Cinema Studi
domenica 15 febbraio 2026
Avengers: Secret Wars, Chris Hemsworth vuole che Thor e Tempesta facciano squadra
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Kristen Stewart e la storia del cinema in rovina che ha acquistato a Los Angeles
Kristen Stewart non è soltanto un’attrice conosciuta a livello mondiale che negli ultimi anni ha deciso di coltivare anche il ramo della regia, ma è anche interessata alla salvaguardia della struttura fisica del cinema. Di recente, infatti, ha raccontato di aver acquistato una vecchia struttura cinematografica che aveva bisogno di essere rimessa in sesto.
Kristen Stewart ha acquistato un vecchio cinema di Los Angeles: ecco cos’ha in mente
Ai microfoni di Architectural Digest, Kristen Stewart ha raccontato di aver “salvato” un cinema fatiscente. Il suo obiettivo è proporre come nuovo l’Highland Theatre del quartiere Highland Park di Los Angeles, che ha chiuso i battenti il 29 febbraio 2024, poco prima di compiere cent’anni. Cinema degli Anni ’20 progettato dall’architetto Lewis Arthur Smith, ha inaugurato la prima serata di proiezioni con Lady of the Night il 2 marzo 1925, ma dopo quasi cent’anni ha dovuto chiudere i battenti. “Sono sempre stata affascinata dai vecchi cinema fatiscenti. Voglio sempre scoprire quali misteri nascondono”, ha rivelato, per poi aggiungere: “Non mi sono resa conto che stavo cercando un cinema finché non ho notato questo posto. Poi è stato come uno sparo e la corsa è iniziata. Mi ci sono fiondata con tutte le mie forze”.
Il progetto di restauro ai suoi occhi è “un’opportunità per creare uno spazio in cui riunirsi, progettare e sognare insieme. Vogliamo che sia uno spazio per le famiglie, qualcosa per la comunità. Non è solo per pretenziosi cinefili di Hollywood. Lo vedo come un antidoto a tutte le sciocchezze aziendali, un luogo che distoglie la cultura cinematografica dal semplice acquisto e vendita. Credo che ci sia un enorme desiderio e una grande brama per ciò che questo tipo di spazio può offrire”. A detta dell’attrice, questo cinema ha “così tanti bei dettagli che necessitano di essere restaurati. Credo che ci sia un modo per riportare in vita l’edificio, in un modo che abbracci la sua storia ma che porti anche qualcosa di nuovo al quartiere e all’intera comunità cinematografica di Los Angeles”.
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Dispacci dalla Berlinale 2026: the horror, the horror
Le locandine più belle e divertenti che si vedono esposte all'interno dello European Film Market di Berlino, al suo esterno, e che vengono pubblicate sulle pagine dei cosiddetti trade - ovvero le riviste che si rivolgono principalmente a chi lavora nel cinema, riviste come Variety, Screen e The Hollywood Reporter, che durante i festival che ospitano anche un mercato pubblicano dei daily - sono sempre quelle di film horror il più delle volte improbabili: parlano di zombie sovietici, api assassine, serial killer satanisti amanti del metal che uccidono al momento dell'orgasmo.
L'horror, anche quello più serio e meno triviale, storicamente trova raramente spazio all'interno del programma dei grandi festival, ma da qualche anno a questa parte si sono aperti degli spiragli interessanti, e anche questa "Berlinale" ha voluto segnalare la sua apertura mentale al riguardo.
Di horror infatti in poche ore se ne sono visti tre, due dei quali (quelli decisamente meno meritevoli) perfino nel concorso principale.
Sleep No more: l'horror indonesiano
Gli appassionati del genere, ma anche di cinema orientale, o magari quelli che frequentano il Far East sanno bene che negli ultimi anni è cresciuta molto la percentuale di horror provenienti dall'Indonesia. Ecco allora che perfino Edwin, considerato il più importante regista del suo paese (vince facile, ma vabbè), uno che finora ha fatto un cinema d'autore magari piuttosto impuro, ma che ha comunque vinto un festival cinefilo come Locarno ed è stato in precedenza in concorso proprio qui a Berlino, ha girato un horror. Uno di quelli che a prima vista, tutto sommato, si sarebbero potuti vedere anche al citato FEFF, ma che comunque sotto sotto rivelano un po' più di pensiero cinematografico.
