il fratello di Alexander e figlio di Stellan è diventato in questi ultimi anni un’icona del cinema horror e action grazie a una serie di successo di pubblico e critica, molti dei quali potete trovare qui sotto nei cinque film in streaming che abbiamo a lui dedicato. Buona lettura.

Cinque film in streaming interpretati da Bill Skarsgård, protagonista di Il filo del ricatto - Dead Man’s Wire

  • IT
  • Barbarian
  • John Wick 4
  • Boy Kills World
  • Nosferatu

IT (2017)

Andy Muschietti realizza un primo episodio della saga di IT mantenendo intatte le direttive emotive del capolavoro di Stephen King pur spostando l’azione dei bambini negli anni ‘80. Il risultato è un film emozionante, “analogico” per quanto possibile, che spaventa e insieme intenerisce. Nel cast di giovani attori tutti in parte si distingue una bravissima Sophia Lillis. Grandioso successo di pubblico, e strameritato. Bill nel ruolo di Pennywise il clown malefico diventa immediatamente una leggenda dell’horror contemporaneo. E non fa rimpiangere Tim Curry. FIlm che merita di essere annoverato tra i grandi horror della storia del cinema. Disponibile su Rakuten TV, CHILI, Google Play, Apple Itunes, Netflix, TIMVision, Amazon Prime Video, NOW.

Barbarian (2022)

Prima dell’enorme successo di Weapons, Zach Cregger aveva diretto questo altro horror che aveva fatto molto parlare di sé, ottenendo anche un più che discreto risultato al botteghino americano. Barbarian vede Skarsgård insieme a un gruppo di attori piuttosto affiatati in cui troviamo anche Kate Bosworth e il sempre efficace caratterista Richard Brake. Ci si diverte se siete appassionati del genere, qualche sorpresa è azzeccata e i jump-scar garantiscono il giusto livello di tensione. Non siamo ai livelli di Weapons ma tutto sommato funziona bene. E Bill si diverte come sempre un mondo a esplorare il genere. Disponibile su Rakuten TV, Google Play, Apple Itunes, TIMVision, Amazon Prime Video.

John Wick 4 (2023)

Capitolo finale (per il momento?) delle avventure sparatutto del killer interpretato da Keanu Reeves. Skarsgård vi partecipa come antagonista impazzito, istrionico e cattivissimo. John Wick 4 continua la stilizzazione visiva dei precedenti anche se non ottiene gli stessi risultati, soprattutto del bellissimo secondo episodio. Nel complesso però rimane un action folgorante, pieno di ottime trovate di regia e con personaggi interessanti. Per il cast e il regista un altro enorme consenso al botteghino, segno che la formula continua ad essere amata e soprattutto il suo eroe continua la propria popolarità. Disponibile su Google Play, Apple Itunes, Netflix, TIMVision, Amazon Prime Video, NOW.

Boy Kills World (2024)

Strampalato action movie violentissimo e iperbolico in cui Skarsgård interpreta un ragazzo muto che vuole vendicarsi della famiglia di dittatori che ha distrutto la sua. Boy Kills World vede partecipare a questo progetto originale e soavemente superficiale un cast che comprende Jessica Rothe, Famke Janssen e Michelle Dockery. Skarsgard ci mette una presenza scenica non scontata, che gli garantisce momenti di cinema brioso. Nel complesso un prodotto scanzonato che si guarda con strano interesse. Il tripudio di azione finale è a suo modo molto efficace. Disponibile su Google Play, Apple Itunes, TIMVision, Amazon Prime Video.

Nosferatu (2024)

Robert Eggers mette in scena alla sua versione di Nosferatu con un’attenzione alla visione davvero notevole. A livello estetico questo film è davvero imponente, in particolar modo la fotografia e i costumi sono impressionanti. Peccato che il regista, come troppo spesso gli capita, si sia “dimenticato” di dirigere gli attori, lasciati liberi di impazzare istrionici e irritanti. Ecco allora che Aaron Taylor-Johnson ci fa la figura migliore e Skarsgård ultra-truccato da vampiro malefico si impone con la sua figura minacciosa e prepotente. In fin dei conti un film bellissimo da vedere, raffinato nella messa in scena e ancora una volta di enorme appeal presso il pubblico. Ennesima conferma che Bill e l’horror sono felicemente sposati…Disponibile su CHILI, Google Play, Apple Itunes, Amazon Prime Video, NOW.



