venerdì 20 febbraio 2026

Beach Read, la star di Bridgerton Phoebe Dynevor protagonista di una nuova rom com

Netflix aveva già chiarito il suo interesse nei confronti dei romanzi di Emily Henry, così come di recente ha sottolineato di non avere ancora finito con Phoebe Dynevor. Il suo nome è fortemente associato al successo di Bridgerton, avendo interpretato Daphne, la protagonista della prima stagione che ha lanciato l’era Regency in streaming su Netflix nel 2020. E mentre Phoebe Dynevor ha rafforzato il sodalizio con il colosso streaming recitando da protagonista nel thriller erotico Fair Play, Emily Henry di recente ha conquistato il pubblico con il suo primo adattamento cinematografico intitolato People We Meet on Vacation - Un Amore in Vacanza. Il prossimo step unirà queste due forze, restituendo al pubblico un nuovo adattamento di Beach Read. Romanzo d’estate.

Beach Read, Phoebe Dynevor di Bridgerton protagonista della rom com tratta dal romanzo di Emily Henry

Phoebe Dynevor sta per cimentarsi in una nuova avventura romantica. Tratto dall’omonimo romanzo bestseller del New York Times, Beach Read racconta la storia di due autori. Augustus Everett è uno scrittore amato dalla critica letteraria, mentre January Andrews scrive commedie romantiche che scalano facilmente le classifiche. Se Augustus è un autore serio che non riesce a parlare di sentimenti, January è sempre a favore dell’amore con un lieto fine. I due non hanno niente in comune, se non la location: per i prossimi tre mesi, saranno vicini di casa sul lago Michigan dove trascorreranno l’estate. January ha deciso di rifugiarsi nel cottage del padre per continuare il suo romanzo, ma il suo cuore è nel caos perché ha recentemente scoperto un segreto poco felice sui suoi genitori. Scopre che alla porta accanto risiede il suo ex compagno di college nonché autore di fama Augustus Everett, alle prese con un blocco dello scrittore. Pur non tollerandosi a vicenda, decidono di dare una scossa alla loro estate punzecchiandosi con una sfida. Chi vincerà?

Il romanzo, pubblicato nel 2020 e in Italia disponibile con HarperCollins Italia, è diventato un bestseller del New York Times e ad occuparsi dell’adattamento cinematografico sarà Yulin Kuang, già co-autrice di People We Meet on Vacation per Netflix e che anche in questo caso lavorerà alla sceneggiatura e anche alla regia.

Per Phoebe Dynevor si tratta di una nuova sfida sul grande schermo. L’attrice di recente è apparsa nel cast di Anniversary, mentre tra non molto la vedremo coinvolta nel thriller di sopravvivenza di Netflix Shiver, in Famous con Zac Efron e Remain di M. Night Shyamalan.



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Un Film Minecraft 2 coinvolgerà un villain ben noto del franchise

Dopo il successo del primo capitolo, Un Film Minecraft 2 è stato prontamente confermato da Warner Bros e, in una recente intervista, il produttore Roy Lee ha anticipato che uno dei villain più amati del franchise di videogame sarà coinvolto nella prossima avventura sul grande schermo. Di chi si tratta?

Un Film Minecraft 2, il produttore anticipa il villain in arrivo

Il 2025 è stato un anno promettente per Warner Bros al cinema, dal successo di I Peccatori che ha incassato numerose nomination agli Oscar 2026 al lancio del nuovo DCU con Superman di James Gunn. Un Film Minecraft non solo ha ampliato la proposta dei videogame sul grande schermo, ma ha incassato oltre 961 milioni di dollari confermandosi un grande successo al botteghino. Non stupisce, quindi, il via libera da parte degli Studios per la realizzazione di un sequel e, a detta del produttore Roy Lee, ci sarà posto anche per un antagonista ben noto.

