domenica 28 giugno 2026

Star Wars, Olivia Cooke ricorda la sua audizione: "Davvero pessima"

Prima ancora di Westeros, Olivia Cooke aveva puntato ad un franchise tra le stelle ma ricorda ancora perfettamente l’esperienza pessima che ne è conseguita. A distanza di anni da allora, l’interprete di Alicent in House of the Dragon ha raccontato dell’audizione per Star Wars non andata come previsto. Ma chi avrebbe potuto interpretare in una galassia lontana lontana?

In realtà il nome di Olivia Cooke è noto soprattutto in TV: ha macinato la prima notorietà con il ruolo di Emma Decody in Bates Motel e successivamente è apparsa in House of the Dragon interpretando la versione adulta di Alicent Hightower, così come di recente ha guidato da co-protagonista la miniserie La fidanzata su Prime Video. Negli anni, la Cooke ha recitato anche al cinema prendendo parte a film come Amiche di sangue, La vita in un attimo, Ready Player One e The Good Mother. E forse in un universo parallelo avrebbe potuto interpretare persino Rey.

Olivia Cooke avrebbe potuto recitare in Star Wars, ma il suo provino è stato un disastro

Intervistata durante il podcast Happy Sad Confused, Olivia Cooke ha confessato di aver partecipato alle audizioni di Star Wars, smentendo tuttavia l’associazione al personaggio di Kerry Marie Tran, Rose Tico, in Star Wars: Gli Ultimi Jedi. Il personaggio a cui aveva puntato era di gran lunga più grande. “Ho fatto diversi provini per l’altro film, quello in cui Daisy Ridley ha ottenuto il ruolo di Rey… il primo. Ma insomma un po’ tutti hanno fatto il provino per quella parte”, ha rivelato.

Ha ricordato com’è andata l’esperienza a distanza di tempo: “Credo di aver fatto un provino a Los Angeles e poi uno con JJ Abrams. E sono stata pessima. Davvero pessima. Sono stata davvero tremenda. Sai quando vai a un’audizione e non dai il massimo, così deludi te stesso e tutti i presenti nella stanza? Ecco, questo è successo”.

Nonostante il ricordo poco piacevole, Olivia Cooke ha concluso che Star Wars ha scovato la perfetta interprete per Rey: “Daisy ha fatto un lavoro straordinario. Io, all'epoca, non ero quel tipo di attrice. Non era il ruolo adatto a me”. In altre occasioni, però, non è stata così diplomatica. “Non ne ho avute di veramente devastanti da qualche anno, ma [c'è stato] Un amore senza fine con Alex Pettyfer. Era un remake. Feci un provino per quello, lo volevo tantissimo, avevo 19 anni, era il mio primissimo provino e volevo avere quella parte. Il mio agente mi ha chiamato nel cuore della notte nel Regno Unito, perché loro erano in America, e ho pianto sul cuscino della mia infanzia nella casa in cui sono cresciuta”. Il ruolo è stato poi assegnato a Gabriella Wilde, ma non è stato facile per Olivia Cooke mandare giù quel boccone amaro: “Mi ripetevo che la mia carriera non sarebbe mai decollata senza quel film”. Il tempo ha offerto ad Olivia Cooke un forte riscatto.



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Christopher Reeve era il Superman perfetto: allora perché questo film fu un disastro?

Dal 25 giugno è nelle sale Supergirl, il nuovo capitolo dell'universo DC che punta a rilanciare sul grande schermo gli eroi di Krypton. Ma mentre il pubblico guarda al futuro con Milly Alcock, vale la pena ricordare un momento molto più complicato della storia dell'Uomo d'Acciaio: quel film che ancora oggi viene indicato da molti come il peggior Superman mai realizzato.

Perché se è vero che Christopher Reeve resta il Superman definitivo per intere generazioni, è altrettanto vero che la sua avventura nei panni dell'eroe si concluse con uno dei più grandi flop nella storia dei cinecomic: Superman IV.

