domenica 14 giugno 2026

Pinocchio, il regista Enzo D'Alò al bicentenario di Carlo Collodi festeggiato a Pesaro, la nostra intervista

Per il bicentenario della nascita di Carlo Collodi, domenica 14 giugno il Pesaro Film Festival Circus coinvolgerà grandi e piccini in una serata dedicata alla figura di Pinocchio. È l'occasione per guardare Pinocchio e Un burattino chiamato Pinocchio, cortometraggi di Gianluigi Toccafondo e Roberto Catani, e soprattutto il lungometraggio Pinocchio (2012) di Enzo D’Alò, con le immagini di Lorenzo Mattotti e le musiche di Lucio Dalla. A quattordici anni di distanza dal completamento del film, siamo tornati a parlarne in quest'intervista col regista, attualmente fresco di un altro omaggio (questa volta in forma letteraria) a un autore italiano amatissimo.

Pinocchio, un mito eterno... e interpretabile, secondo Enzo D'Alò

Il Pinocchio di Enzo D'Alò ottenne la nomination ufficiale come Miglior Film d’Animazione agli European Film Awards 2013, nonché quella come Miglior Film d’Animazione al Festival internazionale del film d’animazione di Annecy 2013. Fu presentato in anteprima mondiale alle Giornate degli Autori 2012 a Venezia, risultando poi una delle opere più acclamate al Busan International Film Festival 2012, in una proiezione con 4.500 spettatori (!!!), evento che ricordiamo con D'Alò proprio qui in basso.

Quando avviarsti il tuo Pinocchio, ti ponesti la domanda "Perché realizzare un'altra trasposizione di Pinocchio?" E soprattutto, quale risposta ti sei dato?

Pinocchio è un libro particolare, da qualunque parte lo si prenda si trova un nuovo punto di vista, è una storia che sorprendentemente si scorpora facilmente dall'epoca in cui è stata scritta. Se ricordiamo che Pinocchio è stato scritto 150 anni fa, pensiamo a un'epoca abbastanza conservatrice come costumi, come moralità. Una serie di passaggi del libro sono completamente fuori della logica di un bambino che lo leggesse oggi. Basti pensare a come finiva originariamente la storia, con Pinocchio impiccato e con scritto "Così finiscono i bambini che non obbediscono ai genitori". Solamente la protesta vibrante dei genitori e dei lettori del giornalino su cui usciva a puntate fece sì che l'editore dovesse insistere con Collodi per fargli continuare la storia. Per portare Pinocchio alle esigenze di oggi, ho provato a immaginarmi il rapporto tra padre e figlio. Geppetto e Pinocchio sono gli unici due personaggi che crescono all'interno della storia: si riavvicinano, perché Geppetto costruisce un burattino, ma non è un figlio, vuole potergli dire tutto quello che deve fare, e invece scopre che Pinocchio ha un suo carattere indipendente, ribelle. Quell'aggiunta che ho fatto all'inizio del film, il Geppetto bambino che gioca con l'aquilone, racconta che Geppetto si è dimenticato come sia essere bambini, succede a tanti genitori. Quando il genitore chiede al figlio di fare certe cose, dimentica spesso che quelle disobbedienze che vedono nel figlio le ha percorse prima di suo figlio. Questi due personaggi devono in qualche modo costruirsi un percorso, un viaggio di formazione, in modo da potersi reincontrare cambiati, diversi. Paul Auster, un autore che io amo molto, dice una frase che mi è servita per costruire questa drammaturgia: un papà si sente veramente padre non quando regala cose a suo figlio, ma quando suo figlio un giorno lo ricambia e fa qualcosa per lui. Il gesto di Pinocchio è proprio il salvataggio dal Mostro Marino, si carica sulle spalle Geppetto che non sa nuotare, per poterlo portare fino a riva. E sul Pinocchio bugiardo poi... già nel libro, e nel mio film lo accentuo, Pinocchio è dentro un mondo di adulti bugiardi: tutti gli dicono bugie, il Gatto e la Volpe, Mangiafuoco, il Grillo Parlante, ma l'unico che viene scoperto è lui: questo racconta proprio l'ingenuità di un bambino, non tanto la malizia del bugiardo.

Tra l'altro nel tuo film non è che si respiri una certa didattica dal sapore punitivo di Collodi, come dicevi. Tu sei anche un po' complice dell'anarchia infantile di Pinocchio. Nel finale Collodi mette in scena uno sdoppiamento. Il Pinocchio ormai bambino vede il burattino senza vita e dice tipo "Com'ero buffo quando ero burattino." Invece tu il burattino glielo fai... portare dentro, in un certo senso.