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Alla Berlinale anche il cinema racconta la ricerca (con poche speranze) di redenzione

La Berlinale giunge a metà percorso e sembra attirare l’attenzione più per le polemiche sulle dichiarazioni ormai lontane nei giorni di Wenders e di altri, relative al ruolo di sentinelle politiche dei registi nelle grandi manifestazioni internazionali, non solo nei film che realizzano. Se parliamo di qualità media dei lavori presentati non c’è molto da rallegrarsi, per la seconda edizione del Festival di Berlino diretto da Tricia Tuttle. Nelle ultime ore, in concorso, due titoli molto diversi, per provenienza geografica e tematica, si avventurano entrambe nel tema di una impossibile redenzione. In un caso collettiva, in un altro personale, e neanche troppo auspicata.

Non sono due film indimenticabili o che sconvolgeranno le categorie dell’annata cinematografica, ma specialmente il turco Salvation potrebbe far parlare di sé, anche perché mette in risalto di un mondo impazzito e senza salvezza, per l’appunto, e lo fa con l’andamento spietato di una parabola biblica. Lo stesso volto del suo protagonista, come degli altri personaggi, ha un’arcaica severità che bel sintetizza questa storia, raccontata da Ermin Alper senza alcuna concessione di alleggerimento, con gravità estrema e toni urlati epici.

Eppure siamo in un piccolo villaggio di case poco più che baracche in un’area remota delle montagne turche, dove il ritorno di un clan esiliato scatena di nuovo una faida terriera che dura da decenni. Mentre riemergono risentimenti sopiti, Mesut, fratello del capo locale, è tormentato da visioni apocalittiche e violente. Li prende per avvertimenti divini, di un Dio figlio del vecchio testamento, come il sapore di tutta questa parabola tragica. Visioni che lo spingono a sfidare la leadership del fratello fino al punto estremo, elaborando un ritratto di come la violenza in una piccola comunità si forma ed esplode definitiva. Un viaggio nelle radici del male che si diffonde di casa in casa, alimentato da convinzioni religiose dogmatiche che non prevedono l’ascolto dell’altro, ma solo la predicazione di certezze assolute, mentre le lotte di potere e di primeggiare dal punto di vista economico si mimetizzano di motivazioni più nobili.

Il titolo internazionale, Salvation, ci pone di fronte all’interrogativo ultimo del film, ma il tono di questi conflitti, rappresentati con rigore ma una certo manicheismo che ne alimenta la prevedibilità e ne attenua la portata universale, lascia poco da sperare, se non prepararsi alla tragedia. O al massimo sperare nelle giovani generazioni. Insomma, lo spunto viene da una vicenda reale e remota avvenuta in Turchia qualche decenni fa, ma è evidente di come si voglia parlare, in effetti, di un mondo che ha perso il dono dell’ascolto e della ricerca del compromesso.

Un curioso thriller proveniente invece dal Belgio fiammingo, Dust, diretto da Anke Biondé, ci porta in un contesto completamente diverso rispetto al precedente, anche se più o meno l’ambientazione è coeva. Tanto in Turchia trionfava la polvere e il sole, quanto qui sono la pioggia e il fango a sommergere le 24 ore di vita di due uomini d’affari e soci, alle prese con incontri serrati, cocktail e viaggi in aerei privati. Gli imprenditori belgi Luc e Geert vengono a sapere che la struttura di società di comodo intrecciate negli anni con abilità, ma oltre la correttezza per gli investitori e soprattutto le regole fiscali, sta per essere smascherata da un giornalista d’inchiesta.

