lunedì 20 luglio 2026

A Giffoni 2026 l'anteprima di Oceania, Benedetta Porcaroli e Francesca Michielin: Il programma del 20 luglio

La quarta giornata del Giffoni Film Festival si apre con uno degli appuntamenti più attesi dell'intera 56esima edizione: l'anteprima di Oceania (Moana), il nuovo adattamento live action prodotto da The Walt Disney Company e diretto da Thomas Kail. Ma lunedì 20 luglio 2026 la Cittadella del Cinema tornerà ad animarsi con una giornata che intreccia anche altre anteprime, incontri, cinema internazionale, musica e momenti di approfondimento. Ecco tutto quello che c'è in agenda.

Giffoni, da Oceania a Becoming Her: le anteprime e gli eventi speciali del 20 luglio

L'appuntamento con la premiere di Oceania è fissato alle 20 in Sala Truffaut in versione originale con sottotitoli in italiano. La proiezione è riservata ai giurati delle sezioni Elements +10 e Generator +13 e +15. Ma un evento importante sarà anche la presentazione di Becoming Her: Prima di diventare grandi, il nuovo documentario prodotto dallo Juventus Creator Lab che debutterà a settembre su Disney+. Il progetto intreccia le storie di tre giovani donne accomunate da un percorso di crescita e di affermazione personale, raccontato dalla voce narrante di Francesca Michielin, da sempre sostenitrice della Juventus e protagonista dell'incontro insieme ad Anna Copelli, talento della Juventus Women Under 19. L'evento, riservato ai giurati delle sezioni Generator, offrirà l'occasione di riflettere sui temi dell'identità, del talento e della valorizzazione femminile.

La giornata ospiterà inoltre la presentazione de Il quaderno di Tommaso, cortometraggio di Marco Pellegrino promosso dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro. Alla proiezione prenderà parte Antonio Gerardi, mentre nel pomeriggio il progetto sarà al centro anche di un incontro con il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Maria Elvira Calderone.

Gli incontri con i protagonisti del cinema, della tv e della cultura

Tra gli appuntamenti più attesi c'è l'incontro con l'attrice Benedetta Porcaroli, che salirà sul carpet della Sala Truffaut per dialogare con i giurati del festival. Ricchissimo anche il calendario di Giffoni Impact, che accoglierà il dirigente Ferrari Antonello Coletta, il direttore di Sky TG24 Fabio Vitale, la conduttrice Paola Perego, il musicista e attore Carlo Amleto, la giornalista e avvocata Beatrice Dalia, il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè e il presidente di Unioncamere Andrea Prete. Tra gli appuntamenti della giornata anche Effetto Domino, il docu-reality originale di Infinity LAB e Mediaset Infinity ideato da Marco Cortesi e Mara Moschini, che racconta cinque emozioni universali – rabbia, ansia, gelosia, senso di colpa e invidia – attraverso le storie autentiche di trenta ragazzi. Dopo la presentazione della serie, gli autori incontreranno i giurati per approfondire i temi dell'educazione emotiva e del dialogo tra le nuove generazioni. Spazio anche all'innovazione sociale con il progetto Il dono delle storie, promosso da UniCredit e Giffoni Innovation Hub, e agli incontri dedicati alla legalità con il testimone di giustizia Antonino Bartuccio.

I film in concorso del 20 luglio

Prosegue il concorso internazionale con una nuova selezione di opere provenienti da diversi Paesi. Per Generator +13 sarà proiettato Trad di Lance Daly, mentre la sezione Generator +15 presenterà Nipster di Sunniva Eir Tangvik Kveum. I giurati di Generator +18 assisteranno invece a Rain Fell on the Nothing New di Steffen Goldkamp. Per le sezioni Elements sono in programma King of the Wanderers di Janne Schmidt per Elements +10 e Super Furball and the Lying Squirrel di Joona Tena per Elements +6. Completano il programma Le bambine di Valentina e Nicole Bertani per Parental Experience e One in a Million di Itab Azzam e Jack MacInnes per GEX Doc.