Riproduco proprio la stessa scena iniziale del film, in cui il Pinocchio burattino scappa di casa. Non è che il Pinocchio adesso è di carne ed ossa e non più di legno, la differenza è che Geppetto ride insieme a lui e corre insieme a lui. Proprio perché il carattere di Pinocchio, l'anarchia di Pinocchio, è la differenza tra l'impostazione della scrittura di Collodi e il mio Pinocchio. Secondo me non l'ho tradito perché ho portato semplicemente 150 anni più avanti il suo discorso. Poi Collodi come persona non era fatto un bacchettone, era proprio il contrario, faceva di tutto e di più. Penso che questa scrittura gli fosse dettata proprio da un'esigenza di essere pedagogico, forse per dettami editoriali, per cercare di insegnare qualcosa ai bambini dell'epoca.

Tu avesti due collaboratori principali quando realizzasti questo film, uno dei due dal punto di vista visivo è quel genio secondo me di Lorenzo Mattotti che collaborò con te per il production design. Tra l'altro lui successivamente è diventato a sua volta regista di animazione, lo sentisti già propositivo sul piano narrativo?

In realtà lo conoscevo proprio come artista, non come persona, avevo molto amato il suo libro di Pinocchio, anche se quando poi gli chiesi di collaborare e di venire a lavorare sul progetto del film, gli chiesi di ridurre i toni del suo tratto un po' tenebrosi e di darmi un Pinocchio più solare, anche perché in un film il racconto ha bisogno di momenti solari, in modo che poi quando vogliamo far piombare il pubblico nelle tenebre ci riusciamo. Con Lorenzo lavorammo molto sulle location della Toscana (ho studiato anche la vita di Collodi, i luoghi che lui frequentava, siamo partiti dalla zona della costa tra Livorno e Castiglioncello). C'è un grosso lavoro che ha fatto soprattutto Lorenzo sulla pittura rinascimentale, e riferimenti molto visibili a un grande autore come David Hockney. Per tutta la parte dell'Isola dei Balocchi utilizzammo le atmosfere di Piranesi, per la parte sotterranea.

Secondo te, cosa vide Lucio Dalla nel tuo progetto?

Lucio si sentiva molto a Pinocchio. Era un grande amante dell'arte, conosceva bene Mattotti, conosceva i miei film, fu affascinato dal progetto, gli piacque molto. A un certo punto gli dicemmo: Lucio, ci piacerebbe che tu interpretassi il Pescatore Verde. E lui mi fa: guarda, se non me l'aveste chiesto voi, ve l'avrei chiesto io! E infatti si mise lì e cantò quella canzone. Il Pescatore Verde stranamente è un personaggio che non viene raccontato nei film su Pinocchio. Si dà molto spazio ad altre cose, o si cambia molto. La Fatina ad esempio: in conferenza stampa mi fu chiesto da qualcuno perché avessi fatto la Fatina bambina e io risposi: c'è scritto nel libro, bambina con capelli turchini. Ma ci sono tanti altri elementi trasformati in altri film. Il Grillo Parlante è stato anche stravolto in Disney, è diventato un personaggio importante mentre nel libro, come tu sai bene, dura un capitolo!

Siccome questi film di animazione sono realizzati spesso con una troupe internazionale, il fatto di trattare Pinocchio, che è un soggetto internazionale, ti ha semplificato le cose per comunicare con tutti?

Sì, perché la storia è riconosciuta. Anzi, devo dire che quando abbiamo presentato Pinocchio a Busan, in Corea del Sud, è stato un momento bellissimo: c'era una platea di 4.500 persone. Mai visto prima tanta gente, un schermo incredibile, un audio eccezionale. Alla fine del film sono venuti a ringraziarmi perché avevano capito che avevano scoperto Pinocchio. Disney ha creato un film fuorviante, alla fine il film arriva prima del libro, come spesso accade. E poi quando leggi il libro magari al contrario ti sembra quello il tradimento. Il Pinocchio di Disney ha conquistato il mondo. Ma ha raccontato una storia italiana ambientandola nel Sud Tirolo... e via dicendo. Ha fatto un bellissimo film, dal punto di vista professionale. Peccato che s'intitoli "Pinocchio"! È stato difficile anche riproporre a livelli cinematografici una storia che tutti pensavano fosse quella di Disney, mentre invece è una storia italiana, quindi di colori italiani, di situazioni italiane.

Ci sono state nel tempo, dopo il tuo film, altre versioni cinematografiche di Pinocchio, anche non in animazione, persino dal vero. Ti sono piaciute?

Sono tutte versioni molto professionali, la stessa evoluzione degli effetti speciali fa sì che il confine tra animazione e reale sia sempre più controllabile. Sicuramente la versione di Garrone è interessante, sicuramente quella di Del Toro è interessante, anche se è un Pinocchio... strumentale. Se devo dire, forse dei Pinocchi strumentali quello di Spielberg mi è piaciuto di più, perché lega Pinocchio al concetto di Intelligenza Artificiale, con questo senso di solitudine bellissimo.

