domenica 20 settembre 2026

Batman v Superman, Zack Snyder aveva in mente un ruolo diverso per Jesse Eisenberg

Jesse Eisenberg avrebbe potuto interpretare un personaggio diverso in Batman v Superman: Dawn of Justice, se soltanto Zack Snyder avesse portato a termine il suo piano iniziale. La star di Now You See Me è stato coinvolto nel film del DCEU come interprete di Lex Luthor, nemesi di Superman, ma in un primo momento il regista aveva preso in considerazione un’idea controcorrente.

Batman v Superman: Dawn of Justice, Zack Snyder aveva pensato ad un ruolo diverso per Jesse Eisenberg inizialmente

Zack Snyder ha deciso che Jesse Eisenberg avrebbe interpretato una versione poco convenzionale di Lex Luthor, dotato persino di capelli folti. Eppure, in principio, il regista aveva preso in considerazione anche un altro ruolo da assegnare all’attore e che avrebbe sicuramente colpito il pubblico.

E se Jesse Eisenberg avesse interpretato Jimmy Olsen? Il personaggio in questione in Batman v Superman non è esattamente memorabile, poiché dura pochi istanti e viene fatto fuori senza tanti complimenti mentre scorta Lois Lane in Africa. Ad interpretarlo in questo caso è stato Michael Cassidy, ma inizialmente Snyder aveva pensato di affidare quella breve parte proprio a Jesse Eisenberg.

Una decisione rischiosa, ma sensata ai suoi occhi. Snyder aveva compreso sin da subito che la storia non avrebbe ceduto molto spazio a Jimmy Olsen, ma desiderava usarlo per giocare con le aspettative del pubblico scegliendo un attore famoso e conosciuto che potesse depistare. Scegliendo Jesse Eisenberg, nessuno avrebbe mai sospettato una morte tanto precoce per il personaggio, cosa che poi è accaduta. “Ho pensato: se fosse Jesse Eisenberg e uscisse di prigione dicendo 'Sono Jimmy Olsen', pensereste 'Oh mio Dio, avremo Jimmy Olsen in tutto il film, vero?'. E poi, se venisse colpito da un proiettile, pensereste 'Cosa?! Non si può fare'”, aveva raccontato tempo fa a Entertainment Weekly.

Quando, poi, Zack Snyder ha raccontato la sua idea al diretto interessato, Eisenberg ha iniziato a ragionare ad alta voce e a quel punto il regista ha pensato che avrebbe voluto coinvolgerlo per una versione inedita di Lex Luthor. Ed è così che poi il ruolo è stato assegnato ad un altro attore, coinvolgendo Eisenberg come Lex Luthor.



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Sandra Bullock e la svolta con Crash: "Sentivo il bisogno di mettermi alla prova"

Sandra Bullock ha recitato in tante commedie romantiche, ma ad un certo punto ha deciso di provare anche altro, lanciandosi verso un nuovo genere cinematografico. Difficile dimenticarla in film come Un amore tutto suo, Ricatto d’amore, Miss Detective e Amori & Incantesimi, eppure c’è stato un momento in cui l’attrice ha deciso di provare anche altro, cogliendo al volo un’opportunità che risponde al titolo di Crash.

Crash, Sandra Bullock ricorda di quando ha accettato quel ruolo per cimentarsi in qualcosa di diverso per la sua carriera

Con un cast corale composto da Brendan Fraser, Don Cheadle e Matt Dillon, Crash – Contatto fisico ha ottenuto sei candidature agli Oscar del 2006 vincendo poi in tre categorie incluso miglior film. A distanza di anni, Sandra Bullock ha ricordato quell’esperienza con piacere raccontando cos’ha imparato sul set.

Lavorare nel cast di Crash nel 2004 ha permesso a Sandra Bullock di mettersi in gioco e acquisire delle capacità diverse rispetto a quelle che ha utilizzato in altri film come le commedie romantiche. In Crash ha interpretato Jean Cabot, moglie del procuratore distrettuale del film e, ai microfoni di Interview in una recente intervista di coppia con Jennifer Aniston, ha ricordato di aver accettato quel ruolo perché “è stata l’unica volta in cui ho preso decisioni consapevoli sulla mia carriera”.