La crisi del Superman di Christopher Reeve

Dopo il successo enorme di Superman (1978) e Superman II (1980), la saga iniziò a perdere slancio. Ma fu il quarto capitolo, uscito nel 1987, a rappresentare il punto più basso. Superman IV incassò appena 36,7 milioni di dollari a fronte di un budget di circa 17 milioni, deluse il pubblico e fu stroncato dalla critica. Ancora oggi è considerato uno dei peggiori film di supereroi mai prodotti. E pensare che l'idea di partenza non era nemmeno così male: Superman decide di eliminare le armi nucleari dal pianeta, attirando l'attenzione di Lex Luthor (Gene Hackman), che crea un nuovo avversario in grado di affrontarlo fisicamente, il famigerato Nuclear Man (Mark Pillow).

Uno dei problemi più evidenti del film riguarda gli effetti speciali. Se il primo Superman aveva stupito il pubblico con sequenze rivoluzionarie per l'epoca, Superman IV mostrava già allora tutti i limiti del suo budget ridotto. Le scene di volo sono tutt'oggi poco convincenti, gli sfondi risultano artificiali e molti combattimenti sembrano quasi improvvisati. Emblematici i duelli tra Superman e Nuclear Man, con i due personaggi spesso ripresi frontalmente mentre "volano" verso la telecamera, in sequenze che sfiorano la parodia.

Un villain involontariamente comico e un'ora di film tagliata

E a proposito del villain... Sulla carta, Nuclear Man avrebbe dovuto essere uno degli avversari più pericolosi mai affrontati da Kal-El. Nella pratica, il suo look sopra le righe e alcune scelte creative finirono per renderlo involontariamente grottesco. A complicare ulteriormente le cose ci fu una decisione curiosa: il personaggio venne interpretato fisicamente da Mark Pillow, ma con la voce preregistrata da Gene Hackman, che tornava nei panni di Lex Luthor. Il risultato è straniante, con espressioni facciali e dialoghi che raramente vanno nella stessa direzione.

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Pochi fan sanno che la versione originaria del film era molto più lunga e che quasi un'ora di film è stata eliminata. Dopo una prima proiezione di prova, le reazioni furono così negative che la produzione decise di intervenire pesantemente. Circa 45 minuti di materiale finirono sul pavimento della sala di montaggio. Tra le sequenze tagliate c'erano intere sottotrame, compresa quella che coinvolgeva una prima versione di Nuclear Man e diversi momenti dedicati alla relazione tra Clark Kent e Lacy Warfield (Mariel Hemingway).

Questi tagli drastici contribuirono a rendere la narrazione confusa e frammentata, creando numerose incoerenze che i fan hanno fatto fatica a digerire.

Il vero problema? Un budget troppo basso

Dietro quasi tutti i difetti del film si nasconde una causa precisa: la mancanza di risorse. A differenza dei capitoli precedenti, che avevano potuto contare su investimenti molto più consistenti, Superman IV venne realizzato con appena 17 milioni di dollari. Un budget estremamente limitato persino per gli standard degli anni Ottanta. La casa di produzione Cannon Films stava attraversando un periodo complicato e aveva numerosi progetti contemporaneamente in lavorazione. Superman non ricevette alcun trattamento speciale. Lo stesso Christopher Reeve, nella sua autobiografia Still Me, ammise che il film fu fortemente penalizzato dai continui tagli e dalle limitazioni economiche, sostenendo che sarebbe stato quasi impossibile soddisfare le aspettative del pubblico con quelle condizioni produttive.

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Nonostante il disastro di Superman IV, la reputazione di Reeve è rimasta intatta. Anzi, col passare degli anni molti fan hanno imparato a separare la qualità del film dalla straordinaria interpretazione dell'attore, che continua a essere una delle incarnazioni più iconiche del personaggio. Per questo motivo, mentre Supergirl prova ad aprire un nuovo capitolo, Superman IV resta un curioso promemoria di quanto anche le saghe più amate possano inciampare. E di come, a volte, nemmeno il Superman perfetto possa salvare un film destinato a fallire.