Musica, sport, laboratori e gli eventi serali

Anche la quarta giornata animerà il Giffoni Village con laboratori dedicati alla musica, al teatro, alla web education e al contrasto del cyberbullismo, oltre alle numerose attività organizzate dagli stand dei partner del festival. Lo sport sarà protagonista con i Lete Sport Talks, che ospiteranno il docufilm Napoli Dakar! A Road to Employment, e con l'incontro con la campionessa olimpica di vela Caterina Banti, seguito dalle attività aperte al pubblico della Hollywood Lete Sport Arena.Proseguono anche gli appuntamenti del Giffoni Food Show e del Food Talk, mentre nel pomeriggio Piazza Cittadella del Cinema offrirà al pubblico l'osservazione del Sole attraverso telescopi astronomici.

La serata prenderà il via al Giardino degli Aranci con LOW Shò, seguito da Il posto delle favole, che proporrà uno spettacolo musicale dedicato alle fiabe dei Fratelli Grimm con Veronica Maya e il Millennium Ensemble. Per la rassegna Celebration Nights sarà proiettato Hook - Capitan Uncino di Steven Spielberg, in occasione del trentacinquesimo anniversario dell'uscita del film. A chiudere la giornata saranno ancora una volta la musica e la festa: Piazza Fratelli Lumière ospiterà il Giffoni Music Concept con Luca Pescara, Meccanico DJ, Dodoj, Angie e J Pata, mentre Piazza Umberto I si trasformerà in un grande palcoscenico a cielo aperto con il Giffoni Street Dance e lo spettacolo The Greatest Show.



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Perché Odissea è dedicato a David Keighley: chi era l'uomo che ha cambiato il cinema di Christopher Nolan

Tra le immagini spettacolari di Odissea, il nuovo kolossal di Christopher Nolan, c'è una dedica che ha colpito gli spettatori: il regista ha infatti dedicato a David Keighley, un nome che ai più non dirà nulla, ma che appartiene ad una figura fondamentale per il cinema in formato IMAX.

Il regista ha voluto ricordare un collaboratore e un amico che, per più di vent'anni, lo ha accompagnato nella sua ricerca di un'esperienza cinematografica sempre più immersiva. La dedica non rappresenta infatti soltanto un omaggio professionale, ma il riconoscimento di un percorso condiviso: quello che ha portato Nolan a trasformare l'IMAX da semplice formato spettacolare a una vera e propria forma narrativa.

Nolan ha annunciato pubblicamente la dedica durante la première londinese di Odissea al BFI IMAX Theater, proprio uno dei luoghi più importanti nella sua storia con Keighley. "Questo è stato il primo luogo in cui ho incontrato David" ha raccontato il regista, ricordando il momento in cui gli confidò il suo desiderio di realizzare grandi film hollywoodiani girati in IMAX. Da quell'incontro, iniziò una collaborazione durata oltre due decenni

Chi era David Keighley, il pioniere dell'IMAX

David Keighley è stato uno dei più importanti esperti mondiali di qualità e tecnologia IMAX. Per decenni ha lavorato per garantire che ogni immagine proiettata nei cinema rispettasse gli standard più elevati, diventando una figura fondamentale dietro le quinte del cinema in grande formato. Il suo lavoro non consisteva semplicemente nel "controllare" le immagini, ma nel preservare la visione dei registi: assicurarsi che colori, nitidezza e dettagli arrivassero al pubblico esattamente come erano stati pensati. Per Christopher Nolan, ossessionato dall'esperienza della sala cinematografica, Keighley è diventato un punto di riferimento indispensabile.

Il sogno di Nolan e Keighley diventato realtà con Odissea

Il rapporto tra Nolan e Keighley è iniziato nei primi anni Duemila, quando il regista cominciò a sperimentare sempre di più il formato IMAX. Dopo Batman Begins, il regista utilizzò per la prima volta vere telecamere IMAX per alcune sequenze de Il Cavaliere Oscuro, aprendo una strada che avrebbe poi seguito nei film successivi. Da quel momento, Nolan ha continuato ad ampliare il ruolo dell'IMAX da Il cavaliere oscuro - Il ritorno a Interstellar, passando per Dunkirk, Tenet e Oppenheimer. Con Odissea, però, è arrivato il traguardo più ambizioso: realizzare un film interamente girato con telecamere IMAX, trasformando in realtà un sogno che Keighley coltivava da decenni.