Ha poi specificato che all'epoca viveva a New York e lavorava anche come cameriera mentre faceva diversi provini: "Mi stavo facendo strada. Ogni attore in attività pensa che non lavorerà mai più, quindi prendi quello che capita e cerchi di sfruttarlo al meglio. L'unica volta in cui sono stata intenzionale riguardo alla mia carriera è stato quando ho detto: ‘Devo smetterla subito con le commedie romantiche’, perché ne stavo subendo di tutti i colori. E ho accettato un ruolo in questo film intitolato Crash. È stato un film geniale. Volevo iniziare ad allenare altri muscoli”.

Anche Jennifer Aniston ha partecipato alla conversazione ammettendo: “È qualcosa di molto rischioso dire: ‘Abbandonerà quella che considero la mia comfort zone, ovvero le commedie, e vediamo se mi prenderanno sul serio nel mondo dei film drammatici’. L'industria tende a snobbare le commedie, ma non sono così facili come sembrano”. A tale proposito, la Bullock ha confessato: “Ora più che mai ne avverto la mancanza. Non voglio fare altro che quello adesso”. Per fortuna è di nuovo al cinema con Amori & Incantesimi 2.



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I classici Disney si vedono davvero peggio su Disney+? Ecco perché sembrano diversi

In che senso i classici Disney si vedono male su Disney+? La domanda può sembrare provocatoria, soprattutto perché siamo abituati a pensare alle versioni digitali come a quelle più nitide, pulite e fedeli all'originale. Eppure un nuovo confronto tra le versioni in 35 mm e quelle oggi disponibili in streaming mostra qualcosa di sorprendente: alcuni film del cosiddetto Rinascimento Disney hanno colori, contrasti e luci sensibilmente diversi da quelli che il pubblico vedeva al cinema negli anni '90.

Non è, però, una conseguenza dei recenti problemi di Disney+ con la qualità dello streaming. La piattaforma ha effettivamente dovuto sospendere temporaneamente il supporto al 4K UHD e all'HDR in Italia a causa del contenzioso con InterDigital, per poi iniziare a ripristinare il 4K su alcuni dispositivi attraverso una tecnologia alternativa. HDR e Dolby Vision, invece, sono rimasti esclusi dal primo ripristino.

La questione sollevata da Animation Obsessive è un'altra e riguarda un momento particolare della storia dell'animazione: quello in cui Disney aveva già portato la produzione sul computer, ma continuava a realizzare i film pensando alla proiezione su pellicola.

I Classici Disney non erano pensati per essere visti sul computer

Per capire perché oggi Hercules, Mulan o Il gobbo di Notre Dame possano apparire diversi, bisogna tornare agli anni '90 e al sistema CAPS, la tecnologia sviluppata da Disney insieme a Pixar che portò la produzione dell'animazione sul digitale.

Bianca e Bernie nella Terra dei Canguri del 1990 fu il primo lungometraggio Disney realizzato interamente con CAPS. Ma "digitale" non significava ancora che il film sarebbe arrivato direttamente dal computer allo schermo del cinema. Le immagini venivano registrate, fotogramma per fotogramma, su pellicola cinematografica da 35 mm. Da lì passavano attraverso sviluppo, bilanciamento del colore e montaggio prima di arrivare nelle sale, ed è qui che si trova il cuore della questione. La pellicola non era semplicemente il contenitore finale del film: contribuiva al suo aspetto.