Ai microfoni di Collider, Lee ha ribadito che è intenzione di Warner Bros portare Un Film Minecraft 2 in sala entro il 2027 e che la produzione procede a gonfie vele dietro le quinte. “Lo stato di avanzamento è ottimale. La produzione inizierà ad aprile di quest’anno in Nuova Zelanda”, ha precisato. Nel primo film, sono stati coinvolti quattro disadattati precipitati nell’Overworld che desiderano tornare a casa. Con il supporto del maestro artigiano Steve, uniscono le forze per sconfiggere le forze del Nether e, una volta sconfitti Malgosha e il suo esercito di Piglin, il gruppo è tornato a casa. Il secondo capitolo richiederà una nuova mossa e agli occhi dei fan è alquanto ovvia: bisognerà introdurre il boss finale del gioco, l'Enderdrago. “Molte persone hanno detto: ‘Sì, fate quel film, ma assicuratevi che l'Enderdrago ci sia’. Penso che molte delle richieste siano state queste”.

Nel primo film, a guidare il cast è stato Jack Black affiancato da Jason Momoa, Sebastian Hansen, Emma Myers e Danielle Brooks. La scena post-credit di Un Film Minecraft ha suggerito l’ingresso di un altro personaggio chiave del videogame, Alex. La trama, ad oggi, risulta ancora segreta.



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Dispacci dalla Berlinale 2026: borseggiatori o bluesman, ma sempre carichi di malinconia e alla fine di un'epoca

Forse l'ho già detto, ma non è solo la Berlinale a non essere più quella di una volta, ma anche la città che la ospita. "Fino a pochi anni fa ci sarei venuto a vivere di corsa", mi ha detto un collega pochi giorni fa, "ora non ci penso nemmeno lontanamente". Ametto di aver girato mollto poco - anzi per niente - quest'anno, ma l'impressione generale è che la città, colpita prima di altre dalla crisi economica in Germania, non solo non sia più così vitale come un tempo, quando dopo al Parigi degli anni Venti e l'inizio dei Trenta (quella di Midnight in Paris, per dire), e dopo la Londra degli anni Sessanta (ma anche Settanta e Ottanta), dopo la caduta del Muro era diventata il place to be di tutti gli artisti, gli intellettuali, i giovani irrequieti di tutta Europa. Forse sono io che sono invecchiato (sul tempo che passa e le trasformazioni di Berlino leggere "Le perfezioni" di Vincenzo Latronico, edizioni Bompiani), o forse è davvero così, forse Berlino è davvero una città un po' meno viva e pure un po' meno sicura di un tempo: a un altro collega hanno rubato lo zaino con computer e un sacco di altra roba dentro all'uscita di una centralissima stazione della metropolitana. Roba da farti venire il blues, come direbbero gli americani. Ma torniamo ai film, anche se continuiamo a parlare di grandi città che non sono più quelle che erano (New York in un caso, Vienna nell'altro), di borseggiatori e di gente che suona il blues: tutta roba che troviamo in The Only Living Pickpocket in New York (presentato fuori concorso: ma perché?) e The Loneliest Man in Town (dove la town è appunto la capitale austriaca, che corre invece per l'Orso d'oro).

The Only Living Pickpocket in New York

Noah Segan è uno che nella vita ha fatto (o fa, non ho idea di quali siano i suoi piani) principalmente l’attore. Forse lo avete visto in qualche film di Rian Johnson, visto che è apparso praticamente in tutti, sebbene in ruoli secondari. Aveva esordito alla regia qualche anno fa firmato un episodio dell’antologico Scare Package e poi ha scritto e diretto un film dal titolo Blood Relatives. In entrambi i casi si trattava di horror venati di commedia: non li ho visti, ma non se ne parla come di capolavori.
Ma non è tanto questo a interessarci, qui. A interessarci, o interessarmi, è il fatto che Segan è del 1983, e che abbia fatto un film che non solo non c’entra niente coi suoi precedenti, perché non è né commedia né horror, ma che è carico di un senso di affetto e malinconia per il passato - del cinema, del mondo, di tutti noi - che mi sorprende in un regista di poco più di 40 anni.
Harry - interpretato da un magnifico John Turturro - vive nel Bronx, ha una moglie malata che accudisce con amore e nella vita fa il borseggiatore. Non esattamente un bel mestiere, si diceva, ma bastano pochi minuti dentro The Only Living Pickpocket in New York per volergli bene, perché capisci che tutto sommato è una brava persona. Una brava persona che a un certo punto ruba alla persona sbagliata, a un ventenne rampollo di una famiglia criminale che, dopo averlo rintracciato, gli dà poche ore di tempo per restituirgli una chiavetta USB che nel frattempo Harry aveva dato via perché pensava non valesse nulla. Se Harry non torna in tempo ci rimetterà sua moglie; e per quanto riguarda lui, sa benissimo che fine farà, perché uno con la sua esperienza non può non sapere che chi ruba a certa gente non può passarla liscia.