La storia di Sleep No More, che è il titolo del film di Edwin, è quella di una ragazza di nome Putri che, dopo la morte della mamma (apparente suicidio sul posto di lavoro), prende il suo posto nella fabbrica dove lavorava per saldare i debiti che ha sul groppone, e che non si capisce bene cosa produca: se parrucche, manichini o protesi artificiali, o forse tutte e tre queste cose insieme. La fabbrica è gestita da una donna (interpretata da un uomo) che è una sorta di madre-padrona dei suoi operai, che blandisce con toni affettuosi e familiari ma che in realtà sfrutta inesorabilmente, usando il loro bisogno per spingerli a sottoporsi spontaneamente a straordinari lunghissimi e perfino a giornate senza sonno. A questo aggiungete che la fabbrica è infestata da un demone che ha l'aspetto di una gigantesca matassa di lunghi capelli neri e che sfrutta la stanchezza degli operai e delle operaie per possederne e straziarne i corpi; che Putri, assieme alla sorella Ida, vuole scoprire la verità sulla morte della mamma e che con loro c'è anche un fratellastro trovato in un cassonetto che ha la capacità di rigenerare le parti del corpo che gli vengono amputate, come l'axolotl.
Sleep No More - presentato fuori concorso in Berlinale Special - è un film anarchico, che a tutto quanto fa horror nel suo paese associa spesso un tono scanzonato e un po' cialtrone che fa, va ammesso, molta simpatia. Il tutto è anche, e volutamente, molto naif, forse troppo, ma bisogna ammettere che Edwin sa usare bene la macchina da presa, il montaggio e la lingua del cinema in generale, e che non lascia mai che il tema di critica sociale, ovvio ma sottostante, divori lo spettacolo e l'intrattenimento.
Nightborn: l'horror col Grande Tema
Tutto il contrario purtroppo avviene con Nightborn, opera seconda della regista finlandese Hanna Bergholm, quella che nel 2022 aveva esordito con Hatching: film che all'epoca pare non mi fosse dispiaciuto ma che oggi, a memoria, ricordo meno bello di allora.
Tutto il contrario, si diceva, perché Nightborn è tutto sul tema, e il tema è, tanto per cambiare, la maternità e i suoi traumi: nel caso specifico rifiutare un figlio che ti ha devastato il corpo e la psiche al momento del parto e che continua a devastarti con l'allattamento, i pianti, le richieste. Rifiutarlo tanto da vedere in lui un mostro, che forse è davvero, perché in qualche modo è la natura che funziona così. Il tutto si svolge in una casa di campagna finlandese circondata da un bosco lussureggiante e bellissimo che la protagonista Saga ama molto, e che pare voler continuamente invadere la casa, per lo sconcerto di papà John. Questo personaggio - maschile, e quindi come spesso accade ottuso, arrogante e inutile, e in fin dei conti perfino sacrificabile secondo la regista - è interpretato da Rupert Grint, che per me non è quello di Harry Potter ma quello di Servant; ma non è solo per quello però che ho avuto l'impressione che Bergholm abbia cercato di rubare, goffamente, molte delle atmosfere di quella serie bellissima. Ma se Servant era elegante, Nightborn è inutilmente patinato; se Servant era inquietante e misterioso e divertente, Nightborn è banale, sottolineato e ridicolo (spesso in maniera del tutto involontaria). Un film dalle ambizioni eccessive per le capacità della regista, che soprattutto è schiacciato dalla voglia di portare avanti una tesi che forse è femminista ma forse nemmeno troppo.
La Berlinale sul suo sito mette dei tag per ogni film: questo riporta #beyondthisworld, #lovestories, #familyiscomplicated (!) e l'immancabile #fiercewoman, che oggi pare faccia andare in concorso in automatico. Ma non era meglio Edwin?
Rosebush Pruning: non un film dell'orrore ma un orrore di film.
