Con tenerezza, poesia, ironia e uno sguardo rispettoso alla grande tradizione teatrale napoletana, Vincenzo Marra torna dietro alla macchina da presa a 6 anni di distanza da La volta buona. Lo fa attraverso il linguaggio della commedia dolceamara in Era, fotografando una famiglia napoletana raccontata attraverso gli occhi di una donna di oltre 80 anni, Lina, che per un problema di salute e non volendo finire in un ospizio, deve accettare la presenza e le cure di una badante cingalese di nome Amilà che le impongono i tre figli. La salute di Lina, da sempre matriarca indiscussa, peggiora, e la donna si addolcisce, e con lei il film, che lascia spazio a un anziano corteggiatore e più in generale al "fuori", che diventa il luogo e il tempo di un quieto carpe diem da assaporare prima dell’ultimo grande viaggio.
Interpretato da Dalia Frediani, Maurizio Casagrande, Giovanni Esposito, Angela De Matteo, Rosaria D’Urso, Sabrina Marini Fernando e Antonio Gerardi, Era arriva in sala il 26 marzo ed è stato presentato in anteprima al Bif&st 2026, dove abbiamo incontrato e intervistato il regista in una sala cinematografica dalle poltrone colorate. Un uccellino ci aveva detto che il personaggio di Lina è ispirato alla nonna di Marra e da lì è partita la nostra chiacchierata.
"Da bambino venivo spesso parcheggiato a casa di mia nonna nei pomeriggi e durante l'estate" - ci ha raccontato Vincenzo Marra. "Appena finiva la scuola, mia madre prendeva la macchina e mi portava in un posto di mare che si chiama Vico Equense, dove poi ho girato diverse sequenze del film. Penso di aver cominciato a fare il regista proprio a casa di mia nonna, perché all'epoca, e parliamo degli anni Ottanta, non c'erano i telefoni cellulari, l'Ipad e la pay tv, e quindi mi mettevo sul divano e vedevo arrivare il mondo: fratelli, sorelle, nipoti, figli e queste vecchiette con cui mia nonna faceva delle riunioni religiose perché era una fervente cattolica, e chiaramente nessuno mi cacciava, perché tanto ero un bambino. Questo meraviglioso teatro involontario è rimasto dentro di me per tutta la vita. Naturalmente ho dovuto riscrivere molti dialoghi e molte scene, e sono contento che, a 53 anni, sono riuscito a far rivivere mia nonna, mio zio, mia zia e le altre persone che mi hanno cresciuto.
Come mai hai sentito proprio ora il desiderio di parlare di tua nonna?
Mi è venuto adesso perché mia madre ora ha l'età di mia nonna, quindi ho scritto questo copione senza nessun tipo di ambizione artistica. Spesso e volentieri scrivo i film con l’idea che non li farò leggere a nessuno, è un po’ una follia che faccio da quando ero ragazzo. Però mi ero tanto divertito a scrivere Era. La storia che raccontavo mi faceva ridere, sorridere, ed è successo che Federico Scardamaglia, che è un bravissimo produttore, si sia innamorato del film. Infine c'è stato l'intervento coraggioso di Rai Cinema, che ha avuto fiducia in me e nel mio cambiamento di genere e di registro. È stata davvero una bellissima esperienza.
Sembra che tu abbia seguito il consiglio di Mario Monicelli di tentare la via della commedia, inaugurata con La volta buona…
Quel film lo scrissi di getto quando morì Mario, proprio per dargli dimostrazione che sapevo fare altro. Forse è più monicelliano La volta buona di Era, e quindi c'è stata un'evoluzione. Qui il mio sogno era anche far rivivere un po’ Eduardo, perché mia mamma e miei vari parenti erano tutti patiti di Eduardo De Filippo, e quando ero bambino mi mettevano davanti al televisore a vedere tutte le sue commedie, alcune delle quali so a memoria. Così, a un certo punto, ho capito che questo film poteva avvicinarsi in qualche modo ai suoi testi.
Le persone anziane hanno una percezione del tempo molto diversa dalla nostra e il film lo racconta benissimo…
Il tempo è un tema per me di grande interesse. Sto seguendo con grande angoscia tutto quello che succede, a cominciare dalla guerra. Quando vedo questi commentatori televisivi che dicono: "Adesso cosa succederà?", mi viene da pensare abbiano poca memoria del fatto che moriranno anche loro. Quindi questa televisione, questo mondo, soprattutto, oltreoceano, che vive nell'idea della rimozione della morte per me è uno dei segnali che la società e la nostra vita stanno andando a scatafascio, perciò mi piaceva l'idea di raccontare dei vecchietti arzillissimi e innamorati della vita che cercano di assaporare ogni giorno che arriva ma che sanno benissimo, e in maniera spirituale, che siamo tutti destinati a morire. I cinici potrebbero commentare: “Eh, ma che iella!", io invece penso che sia importante saper vedere come stanno andando le cose oggi, e quindi mi sembrava bello e importante soffermarmi sulla terza età, su quelli che hanno fatto la guerra. Mia nonna ha fatto la guerra, e da persone così c'è sempre stato tanto da imparare.
Com'è stato gestire un cast numeroso e soprattutto così eterogeneo?
Era non è stato un film semplice da girare. A un primo sguardo, qualcuno potrebbe pensare: Lo hanno girato quasi tutto in una casa, quindi sarà stato semplice da realizzare. In realtà, prendere tre attori di circa 80 anni praticamente alla prima esperienza, abbinarli a 3 cingalesi che non avevano mai recitato e aggiungere attori molto riconosciuti, e in più avere l’ambizione di far ridere e anche commuovere è stato come andare in guerra, quindi non fa niente se qualcuno non è entrato nel film o non lo ha amato, l'importante è che mi venga riconosciuto l'impegno che ho messo nel farlo. Io sono uno di quelli che vanno al cinema 3 o 4 volte alla settimana, quindi voglio parlare da spettatore. Mi capita spesso di pensare, dopo aver visto una commedia: Riprovateci perché non mi avete fatto ridere. Io non so se sono riuscito a far ridere, però ho dato tutto me stesso a questo film, cercando di mescolare la commedia a una parte più drammatica, più poetica, più intensa e più di sostanza. Ammetto che è stato un lavoro infernale, anche perché all'inizio pensavo che il clima sarebbe stato divertente, e invece mi sono reso conto che dovevano uscire fuori il mio rigore e la mia meticolosità per poter raggiungere un buon risultato.
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