Leggi anche Odissea nella storia del cinema IMAX: cos'è riuscito a fare Christopher Nolan

La dedica che racconta un'amicizia lunga più di vent'anni

La storia della dedica è diventata ancora più emozionante dopo le parole della famiglia di Keighley. Il figlio Geoff Keighley ha raccontato che suo padre aveva scoperto di avere una malattia terminale poco prima dell'inizio delle riprese di Odissea. Nonostante le condizioni di salute sempre più difficili, David aveva un obiettivo preciso: riuscire a completare il lavoro sul film di Nolan. Secondo il racconto della famiglia, quando i medici gli chiesero quale fosse la priorità per il tempo che gli restava, Keighley rispose di voler vivere abbastanza da portare a termine la produzione del film. E così è stato. Riuscì a completare il lavoro sulle immagini del film e ad accompagnare Odissea fino alla fine della sua fase più importante.

La dedica di Christopher Nolan a David Keighley assume quindi un significato particolare: non è soltanto un ricordo, ma un doveroso omaggio a una persona che ha contribuito a cambiare il modo in cui il pubblico vive il cinema. Se Odissea rappresenta il punto più alto della ricerca di Nolan sul formato IMAX, è anche il risultato del sogno condiviso con un uomo che, dietro le quinte, ha lavorato per rendere possibile quell'esperienza. Come il protagonista del poema di Omero, anche David Keighley ha portato a termine il proprio viaggio ed è riuscito a vedere compiuto il progetto a cui aveva dedicato gli ultimi mesi della sua vita.



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domenica 19 luglio 2026

NOdissea: l'Odissea senza stupore e meraviglia di Christopher Nolan

Seduto poco distante da me, all’anteprima di Odissea, c’era Francesco Piccolo, che l’indomani ha scritto su Repubblica un pezzo molto intelligente sul film. Dice Piccolo, in sostanza, che Nolan nel corso del film è come se si rendesse conto di quanto Omero sia meglio di lui e decida quindi di abbandonare ogni tentativo di sopraffare la sua narrazione. Quello che però a me interessa è quando dice che, nel suo combinare qualità e stereotipo, Odissea “è molto bello ed è anche, non esiste una parola più precisa per dirlo, una cazzata. Queste due strade non si biforcano, come dovrebbe succedere, ma avanzano parallele e stanno insieme. In qualche modo si fanno compagnia, e passi dal pensare che sia bello, a pensare che sia una cazzata. Continuamente.” Ed è qui che poi aggiunge: “Ma qui interviene lo spettatore. Cioè, tocca a noi. Dobbiamo decidere noi se è bello o se è una cazzata”.

Nolan e l'intelligenza scettica

Piccolo dice, giustamente, di essere andato a vedere il film da spettatore, sospendendo “ogni forma di intelligenza scettica”: e sebbene io sia andato a vedere anche come critico - purtroppo o per fortuna - e forse nel complesso posso dire di essere uno spettatore un po’ meno comprensivo di quanto sia stato in questo caso Piccolo, mi riconosco molto in quel suo oscillamento, e sono anche d'accordo sul fatto che al cinema - a volte, forse spesso - sia giusto e necessario sospendere l’intelligenza scettica.
Il problema, però, è che un autore come Nolan sembra stare sempre lì, con quel suo tono sempre un po’ grave e pensoso, con quella drammatica e totale assenza (forse incapacità) di leggerezza e di umorismo, con quel suo fare cinema che vuole costantemente ricordare, ostentare, propugnare l’importanza del cinema e del fare cinema, ecco: uno come Nolan, specie in un film come Odissea, fa sempre di tutto per dirti implicitamente “No, usala la tua intelligenza scettica, non abbandonarti alla meraviglia, qui parliamo di cinema, e il cinema è serio, si tratta di cose importanti”. Ed è allora, e specie nella volontaria assenza di meraviglia, che uno, nel suo oscillare tra il riconoscere i meriti indubbi di uno che il cinema lo sa e lo sa fare bene, e il rimanere basiti e delusi per certe cose un po’ sconcertanti del suo film, tende a privilegiare la seconda reazione.