Computer e pellicola, infatti, non restituivano colori e luminosità nello stesso modo. Gli animatori e i tecnici dovevano quindi tenere conto di come ogni colore avrebbe reagito una volta trasferito sul 35 mm e questi aggiustamenti facevano parte del processo creativo. Don Hahn, produttore di diversi Classici Disney, ha ricordato per esempio che, con La Bella e la Bestia, un colore pensato come un rosso acceso era inizialmente arrivato sulla pellicola con una tonalità molto più vicina al ruggine. Il risultato che il pubblico vedeva al cinema, dunque, non era semplicemente quello che gli animatori avevano davanti al monitor: era l'immagine dopo essere passata attraverso la pellicola.

Perché Hercules, Mulan e Il gobbo di Notre Dame sembrano diversi

Animation Obsessive ha messo a confronto alcune versioni in 35 mm con le versioni digitali oggi disponibili, concentrandosi proprio sui film del Rinascimento Disney. Il risultato è particolarmente evidente in Hercules. Nella versione in 35 mm i contrasti sono più profondi e le luci molto più morbide. Anche Il gobbo di Notre Dame cambia parecchio. Le luci e gli effetti luminosi acquistano sulla pellicola una consistenza diversa, tanto che alcune scene sembrano quasi utilizzare effetti fotografici ottenuti direttamente durante la ripresa.

Con Mulan la differenza riguarda soprattutto la resa dei colori. Nella versione in 35 mm le tonalità sono più morbide e si avvicinano maggiormente all'estetica dei dipinti e dei concept realizzati per il film da Hans Bacher, ispirati anche alla pittura tradizionale cinese. Guardando le due versioni una accanto all'altra, quindi, non si tratta semplicemente di dire che una è "più bella" dell'altra. Sono immagini costruite secondo logiche diverse.

Il digitale ha eliminato qualcosa che prima sembrava un difetto

Partiamo da un presupposto piuttosto ovvio: il passaggio alle versioni digitali non nasce per peggiorare l'aspetto dei film. Anzi, all'epoca il digitale sembrava rappresentare un miglioramento. La pellicola poteva introdurre grana, graffi e una certa perdita di nitidezza. Per molti spettatori, poter finalmente vedere un film attraverso un trasferimento digitale più pulito e definito significava liberarsi di quelle imperfezioni.

Don Hahn ha raccontato di non amare l'aspetto "fangoso e graffiato" che i film potevano assumere sulla pellicola. Anche in casa Pixar, l'arrivo dei trasferimenti digitali venne accolto come la possibilità di mostrare agli spettatori un'immagine più nitida e vicina a quella che gli artisti vedevano sui monitor durante la lavorazione.

Il problema, secondo l'analisi di Animation Obsessive, è che quelle che sembravano imperfezioni erano diventate parte dell'immagine finale. Quando le nuove versioni hanno iniziato a utilizzare direttamente i dati digitali prodotti durante la lavorazione, si è quindi eliminato anche quel passaggio sulla pellicola che aveva contribuito a definire colori, contrasti, luci e texture. Il risultato è un'immagine più pulita, ma non identica a quella che il pubblico aveva visto al cinema.

Quindi Disney+ mostra una versione "sbagliata"?

Qui è importante non semplificare troppo. Non esiste una singola versione assoluta di questi film. Ogni copia in 35 mm poteva presentare piccole variazioni e anche le diverse edizioni home video hanno avuto caratteristiche proprie. La stessa Animation Obsessive sottolinea che non è possibile stabilire con certezza che ogni differenza dipenda da una precisa scelta deliberata di Disney. Ma c'è un dato difficile da ignorare: i film del Rinascimento Disney furono progettati in un'epoca di transizione e il risultato finale era pensato anche per la pellicola.

Le versioni moderne che bypassano quel passaggio mostrano quindi qualcosa di molto vicino ai dati digitali originali, ma non necessariamente all'immagine che arrivava sul grande schermo. È una distinzione fondamentale, perché siamo abituati a considerare il digitale come sinonimo di fedeltà. In questo caso, invece, la versione più "pura" dal punto di vista digitale può essere anche quella che si allontana maggiormente dall'esperienza originale.