Adesso mi hai fatto pensare con queste parole anche al lavoro che fece Osamu Tezuka con Astro Boy, che in fondo era già quello, c'era l'idea del robot / Pinocchio.

Esatto, vedi che però torniamo al discorso iniziale, alla tua domanda iniziale. Non a caso credo che sia il libro più letto al mondo dopo la Bibbia. Io penso che sia veramente importante dare al pubblico la possibilità di immedesimarsi. Ecco, Pinocchio forse è un libro che ti fa partecipare, anche se lo odi. È quasi un materiale staminale, non so come dire. Può essere modificato da punti di vista meno conosciuti e quindi originali.

Quali sono le tue attività al momento? So che ti sei anche trasferito in zona parola scritta.

Io e Giacomo Scarpelli abbiano scritto "Oceani di carta". La storia della vita di Emilio Salgari mi ha sempre appassionato da bambino, mio padre mi passava i suoi libri. Quando sono cresciuto, ho studiato. Salgari si documentava e poi scriveva storie di grande fascino. E colpiva sia me sia Giacomo Scarpelli questa importanza data al lavoro di immaginazione. Posso visitare la Cina e scrivere un reportage al ritorno. Oppure non visito la Cina e la racconto come me la vedo. L'immaginario l'avevo già affrontato in Opopomoz, dove un bambino napoletano entrava nel presepe di casa. Ma quel presepe è appunto napoletano. È come vedevano la Palestina i Napoletani nel Seicento! Salgari faceva un po' la stessa cosa. Leggeva, si documentava moltissimo, poi iniziava a scrivere e raccontava storie. Ha sempre difeso gli oppressi, era sempre contro il colonialismo, contro le occupazioni. Infatti tutti i suoi nemici sono in genere dittatori o persone messe là dal potere, per gestire e governare contro i poveri lasciati sempre più a sé stessi. Anche i pirati in fondo lui li vede, non come probabilmente erano, assassini e violentatori, ma come gentiluomini, che per difendere il popolo e per vendicare i torti subiti scendevano in guerra. Questo gioco ci ha fatto costruire una specie di una storia d'amore, che regge anche senza nominare Emilio Salgari. Siamo partiti dall'unica intervista che Salgari rilasciò a un giornalista che veniva da Napoli, quasi alla fine della sua vita. Un'intervista desiderata, perché di fatto era l'unica, ma non perché Salgari avesse la spocchia: nessun giornalista gliel'aveva mai chiesta! Si scopriva che la vita di Salgari non era quella del capitano di lungo corso, ma quella di un uomo povero che cerca di mantenere la famiglia, sommerso da debiti. Ma la sua immaginazione supera la realtà. È quello che volevamo raccontare: la bellissima capacità di poter immaginarsi storie, vivendo vite che non hai mai vissuto.



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sabato 13 giugno 2026

Russell Crowe al Taormina Film Festival 2026: la sindrome dell'impostore agli Oscar, i ruoli faticosi, gli stunt, i cattivi

Se potesse cambiare il destino di uno dei suoi personaggi, Russell Crowe sceglierebbe senza dubbio Massimo Decimo Meridio de Il Gladiatore, che salverebbe dalla morte e dai Campi Elisi. Se così facesse, andrebbe però a guastare un film che è entrato rapidamente e di diritto nel mito, soprattutto in Italia, dove l'attore ama spesso recarsi anche per una breve vacanza. Per questa ragione, Mr. Crowe non poteva certo dire no alla direttrice artistica del Taormina Film Festival Tiziana Rocca, che ha voluto rendergli omaggio con il Premio alla Carriera. Il riconoscimento è più che meritato, perché la filmografia del buon Russell è immensa, e i generi che ha attraversato in circa 35 anni quasi infiniti.  Russell Crowe presenta a Taormina anche il suo nuovo film, un'action-comedy intitolata La Vendetta Perfetta - Bear Country e interpretata anche da Aaron Paul e da Nina Dobrev. In uscita con 01 Distribution il 28 agosto, verrà proiettata in anteprima nelle migliori arene estive dal 10 al 18 agosto ed è ambientata in una Los Angeles caotica e corrotta.