Not so much open to meraviglia

Come ha notato Francesco Alò in una sua videorecensione, Nolan apre Odissea con una didascalia che ha il sapore di un’opinabile dichiarazione programmatica: “In un tempo di apparente magia…”. Ecco, la magia, o se preferite la meraviglia, in Odissea sono del tutto apparenti, perché è chiaro che di meravigliare a Nolan interessi pochissimo: un po’ perché del cinema, anche quando “spettacolare”, gli interessa sempre l’espressione razionale e tecnico-tecnologica (l’intelligenza scettica, ricordate?), un po’ perché a me pare chiarissimo che con Odissea Nolan non abbia voluto raccontare l’Odissea, ma usare il racconto dell’Odissea per una sorta di apologo morale, e fare di Ulisse una sorta di Robert Oppenheimer dell’età classica, come ho ampiamente dissertato in questo articolo qui.
E però a me, al critico ma ancora di più allo spettatore, la magia e la meraviglia mancano tantissimo; anche perché quando Nolan ci prova, a fare quella roba lì (perché non può evitarlo, mica puoi fare l’Odissea senza Polifemo: senza Nausicaa e Feaci sì, ma senza Polifemo no), e ci prova in quel suo modo tutto di testa, tutto concettuale (concettuale come il volto cubista del ciclope), cascano un po’ le braccia, perché è tutto goffo, incerto, zoppicante. E se rispetto a Polifemo va un po’ meglio con Circe, la Circe versione contadina e rancorosa di Samantha Morton, in virtù dell’idea - più teorica che pratica, ancora una volta - di farle modellare con le mani la trasformazione degli uomini di Ulisse da umani a porci, inspiegabile è la parentesi dei Lestrigoni, e inutilmente estetizzante e desolatamente priva di sensualità quella con la Calipso di Charlize Theron (che, sempre come nota Alò, fa quasi più la psicanalista che la ninfa).

Dubbi sul cast

Visto che le abbiamo citate: chiamate a fare quel che Nolan voleva, Morton e Theron non se la cavano male, come non se la cava male Damon (credibile anche quando gli viene chiesto di fare John Wick alla fine del film), ma non tutto il cast è all’altezza: Holland e la moglie Zendaya (che appare ogni tanto nei panni di Atena al fianco di Ulisse a fare le faccine di rimprovero: ma a ‘sto pòro cristo già va tutto male, gli dobbiamo imporre pure questo?) sono terribili, Pattinson nei panni di un Antinoo vile&febbrile pure, Anne Hathaway fa quel che può e Lupita Nyong'o ha due pose messe in croce (per dire della sensatezza delle polemiche).

Restano le immagini

Restano, come direbbero i critici-accademici, le immagini. Quelle immagini che sono, assieme al ragionamento sull’uomo e sulla modernità, sull’apocalisse del presente e dello scontro prometeico che tra aspirazioni e risultati, di cui già detto e detto altrove, la grande ossessione di Nolan e anche quella dei suoi indefessi sostenitori (tra i quali - lo dico per onestà intellettuale - non mi annovero: dei suoi film mi piacciono cose come Memento, The Prestige, Il Cavaliere Oscuro, Dunkirk e Oppenheimer, mentre film come Inception, Interstellar e Tenet mi lasciano basito e non in modo positivo). Che Nolan sia “bravo”, per carità di Dio, non ci sono dubbi. Che il suo cinema sia stato in grado in passato, e anche in Odissea, di pensare e generare e proporre immagini potenti, anche: qui basterebbe pensare a certe cose del Cavallo di Troia per dimostrarlo.
Il problema è che qui, anche quando riuscita, l’immagine proposta da Nolan mi pare nel complesso vuota, buona per gli account dei social che postano i frame più esteticamente belli della storia del cinema: ma si tratta, in questo caso, di frame già musealizzati, già separati dalla storia e dal senso che si portano - o si dovrebbero portare - appresso.