Siamo nel 1999. I due convocano una riunione d'emergenza del consiglio di amministrazione. Le prove devono essere distrutte, perché sanno bene che la polizia busserà nello spazio di poche ore alla loro porta. Dopo una riunione conclusiva e drammatica, i due prendono strade diverse, vivono in modo personale il loro ultimo giorno da imprenditori stimati, ma soprattutto da uomini liberi. Cosa li aspetterà fra poco, una redenzione o la tragedia personale, un futuro in frantumi per le scelte con cui hanno condotto in passato lo sfruttamento economico in ampia scala del loro software per il riconoscimento vocale e la trascrizione del parlato? Già, proprio uno degli ambiti più efficaci della recente rivoluzione dell’Intelligenza artificiale.

Tornando ai nostri due, Luc, occhiale da nerd e carattere schivo, insomma il genio tecnico, si ritira nella sua villa, dove la moglie sembra aver sempre saputo cosa succedeva dietro l’apparente trionfo. Si agita, ma non riesce a contattare Geert, interpretato dall’eccellente Arieh Worthalter, visto ne Il caso Goldman di Cedric Kahn. Luc diventa sempre più inquieto, mentre Geert, il carismatico venditore, si rifugia tra le braccia dell’autista ed amante nella sua villa simile a un bunker. Uno dei due potrebbe tradire l’altro, mentre una pioggia si trasforma in tempesta e i due si immergono ancora di più in un fango non solo metaforico. Avranno per una volta la forza di prendere atto delle loro azioni, di risponderne? Una parabola in chiave noir, con pochi dialoghi e azione, tutto raccontato con tempi dilatati, sulla responsabilità e in fondo, quanto paradossalmente, sull’amicizia.

Se il mondo non lancia segnali così confortanti, a parte il panem e circenses delle emozioni olimpiche invernali, anche dalla Berlinale pochi margini di salvezza. O di cinema memorabile, che è quello che ci interessa maggiormente da queste parti.



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Avengers: Secret Wars, Chris Hemsworth vuole che Thor e Tempesta facciano squadra

Chris Hemsworth e Halle Berry hanno già condiviso il set, ma l'attore spera che il suo Thor e Tempesta possano collaborare in Avengers: Secret Wars.

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Kristen Stewart e la storia del cinema in rovina che ha acquistato a Los Angeles

Kristen Stewart non è soltanto un’attrice conosciuta a livello mondiale che negli ultimi anni ha deciso di coltivare anche il ramo della regia, ma è anche interessata alla salvaguardia della struttura fisica del cinema. Di recente, infatti, ha raccontato di aver acquistato una vecchia struttura cinematografica che aveva bisogno di essere rimessa in sesto.

Kristen Stewart ha acquistato un vecchio cinema di Los Angeles: ecco cos’ha in mente

Ai microfoni di Architectural Digest, Kristen Stewart ha raccontato di aver “salvato” un cinema fatiscente. Il suo obiettivo è proporre come nuovo l’Highland Theatre del quartiere Highland Park di Los Angeles, che ha chiuso i battenti il 29 febbraio 2024, poco prima di compiere cent’anni. Cinema degli Anni ’20 progettato dall’architetto Lewis Arthur Smith, ha inaugurato la prima serata di proiezioni con Lady of the Night il 2 marzo 1925, ma dopo quasi cent’anni ha dovuto chiudere i battenti. “Sono sempre stata affascinata dai vecchi cinema fatiscenti. Voglio sempre scoprire quali misteri nascondono”, ha rivelato, per poi aggiungere: “Non mi sono resa conto che stavo cercando un cinema finché non ho notato questo posto. Poi è stato come uno sparo e la corsa è iniziata. Mi ci sono fiondata con tutte le mie forze”.

Il progetto di restauro ai suoi occhi è “un’opportunità per creare uno spazio in cui riunirsi, progettare e sognare insieme. Vogliamo che sia uno spazio per le famiglie, qualcosa per la comunità. Non è solo per pretenziosi cinefili di Hollywood. Lo vedo come un antidoto a tutte le sciocchezze aziendali, un luogo che distoglie la cultura cinematografica dal semplice acquisto e vendita. Credo che ci sia un enorme desiderio e una grande brama per ciò che questo tipo di spazio può offrire”. A detta dell’attrice, questo cinema ha “così tanti bei dettagli che necessitano di essere restaurati. Credo che ci sia un modo per riportare in vita l’edificio, in un modo che abbracci la sua storia ma che porti anche qualcosa di nuovo al quartiere e all’intera comunità cinematografica di Los Angeles”.