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sabato 27 giugno 2026

Spider-Man e il Dottor Destino di Robert Downey Jr.: Tom Holland rompe il silenzio sul loro incontro

Dottor Destino è il motore di Avengers: Doomsday e offrirà nuovi spunti narrativi al Marvel Cinematic Universe. Ad interpretarlo sarà Robert Downey Jr, di ritorno nello stesso universo che l’ha reso celebre tanti anni prima seppur in un ruolo diverso (quello di Iron Man) e questa volta schierato contro i Vendicatori. Uno dei grandi assenti è proprio Tom Holland, che riprenderà il ruolo di Peter Parker in Spider-Man: Brand New Day, in arrivo al cinema dal 29 luglio 2026, precedendo l’uscita di Avengers: Doomsday, prevista per dicembre 2026.

Considerata l’assenza di Tom Holland nel cast del film corale, il pubblico continua a sperare in un annuncio a sorpresa da parte dei Marvel Studios. Di recente, però, è stato proprio Tom Holland a commentare dell’incontro tra Spider-Man e Dottor Destino: quando potrebbe accadere?

Spider-Man incontrerà il Dottor Destino? Il clamoroso indizio di Tom Holland

Spider-Man: No Way Home ha scatenato un forte cambiamento nella vita di Peter Parker: tutti hanno dimenticato chi è, inclusi i suoi più cari amici. L’incantesimo di Doctor Strange ha avuto effetto anche sul resto dei Vendicatori. Nel trailer, infatti, appare anche Bruce Banner e non ha la benché minima idea di chi sia quel ragazzo apparso davanti ai suoi occhi con una bizzarra richiesta d’aiuto. Considerato quindi che il mondo intero ha completamente rimosso ogni ricordo su Spider-Man, come potrebbe quest’ultimo integrarsi al resto degli eroi per sconfiggere Dottor Destino?

In una recente intervista con Cinemania, Tom Holland ha raccontato di come ha scoperto del ritorno di Robert Downey Jr come Dottor Destino nel MCU e di come l’abbia comunicato poi a Zendaya. “Penso di aver riagganciato il telefono e di aver pensato: “Downey sta tornando… Sì, mi ha appena chiamato”. Ci siamo sentiti al telefono un paio di giorni fa. Sì, ogni tanto facciamo delle chiacchierate tranquille, così per aggiornarci. Lui si fa sentire. E mi ha appena detto questa cosa, ed è davvero emozionante… Non so molto di quei film, credo che lo facciano apposta. Ho la reputazione di uno che spoilera certe cose, quindi penso che gli Studios mi stiano tenendo all’oscuro dei dettagli più succosi. Ma quando potrò finalmente onorare quel set con la mia presenza, sarò davvero curioso — sapete, cosa comporterà tutto questo per Peter? E come funzionerà? Sono davvero entusiasta di… qualunque cosa abbiano in mente di fare”.

Pur non avendo offerto informazioni più concrete, le parole di Tom Holland hanno prontamente infiammato i fan perché suggeriscono una possibilità. Il fatto che abbia anticipato la sua presenza sul set suggerisce che ad un certo punto Peter Parker potrebbe apparire nei film corali dei Vendicatori e così facendo potrebbe interagire con Dottor Destino. Difficile, però, che accada in Avengers: Doomsday. Piuttosto Spider-Man potrebbe avere un ruolo in Avengers: Secret Wars, la cui produzione dovrebbe iniziare a breve.



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Dune: Parte Due, il piano originale di Denis Villeneuve: il ruolo scritto per Anya Taylor-Joy e poi rifiutato

Anya Taylor-Joy è un’artista estremamente impegnata: soltanto nel 2026 è coinvolta in ben tre produzioni diverse, ma tra non molto tornerà anche su Arrakis. Introdotta già in Dune – Parte 2, seppur con un breve cameo, l’attrice di Furiosa: A Mad Max Saga riprenderà il ruolo di Alia Atreides interagendo ancora una volta con suo fratello Paul Atreides interpretato da Timothée Chalamet.