La magia che ricordiamo era anche nella pellicola

Quando riguardiamo oggi un film che amavamo da bambini, è facile pensare che i colori più caldi, le immagini più morbide o certe luci particolari siano semplicemente il risultato della memoria. Abbiamo visto quel film su vecchi televisori, VHS e DVD, e il nostro cervello ha inevitabilmente conservato un ricordo diverso dalla versione disponibile oggi. Ma nel caso di diversi Classici Disney degli anni '90, quel ricordo sembra avere una base concreta.

Le versioni in 35 mm mostrano effettivamente un'immagine diversa da quella dei trasferimenti digitali moderni. Non significa che Disney+ stia "rovinando" i film, né che ogni vecchia copia rappresenti automaticamente la versione definitiva. Significa però che una parte dell'aspetto che associamo alla magia Disney nasceva proprio dal modo in cui quei film venivano trasformati da immagini digitali in pellicola. È quasi un paradosso: per anni abbiamo considerato la grana, la morbidezza e le piccole imperfezioni della pellicola come qualcosa da eliminare. Oggi, riguardando quei film attraverso immagini digitali perfettamente pulite, ci accorgiamo che quello era uno degli ingredienti che li faceva sembrare così belli.



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sabato 19 settembre 2026

Spider-Man: Brand New Day, Hulk nel film? Il regista ha dovuto chiedere il permesso

Il coinvolgimento di Hulk in Spider-Man: Brand New Day non è stato scontato. Il regista Destin Daniel Cretton ha raccontato di aver dovuto chiedere il permesso al presidente dei Marvel Studios per poter coinvolgere Bruce Banner nel quarto film dedicato a Spider-Man, ma come si è svolta la richiesta?

Spider-Man: Brand New Day, il regista racconta di aver chiesto il permesso a Kevin Feige per poter coinvolgere Hulk nella trama

Mark Ruffalo è tornato nel MCU, apparendo brevemente in Spider-Man: Brand New Day dapprima come Bruce Banner e successivamente come Hulk. Stuzzicato da Jean Grey, Hulk è tornato alla sua furia selvaggia, privo dei vincoli imposti dalla convivenza con Bruce Banner rendendosi protagonista di una sequenza alquanto movimentata che ha scatenato il panico. Peter Parker ha cercato di frenare Hulk facendo leva sull’emotività di Bruce ed è riuscito a contenere i danni; eppure, per arrivare a quel punto della trama, il regista ha dovuto lottare dietro le quinte.

Dopo essere apparso in She-Hulk: Attorney at Law, Bruce Banner è tornato al cinema grazie a Spider-Man: Brand New Day, ma la furia scatenata di Hulk ha reso il suo cameo decisamente turbolento, concludendosi con un ricovero forzato di Banner che potrebbe giustificare la sua assenza in Avengers: Doomsday (film che non ha ancora confermato Ruffalo nel cast).

Eppure la presenza di Hulk non è stata data per scontato in Brand New Day. Il regista Daniel Destin Cretton ha dovuto interpellare Kevin Feige per poter coinvolgere Banner nel film: “Kevin non ci impone mai nulla. Una volta che sappiamo cosa vogliamo, dobbiamo soltanto andare da lui e chiedergli se funzionerà o se possiamo usare un determinato personaggio nel film. Lo stesso vale per Hulk. Abbiamo dovuto chiedere a Kevin. Aveva senso per il nostro film avere Hulk, ma non era un obbligo. Abbiamo dovuto fare una richiesta e Kevin ci ha permesso di farlo”, ha spiegato ai microfoni del podcast Fresh Air di NPR.



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The Mandalorian and Grogu, la scena "più importante" per il regista coinvolge anche Rotta the Hutt

Jon Favreau è particolarmente affezionato a The Mandalorian, avendo ideato la Serie TV per poi accompagnare quei personaggi anche al cinema con un sequel diretto intitolato The Mandalorian and Grogu. Dopo tre stagioni in streaming su Disney+, Din Djarin e suo figlio hanno proposto una nuova avventura al pubblico che ha coinvolto anche gli Hutt e, a detta dell’esperto d’animazione, proprio questi ultimi hanno giocato un ruolo interessante. Una delle scene preferite del regista, infatti, coinvolgerebbero proprio Rotta the Hutt. Ma di quale si tratta?