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Dispacci dalla Berlinale 2026: the horror, the horror

Le locandine più belle e divertenti che si vedono esposte all'interno dello European Film Market di Berlino, al suo esterno, e che vengono pubblicate sulle pagine dei cosiddetti trade - ovvero le riviste che si rivolgono principalmente a chi lavora nel cinema, riviste come Variety, Screen e The Hollywood Reporter, che durante i festival che ospitano anche un mercato pubblicano dei daily - sono sempre quelle di film horror il più delle volte improbabili: parlano di zombie sovietici, api assassine, serial killer satanisti amanti del metal che uccidono al momento dell'orgasmo.
L'horror, anche quello più serio e meno triviale, storicamente trova raramente spazio all'interno del programma dei grandi festival, ma da qualche anno a questa parte si sono aperti degli spiragli interessanti, e anche questa "Berlinale" ha voluto segnalare la sua apertura mentale al riguardo.
Di horror infatti in poche ore se ne sono visti tre, due dei quali (quelli decisamente meno meritevoli) perfino nel concorso principale.

Sleep No more: l'horror indonesiano

Gli appassionati del genere, ma anche di cinema orientale, o magari quelli che frequentano il Far East sanno bene che negli ultimi anni è cresciuta molto la percentuale di horror provenienti dall'Indonesia. Ecco allora che perfino Edwin, considerato il più importante regista del suo paese (vince facile, ma vabbè), uno che finora ha fatto un cinema d'autore magari piuttosto impuro, ma che ha comunque vinto un festival cinefilo come Locarno ed è stato in precedenza in concorso proprio qui a Berlino, ha girato un horror. Uno di quelli che a prima vista, tutto sommato, si sarebbero potuti vedere anche al citato FEFF, ma che comunque sotto sotto rivelano un po' più di pensiero cinematografico.
La storia di Sleep No More, che è il titolo del film di Edwin, è quella di una ragazza di nome Putri che, dopo la morte della mamma (apparente suicidio sul posto di lavoro), prende il suo posto nella fabbrica dove lavorava per saldare i debiti che ha sul groppone, e che non si capisce bene cosa produca: se parrucche, manichini o protesi artificiali, o forse tutte e tre queste cose insieme. La fabbrica è gestita da una donna (interpretata da un uomo) che è una sorta di madre-padrona dei suoi operai, che blandisce con toni affettuosi e familiari ma che in realtà sfrutta inesorabilmente, usando il loro bisogno per spingerli a sottoporsi spontaneamente a straordinari lunghissimi e perfino a giornate senza sonno. A questo aggiungete che la fabbrica è infestata da un demone che ha l'aspetto di una gigantesca matassa di lunghi capelli neri e che sfrutta la stanchezza degli operai e delle operaie per possederne e straziarne i corpi; che Putri, assieme alla sorella Ida, vuole scoprire la verità sulla morte della mamma e che con loro c'è anche un fratellastro trovato in un cassonetto che ha la capacità di rigenerare le parti del corpo che gli vengono amputate, come l'axolotl.


Sleep No More - presentato fuori concorso in Berlinale Special - è un film anarchico, che a tutto quanto fa horror nel suo paese associa spesso un tono scanzonato e un po' cialtrone che fa, va ammesso, molta simpatia. Il tutto è anche, e volutamente, molto naif, forse troppo, ma bisogna ammettere che Edwin sa usare bene la macchina da presa, il montaggio e la lingua del cinema in generale, e che non lascia mai che il tema di critica sociale, ovvio ma sottostante, divori lo spettacolo e l'intrattenimento.