Diretto ancora una volta da Denis Villeneuve, Dune - Parte Tre è atteso al cinema dal 17 dicembre 2026 e trae la sua forza dal romanzo Dune: Messiah di Frank Herbert, raccontando cos’è accaduto a Paul dopo essere diventato Imperatore. In merito al suo coinvolgimento nella trilogia cinematografica, Anya Taylor-Joy ha confessato che in principio Denis Villeneuve le aveva proposto un ruolo diverso, ma i numerosi impegni hanno costretto l’attrice a rinunciare e a valutare in un secondo momento un altro ruolo da gestire.

Dune – Parte Due, Anya Taylor-Joy avrebbe potuto interpretare un personaggio diverso ma ha dovuto ritrattare

Nel 2022, Anya Taylor-Joy ha partecipato alla stessa festa di Denis Villeneuve e, cogliendo la palla al balzo, il regista ha proposto all’attrice di recitare in Dune – Parte Due, spiegandole di aver scritto un ruolo appositamente per lei in quel film. Purtroppo, però, l’attrice non avrebbe potuto accettare poiché impegnata sul set di Furiosa: A Mad Max Saga come protagonista indiscussa della storia. A causa dei conflitti d’agenda, Anya Taylor-Joy ha dovuto rifiutare l’offerta, ma è stato un boccone amaro da mandare giù. “Ero devastata. Desideravo davvero fare parte del mondo che quell’uomo aveva costruito”, ha rivelato a The Hollywood Reporter, ricordando quanto fosse affranta all’idea di non poter accontentare Denis Villeneuve.

Durante le riprese di Furiosa in Australia, quel pensiero ha continuato a tormentarla. Ha raccontato che chiamava continuamente i suoi agenti per chiedere che fine avesse fatto la sua proposta per Dune e la risposta era sempre la stessa: lei era impegnata con Furiosa, mentre Dune – Parte Due aveva già avviato la produzione. “Ma per me non era finita, me lo sentivo, dentro di me lo sentivo, non poteva essere finita”. E aveva ragione.

Una volta finite le riprese di Furiosa, prequel di Mad Max: Fury Road, Anya Taylor-Joy ha ricevuto la telefonata che stava aspettando: Denis Villeneuve le chiese di incontrarlo ma, per farlo, avrebbe dovuto cambiare sei voli, raggiungerlo ad Abu Dhabi, proseguire poi per la Namibia e girare una brevissima scena nell’arco di una sola giornata. In più avrebbe dovuto cucirsi la bocca e non dire a nessuno del suo cameo top secret. Ancor prima di finire la domanda ufficiale, Anya Taylor-Joy aveva già accettato e, per il viaggio, ha portato sua madre con sé. “Probabilmente è la mia esperienza cinematografica preferita in assoluto”.



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Quando il Cinema Ritrovato è più attuale di quello contemporaneo

Ho trascorso meno di 72 ore a Bologna, perché a Bologna c'è Il Cinema Ritrovato: appuntamento imperdibile per chi ami il cinema. Questi qui di seguito sono alcuni appunti sulle cose - bellissime - che ho visto negli ultimi giorni, sperando che possano servire da spunto per voi per vedere, rivedere, ritrovare a vostra volta. A volte penso di essere io un vecchio brontolone e nostalgico che pensa che il cinema di una volta sia più attuale, coraggioso e moderno di quello di oggi, ma a giudicare dalla quantità di appassionati provenienti da tutto il mondo che sciamavano per le vie e i portici di Bologna, non sono forse il solo.