Prima della conferenza stampa d'ordinanza, Russell Crowe incontra il pubblico, che conquista immediatamente con la sua innata simpatia e la sua bella voce profondissima. Si parte ovviamente da Il Gladiatore e dalla vittoria inaspettata dell'Oscar per il miglior attore protagonista. Con la coda di cavallo e la barba bianca, e in tenuta sportiva, il John Nash di A Beautiful Mind sorride a chi è seduto nelle prime file e comincia il suo racconto: "Ne è passato di tempo dal Gladiatore! Abbiamo girato il film nel 1999 e per me è stato un po’ uno choc, perché niente di ciò che avevo fatto prima era così maestoso e imponente. Ricordo molto bene il mio primo giorno di lavoro. Accanto a me c'erano sei-settecento soldati romani e tre-quattrocento barbari. Era un set gigantesco e mi sono dovuto abituare piano piano. I premi, comunque, non hanno niente a che vedere con il lavoro che facciamo. Vai sul set e interpreti un personaggio, sei coperto di sangue e di fango, ti fa male tutto tutti i giorni, combatti con spade e asce, e devo riconoscere che essere colpito sulla faccia con un'ascia è un'esperienza formativa. Tutto ciò che fai quotidianamente è in funzione del ruolo che devi interpretare, e quindi ammetto di essere rimasto sorpreso dalla candidatura all'Oscar, e stare seduto in quel teatro, in preda alla sindrome dell'impostore e con l’idea di trovarmi in un contesto molto lontano da me, mi sembrava qualcosa di surreale. Poi hanno chiamato il mio nome e ho sentito la terra franare sotto i piedi. È stata un'esperienza incredibile, e adesso che sono decisamente più vecchio e ho interpretato tantissimi ruoli che, secondo la mia modesta opinione, sono altrettanto belli se non migliori, non avverto più quella tensione. Non è una sensazione scontata, così vado sul set e cerco di fare del mio meglio. Mi considero un uomo molto fortunato perché adoro il mio lavoro. Amo le conversazioni con il regista a proposito del ruolo che mi viene assegnato, le prove-costumi e gli oggetti di scena, e quando inizio a recitare, mi concentro unicamente sul personaggio senza preoccuparmi del mondo esterno, anche se mi fermo spesso a pensare a come reagirà il pubblico. Quando interpreto un ruolo, mi piace arricchirlo di piccoli frammenti di magia che solo gli spettatori più attenti sono in grado di cogliere: ad esempio un tremolio dell'occhio quando qualcuno offende il mio personaggio. Tutto questo mi piace e sono grato di avere la possibilità di farlo".

A porre la maggior parte delle domande a Russell Crowe sono i ragazzi della Giuria del Taormina Film Festival 2026 e si parla ancora del film di Ridley Scott, per la precisione di scene pericolose e di controfigure: "Dovete capire che all'epoca ero completamente matto. C'è soltanto una scena che non ho fatto: quella in cui, nella battaglia d'apertura, cadevo da cavallo. Ne ho girata una versione, ma poi è stata rifatta con una controfigura sopra una macchina, e la controfigura cadeva mentre "il cavallo" galoppava a 100 chilometri al'’ora, e se ben ricordate, in quella scena ho un taglio sul naso. Non mi sono tagliato io cadendo da cavallo ma è stata la controfigura quando è stata catapultata a terra, e quindi dovevo avere anche io la stessa ferita, ma in ogni altra scena e in ogni altro minuto de Il Gladiatore la persona che vedete sono io. Il fatto è che ero determinato a dare a Ridley il massimo. Avevo visto un film in cui c'era Arnold Schwarzenegger che pilotava un aereo. Prima lo riprendevano da vicino intento a pilotare e poi, nell'inquadratura successiva. appariva soltanto metà del suo corpo, e si capiva benissimo che non era lui. Non volevo che ci fosse niente di simile nel Gladiatore. Ripensandoci, avrei dovuto seguire i consigli di chi mi suggeriva di usare una controfigura nelle scene più pericolose, perché ormai, come sanno i più vecchi qui dentro, mi sono giocato tutti i tendini. È che mi sembrava che così il personaggio fosse più vero".

Se Il Gladiatore è stato fisicamente devastante per Russell Crowe, l'attore ha affrontato diverse altre sfide nell'arco della sua carriera: "A volte un film è mentalmente impegnativo, a volte lo è emotivamente e a volte tutte e tre le cose insieme. Film fisicamente impegnativi come Il Gladiatore e Cinderella Man hanno avuto certamente il loro grado di difficoltà, ma forse il film che in assoluto ho trovato più complicato da fare è stato A Beautiful Mind. Era molto insidioso ed emotivamente faticoso. Fisicamente parlando, anche Noah di Darren Aronofsky è stato stancante, prima di tutto perché ero più in là con l’età. Abbiamo girato per 36 giorni di seguito sotto la pioggia battente, e non una leggera pioggia reale, ma secchiate di pioggia finta che ti arrivano continuamente addosso, un po’ come nella tortura cinese. E che dire de L'Uomo d’Acciaio con quel costume che riuscivi a infilarti solo se eri super in forma? Una volta che lo indossavi, non potevi andare al bagno per almeno sei ore, perché ci volevano 3 persone e 30 minuti per togliertelo. Una follia! Quindi le sfide possono presentarsi in varie forme. Nemmeno girare Highlander è stato semplice. Il protagonista è Henry Cavill, mentre io interpreto Ramirez. Il film è fantastico. Lo ha diretto Chad Stahelski, a cui dobbiamo i vari film su John Wick. Vi piacerà moltissimo. Però io ho 62 anni, sono reduce da due settimane di scene di combattimento con la spada con Dave Bautista e sono distrutto".