Nightborn: l'horror col Grande Tema

Tutto il contrario purtroppo avviene con Nightborn, opera seconda della regista finlandese Hanna Bergholm, quella che nel 2022 aveva esordito con Hatching: film che all'epoca pare non mi fosse dispiaciuto ma che oggi, a memoria, ricordo meno bello di allora.
Tutto il contrario, si diceva, perché Nightborn è tutto sul tema, e il tema è, tanto per cambiare, la maternità e i suoi traumi: nel caso specifico rifiutare un figlio che ti ha devastato il corpo e la psiche al momento del parto e che continua a devastarti con l'allattamento, i pianti, le richieste. Rifiutarlo tanto da vedere in lui un mostro, che forse è davvero, perché in qualche modo è la natura che funziona così. Il tutto si svolge in una casa di campagna finlandese circondata da un bosco lussureggiante e bellissimo che la protagonista Saga ama molto, e che pare voler continuamente invadere la casa, per lo sconcerto di papà John. Questo personaggio - maschile, e quindi come spesso accade ottuso, arrogante e inutile, e in fin dei conti perfino sacrificabile secondo la regista - è interpretato da Rupert Grint, che per me non è quello di Harry Potter ma quello di Servant; ma non è solo per quello però che ho avuto l'impressione che Bergholm abbia cercato di rubare, goffamente, molte delle atmosfere di quella serie bellissima. Ma se Servant era elegante, Nightborn è inutilmente patinato; se Servant era inquietante e misterioso e divertente, Nightborn è banale, sottolineato e ridicolo (spesso in maniera del tutto involontaria). Un film dalle ambizioni eccessive per le capacità della regista, che soprattutto è schiacciato dalla voglia di portare avanti una tesi che forse è femminista ma forse nemmeno troppo.
La Berlinale sul suo sito mette dei tag per ogni film: questo riporta #beyondthisworld, #lovestories, #familyiscomplicated (!) e l'immancabile #fiercewoman, che oggi pare faccia andare in concorso in automatico. Ma non era meglio Edwin?

Rosebush Pruning: non un film dell'orrore ma un orrore di film.

Ho barato, lo ammetto. Perché il terzo film horror di cui vado a parlare non è un vero horror: non è un film dell'orrore ma un orrore di film. Rosebush Pruning del brasiliano Karim Aïnouz, ovvero I pugni in tasca di Marco Bellocchio (giuro, lo dicono loro) rifatto con un'estetica da spot pubblicitario (e infatti i protagonisti, tutti insopportabili, parlano solo di marchi di moda), tanto sperma (e un po' di sangue), e con una sceneggiatura firmata dall'Efthimis Filippou storico collaboratore di Lanthimos (il che è garanzia di tardivi épater les bourgeois a botte di perversioni, sadismi e fighetterie che al confronto Saltbun sembra girato dai boy scout). Viene presentato come "una scandalosa satira contemporanea sull'assurdità della famiglia patriarcale tradizionale", ma è un film furbetto ed estetizzante che strizza l'occhio ammiccando di continuo con provocazioni tutte di superficie invece di proporre davvero qualcosa capace di essere disturbante e di mettere alla berlina una qualunque forma di status quo.


Ci sono quattro fratelli: Edward (Callum Turner), che è il narratore della storia; Jack (Jamie Bell), il maggiore, che è l'unico che un po' si salva a dispetto del feticcio per il sangue mestruale, e che infatti vorrebbe uscire da quella gabbia di matti che è la sua famiglia; Robert (Lukas Gage), che è omosessuale e disperatamente innamorato di Jack; e Anna (Riley Keough), l'unica femmina, capricciosa e volubile e gelosa come solo le peggiori e misogine rappresentazioni delle donne possono essere, e che forse vorrebbe pure lei farsi il fratello. Sono ricchi, annoiati, vivono isolati in una villa in Spagna col padre-padrone cieco (Tracy Letts). La mamma (Pamela Anderson) è morta, o forse no. Jack è fidanzato con Martha (una Elle Fanning piena di lentiggini - vere - che le donano tantissimo) e vorrebbe andare a vivere con lei. Quando Ed scopre le perversioni del padre sopportate troppo a lungo da Jack, decide di aiutare il fratello elaborando un piano per far ammazzare a vicenda tutti gli altri.
Tu che guardi il film vorresti morire molto prima di loro. Se non fosse tutto così demenziale (questa volta non in senso buono) ci sarebbe quasi da gridare allo scandalo: non per le finte provocazioni sullo schermo, ma per lo scempio del cinema e del nostro tempo.



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