The Only Living Pickpocket in New York racconta una corsa contro il tempo, quindi, ma non nel modo cui state probabilmente pensando: non c’entrano niente frenesie alla Diamanti grezzi, per dirne una, ma nemmeno alla Fuori orario. No, la corsa contro il tempo del film di Segan è quella contro il tempo presente, il tempo delle nuove generazioni senza valori, della moneta elettronica che ha sostituito il contante, del diagio che fa provare a chi è nato e cresciuto tutto analogico, e si guarda attorno e non riconosce più il mondo o la sua città (il film è anche una dichiarazione d’amore a New York, nelle immagini come nella musica: con l’apertura sulle note di “New York, I Love You But You’re Bringing Me Down” degli LCD Soundsystem e la chiusura su quelle di “I Happen to Like New York” di Cole Porter cantata da Bobby Short).
Harry e i suoi pochi amici (bravissimi Steve Buscemi nei panni del gestore di un banco dei pegni che ricetta, e Giancarlo Esposito in quelli di un detective della polizia che ha dovuto cedere il suo ufficio a quelli ei crimini informatici) sono l’incarnazione dell’old school che sembra soccombere alla new school, ma che ha malizia, calma e intelligenza. Soprattutto: esperienza. Forse è destinata a soccombere lo stesso, ma non è detto che sia un bene. Con splendidi cammei anche di Jamie Lee Curtis e Tatiana Maslany, e una morbida colonna sonora jazz e funk, The Only Living Pickpocket in New York non è solo un omaggio al cinema e allo spirito degli anni Settanta, ma un film con una grazia speciale: uno di quelli che porta con sé uno spirito dolcemente malinconico, e un finale amaro, ma che ha comunque la capacità di scaldarti il cuore, e di farti uscire dalla sala rinfrancato.

The Loneliest Man in Town

L’operazione di Segan è un po’ la stessa tentata e voluta anche da Tizza Covi e Rainer Frimmel (che sono quelli di Vera, il film su e con Vera Gemma, prossima protagonista per Sean Baker) nel loro nuovo The Loneliest Man in Town, che hanno costruito tutto attorno al bluesman austriaco Al Cook (al secolo Alois Koch). Nel film Cook è sé stesso, musicista fuori dal tempo e da ogni compromesso che, sfrattato dall’appartamento dove ha vissuto e lavorato fin da piccolo da una società che specula sugli immobili, decide di vendere o regalare tutte le sue cose e di comprare un biglietto di sola andata per Memphis, la città della musica che ama, che ha sempre sognato e che non ha mai visitato.


Come Harry, Al Cook è un uomo che non trova più un posto in un mondo irriconoscibile, il simbolo di un’era e di un secolo che stanno tramontando definitivamente, ma tra i due film le differenze di stile sono più che evidenti: Segan, come detto, guarda al cinema americano degli anni Settanta, mentre Covi e Frimmel all’autorialità europea. In The Loneliest Man in Town Al Cook è un personaggio che pare uscito fuori da un film di Aki Kaurismaki, e lo stile del finlandese riecheggia in tutto il film mescolato però a una sorta di spirito para-documentaristico che a tratti pare mutuato dall’austriaco Uri Seidl, e che ne soffoca notevolemente il calore umano e il potenziale. La sala rideva molto, ma evidentemente è questione di umorismo teutonico che a me non arriva; quel che Covi e Frimmel centrano, invece, è il rapporto del protagonista con gli oggetti: i dischi, le foto, le videocassette - in buona sostanza: i ricordi - accumulati per una vita che via via dismette, e che spalmano un velo di sincera malinconia su un film tanto composto e autoriale da risultare nel complesso un po' algido.