Ogni risposta di Russell Crowe è seguita da un applauso scrosciante, e lattore parla della sua esperienza con Peter Weir in Master and Commander e della meraviglia di cantare e insieme recitare ne Les Misérables, in cui divideva il set con Hugh Jackman e Anne Hathaway. In quel film era la temibile guardia carceraria Javert, nemesi di Jean Valjean nonché uno dei rari villain interpretati dall'attore, che siamo abituati a vedere nei panni dell'eroe o comunque di personaggi positivi: "Da attore, desidero esplorare ogni aspetto della natura umana, e a volte mi capita di dover raccontare al pubblico la parte oscura di un individuo, e ammetto che a volte i personaggi malvagi hanno talmente tante sfumature che finiscono per attrarmi profondamente. Credo che tutto questo abbia molto a che vedere con l'essenza del male, che può davvero affascinare le persone. Molti qui avranno visto Norimberga. Quando studiavo il mio personaggio, mi domandavo spesso: perché le persone negli anni Trenta prendevano decisioni come quella di mettere Göring in una posizione di potere? Nel film mi interessava far vedere che quando si ha così tanta fiducia in sé stessi, si può essere molto persuasivi. Se vedete Norimberga ed entra in scena quel personaggio, sapete bene che è responsabile di tantissime cose brutte, ma mentre lo guardate, comincia a incuriosirvi e a volte perfino a piacervi. È una delle cose che non riusciamo a capire del male, e cioè che può essere carismatico. Guardate quello che sta succedendo nel mondo! Ci sono leader politici che si macchiano delle più disparate atrocità, eppure la gente li lascia fare per via del carisma che hanno. Quindi fate attenzione al carisma!".

A chi gli domanda qualche consiglio per diventare un bravo attore o comunque avere successo nel mondo del cinema, Russell Crowe raccomanda di mostrarsi collaborativo con i compagni di set e di prestare grande attenzione ai dettagli, mentre molto articolata e complessa è la sua opinione su pregi e difetti delle piattaforme streaming, che privano gli appassionati della settima arte del magnifico piacere dell'esperienza cinematografica: "La cosa positiva delle piattaforme streaming è che puoi trovare i film che ti interessano e vederli quando hai tempo e voglia, senza dover aspettare che arrivino al cinema. L'aspetto negativo, ma forse l'aggettivo negativo è troppo forte, è che ti privano dell'esperienza cinematografica, che per me è una cosa molto importante. Puoi guardare un film a casa tua, magari su uno schermo piuttosto grande, ma l'esperienza cinematografica, e cioè stare seduti tra persone che non necessariamente conosci e condividere con loro la visione di un film fa sì che venga sprigionata un'energia incredibile. Non possiamo lasciare che questo si perda, perché significa raccontare una storia a una comunità di persone. Quindi, quando vedete che al cinema danno un film che vi interessa, correte in sala, perché è questo che il regista ha sempre desiderato. Tornando allo streaming, sono stato contattato da Netflix un po’ di tempo fa. Volevano dirmi che, tra gli attori con cui non hanno mai lavorato, sono quello che ha avuto il più alto numero di film al primo posto sulla piattaforma. Continuano a comprare vecchi film, e infatti alcuni che ho girato in tempi non esattamente recenti, come The Next Three Days di Paul Haggis, sono schizzati in testa alle classifiche. A dodici anni dalla sua uscita, quel film ha avuto una seconda vita, perché chi non lo aveva visto ha finalmente recuperato, e forse succederà ancora, magari con Padri e figlie di Gabriele Muccino. Se non lo conoscete, dovete assolutamente vederlo. Vi spezzerà il cuore, è bellissimo. Grazie allo streaming, film che sono stati in sala pochi giorni o che non hanno avuto un’adeguata campagna pubblicitaria possono avere una nuova chance di popolarità. Alla fine, comunque, mi è toccato fare un film insieme a Netflix. Si intitola Unabomb e credo uscirà a settembre-ottobre".



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Da He-Man a Superman? Il regista di Masters of the Universe lancia un appello a James Gunn

Dopo Masters of the Universe, è in arrivo una nuova avventura nell’universo DC per Travis Knight? Il regista ci spera e i fan avrebbero già adocchiato il progetto perfetto da affidargli, qualora James Gunn accettasse di coinvolgerlo. He-Man è tornato al cinema anche grazie a Knight, che ha diretto il reboot di Masters of the Universe, disponibile in sala dal 4 giugno 2026 con un cast guidato da Nicholas Galitzine. E anche se quell’universo avrebbe ancora molto da raccontare, ad oggi non è stato ancora definito il suo destino né cosa ne sarà di Travis Knight, che nel frattempo si è detto aperto alla possibilità di interagire con altri supereroi in altri universi, come quello DC.