Manhunter


Ovvero: Hannibal Lecter (anzi, Lecktor) prima del Silenzio degli Innocenti, e secondo Michael Mann. O anche: il thriller primigenio definitivo degli anni Ottanta, di cui Michael Mann è stato straordinario cantore e che lampeggiano al neon (ma anche senza neon) fin dalle primissime inquadrature. O ancora: il film che ha inventato un genere. A Bologna è stato presentato un nuovissimo restauro in 4K denominato The Final Cut, perché nel rimettere mano al film Mann ha voluto fare dei piccolissimi aggiustamenti. C’è per esempio un po’ (non tanto) più dell’Hannibal di Brian Cox, che non ha nulla da invidiare a quello di Anthony Hopkins, e che anzi fa ancora più paura per il suo essere meno evidentemente psicopatico. Sparisce - peccato - la frase “Time is Luck”.
Ma non ho l’animo del filologo, e la mia visione precedente di Manhunter risale a troppi anni fa per poter lanciarmi in una disamina delle differenze tra versioni. Final Cut o meno, Manhunter rimane un thriller folgorante, il film dove l’estetica manniana così come la conosciamo deflagra per la prima volta in tutta la sua evidenza sul grande schermo, così pulita e oscura allo stesso tempo. La scena in cui il Dollarhyde del compianto Tom Noonan porta la collega cieca Reba (Joan Allen) ad accarezzare una tigre sedata prima di un’intervento ai denti è qualcosa di straordinario, massima espressione sintetica di tutto ciò di cui parla davero Manhunter: il confine tra bene e male, la loro coincidenza, la possibilità di una redenzione.
Immagini straordinarie (manco a dirlo), Kim Greist (nel ruolo della moglie di Will Graham, alias William Petersen) di una bellezza totale, "In-A-Gadda-Da-Vida" degli Iron Butterfly che rimane con voi a lungo. Michael Mann nel 1986 era avanti a tutti almeno di 10 anni. Facciamo 15. Capolavoro.

House of Husher + Pit and the Pendulum


C’è poco da fare, poco da dire: Roger Corman era un genio, come regista e come produttore, e questi due film - in qualche modo gemelli: per i manieri, le candele, le ragnatele finte, le sepolte vive, per Poe, Vincent Price e il technicolor - stanno qui a dimostrarlo. Un tempo questa roba passava in TV di continuo, oggi tocca venire al Cinema Ritrovato per riscoprire la creatività e la capacità d’innovazione di Corman. La scena dell'incubo del povero Mark Damon, tonno come pochi, in House of Husher (uscito in Italia come I vivi e i morti) è lo step evolutivo fondamentale tra l'espressionismo tedesco e l'ultimo Nicolas Winding Refn (inteso come Her Private Hell). In quel film Price è senza baffetto d’ordinanza e con la chioma platinata, mentre in Pit and the Pendulum - che si apre con dei rivoli di colori acidi che invadono lo schermo nero in maniera psichedelica, innestando un nesso immediato col cinema di Mario Bava, così come è per la presenza della meravigliosa Barbara Steele, che aveva appena girato La maschera del demonio con l’italiano - è quello che tutti conosciamo: sia dal punto di vista estetico sia nella meravigliosa e sfacciata teatralità della recitazione. Anche qui ci sono momenti di grande visionarietà e ricerca visiva, con dettagli quasi psichedelici e carichi di valenze psicoanalitiche. Psichedelici e indimenticabili sono anche i quadri di House of Husher che ritraggono i degenerati avi del personaggio di Price, opera dell’artista Burt Shonberg, che da soli varrebbero la visione del film.

Sanshiro Sugata


Opera prima di Akira Kurosawa, un curioso intreccio tra arti marziali e melodramma: il protagonista, che dà il titolo al film, è un judoka forte, atletico, non particolarmente brillante della fine dell’Ottocento, quando il judo era appena nato come arte marziale e si contrapponeva al più tradizionale ju-jitsu. La sua è una storia di apprendistato, scontri coi rivali ma anche d’amore: quello per la bella figlia del massimo maestro della scuola dei suoi rivali. Il film ebbe problemi di censura in Giappone perché ai tempi - anno 1943 - non era considerato sufficientemente nazionalista, ma quel che conta è che al suo esordio Kurosawa dimostra già un talento per l’immagine, oltre che per il racconto, che lascia a bocca aperta.