Ho barato, lo ammetto. Perché il terzo film horror di cui vado a parlare non è un vero horror: non è un film dell'orrore ma un orrore di film. Rosebush Pruning del brasiliano Karim Aïnouz, ovvero I pugni in tasca di Marco Bellocchio (giuro, lo dicono loro) rifatto con un'estetica da spot pubblicitario (e infatti i protagonisti, tutti insopportabili, parlano solo di marchi di moda), tanto sperma (e un po' di sangue), e con una sceneggiatura firmata dall'Efthimis Filippou storico collaboratore di Lanthimos (il che è garanzia di tardivi épater les bourgeois a botte di perversioni, sadismi e fighetterie che al confronto Saltbun sembra girato dai boy scout). Viene presentato come "una scandalosa satira contemporanea sull'assurdità della famiglia patriarcale tradizionale", ma è un film furbetto ed estetizzante che strizza l'occhio ammiccando di continuo con provocazioni tutte di superficie invece di proporre davvero qualcosa capace di essere disturbante e di mettere alla berlina una qualunque forma di status quo.
Ci sono quattro fratelli: Edward (Callum Turner), che è il narratore della storia; Jack (Jamie Bell), il maggiore, che è l'unico che un po' si salva a dispetto del feticcio per il sangue mestruale, e che infatti vorrebbe uscire da quella gabbia di matti che è la sua famiglia; Robert (Lukas Gage), che è omosessuale e disperatamente innamorato di Jack; e Anna (Riley Keough), l'unica femmina, capricciosa e volubile e gelosa come solo le peggiori e misogine rappresentazioni delle donne possono essere, e che forse vorrebbe pure lei farsi il fratello. Sono ricchi, annoiati, vivono isolati in una villa in Spagna col padre-padrone cieco (Tracy Letts). La mamma (Pamela Anderson) è morta, o forse no. Jack è fidanzato con Martha (una Elle Fanning piena di lentiggini - vere - che le donano tantissimo) e vorrebbe andare a vivere con lei. Quando Ed scopre le perversioni del padre sopportate troppo a lungo da Jack, decide di aiutare il fratello elaborando un piano per far ammazzare a vicenda tutti gli altri.
Tu che guardi il film vorresti morire molto prima di loro. Se non fosse tutto così demenziale (questa volta non in senso buono) ci sarebbe quasi da gridare allo scandalo: non per le finte provocazioni sullo schermo, ma per lo scempio del cinema e del nostro tempo.
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sabato 14 febbraio 2026
5 film d'amore in streaming per un San Valentino 2026 ancora più dolce
Chi è alla ricerca di una buona dose di romanticismo per il weekend dell’amore sarà felice di appuntarsi i prossimi cinque titoli (alcuni più recenti di altri in ordine d’uscita) disponibili sulle piattaforme streaming da recuperare in compagnia e non. San Valentino è un’occasione come tante per gli appassionati di cinema che desiderano una coccola romantica sullo schermo, per questo abbiamo pensato di suggerirvi cinque film da recuperare nel weekend.
5 film d’amore in streaming per San Valentino 2026
People We Meet on Vacation
Tratto dall’omonimo romanzo di Emily Henry, People We Meet on Vacation è uno dei recentissimi titoli romantici disponibili in streaming su Netflix. Commedia romantica diretta da Brett Haley, è disponibile in piattaforma da fine gennaio 2026 e ha scelto come protagonisti Emily Bader (My Lady Jane) e Tom Blyth (Hunger Games: La ballata dell’usignolo e del serpente). La storia è quella di due amici sin dai tempi del college che ogni anno partono per un viaggio ricco d’avventure e divertimento. L’ultimo, però, non è andato come previsto e ha costretto i due amici a prendersi una pausa l’uno dall’altra. Tempo dopo, è Poppy a proporre un nuovo viaggio ad Alex nella speranza di riallacciare i rapporti. Ma se la loro non fosse soltanto una semplice amicizia?
Eternity
Disponibile da febbraio 2026 in streaming su Apple TV, Eternity è una commedia romantica del 2025 diretta e co-scritta da David Freyne con protagonista la star Marvel Elizabeth Olsen. In questo caso non dispone di poteri magici, ma è arrivata nell’aldilà con una possibilità rara tra le mani: dovrà scegliere chi dei suoi due ex mariti vorrà al suo fianco. Prima di morire, Joan era sposata con Larry con il quale ha trascorso tutta la vita. In passato, però, ha sposato anche Luke, morto nella Guerra di Corea. Così tutti e tre si ritrovano nell’aldilà e Joan dovrà scegliere con chi dei due trascorrere la sua eternità.