Dopo Masters of the Universe, il regista potrebbe puntare al DCU di James Gunn?

Chi vincerebbe tra Superman e He-Man? Una domanda interessante che ha prontamente scatenato il dibattito tra Travis Night e Nicholas Galitzine nel corso di una video-intervista di Wired. Galitzine, che del resto interpreta He-Man nel reboot, è convinto che in un ipotetico scontro l’avrebbe vinta il suo personaggio: “He-Man, è provato nei fumetti DC che batte Superman 1 contro 1”. A detta del regista, però, non è proprio così: “Superman ti spazzerebbe via dal pavimento”. A quel punto l’attore ha rilanciato: “Stai per caso cercando di ottenere un nuovo incarico?”. E Travis ha abboccato all’amo riferendosi direttamente al co-presidente dei DC Studios: “James Gunn, chiamami”.

A quel punto i fan sul web hanno prontamente stilato un elenco di progetti perfetti per Travis Knight: a detta di alcuni, potrebbe cimentarsi con il rilancio di Shazam, considerato che anche in Masters of the Universe ha dovuto integrare magia e poteri ai fini della trama. Altri fan invece sostengono che potrebbe essere proprio il regista di Masters of the Universe ad offrire una seconda possibilità a Black Adam, il cui adattamento cinematografico nel 2023 con Dwayne Johnson non ha sortito l’effetto sperato ed è stato poi archiviato con l’ingresso della nuova presidenza dei DC Studios. Altri ancora sostengono che sarebbe indicato anche per Teen Titans, progetto confermato già nell’universo DC ma attualmente non in cantiere. Al momento si tratta di ipotesi.



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Da Spider-Noir al Superman mai nato: i migliori (e i peggiori) eroi dei fumetti interpretati da Nicolas Cage

Nicolas Cage è uno degli attori più imprevedibili di Hollywood e, nel corso della sua carriera, si è cimentato praticamente con qualsiasi tipo di ruolo. È stato acclamato per le sue interpretazioni drammatiche, ha recitato in film d’azione diventati cult e ha regalato al pubblico momenti talmente eccentrici da trasformarsi in meme entrati per sempre nella cultura pop. Anche quando le sue scelte hanno diviso critica e pubblico, i migliori film di Nicolas Cage hanno sempre dimostrato la sua capacità di sorprendere.

Tra le tante passioni dell’attore c’è anche il mondo dei fumetti che, nel corso degli anni, gli ha permesso di interpretare alcuni personaggi iconici sul grande e sul piccolo schermo. L’ultimo è Spider-Noir, serie live-action in cui Cage riprende il ruolo già doppiato nei film animati dello Spider-Verse. Ma prima di arrivare qui, l’attore ha attraversato universi Marvel, DC e adattamenti manga, dando vita a personaggi molto diversi tra loro.

Ripercorriamo i suoi principali ruoli tratti dai fumetti.

Superman (The Flash, 2023)

Il peggior ruolo fumettistico di Nicolas Cage è probabilmente il suo brevissimo cameo come Superman in The Flash. L’idea era quella di omaggiare il leggendario e mai realizzato Superman Lives, il film che avrebbe dovuto vederlo nei panni dell’Uomo d’Acciaio negli anni Novanta. Sulla carta sembrava un regalo ai fan, ma il risultato finale è stato accolto da aspre critiche. La ricostruzione digitale dell’attore è apparsa fin troppo artificiale e il personaggio non ha alcun impatto reale sulla storia. È difficile non chiedersi cosa sarebbe potuto essere quel Superman se Cage avesse davvero avuto l’occasione di interpretarlo in un film tutto suo.

Dr. Tenma (Astro Boy, 2009)

L’adattamento cinematografico di Astro Boy del 2009 non riuscì a conquistare né il pubblico né la critica, nonostante la popolarità del personaggio originale. Nel film Cage presta la voce al dottor Tenma, lo scienziato che crea Astro Boy e che rappresenta una figura centrale nella sua storia. È un personaggio complesso, combattuto tra il rifiuto e l’accettazione della propria creazione, ma il film non riesce mai a sfruttarne davvero il potenziale. Per questo motivo, il ruolo finisce per sembrare un’occasione solo parzialmente sfruttata per un interprete del suo calibro.

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Big Daddy (Kick-Ass)

Tra le interpretazioni più amate dai fan, invece, c’è senza dubbio Big Daddy in Kick-Ass. Ex poliziotto trasformato in vigilante, il personaggio cresce la figlia Hit-Girl addestrandola a combattere il crimine con la stessa spietatezza. Cage costruisce una performance sopra le righe e irresistibile, ispirandosi apertamente al Batman interpretato da Adam West nella storica serie televisiva. Il risultato è uno dei personaggi più eccentrici e memorabili del film. L’unico vero difetto? Compare troppo poco.