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giovedì 19 febbraio 2026

Sonic 4 - Il Film annuncia la voce di Amy Rose

Sonic 3 ha concluso la prima trilogia con una scena post-credit che ha suggerito un nuovo capitolo della storia dell’amatissimo personaggio nato dapprima come protagonista di una serie di videogame e poi adattato sul grande schermo. Il terzo film, distribuito al cinema nel corso del 2024, ha coinvolto anche Keanu Reeves come voce di Shadow e il quarto film in fase di sviluppo non rinuncerà alle star di spicco. Secondo quanto riferito, Sonic 4 porterà sullo schermo Amy Rose: ma chi sarà la sua voce?

Sonic 4 sceglie la voce di Amy Rose ed è perfetta

Con una data d’uscita prevista per il 2027, Sonic 4 comincia a rivelare qualche asso nella manica a partire dall’ingresso di Amy Rose, un personaggio amatissimo dai fan dei videogame e ufficialmente in arrivo anche al cinema. In realtà il suo debutto era stato già anticipato dalla scena post-credit di Sonic 3: il protagonista era in compagnia dei suoi amici Tails e Knuckles nel bosco ma è stato improvvisamente attaccato da una banda di robot Metal Sonic. A salvarlo è stato un misterioso riccio incappucciato e armato di martello, che il pubblico ha rapidamente associato ad Amy Rose.

Secondo quanto riferito da ComicBook, ad accompagnare questo personaggio nel cast originale di doppiatori sarà Kristen Bell, amatissima già per il supporto offerto a Frozen (sua è la voce originale di Anna) e conosciuta per aver recitato in numerose Serie TV di successo come Veronica Mars, The Good Place e Nobody Wants This. A condividere la novità via social è stato Ben Schwartz (voce originale di Sonic), mostrando uno scatto in compagnia di Kristen Bell: “Abbiamo la nostra Amy Rose. E non potrei essere più emozionato! Date il benvenuto all’incredibile Kristen Bell nella famiglia di Sonic”, nello scatto, entrambi gli attori sfoggiano una statuina dei rispettivi personaggi.

Nel cast di Sonic 4 dovrebbero riapparire anche Colleen O'Shaughnessey e Idris Elba come Tails e Knuckles, così come James Marsden e Tika Sumpter che riprenderanno Tom e Maddie. Ad oggi non è chiaro se Jim Carrey riapparirà nuovamente sullo schermo, dopo la brutta fine del suo Dr. Robotnik nel terzo film, ma si vocifera che Paramount stia cercando il modo per convincere l’attore a riapparire nel franchise. L’esperto di scoop Daniel RPK aveva suggerito poche settimane fa: “Nel caso pensaste che fosse finita, Paramount sta conversando con Jim Carrey per tornare in Sonic 4”.



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Dispacci dalla Berlinale 2026: un horror da cura dimagrante, nuovi anime e film latino-americani standard

Come tutti i festival, anche quello di Berlino costringe chi si trova a frequentarlo per lavoro a giornate trascorse nel segno di un’alimentazione frettolosa e non proprio sanissima. Certo, a differenza di Cannes, o del Lido di Venezia, qui siamo in una grande capitale europea e in teoria non mancano offerta e alternative. Ci sono però gli orari da prendere in considerazione, e il fatto che la giornata tipo non lascia grandi margini di spostamento. I più, quindi, finiscono spesso col mangiare un boccone veloce, a pranzo o a cena, in uno dei tanti food court che si trovano nelle immediate vicinanze delle sale, dove puoi scegliere tra tanti tipi diversi di street food - dal messicano al cinese, dall’indiano alle burgherie, dalla pizza al kebab o ai piatti africani - e ordinare e consumare in tempi relativamente brevi.
Questo lo dico per spiegare un po’ come funzionano certe cose, forse anche per vanesia vena autobiografista, ma soprattutto perché così introduco nel modo più appropriato uno dei film della giornata di ieri, che è un horror fuori concorso dal titolo piuttosto indicativo.