The Mandalorian and Grogu, l’esperto d’animazione svela qual è stata la scena più preziosa agli occhi del regista

Dopo aver trascorso tre stagioni come cacciatore di taglie, in The Mandalorian and Grogu Din Djarin ha prestato servizio nella nascente Nuova Repubblica offrendosi di recuperare i vari signori della guerra imperiali sparsi per la galassia. Durante una delle sue missioni, Din Djarin è costretto ad interfacciarsi con gli Hutt e finisce per incontrare Rotta the Hutt, prigioniero sul pianeta Shakari ed erede di Jabba the Hutt. I gemelli Hutt chiedono a Mando di liberarlo in cambio di informazioni, ma molto presto scoprirà che avrebbe dovuto ascoltare il proprio istinto e non fidarsi di loro.

Una delle scene preferite di Jon Favreau ha coinvolto proprio Rotta the Hutt, un personaggio che ha lottato per tutta la vita cercando di allontanarsi dalla cattiva fama di suo padre. A detta di Hal Hicker, supervisore d’animazione presso Industrial Light & Music, la scena preferita del regista è quella in cui Rotta e Grogu giocano insieme sulla spiaggia. Agli occhi di Favreau, quella scena è stata particolarmente significativa: “Quella è stata forse la scena più importante per Jon. Per lui è il cuore dell'intero film”, ha rivelato a StarWars.com.

Quella scena arriva dopo che Rotta è stato quasi eliminato, ma salvato dall’intervento tempestivo di Mando. Nella scena in questione, Rotta e Grogu giocano insieme, si passano la palla sulla spiaggia e sembra che il peggio sia passato, ma serve anche a sottolineare come Rotta non abbia mai avuto un’infanzia normale, privato della possibilità di giocare come tutti i bambini a causa della sua famiglia. Dopo quanto accaduto nel film, non sappiamo quando o dove rivedremo Rotta the Hutt né in quale veste.



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Su Netflix c'è un anime folle con una sedia parlante, ma dietro c'è una tragedia reale

Se avete voglia di recuperare un anime capace di mescolare fantasy, avventura, romanticismo e una storia profondamente legata alla memoria del Giappone, su Netflix c'è Suzume, uno dei film più ambiziosi di Makoto Shinkai, il regista di Your Name. Il film è disponibile in streaming in Italia anche su Crunchyroll.

La storia segue Suzume Iwato, una studentessa di 17 anni che vive nel Kyushu. La sua vita cambia quando incontra Souta Munakata, un ragazzo misterioso che sembra avere un compito molto particolare: viaggiare per il Giappone alla ricerca di porte capaci di provocare terribili disastri e richiuderle prima che sia troppo tardi. La situazione diventa però decisamente più assurda quando Souta viene trasformato in una piccola sedia a tre gambe.

Da quel momento, Suzume si ritrova coinvolta in un viaggio attraverso il Paese insieme al ragazzo-sedia, cercando di chiudere tutte le porte rimaste aperte e impedire che altre calamità si abbattano sul Giappone. È una premessa completamente folle ma, dietro l'apparente leggerezza del film, si nasconde una storia molto più dolorosa.

La vera storia dietro le porte di Suzume

Le porte sono molto più di un semplice espediente fantastico. Ognuna conduce verso posti abbandonati, spazi che un tempo erano pieni di vita e che sono stati lasciati indietro. Scuole, abitazioni, parchi e intere comunità diventano così parte di un viaggio che parla soprattutto di persone, ricordi e perdita. È qui che Suzume rivela il suo lato più malinconico. I luoghi non sono semplicemente scenari spettacolari: rappresentano ciò che rimane quando una comunità scompare e quando il tempo sembra essersi fermato.