Ghost Rider (2007)

Per anni, Ghost Rider è stato considerato uno dei capitoli meno riusciti della Marvel al cinema, ma il tempo ha portato molti fan a rivalutare la performance di Nicolas Cage. Nei panni di Johnny Blaze, stuntman che vende l’anima al diavolo e si trasforma nello Spirito della Vendetta, l’attore abbraccia completamente il lato più folle del personaggio. Alcune scelte interpretative sono decisamente bizzarre, ma proprio questa eccentricità rende il suo Ghost Rider unico e riconoscibile. Anche se né questo film né il sequel Ghost Rider- Spirito di vendetta (2012) gli hanno dato materiale all’altezza, il personaggio resta una delle sue interpretazioni fumettistiche più iconiche.

Spider-Man Noir (Spider-Man: Un nuovo universo, 2018)

Al primo posto della nostra lista non può che esserci Spider-Man Noir. Quando Spider-Man: Un nuovo universo introdusse le diverse varianti dell’Uomo Ragno, una delle più sorprendenti fu proprio quella proveniente da una realtà alternativa in bianco e nero ispirata ai noir degli anni Trenta. Cage prestò la voce a questo detective malinconico e misterioso, trasformando un semplice personaggio secondario in uno dei preferiti del pubblico. La sua interpretazione bilancia perfettamente il tono drammatico dei classici film noir e un umorismo asciutto e irresistibile. In un film già ricchissimo di idee e personaggi memorabili, Spider-Man Noir riesce comunque a rubare la scena ogni volta che appare.

Non sorprende quindi che il personaggio sia diventato così popolare da ottenere una serie live-action tutta sua. E non è finita qui: Cage tornerà a interpretarlo anche nell’atteso film animato Spider-Man: Beyond the Spider-Verse.



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venerdì 12 giugno 2026

Prima di Disclosure Day: tutti i film di Steven Spielberg sugli alieni (e come sono cambiati nel tempo)

Con l'arrivo al cinema dell'attesissimo Disclosure Day, il nuovo film che riporta Steven Spielberg a confrontarsi con il tema degli alieni, torna inevitabile una domanda: come ha raccontato, nel tempo, le forme di vita extraterrestre il regista che più di tutti ha definito l’immaginario fantascientifico del cinema moderno?

Spielberg ha sempre affrontato il tema in modi molto diversi. A volte gli alieni sono creature gentili e quasi magiche, altre volte diventano una minaccia capace di gettare il mondo nel caos. Del resto, la sua filmografia è tra le più varie di Hollywood: ha raccontato la guerra, l’Olocausto, i dinosauri, gli squali, i truffatori e molto altro ancora. Disclosure Day sembra però riportarlo proprio lì dove tutto è iniziato, o quasi: nel territorio più paranoico e inquieto del contatto extraterrestre, con Emily Blunt nei panni di una donna che vive un’esperienza inquietante e sembra “andare in tilt” e un uomo (Josh O'Connor) deciso a rivelare segreti sconvolgenti.

Si tratta del primo film sugli alieni firmato Spielberg dai tempi de La guerra dei mondi (2005), e già solo questo basta a riaccendere la curiosità su come il regista abbia evoluto la sua visione del tema. E proprio partendo da quest'ultima uscita, è interessante ripercorrere gli iconici esperimenti del passato, valutandoli però da un punto di vista diverso dal solito: la loro rivedibilità. Cioè, quanto sono riusciti a restare efficaci (o inquietanti) anche a distanza di anni.

A.I. Intelligenza Artificiale (2001)

A.I. Intelligenza Artificiale è forse uno dei film più disturbanti e malinconici del repertorio di Spielberg. La storia segue David, un bambino robot progettato per amare come un essere umano, che viene abbandonato dalla famiglia adottiva e intraprende un viaggio per diventare “reale”. È un film che mescola fantascienza ed emozione in modo profondamente tragico, e che lascia addosso una sensazione sempre più inquietante a ogni visione. Anche se non ci sono veri e propri alieni, la presenza finale dei cosiddetti Specialists, introduce comunque un elemento ultraterreno. È in fondo una visione dell’altro più emotiva che spaziale, e proprio per questo non è un film che si rivede a cuor leggero.

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Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (2008)

Molto discusso all’uscita, Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo ha riportato il mitico archeologo interpretato da Harrison Ford in azione dopo quasi vent’anni, questa volta in piena Guerra Fredda, tra agenti sovietici, misteri pericolosi e fenomeni inspiegabili. Il cuore della storia ruota attorno ai teschi di cristallo e a entità che alcuni interpretano come interdimensionali, e altri come veri e propri “alieni”. Proprio questa svolta ha diviso il pubblico, ma resta un film che, pur non essendo tra i più amati della saga, conserva un suo appeal grazie alla messa in scena e alla colonna sonora.