L'horror al tempo dell'Ozenpic

Bisogna dire che in tempi dove tutto è trauma, dove tutto è qualcosa-fobia e dove tutto è body shaming, fare un horror che parla di una che ha sempre fame, che vuole dimagrire, e che finisce nei guai per questo mi pare piuttosto interessante. Dall’altro lato Saccarhine è un film tutto al femminile, diretto da una donna (l’australiana Natalie Erika James, quella di Relic e di Apartment 7A), dove i personaggi maschili quasi non ci sono, e dove la protagonista è anche lesbica: quindi diciamo che le questioni si pareggiano.
La protagonista si chiama Hana, la interpreta (bene, brava) Midori Francis, e come detto vuole dimagrire: anche per conquistare il cuore della trainer della sua palestra di cui è innamorata. Una sua amica, un tempo piuttosto in carne, le rivela il suo segreto, un farmaco illegale di nome Grey. Hana, che peraltro studia medicina, analizza la polverina delle capsule, che peraltro sembrano funzionare, e scopre che si tratta di cenere. Anzi, ceneri. Umane. Invece di inorridire, Hana decide di sfruttare il cadavere che stanno usando a anatomia per autoprodursi un po’ di dimagrante, ed è qui che nascono i problemi: perché inizierà a essere perseguitata dal fantasma di Bertha (la donna che ha in qualche modo mangiato), che vede solo lei, ingrassa al posto suo ma per non ucciderla la costringe a abbuffarsi schifosamente mentre è in stato di trance.


C’entra poco il The Substance evocato da qualcuno: Saccharine prende casomai di più, e un po’ malamente, da It Follows e dal “Ritratto di Dorian Gray”, più che dal film della Fargeat, e soprattutto si propone più come l’horror al tempo dell’Ozenpic che come riflessione sulle ossessioni fisiche. Non mancano spunti tematici (controversi: c’è già chi accusa il film di grassofobia, qualsiasi cosa questa sia), un paio di discrete idee visive, ma non basta: tutto è molto calcato, non sempre sviluppato come si deve, e la paura non è proprio pervenuta.

Nuove frontiere dell'anime

Ma mettiamo da parte l’horror per parlare di anime, nel senso di animazione giapponese, con la quale la Berlinale ha una storia importante, essendo stato il primo tra i grandi festival a metterla in concorso, e quello dove La città incantata di Hayao Miyazaki ha vinto uno storico Orso d’oro nel 2002. Ora, in questo 2026, in corsa per il premio c’è Yoshitoshi Shinomiya, nome emergente del settore che esordisce nel lungometraggio con questo A New Dawn. Tutto gira attorno a tre amici d’infanzia e a una casa bellissima che è, o era, anche una fabbrica artigianale di fuochi d’artificio: una casa in cui questi tre protagonisti, due fratelli e una loro amica, sono cresciuti e si sono formati, e che ora sta per essere pignorata e demolita, mentre la tradizione dei fuochi sembra oramai qualcosa di legato al passato.


I temi sono vagamente alla Miyazaki, con lo scontro tra la tradizione e la modernità, la provincia e la grande città, i cambiamenti climatici e ambientali e molto altro. Ma il cuore del racconto - che coinvolge fino a un certo punto - sta tutto nel legame tra i protagonisti e nel loro affrontare il tempo che passa e la crescita. L’animazione ha un carattere molto particolare, e personale, mescolando in maniera piuttosto avanguardista animazione a mano e al computer, richiami alla tradizione pittorica giapponese e perfino stop motion in live action.