Il cane e il potere di Omero

Infine, esprimo una riserva con il beneficio del dubbio. Su un dettaglio ultra marginale, ma che guardando il film mi ha molto colpito, un dettaglio che riguarda Argo, il leggendario cane di Ulisse che per primo riconosce il suo padrone quando torna a Itaca sotto le spoglie del mendicante. Di Argo si racconta, in qualche modo, la origin story: peccato che il cucciolo che vediamo sullo schermo in braccio a John Leguizamo (che interpreta Eumeo) non mi sia parso affatto della stessa razza del cane adulto (anzi, anziano). Chi se ne frega, direte voi, e avrei detto anche io di fronte a un altro film. Ma se lo noto e lo annoto, questo dettaglio, è perché l’ossessione realista e materialista di Nolan lo permette, perché è lui che chiede implicitamente di non spegnere l’intelligenza scettica. Perché è stato lui il primo a parlare di magia apparente, e a sottrarci il potere magnifico della meraviglia. Un potere che invece Omero conosceva benissimo, e che ha usato a piene mani facendo sì che quella storia lì arrivasse fino a oggi, Nolan o non Nolan.



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Il Signore degli Anelli, 5 verità scomode sulla trilogia di Peter Jackson: i fan non le ammetteranno mai

Quando si parla di fantasy al cinema, è quasi impossibile non citare Il Signore degli Anelli. La trilogia diretta da Peter Jackson tra il 2001 e il 2003 ha cambiato per sempre il genere, conquistando milioni di spettatori e trasformando il mondo creato da J.R.R. Tolkien in un fenomeno globale.

La Compagnia dell'Anello, Le Due Torri e Il Ritorno del Re sono ancora oggi considerati tra i migliori film fantasy mai realizzati. Non a caso, l'ultimo capitolo vinse ben 11 premi Oscar, entrando nella storia del cinema. Eppure, proprio perché la trilogia è così amata, alcune critiche vengono spesso accolte con difficoltà dai fan più appassionati. Ma anche un capolavoro può avere qualche difetto, e ci sono almeno cinque aspetti de Il Signore degli Anelli che molti spettatori preferirebbero non ammettere.

I film sono troppo lunghi (soprattutto per chi non è un fan)

Uno dei grandi meriti di Peter Jackson è stato riuscire a portare sul grande schermo un universo enorme e complesso senza tradire lo spirito dei libri di Tolkien. Il regista ha dedicato tempo ai personaggi, alle ambientazioni e alla costruzione della Terra di Mezzo, creando un mondo incredibilmente dettagliato. Il problema? Proprio questa ricchezza rende i film decisamente impegnativi.

Le versioni cinematografiche della trilogia durano quasi tre ore ciascuna: La Compagnia dell'Anello e Le Due Torri arrivano a circa 179 minuti, mentre Il Ritorno del Re supera abbondantemente le tre ore. Per le versioni estese, amate dagli appassionati, la durata aumenta ancora di più, arrivando a oltre 11 ore complessive. Per i fan è un sogno poter esplorare ogni dettaglio del mondo di Tolkien, ma per chi si avvicina per la prima volta alla saga può essere una vera sfida. Non tutti sono pronti a dedicare un'intera giornata alle scorribande di Frodo e ai segreti dell'Anello.

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Frodo è molto più giovane nei film rispetto ai libri

È difficile immaginare qualcun altro nei panni di Frodo Baggins oltre a Elijah Wood, la cui interpretazione è diventata uno dei simboli della trilogia. L'attore ha dato al personaggio fragilità, coraggio e umanità, rendendo il viaggio verso Mordor ancora più emozionante. Eppure c'è un dettaglio che i fan spesso dimenticano: il Frodo cinematografico è molto diverso da quello dei libri. Quando Elijah Wood iniziò a interpretarlo aveva appena 18 anni, mentre nel romanzo di Tolkien Frodo è molto più grande: al momento della partenza per la sua missione ha infatti circa 50 anni. La scelta di ringiovanire il personaggio aveva senso dal punto di vista cinematografico, rendendo Frodo più vicino al pubblico e accentuando il suo percorso da giovane inconsapevole a eroe, ma resta comunque una delle differenze più evidenti rispetto al materiale originale.