F*ck Valentine’s Day
Diretto da Mark Gantt, F*ck Valentine’s Day è il titolo perfetto per tutti quelli che non apprezzano esattamente il 14 febbraio. La protagonista, Gina, interpretata da Virginia Gardner è nata proprio il giorno di San Valentino e non ne è una fan. A complicare il tutto vi è anche il suo fidanzato, che per tale occasione ha intenzione di chiederle di sposarlo. In vacanza in Grecia anche per rivedere sua madre dopo anni, Gina coinvolgerà due sconosciuti nel suo piano di sabotaggio. La commedia romantica è disponibile in streaming su Prime Video.
Tutti tranne te
Dopo il successo al botteghino, Tutti tranne te (Anyone But You) ha raggiunto anche le piattaforme streaming e al momento è disponibile in streaming su Netflix. Diretto da Will Gluck, liberamente ispirato a Molto rumore per nulla, il film ha come protagonisti Glen Powell e Sydney Sweeney, entrambi due celebrità estremamente popolari in quel di Hollywood che in questa storia interpretano due vecchie conoscenze che finiscono per fingere una storia d’amore pur non tollerandosi troppo per raggiungere i propri obiettivi e superare indenni un weekend di nozze.
Love Me Love Me
Tratto dall’omonimo romanzo di Stefania S, Love Me Love Me è tra le novità romantiche in streaming su Prime Video a febbraio 2026. Diretto da Roger Kumble, racconta la storia di June, interpretata da Mia Jenkins, che si trasferisce in Italia dopo la morte del fratello e a scuola conosce due ragazzi: James, bello quanto pericoloso, e Will, lo studente modello. Le apparenze, però, ingannano e June scoprirà molto presto che in quella scuola niente è come sembra.
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Dispacci dalla Berlinale 2026: l'AI, il western, il jazz
L’altra mattina mi sono svegliato e sul telefono ho visto una notifica. Da casa mi avevano mandato il link a un reel di Instagram. Nel reel si vedevano Brad Pitt e Tom Cruise fare a botte sul tetto di un palazzo mentre parlavano di Epstein e dei files. La didascalia di commento al reel diceva: “Hollywood è ufficialmente fregata. Questo video è stato creato con poche parole grazie a Seedance 2.0”.
In effetti la qualità della creazione di questo nuovo modello di AI generativa è abbastanza impressionante, e i ragionamenti che ne possono scaturire abbastanza deprimenti, almeno per chi è nato e cresciuto nel Novecento.
Eppure, qui a Berlino è - anche giustamente - tutto un parlare di cinema. Non solo alla “Berlinale”, sulla quale tra poco torniamo, ma anche allo European Film Market, uno degli appuntamenti più importanti per l’industria. All’interno del Martin Gropius Bau, l’edificio neorinascimentale costruito nel 1881 dall’omonimo architetto che è a due passi dalla modernissima Postdamer Platz e che è il cuore dello EFM, non mi pare ci fosse grande preoccupazione per l’AI, brulicante com’era di produttori, distributori, venditori, compratori provenienti da tutto il mondo, di stand degli istituti cinematografici dei quattro angoli del globo, di tavolini su cui si improvvisano trattative e accordi commerciali (a ben vedere chi frequenta lo EFM appare anche più esteticamente gradevole, e più in salute, di chi invece frequenta la Berlinale, mediamente caratterizzato dal grigiore di chi passa troppo tempo della sua vita all’interno di una sala cinematografica).