La guerra dei mondi (2005)

Ecco il film sugli alieni probabilmente più spaventoso mai diretto da Spielberg. Qui ogni senso di meraviglia viene sostituito da panico e distruzione. In La Guerra dei Mondi, Tom Cruise interpreta un padre separato che cerca di proteggere i figli durante un’invasione aliena su larga scala. Tra i punti di forza c’è proprio il punto di vista “dal basso”, a livello della strada, che rende tutto ancora più claustrofobico e realistico. È un film intenso, nervoso, quasi senza respiro, che resta uno dei suoi titoli sci-fi più efficaci degli anni 2000.

Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977)

Qui Spielberg mostra il lato più puro e contemplativo della sua idea di alieno. Non c’è invasione, ma meraviglia. Il protagonista di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, Roy Neary (Richard Dreyfuss), è un uomo comune che, dopo un incontro con un UFO, inizia a essere ossessionato da visioni e segnali misteriosi, fino a essere guidato verso il contatto con forme di vita extraterrestri. Gli alieni non sono minacce, ma presenze quasi divine. È un film che a ogni visione rivela nuove sfumature e che conserva intatto il suo senso di stupore.

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è il film simbolo di Spielberg e forse la sua rappresentazione più completa del concetto di alieno. Lo stesso regista, nel 2023, ha dichiarato: "E.T. è un film davvero perfetto. È uno dei pochi film che ho realizzato che posso riguardare all’infinito". La storia di Elliot, un bambino che accoglie in segreto un extraterrestre abbandonato sulla Terra, è diventata una delle più grandi narrazioni sull’amicizia e sulla solitudine mai portate sullo schermo. E.T. non è solo un alieno: è una figura quasi magica, che incarna la speranza di un contatto possibile. Ancora oggi, resta uno dei film più amati e commoventi del cinema moderno, capace di parlare a ogni generazione.



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giovedì 11 giugno 2026

The Love Hypothesis ha una data d'uscita: la rom-com dell'anno arriva su Prime Video

Fan di Ali Hazelwood, questo aggiornamento è per voi. Dopo il successo letterario di The Love Hypothesis, Amazon MGM Studios ha deciso di trasformare la storia d’amore di Olive e Adam e proporla come adattamento cinematografico, la cui data d’uscita in streaming è stata finalmente rivelata.

Tratto dall’omonimo romanzo di Ali Hazelwood, The Love Hypothesis: Il teorema dell’amore ha scelto da tempo come indiscussa protagonista Lili Reinhart, nome già noto ai più per aver recitato in Riverdale. Al suo fianco ci sarà Tom Bateman nel ruolo del burbero dottore Adam Carlsen. Ma a quando il debutto?

The Love Hypothesis, Prime Video annuncia la data d’uscita della rom com e mostra le prime immagini (VIDEO)

Non manca poi molto al lancio di The Love Hypothesis. Il film approderà direttamente in streaming, senza una distribuzione cinematografica in sala, e il debutto è previsto per il prossimo settembre, precisamente dal 23 settembre 2026. A guidare il cast è Lili Reinhart, attrice di Riverdale che in questo caso interpreta Olive Smith, una dottoranda in Biologia che crede nella scienza ma non nell’amore: non è interessata ad un legame romantico ma, pur di convincere la sua migliore amica a lanciarsi verso Jeremy, con il quale è uscita qualche volta in passato, Olive finge di avere una relazione e tra i tanti ha scelto di fingere proprio con il dottor Adam Carslen. Uomo enigmatico, agli occhi dei più un tiranno, Carslen è il suo professore di laboratorio e misteriosamente decide di stare al suo gioco, appoggiandola in quella farsa. Quella messa in scena procede fin troppo bene e, un appuntamento falso dopo l’altro, tra i due scoppia qualcosa di inatteso.

Nel cast di The Love Hypothesis figurano anche Rachel Marsh (Adults) che interpreta la migliore amica della protagonista Anh, Nicholas Duvernay (The White Lotus) è Jeremy, Jaboukie Young-White (Companion) scelto per interpretare Malcolm e Arty Froushan (Daredevil: Rinascita) infine interpreta Tom. La commedia romantica è diretta da Claire Scanlon, basata su una sceneggiatura di Sarah Rothschild.

Prime Video ha annunciato la data d’uscita tramite un post via Instagram in cui Lili Reinhart ritira un ordine di caffè per Olive, guarnito con una generosa dose di panna montata a cui mancano le codette colorate. Sul bicchiere è incisa una data: 23 settembre.



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Stasera in TV: Film da vedere Giovedì 11 Giugno, in prima serata

Stasera in TV, Giovedì 11 Giugno 2026: Scopri cosa c'è da vedere in TV oggi con la nostra Guida TV completa con i Migliori Film in prima serata su Rai, Mediaset e su tutti i principali canali tv in chiaro gratuiti.

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