Il ritorno di Eimbcke

Se la forma di A New Dawn è qualcosa di parzialmente inedito, e comunque di molto personale, la stessa cosa non è possibile dirla dell’altro film del concorso presentato ieri alla Berlinale: Moscas, nuovo lavoro del messicano Fernando Eimbcke, che del festival tedesco è uno dei beniamini. Perché quando ho iniziato a guardare Moscas, la sua fotografia in un nitido bianco e nero, le sue inquadrature a camera fissa, un certo paupero-minimalismo legato a personaggi non certo benestanti e provati dalla vita, ho avuto l’impressione di aver visto quelle immagini mille altre volte. In effetti è un po' cos', perché il film di Eimbcke è paro paro nello stile (forma e contenuto) di quella new wave latino-americana che era stata innovativa sì, ma nei primi anni Duemila. La storia che racconta è abbastanza tenera e forse per qualcuno pure commovente, sì, ma per via di una serie di mezzucci un poco ricattatori che forse ci si poteva risparmiare.


Olga, una donna sola, è costretta a affittare una stanza del suo appartamento per pagarsi una piccola operazione al piede. La affitta a un uomo che ha la moglie in ospedale dall’altra parte della strada, senza sapere che questi con lui ha un figlio di nove anni. Andrà a finire che la donna, appartenente fredda e burbera, stringerà un legame col bambino, che inizialmente rifiutava per un trauma dal passato e che perderà la mamma. In Europa probabilmente sarebbe venuto fuori un film insopportabile, ma i toni ironici e dolenti, non esattamente surreali ma sempre un po’ sospesi e irreali del cinema latino-americano (che li ha presi da una letteratura meravigliosa e imperdibile) rende Moscas tutto sommato potabile.



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mercoledì 18 febbraio 2026

Dispacci dalla Berlinale 2026: a Berlino spira il vento della New Hollywood e del western

I festival, va da sé, sono il paradiso dei cinefili. E i cinefili, è altrettanto noto, possono essere una strana razza, pedante e con svariate paturnie, spesso legate alla sacralità dell’esperienza della sala. E però a un festival, alle proiezioni per gli accreditati, ci son tutte persone che lavorano, e capita che durante una proiezione uno sia costretto a prendere in mano il telefono per controllare il messaggio o la mail che sono arrivati. Spesso la cosa è tollerata, a volte c’è quello con ditino alzato che da tre file di distanza ti chiede di spegnere il telefono, e poi capitano ogni tanto gli psicopatici. Tipo quello che nel corso di una proiezione prende a calci il sedile dello spettatore di fronte che ha controllato l’ora sul telefono.
Succede: la gente è strana e stanca, i cinefili ai festival, dopati dalle visioni ripetute, possono esserlo ancora di più.
Io comunque qui al Festival di Berlino ho visto un bel film e uno abbastanza buono, accomunati da alcuni elementi, tra cui il riferimento a un cinema che sembra purtroppo star tramontando.