La mancanza di personaggi femminili è un vero problema

Una delle critiche più frequenti alla trilogia riguarda la presenza limitata di personaggi femminili. Le figure femminili più importanti sono principalmente Arwen (Liv Tyler), Galadriel (Cate Blanchett) ed Éowyn (Miranda Otto), tre personaggi fondamentali e molto diversi tra loro. Galadriel rappresenta saggezza e potere, Arwen è legata alla storia d'amore con Aragorn, mentre Éowyn regala uno dei momenti più memorabili della saga quando affronta il Re Stregone. Tuttavia, considerando l'ampiezza dell'universo di Tolkien, il numero di personaggi femminili resta ridotto. Molti fan hanno difeso questa scelta sottolineando che Jackson ha lavorato su un materiale originale scritto negli anni Cinquanta e che non era semplice modificare a tal punto la storia. Questo però non cambia il fatto che, vista oggi, la rappresentazione femminile della trilogia appare inevitabilmente limitata.

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La vittoria di Aragorn è troppo facile

Uno dei momenti più spettacolari de Il Ritorno del Re è senza dubbio l'arrivo dell'Esercito dei Morti durante la battaglia dei Campi del Pelennor. Dopo aver affrontato un esercito praticamente invincibile, Aragorn (Viggo Mortensen), Legolas (Orlando Bloom) e Gimli (John Rhys-Davies) riescono a convincere gli spiriti maledetti a mantenere il loro antico giuramento. Il loro intervento cambia completamente le sorti dello scontro. Ed è proprio questo il problema: forse le rende cambiate troppo velocemente. Dopo aver costruito per ore una situazione disperata, con Gondor sull'orlo della distruzione e le forze di Sauron apparentemente imbattibili, l'arrivo dell'esercito spettrale risolve quasi tutto in pochi minuti. È una scena spettacolare e fondamentale per il viaggio di Aragorn, ma i fan dovrebbero ammettere che, dal punto di vista narrativo, rende la vittoria decisamente più semplice.

Il Signore degli Anelli non tornerà mai più quello di Peter Jackson

La verità più difficile da accettare per molti fan è forse questa: la trilogia originale non tornerà mai più. Questo non significa che i nuovi progetti ambientati nella Terra di Mezzo siano destinati al fallimento. Il franchise continua a vivere con nuove produzioni, tra cui La caccia a Gollum, il film che riporterà Andy Serkis nei panni dell'iconico personaggio e che ha già riacceso l'entusiasmo dei fan. Tuttavia una parte del pubblico, la più nostalgica, sembra non desiderare semplicemente nuove storie: vorrebbe rivivere la magia della trilogia di Jackson.

Le richieste per vedere nuovamente Viggo Mortensen nei panni di Aragorn mostrano proprio il desiderio di tornare a un'epoca che ormai appartiene al passato. A quella combinazione irripetibile di cast, regista, momento storico e passione. La trilogia de Il Signore degli Anelli è stata, in molti sensi, un fulmine a ciel sereno. La Terra di Mezzo può ancora regalare grandi storie, ma nessun nuovo progetto potrà essere esattamente come quei tre film che hanno segnato la storia del cinema.



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sabato 18 luglio 2026

È il 1998 e Matt Damon a Roma legge l'Odissea sul set de Il talendo di Mr. Ripley

Matt Damon ha oggi 55 anni.
Nel marzo del 1998 saliva sul palco dello Shrine Auditorium per ritirare l'Oscar per la Migliore Sceneggiatura di Will Hunting - Genio Ribelle che aveva scritto insieme al suo amico Ben Affleck. Una carriera iniziata con un clamoroso successo che l'allora 27enne attore ha gestito magnificamente, dimostrando di saper crescere manentendo sempre un alto livello di professionalità. 28 anni e circa una cinquantina di film dopo, Matt Damon è Ulisse nell'Odissea di Christopher Nolan.
Ma torniamo al 1998.

Lo scatto fotografico in alto che potete vedere integralmente qui sotto, ritrae Damon in una pausa sul set de Il talento di Mr. Ripley, l'ottimo film diretto da Anthony Minghella e tratto dall'omonimo romanzo di Patricia Highsmith. Sono passati alcuni mesi dall'Oscar, è il mese di agosto, e l'attore si rilassa con in mano una copia de l'Odissea. La foto è sgranata, ma è il suo autore a confermare che si tratta del poema di Omero.