Ball of Fire


Ci sono un po’ Biancaneve e i sette nani, ma anche un po’ (tanto) La pupa e il secchione, in questa screwball comedy del 1941 diretta da Howard Hawks e co-sceneggiata da Billy Wilder. Otto professori - tutti scapoli, tutti nerd, tutti di una certa età (tranne uno) - chiusi da anni in un appartamento di New York per la redazione di un’enciclopedia: la loro vita viene sconvolta quando in casa entra una ballerina di varietà con legami (amorosi) col crimine organizzato (Barbara Stanwyck), che l’unico professore non anziano (Gary Cooper) vuole utilizzare per studiare il gergo moderno a lui del tutto sconosciuto. Ovviamente si innamoreranno, e ovviamente ne succederanno di tutti i colori, specie nel finale. Divertente, arguto, malizioso, Ball of Fire (Colpo di fulmine, da noi) è uno dei quei film di Hawks che non vengono mai citati, e che è stato giusto e bello riscoprire al Cinema Ritrovato. Con la sua trama, che mette a confronto intellettuali fuori dal mondo e al mondo inadatti con elementi di quel mondo esterno che pare a loro incomprensibile, volgare e retrogrado, ma che finirà per conquistarli, non facevo altro che pensare a quanto fosse attuale, e quanto bello sarebbe che qualcuno ne facesse un remake ambientato ai giorni nostri. Poi ho pensato che in giro di Hawks e Wilder non ce ne sono, e quindi niente, lasciamo stare.

A Man on the Beach


In giro non ci sono nemmeno più dei Joseph Losey, se per questo, e quanto servirebbero. A Man on the Beach è un corto (30') girato nel 1955 da Losey dopo l'esilio da Hollywood, prodotto dalla Hammer. Comincia come una (quasi) commedia en travesti, diventa un film di rapina, poi un thriller in cui il misterioso personaggio che vive nella casa sulla spiaggia dove si è rifugiato il rapinatore in fuga ingaggia un gioco psicologico e di potere che anticipa tante cose di quel capolavoro che è Il servo.

Marco Melani. The Man with the Golden Eye



Chi era Marco Melani?
Lo racconta Chiara Seghetto in questo documentario di un'ora nel quale ha assemblato ricordi e dichiarazioni di amici/colleghi (la cosa pare fosse indistinguibile, beati loro) di questo cinefilo irrequito, di questo critico che non scriveva, di questa figura fondamentale nel panorama cinematografico tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Novanta, che è stato regista, sceneggiatore, montatore, selezionatore nei festival più audaci dell’epoca, autore televisivo (Schegge, Blob, Fuori orario) e tossicodipendente. Di Melani figure come Tonino De Bernardi, Marco Giusti, Otar Ioseliani, Enrico Ghezzi, Adriano Aprà, Roberto Silvestri, Francesca Archibugi, Bernardo e Giuseppe Bertolucci, Amos Gitai, Angelo Guglielmi. Utile per conoscere una figura irregolare e creativa, e per rendersi conto della palude della cultura contemporanea. Lo vedremo probabilmente in tv.

I Diavoli

Sono un po’ in difficoltà. Come si può raccontare, a parole, un film come I Diavoli? Da dove si comincia? Dalla potenza visionaria e iconoclasta delle immagini di Ken Russell (scusate il cinefilese)? Dalla trama provocatoria e blasfema che demolisce ogni potere, fede, relazione? Dal giganteggiare mai manieristico di Oliver Reed e Vanessa Redgrave? Dal fatto che la suora interpretata da quest’ultima fa la spider-walk due anni prima di Reagan in L’esorcista? Dalle scenografie di un certo Derek Jarman? Dalla straordinaria somiglianza tra il padre Mignon di Murray Melvin e il Giovanni Arnolfini dipinto da Jan van Eyck? Dall'esorcista-rockstar che anticipa mezzo Tommy? Da quanto sia incredibile che 55 anni fa si potessero fare film così (poi certo, censurati, banditi, e tutto il resto) e che oggi già se solo lo pensi, un film così, arriva qualcuno a farti cambiare idea con le cattive? Non lo so. So solo che vedere o rivedere I Diavoli - nella versione integrale, quindi mai vista prima da me - è davvero qualcosa di potentissimo. Per fortuna il film dovrebbe uscire al cinema in autunno, così ne riparliamo con più calma e a mente fredda, e così ve lo andate a vedere pure voi.