Verbinski e l’AI
Siccome qualcuno qualche decennio fa ci ha insegnato che le coincidenze non esistono, al fischiettare fintamente distratto dell’industria cinematografica di fronte alla valanga dell’AI che si sta per abbattere su di lei ha risposto un film - presentato a Berlino fuori concorso - nei confronti del quale nutrivo un qualche vago interesse e una certa curiosità, ma che ha superato enormemente le mie tiepide aspettative. Perché Good Luck, Have Fun, Don’t Die, il film di Gore Verbinski scritto da Matthew Robinson e interpretato da Sam Rockwell, che segna il ritorno dell’americano alla regia a 8 anni da La cura del benessere è un apologo contro l’AI e i social e gli smartphone che ci stanno mandando in pappa il cervello un reel alla volta che è tanto esilarante e demenziale quanto spaventoso e disturbante. Del film ho scritto più diffusamente in questa recensione, ma qui lasciatemi dire che, se è nel programma della Berlinale, sospetto sia più perché dentro ci sono capitali tedeschi, e il film sta per uscire nelle sale, che per la lungimiranza artistica dei selezionatori. Manco a dirlo, al momento Good Luck, Have Fun, Don’t Die non ha una distribuzione italiana. Vabbe’.
Dara Van Dusen: segnamoci questo nome
Lo sto forse un po’ maltrattando, lo staff artistico della Berlinale, e allora è giusto sottolineare come sia solo merito loro se nella sezione Perspectives, quella nata sotto la direzione Chatrian e dedicata alle opere prime, ho visto un esordio davvero interessante. Si tratta di A Prayer for the Dying, adattamento del romanzo omonimo di Stewart O'Nan che è il primo lungometraggio di Dara Van Dusen, giovane regista che è nata a New York, ha studiato cinema in polonia, e risiede a Oslo.
Siamo nel Wisconsin del 1870, in una di quelle cittadine western dove ci sono una chiesa, un dottore, uno sceriffo, un emporio e una manciata di casa. Non c’è nemmeno un saloon. Jacob (Johnny Flynn, quello che è stato il Dickie della serie Ripley) è sia sceriffo che diacono, ha una moglie e una figlia poco più che neonata. Sembra sereno e felice, anche se è tormentato dai fantasmi della Guerra Civile, ma il suo mondo crolla quando il medico interpretato da John C. Reilly gli certifica che il tizio che hanno trovato stecchito nel bosco è morto di difterite. Sostanzialmente non succede granché, in termini di trama, in A Prayer for the Dying: tutto gira attorno all’epidemia, che inizialmente il dottore vuole tenere nascosta per non allarmare la popolazione, e alla successiva messa in quarantena della cittadina, il tutto mentre un incendio lontano sembra rappresentare un’ulteriore minaccia. Ma è in come questi pochi eventi vengono raccontati, che sta il valore del film. Fin dalle prime scene, che sono una sorta di anticipazione del finale, Dara Van Dusen dimostra la volontà di utilizzare una sorta di espressionismo minimalista che, unito a un uso radicale e intelligente dei movimenti di macchina, del sound design e del montaggio, fa del film una sorta di sogno - meglio: di incubo - a occhi aperti. Fatto con costumi curatissimi (che a volte ricordano le divise luride e stracciate del nostro Trinità: e lo dico con ammirazione), una recitazione attenta e un realismo che lascia costantemente il passo all’iperrealismo, A Prayer for the Dying è un film nel quale Dara Van Dusen sembra mescolare Georges Méliès, Nicolas Winding Refn e Kelly Reichardt. Per il senso di spaesamento e di angoscia che mette nel suo film, la regista mi ha anche fatto venire in mente un’altro talento al femminile che emerse dalla Berlinale anni fa, quello di Josephine Decker. Talenti, questi, tutti analogici, niente AI.
Sotto le stelle del jazz
Un lavoro sulla forma piuttosto notevole c’è anche in Everybody Digs Bill Evans, il film che corre per l’Orso d’oro (io il concorso l’ho finora trascurato, ma ai link ci sono le recensioni di Mauro Donzelli di À voix basse e di Yellow Letters). Diretto da Grant Gee e scritto da Mark O’Halloran a partire dal romanzo “Intermission” di Owen Martell, racconta con stile impressionista la crisi psicologica di uno dei più grandi pianisti jazz della storia avvenuta dopo la morte del bassista del suo trio Scott LaFaro, vittima di un incidente l’auto pochi giorni dopo quelle esibizioni che poi hanno partorito due dischi capolavoro come “Sunday at the Village Vanguard” e “Waltz for Debby”. Girato in bianco e nero con l’eccezioni di tre brevi flashfoward a colori saturi e caldi che ci portano in tre momenti altrettanto drammatici nella vita di Evans (nel 1973, poi nel 1971 e infine nel 1980, anno della sua morte), Everybody Digs Bill Evans racconta con grande discrezione e rarefazione narrativa i tormenti interiori del pianista, la sua dipendenza dall’eroina, il rapporto con il fratello geloso del suo talento e quello coi genitori a casa dei quali si rifugerà per superare la crisi e disintossicarsi, il rapporto non facile - tossico da più punti di vista - con la fidanzata Ellaine Schultz.