Matt Damon legge l'Odissea: la foto storica di Greg Williams

Sebbene la grana della fotografia renda difficile distinguere il volume, è il suo autore, Greg Williams, a confermare che si tratta proprio di un'edizione Penguin del 1954 del poema di Omero. Williams è uno dei più noti fotografi di scena e ritrattisti del cinema contemporaneo. Da oltre venticinque anni documenta i set di grandi produzioni hollywoodiane e realizza ritratti di alcune delle più importanti star internazionali, collaborando con testate come Vanity Fair, Esquire e The Sunday Times.
Lo scatto nacque proprio durante un servizio commissionato da quest'ultimo quotidiano dedicato al cinema britannico, poi confluito nel libro "Greg Williams On Se". "Era il momento in cui Matt stava passando dai ruoli da comprimario a quelli da protagonista ed era completamente concentrato sul suo lavoro», ricorda Williams. «Una rapida ricerca su Google mi ha confermato che stava leggendo proprio l'Odissea, una scelta che sembrava perfettamente in linea con ciò che avrebbe letto anche Tom Ripley".

Il fotografo conserva ancora oggi un legame speciale con quell'immagine. "Mi ricorda le fotografie di Life degli anni Cinquanta: il boom del microfono, le luci e l'abbigliamento di una donna sullo sfondo rivelano che appartiene a un'altra epoca", racconta Williams. Quel giorno un violento temporale costrinse troupe e attori a interrompere le riprese, trovando riparo sotto un grande pannello riflettente trasformato in un gigantesco ombrello. Williams speiga che nell'immagine si vede anche Cate Blanchett, seduta di spalle. A rendere la fotografia ancora più affascinante è però il significato che ha assunto con il passare del tempo. "È una delle mie preferite perché cattura un raro momento di quiete in un set molto movimentato", spiega il fotografo. "ma soprattutto perché tutte le linee dell'inquadratura convergono verso Matt: i raggi dell'ombrello, le linee degli edifici, la direzione dello sguardo di Cate e perfino la spallina del suo reggiseno". Quando quello scatto venne realizzato nessuno avrebbe potuto immaginare che, quasi trent'anni dopo, proprio quel giovane attore con in mano l'Odissea sarebbe stato scelto per incarnare Ulisse sul grande schermo. "È sorprendente che una fotografia di quasi trent'anni fa sia oggi più attuale che mai" conclude il fotografo, "è un'immagine che ha saputo invecchiare benissimo".
Qui sotto il trailer di Odissea.



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Steven Spielberg sceglie il suo film preferito di Christopher Nolan: lo stesso che Brad Pitt ha rifiutato

A oltre vent’anni dalla sua uscita, uno dei primi film di Christopher Nolan continua a essere considerato tra i più originali e influenti degli ultimi decenni, capace ancora oggi di affascinare pubblico e critica con una struttura narrativa fuori dagli schemi. Un cult che, nel tempo, è arrivato a conquistare anche alcuni dei più grandi nomi di Hollywood, tra cui Steven Spielberg. In una recente intervista a Collider, il regista di Disclosure Day ha infatti rivelato senza esitazioni quale sia il suo film preferito firmato Nolan.

Un thriller che gioca con la memoria (e con lo spettatore)

Si tratta di Memento: uno dei film più ipnotici diretti da Christopher Nolan. Un cult assoluto per i fan del regista, che racconta la storia di un uomo, Leonard Shelby (Guy Pearce), affetto da amnesia anterograda, dunque incapace di formare nuovi ricordi. Per orientarsi nella realtà, il protagonista si affida a fotografie, biglietti e tatuaggi, costruendo una sorta di mappa personale della propria esistenza. Ma non è solo un thriller: è un esperimento narrativo che mette lo spettatore nella stessa condizione del protagonista, costretto a ricostruire gli eventi pezzo dopo pezzo, senza mai avere una visione completa e definitiva.

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Il ruolo che poteva essere di Brad Pitt

Eppure, Memento avrebbe potuto avere un protagonista molto diverso. Prima di Guy Pearce, infatti, il ruolo di Leonard era stato proposto anche a Brad Pitt. In passato, Nolan ha raccontato che il divo lesse la sceneggiatura, ma alla fine non se ne fece nulla.