The Weight

Separare con la forza un genitore da un figlio è una delle cose più atroci e crudeli cui possa pensare. Capirete bene quindi che se un film inizia con questa premessa, io che già sono separato da troppi giorni dalle mie figlie per motivi di lavoro, non posso fare altro che immedesimarmi in questa sciagurata situazione. Succede infatti nei primi minuti di The Weight, ambientato nell’Oregon del 1933, durante la Grande Depressione, papà Ethan Hawke, padre single con gravi difficoltà economiche, venga arrestato per aggressione (in realtà stava difendendo proprio la bambina, ma vabbe’) e spedito ai lavori forzati, mentre la piccola affidata a un istituto con la prospettiva di andare in adozione. Succede quindi che, quando il responsabile del suo campo di lavoro (interpretato da Russell Crowe) promette a Hawke - che si è fatto notare per essere uno assai sveglio - la libertà in cambio di un lavoro che puzza di sporco lontano un miglio, l’occasione unica di poter tornare a riabbracciare la figlia prima che la mandino chissà dopo la prende al volo. Ed è qui che le cose si fanno ancora più interessanti: perché se già la dinamica dei lavori forzati e la relazione tra il “boss” Crowe e i detenuti, Hawke in particolare, non può non ricordare ai cinefili quel capolavoro di Nick Mano Fredda, inizia con la missione affidata al protagonista e a altri tre detenuti di sua fiducia una sorta di dinamica alla Sorcerer (altro capolavoro). Non ci sono qui camion carichi di nitroglicerina cui far attraversare la giungla lungo strade dissestate, ma zaini pieni di lingotti d’oro che devono essere fatti sparire da una miniera prima che Franklyn Delano Roosevelt lo reclami con l’annunciata nazionalizzazione del metallo prezioso, e portati da qualche parte con un lungo trekking attraverso i lussureggianti boschi del nord-est americano (ma si è girato in Baviera).
Non dico certo che The Weight arrivi ai livelli dei film di Stuart Rosenberg e William Friedkin, ma che certamente sono stati un modello: perfino Hawke sembra sintetizzare Paul Newman e Roy Scheider nel suo personaggio. Padraic McKinley, finora “solo” montatore e produttore, alla regia è un esordiente, ma dimostra una mano notevole e non sono un forte istinto cinefilo, perché The Weight è ben costruito narrativamente, ha dei bei personaggi, è citazionista senza essere sfacciato o mirare troppo in alto, e lo spettatore lo cattura rapidamente per non mollarlo più. Lo cattura con la storia di Hawke padre, gli fa trattenere il fiato con le peripezie e i pericoli e le fatiche della missione, lo intriga con le dinamiche e le tensioni tra i personaggi, coi doppi giochi e con una messa in scena ruvida e potente. La macchina da presa - fotografia di Matteo Cocco, qui in versione Dostoevskij - sta addosso a Hawke e agli altri, aggredisce lo spettatore con i primissimi piani o studiando la maestosità inquietante della natura, ma al film, ai dialoghi e ai personaggi non manca mai nemmeno quel filo tagliente di ironia che rende il tutto ancora più godibile. Crowe, che ha lavorato con McKinley in precedenza, ha poche pose, ma l’attore - lo sappiamo - quando si vede si fa sentire.

Wolfram

Dal verde intenso e profondo dei boschi, al rosso inconfondibile del terreno australiano e della sua polvere che tutto ricopre. E anche in questo caso - sebbene trasversalmente - c’entrano l’oro (ma anche il tungsteno) e soprattutto genitori e figli che sono stati separati. Anche in questo caso siamo all’alba degli anni Trenta, ma Wolfram è un vero e proprio western: coi fuorilegge, i cavalli, il saloon, i minatori. Solo con gli aborigeni (e i figli nati da padri bianchi e madri aborigene) al posto di quelli che un tempo, per brevità, si indicavano come “gli indiani”.
La vicenda è in qualche modo corale, con una serie di rivoli narrativi che pian piano confluiscono gli uni negli altri fino a una chiusura del cerchio definitiva, le immagini sono forti e suggestive, la narrazione ha quel qualcosa di ellittico, misterioso e in fin dei conti magico che ha a che fare col continente e con il cinema australiano. Ci sono bambini che lavorano in miniera, c’è una donna aborigena che parte alla volta del Queensland col compagno cinese in cerca di una vita migliore, un solitario colono e due figure losche che arrivano in un villaggio con intenzioni rapaci e violente.


Diretto e fotografato da Warwick Thornton, scritto da David Tranter e Steven McGregor, Wolfram ha un anche approccio molto fisico al racconto, passando per i luoghi, i volti, soprattutti i nugoli di mosche e insetti che affollano ogni singola inquadratura, si posano sui volti dei personaggi come sui corpi degli animali, si assiepano sul dorso delle giacche e le falde dei cappelli. È un film che parla della violenza dell’uomo bianco, di razzismo, di minoranze che si aiutano tra loro, della storia e dell’identità di una nazione e di una sua società. Non un capolavoro, ma si lascia guardare (anche perché è bello da vedere).



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martedì 17 febbraio 2026

Buon compleanno John Travolta: dedichiamogli 5 fllm in streaming per i suoi 72 anni

Compie oggi 72 anni John Travolta, attore che a partire dalla metà degli anni ‘70 ha scritto pagine memorabili di cinema americano. Anche se non centra un successo di critica o commerciale da qualche tempo, Travolta rimane senza alcun dubbio uno dei protagonisti principali della Hollywood contemporanea. Eccovi dunque i cinque film in streaming con cui vogliamo rendergli omaggio. Buona lettura.