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venerdì 26 giugno 2026

Questo samurai in animazione entusiasma Keanu Reeves: "Lo voglio vedere e voglio esserci"

Un pilota per un film di animazione a passo uno, Hidari, si sta per trasformare in lungometraggio vero e proprio: l'annuncio è stato dato al Festival dell'Animazione di Annecy dal regista Masashi Kawamura, che ha introdotto a sorpresa un video saluto di Keanu Reeves. Con grande entusiasmo l'attore ha deciso di prender parte al film doppiando il protagonista, basato su una leggenda giapponese, ma con un tocco moderno alla John Wick. Qual è la trama di Hidari e come sarà realizzato? Leggi anche John Wick, un trailer per il videogioco con Keanu Reeves, annunciato per PC e console

Hidari, un samurai in stop-motion di legno, con la voce di Keanu Reeves

Da qualche anno è online su YouTube il pilota di Hidari, e se volete dedicarvi quattro minuti, guardandolo qui in basso, capirete meglio la descrizione del lungometraggio che ne sarà tratto. Keanu Reeves ha accettato di doppiare il protagonista nel film finito, commentando così il progetto: "Credo che questa stop-motion e tutto quello che hanno fatto, le loro speranze e ambizioni, siano molto cinematografiche. Può essere spettacolare ma anche molto intima, col copione che hanno preparato. Secondo me è straordinario. Voglio vedere quel film e voglio esserci! Non vedo l'ora più avanti di interpretare il ruolo, sarà qualcosa di molto speciale da mostrare al mondo."
Il regista Masashi Kawamura ci viene incontro spiegandosi in cosa consista quest'esperienza speciale: "Immaginate John Wick ambientato nel Giappone feudale, interpretato da pupazzi di legno sotto steroidi!" Si seguiranno le vicende di Hidari Jingoro, una figura leggendaria della tradizione giapponese, un falegname forse vissuto nel XVII secolo: "Nessuno sa se sia mai realmente esistito. È circondato da un alone di mistero, secondo me è un personaggio molto interessante su cui basare una storia. La gente diceva persino che poteva infondere la vita nel legno. Quando l'ho sentito ho pensato: è proprio quello che facciamo con la stop-motion! Muoviamo oggetti inanimati per provare a creare la vita!"
Descritto come "un film d'azione sui samurai che miscela l'energia dell'anime con l'estetica artigianale della stop-motion", Hidari segue un protagonista pensato proprio come un incrocio di Keanu Reeves e Toshiro Mifune. Nella storia, Hidari sta lavorando alla ricostruzione del Castello di Edo, quando per una cospirazione perde mentore, fidanzata e un braccio: userà le sue capacità per riprendersi e soprattutto vendicarsi. Gli autori chiamano lo stile "Wood Punk", perché il legno domina l'immagine così come la vita del protagonista. Kawamura sintetizza: "In un mondo in cui potresti generare un film in tre secondi con l'IA, se della qualità non te ne frega un cazzo, noi stiamo facendo l'esatto opposto: un intero film sull'artigianalità."



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Stasera in TV: Film da vedere Venerdì 26 Giugno, in prima serata

Stasera in TV, Venerdì 26 Giugno 2026: Scopri cosa c'è da vedere in TV oggi con la nostra Guida TV completa con i Migliori Film in prima serata su Rai, Mediaset e su tutti i principali canali tv in chiaro gratuiti.

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