Siamo più o meno un’ora e cinque minuti dentro a Il silenzio degli innocenti. Buffalo Bill ha già rapito la figlia del senatore Ruth Martin, la quale, nel disperato tentativo di salvare sua figlia, ha fatto trasferire Hannibal Lecter da Baltimora a Memphis. Ed è lì, nel palazzo di giustizia della contea di Shelby, che Clarice ha il suo terzo e ultimo (in presenza) colloquio con Lecter, che è chiuso in una gabbia, nel tentativo chiaramente disperato di strappargli l’indizio finale sull’identità del serial killer cui tutti stanno dando la caccia. Ed è allora che il personaggio interpretato da Anthony Hopkins, a partire da Marco Aurelio, descrive a Clarice la natura di Buffalo Bill, e lo fa con questa frase:
Desidera. Questo è nella sua natura. E come cominciamo a desiderare, Clarice? Cerchiamo fuori le cose da desiderare? Fai uno sforzo prima di rispondere. [...] Il desiderio nasce da quello che osserviamo ogni giorno. Non senti degli occhi che girano intorno al tuo corpo? E i tuoi occhi non cercano fuori le cose che vuoi?
Al di là del fatto che, se ascoltiamo il film in versione originale, Lecter usa il verbo to covet, che è qualcosa di più di un semplice desiderare, spiace dover fare il critico serio che usa il pensiero e il gergo dei critici seri, ma è fuori da ogni dubbio che Il silenzio degli innocenti - che comunque è ancora oggi, confrontato coi modelli attuali, un grandissimo thriller che non dimostra affatto i suoi 35 anni di età - è davvero un film sullo sguardo e sul desiderio, che poi sono le materie fondamentali del cinema, e non solo di un certo genere di cinema, dalla sua nascita fino a oggi. E non lo è ovviamente per queste parole di Lecter, che potrebbero riguardare unicamente la trama specifica, l’indagine poliziesca, l’individuazione di un colpevole, ma per il modo - piuttosto straordinario - col quale Jonathan Demme lo ha girato.
Il Silenzio degli Innocenti: il nuovo trailer del film
“Non senti degli occhi che girano attorno al tuo corpo?”
Si potrebbe arrivare a sostenere che tutto Il silenzio degli innocenti parla di occhi addosso al corpo del personaggio di Jodie Foster: da quelli dell’istruttore dell’FBI che, nell’incipit, la guarda allontanarsi dal percorso di addestramento nei boschi dopo averle detto di essere stata chiamata a rapporto da Jack Crawford, e poi quelli delle persone che incrocia nei corridoi per raggiungere l’ufficio del suo superiore, o di tutti quegli agenti, tutti maschi, di rosso vestiti che affollano l’ascensore in cui lei - unica donna, decisamente più bassa di tutti, con una felpa grigia ancora sudata - entra per salire al piano giusto.
Da questi sguardi che aprono il film, giù fino a quello filtrato dal visore notturno di Buffalo Bill, che la guarda - e la desidera - nel finale del film: uno sguardo e un desiderio che gli risulteranno fatali, passando per quelli degli agenti della West Virginia State Police al funerale (con autopsia) di una delle vittime di Bill.
La questione non è solo legata al desiderio, qui, perché ancora oggi colpisce l’attenzione, l’accuratezza e la consapevolezza femminile e femminista con cui Demme è stato in grado di raccontare la condizione e la fatica di una giovane donna che si muove con determinazione all’interno di un mondo di maschi adulti, più o meno desideranti ma comunque sempre giudicanti e supponenti (Crawford compreso).
“E i tuoi occhi non cercano fuori le cose che vuoi?”
Gli occhi di Clarice noi li vediamo per la prima volta sul percorso di addestramento fuori dall’accademia di Quantico, fissi sugli ostacoli che deve superare, oltre gli ostacoli, come a dirci, da subito, la sua implacabile determinazione pur nella fatica più faticosa. Demme si premura anche di mostrarci i cartelli appesi a un albero di quel bosco, che parlano appunto di come i cadetti debbano amare fatica, dolore e agonia: e trovare Buffalo Bill sarà esattamente quello per Clarice. Ma trovare Bill è anche quello che Clarice vuole, che desidera, fin da quando entra nell’ufficio di Crawford e il suo sguardo cade e indugia sulle pareti, ricoperte come in ogni thriller che si rispetti di foto, dossier, articoli di giornale, moodboard indispensabile per chiunque indaghi su un killer e voglia (desideri, brami intensamente, to covet) scovarlo e fermarlo.