Cinque film in streaming interpretati da John Travolta, il quale compie oggi 72 anni

  • Carrie, lo sguardo di Satana
  • La febbre del sabato sera
  • Pulp Fiction 
  • Get Shorty 
  • Face/Off - Due facce dell’assassino 

Carrie, lo sguardo di Satana (1976)

Il primo grande successo di critica e pubblico Travolta lo ottiene grazie a Brian De Palma, il quale adatta il romanzo di Stephen King in maniera entusiasmante. Grazie anche alla prova sontuosa di Sissy Spacek, Carrie, lo sguardo di Satana si trasforma in un successo commerciale incredibile, confermando definitivamente la grandezza del proprio autore. Arrivano le candidature all’Oscar come miglior attrice e a attrice non protagonista (Piper Laurie). Disponibile su CHILI, Google Play, Apple Itunes, Netflix, TIMVision, Amazon Prime Video.

La febbre del sabato sera (1977)

Per il dramma newyorkese diretto dal grande artigiano John Badham Travolta ottiene la sua prima nomination all'Oscar come miglior attore protagonista, ma soprattutto si impone come simbolo generazionale. Il suo stile di ballo sulle canzoni leggendarie dei Bee Gees lo rende immediatamente un’icona. La febbre del sabato sera viene ricordata soprattutto per quello quando si tratta anche di un film durissimo, che racconta il vuoto esistenziale di una generazione senza più ideali né idoli dopo il Vietnam. Grande prova per un titolo di culto di quel decennio. Disponibile su Rakuten TV, CHILI, Google Play, Infinity +,  Apple Itunes, TIMVision, Amazon Prime Video, Paramount +.

Pulp Fiction (1994)

Palma d’oro a Cannes, Oscar per la miglior sceneggiatura per il film iperbolico diretto da Quentin Tarantino. John Travolta trova una graziosa resurrezione artistica dopo un periodo di alterne fortune grazie al suo Vincent Vega, criminale chiacchierone e irresistibile insieme a Samuel L. Jackson. Uma Thurman, Bruce Willis, Ving Rhames e il resto del cast contribuiscono a fare di Pulp Fiction il film manifesto di una generazione di appassionati di cinema di genere. Reinvenzione fantasmagorica e irresistibile del cinema di serie B. A suo modo geniale. Ma Tarantino in seguito ha fatto di meglio…Disponibile su Rakuten TV, CHILI, Google Play, Infinity +,  Apple Itunes, Netflix, TIMVision, NOW, Paramount +.

Get Shorty (1995)

Ispirato dal romanzo omonimo di Elmore Leonard, Get Shorty fonde crime-movie con la commedia che prende in giro Hollywood con una leggerezza che non diventa mai superficialità. Barry Sonnenfeld dirige un film spiritoso e grintoso che vede nel cast anche Gene Hackman, Danny De Vito, Renee Russo, James Gandolfini e Dennis Farina. Ancora una volta il fascino guascone di Travolta mette tutti d’accordo, e l’attore arriva al Golden Globe. C’è un tono in questo lungometraggio davvero difficile da esprimere o ritrovare in questo tipo di cinema. Spassoso e coinvolgente. Disponibile su CHILI, Google Play, Apple Itunes, Amazon Prime Video.

Face/Off - Due facce dell’assassino (1997)

Chiudiamo con il capolavoro sfrontato di John Woo che cambia le regole del cinema d’azione di quel periodo. Face/Off - Due facce dell’assassino è un thriller mozzafiato che vede Travolta scambiare identità con Nicolas Cage in un gioco di specchi mozzafiato. Partecipano a questo film pirotecnico anche Joan Allen, Dominique Swain, Gina Gershon. Dall'inizio travolgente al finale burrascoso, questa trottola cinematografica mette l’istrionismo del grande autore al servizio di due attori in stato di grazia. Enorme successo al botteghino, e anche la critica (soprattutto europea) deve inchinarsi a questa visione paradossale e ispiratissima. Magnifico ancora oggi. Disponibile su Google Play, Apple Itunes, NOW, Disney +.



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