In realtà, ha letto la sceneggiatura. Voglio dire, la storia nasce da lì: ha letto la sceneggiatura e ci siamo incontrati per parlarne, anche se lui non aveva motivo di sapere chi fossi o altro al riguardo. E non se n'è fatto nulla.

Il progetto era ancora poco conosciuto e lontano dai grandi riflettori, ma proprio quell’interesse iniziale contribuì a far circolare il copione negli ambienti hollywoodiani. Secondo alcune ricostruzioni, il forfait di Brad Pitt sarebbe da ricollegare soprattutto ad impegni concomitanti. E non dimentichiamo che, prima di diventare il regista de Il Cavaliere Oscuro, Inception e Oppenheimer, Nolan era ancora un autore emergente. Memento è stato il punto di svolta.

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Uscito nel 2000 e realizzato con un budget ridotto, il film con Carrie-Anne Moss ha conquistato critica e pubblico grazie alla sua struttura non lineare e a una scrittura estremamente originale. Il successo fu immediato, con tanto di candidatura al Premio Oscar per la miglior sceneggiatura originale. Da lì, Hollywood ha iniziato a guardare Nolan in modo completamente diverso, dandogli fiducia per titoli sempre più ambiziosi come Insomnia e, soprattutto, Batman Begins. Oggi Memento è considerato un classico moderno e il fatto che un regista come Spielberg continui a indicarlo come il suo preferito non fa che ribadirne lo status: un film "piccolo" nelle dimensioni, ma enorme nell’impatto.



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venerdì 17 luglio 2026

Il mondo di Orïsha prende vita: svelate le prime immagini di Figli di sangue e ossa

Figli di sangue e ossa, in lingua originale Children of Blood and Bone, ha mostrato le primissime immagini dal set. Film fantasy tratto dall’omonimo romanzo di successo di Tomi Adeyemi e primo di una trilogia, è una produzione di Paramount Pictures che ha finalmente offerto un primo sguardo ai fan.

La trilogia si intitola Legacy of Orisha ed è composta da tre titoli: il primo è Figli di sangue e ossa, distribuito in libreria nel 2018, seguito da Figli di virtù e vendetta del 2019 e il terzo, inedito in italiano, intitolato Children of Anguish and Anarchy e pubblicato nel 2024. Per combattere l’attesa, sono state condivise le prime immagini dell’adattamento cinematografico.

Figli di sangue e ossa, le prime immagini dal set introducono i personaggi di Orisha

In principio Figli di sangue e ossa aveva catturato l’interesse di Lucasfilm, casa di produzione ben nota ai più per il successo di Star Wars, ma anni dopo la produzione è passata nelle mani di Paramount Pictures. Il progetto risulta in fase avanzata di produzione, come dimostrano i primi scatti trapelati dal set che mostrano gran parte del cast in azione.

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Tramite l’account X di AMC Theaters, il pubblico ha finalmente scoperto di più in merito ai personaggi coinvolti, ottenendo una piccola anticipazione anche sui costumi utilizzati. Nel cast figurano Amandla Stenberg, Chiwetel Ejiofor, Cynthia Erivo, Regina King, Idris Elba e Viola Davis. Regina King e Chiwetel Ejiofor interpretano rispettivamente la Regina Nehanda e il Re Saran, che nella prima immagine siedono sui rispettivi troni. Cynthia Erivo, invece, interpreta l’ammiraglio Kaea mentre impartisce ordini alle truppe.

Diretto da Gina Prince-Bythewood, Figli di sangue e ossa è tratto dal primo romanzo ambientato nelle terre di Orisha e racconta di Zelie, una giovane appartenente ai maji, un popolo che ha utilizzato i propri poteri finché il re non ha deciso diversamente, tentando di abolire per sempre la magia. Scoprendo di poterla riportare in vita e porre così fine ai maltrattamenti della sua gente, Zelie guida una ribellione spalleggiata da suo fratello. L’adattamento cinematografico ha fissato una data d’uscita per il 15 gennaio 2027. Ecco le prime immagini dal set:



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