Gee, che è uno che di musica se ne intende, avendo diretto documentari su band come i Joy Division e i Radiohead, fa una scelta controintuitiva e intelligente, sottraendo quasi completamente la musica di Evans dal film ma lasciando che il tono e il ritmo del film rifletta il suo stile impressionista, intimo, malinconico e pulsante. Il racconto è quindi frammentato, fatto di lampi e situazioni che si legano con grande armonia e costruiscono - assieme all’ottimo lavoro di un sorprendente Anders Danielsen Lie - a un ritratto dolente e sfumato di un artista complesso. Notevole la fotografia di Piers McGrail e anche l’attrice nordirlandese Valene Kane, che interpreta Ellaine.
Confesso che in genere i film su personaggi reali di grande talento mi mettono un po' in crisi, giacché mi trovo a invidiare quella cosa speciale che a me manca; in questo caso devo dire che Gee non fa pesare questa cosa più di tanto allo spettatore, sebbene il fratello geloso di Evans finisca per suicidarsi.
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venerdì 13 febbraio 2026
Jason Statham interpreta Jason Statham nel film Jason Statham mi ha rubato la bicicletta
L'artigiano del "menare le mani" tornerà sul grande schermo fra pochi giorni, il 18 febbraio, con Missione Shelter in cui anche qui dovrà fare i conti con un passato che lo insegue (sottoforma di ostili energumeni) e, al contempo, proteggere qualcuno. Ma il prossimo progetto di Jason Statham è uno di quelli da annotare sul taccuino digitale.
Dallo European Film Market (uno degli appuntamenti mondiali in cui le società delll'industria dell'audiovisivo si incontrano per fare affari) che si svolge in concomitanza con la Berlinale, arriva la notizia che a dirigere il nuovo film con Jason Statham sarà David Leitch, il regista dietro a blockbuster d'azione come Bullett Train, The Fall Guy, Atomica Bionda e Deadpool 2. Questa sarà la seconda collaborazione tra i due dopo Fast & Furious - Hobbs & Shaw, ma ciò che stupisce maggiormente è la natura metacinematografica del progetto in cui Jason Statham mettera in canna un altro tipo di cartucce.
Jason Statham Stole My Bike: cosa sappiamo finora
La trama rimane ancora top secret, ma questa nuova action comedy sprigiona ambizione già dal titolo: Jason Statham Stole My Bike (Jason Statham mi ha rubato la bicicletta). A quanto pare, Jason Statham sfodererà l'ironia che gli appartiene e che ci ha già mostrato in titoli come Spy e Operation Fortune, usandola ai danni di se stesso. L'attore interpreterà infatti una versione di se stesso che ricalca quella reale, ovvero una star globale del cinema d'azione che finisce per ritrovarsai in una situazione con forti elementi di parodia.
Il fatto che sia David Leitch a dirigere il film, non lascia dubbi riguardo alla spettacolarità delle sequenze d'azione che non mancheranno. La sceneggiatura porta la firma di Alison Flierl, già co-autrice di serie TV come BoJack Horseman e School of Rock. Alla produzione figurano Leitch e la moglie Kelly McCormick per 87North, Statham per Punch Palace Productions e John Friedberg per Black Bear. L'inizio delle riprese è previsto per il mese di maggio 2026.
Qui sotto il trailer di Missione Shelter, dal 18 febbraio al cinema grazie a 01 Distribution.
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Domani interrogo: Anna Ferzetti in una clip del film che vi presentiamo in anteprima esclusiva
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