Per farlo, Clarice sarà disposta confrontarsi con Lecter, a sottoporsi al suo sguardo, a ricambiarlo: e guardando, Clarice si troverà a guardare come in uno specchio, costretta come sarà dal quid pro quo impostole dallo psichiatra a parlare dei suoi segreti. Uno specchio scomodo, che però le permetterà di fare pace coi traumi del suo passato, sanando quindi un desiderio inconscio.
Lo sguardo di Demme
La dinamica tra campo e controcampo dei confronti tra Lecter e Clarice è quella durante la quale emerge maggiormente la scelta stilistica fondamentale fatta da Demme per questo suo film. Una scelta che è anche il motivo per cui Il silenzio degli innocenti risulta così potente e coinvolgente per noi spettatori. Spesso accade, durante quei confronti ma non solo, che Demme racconti i primi piani dei suoi due personaggi a confronto, primi piani nei quali sia Hopkins che Foster guardano quasi - quasi mai del tutto, solo in alcuni fugaci momenti - direttamente in macchina, come a rompere la quarta parete ma soprattutto mettendoci, a noi che a nostra volta guardiamo, nei panni e nello sguardo di questi personaggi. In questo modo ci sentiamo tanto oggetto dello sguardo e del desiderio loro, quanto soggetti che guardano e desiderano a nostra volta. Diventiamo, per farla breve, parte in causa in questo gioco perverso e destabilizzante.
Non sono solo Clarice e Hannibal, a giocare a questo gioco di sguardi. Già all’inizio del film, nella scena in cui Clarice incontra Jack Crawford per la prima volta, Demme inquadra Scott Glenn in quello stesso identico modo, facendoci così immedesimare con la stessa Clarice, oggetto del suo sguardo (peraltro molto ambiguo), e facendoci sentire tutto il suo imbarazzo, il suo disagio, la sua speranza. Perfino Bill viene raccontato nello stesso modo, ben prima di quell’esplicita - quella sì - soggettiva del finale, quella del visore notturno: ci sono almeno due o tre inquadrature in cui anche questo killer psicopatico sembra guardarci direttamente negli occhi, facendoci così diventare sue vittime potenziali, e percepire tutta la sua pericolosità.
L’occhio del cinema
È un film di occhi, insomma, quello di Jonathan Demme. Gli occhi dei personaggi (compresi quelli strabici, non certo per caso, dell’entomologo interpretato da Paul Lazar, che è l’unico che guarda Clarice con candore, e per questo libero di provarci giocosamente senza risultare viscido), i nostri occhi. Occhi che guardano e occhi che desiderano, desiderano perfino le cose che temono (il che, a pensarci bene, è uno dei meccanismi di base del cinema).
Occhi che desiderano il semplice atto del vedere, come Lecter, che disegna per rivedere paesaggi, che brama una finestra da cui guardare fuori e che per questa finestra scende a patti. Ma c’è di più: come ha notato uno dei più bravi critici italiani di sempre, Gualtiero De Marinis, il lavoro di Demme sullo sguardo e sulle immagini nel Il silenzio degli innocenti è tale, in qualsiasi scena, l’identificazione dello spettatore non sia solo coi personaggi, e con Clarice in particolare, ma con la macchina da presa stessa, col cinema in quanto tale.
Tutto perfetto, tranne un dettaglio (voluto)
Per i motivi che ho cercato di spiegare, ma anche per trama, montaggio, fotografia, interpretazioni, e tanti altri ancora, Il silenzio degli innocenti è un film cui è difficilissimo imputare un qualsivoglia difetto. L’abbiamo detto: ancora oggi è avvincente, fa paura, coinvolge. Che sia stato citatissimo nel Longlegs di Oz Perkins è segno di un’eredità che non accenna a voler scomparire, o a essere dissipata. E però c’è qualcosa nel film di Demme che sembra così stonato e sciatto che qualcuno potrebbe chiedersi: “perché?”. Un qualcosa che, anche in questo caso, appare subito di fronte ai nostri occhi, prima ancora di tanti altri avvenimenti e fatti e simboli e segnali. Parlo dei titoli di testa: che dopo pochissimi cartelli iniziano a mostrare con inquietante frequenza una crenatura (kerning) irregolare nei nomi che appaiono sullo schermo (il font usato è il Bureau Grot Compressed Bold), con alcune lettere inspiegabilmente più distanziate rispetto ad altre.
Ma se state cantando vittoria, al grido di "la perfezione non è di questo mondo, figuriamoci del cinema", fermatevi qui: perché anche questo dettaglio è stato voluto da Demme, che assieme allo studio grafico M & Co. ha elaborato questa stratehia per suscitare nello spettatore un senso di disagio, squilibrio e di tensione psicologica. Come ce ne fosse il bisogno.
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