Suzume impara progressivamente che dimenticare non è l'unico modo per andare avanti e che alcuni ricordi possono continuare a far parte della nostra vita senza impedirci di proseguire. Questa componente non è casuale. Il film è infatti profondamente legato al terremoto e allo tsunami che colpirono il Giappone nel 2011, una tragedia che, nella storia personale di Suzume, assume un significato fondamentale. La protagonista ha perso la madre durante il disastro e il lutto continua a influenzare il suo rapporto con il passato.

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Shinkai trasforma quindi una storia fantastica in un racconto sulla capacità di convivere con una ferita che non può essere semplicemente cancellata.

Perché Suzume ha fatto discutere

È proprio questo aspetto ad aver generato alcune delle discussioni più interessanti intorno al film. Suzume è stato apprezzato per l'animazione, la musica, i personaggi e la capacità di alternare momenti divertenti a sequenze molto emotive, ma affrontare una tragedia reale come quella del 2011 attraverso una storia fantasy comportava inevitabilmente dei rischi. Per alcuni spettatori, la scelta di Shinkai permette di parlare del trauma attraverso una prospettiva accessibile e persino speranzosa.

Per altri, invece, trasformare una tragedia nazionale di questa portata in un'avventura fantastica può risultare problematico, soprattutto quando il dolore collettivo viene filtrato attraverso la storia personale di una sola ragazza. Sotto le porte misteriose, i disastri soprannaturali e perfino una sedia parlante, c'è però una riflessione molto più profonda sulla memoria e sul modo in cui una persona può imparare a convivere con ciò che ha perduto.

Un successo enorme per Makoto Shinkai

Il film è arrivato al cinema nel 2022 e ha confermato la capacità di Shinkai di trasformare storie profondamente giapponesi in fenomeni internazionali. Suzume ha incassato oltre 221 milioni di dollari nel mondo, diventando uno dei maggiori successi della carriera del regista. Ha inoltre consolidato la posizione di Shinkai tra i nomi più importanti dell'animazione giapponese contemporanea, dopo il successo mondiale di Your Name. e Weathering with You.

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Se vale la pena recuperare Suzume su Netflix è proprio perché a prima vista sembra la classica avventura anime piena di colori, creature bizzarre e situazioni impossibili. In realtà, dietro quella superficie spettacolare c'è un film che parla di lutto, terremoti e della necessità di continuare a vivere anche quando alcune ferite non scompaiono mai del tutto.



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venerdì 18 settembre 2026

Musk, Universal blocca il documentario dopo le minacce legali di Elon Musk?

Presentato fuori concorso al Festival di Venezia, il documentario Musk di Alex Gibney sta facendo preoccupare Universal, che dovrebbe occuparsi della sua distribuzione fuori dagli USA e che ora si trova con la (prevedibile) spada di Damocle di un torchio da parte dei legali di Elon Musk. Hollywood Reporter, che aveva rivelato il dilemma, ci fa adesso sapere come si stia orientando la major, in un guado molto pericoloso dal quale però uscire è più difficile di quanto si immagini.

Universal sarebbe orientata a distribuire Musk ugualmente, nonostante le minacce

È andata così: un precedente scoop di Hollywood Reporter aveva rivelato che Universal stava pensando di scaricare il documentario Musk di Alex Gibney, onde evitare gli attacchi legali che si profilano puntualmente all'orizzonte (era in effetti utopistico sperare che Elon chiudesse un occhio su quasi quattro ore che ne mettono in discussione l'immagine pubblica). In questi casi si dovrebbero restituire tutti i diritti del film alla produzione, che poi sarebbe libera di cercare un altro distributore: non solo però l'operazione non è economicamente indolore, perché ci sarebbe una penale da pagare alla suddetta produzione, ma la rivelazione sta danneggiando la major a livello comunicativo, giudicata poco coraggiosa nel tirarsi indietro. Non è la prima volta che si creano conflitti di questo tipo: ricordiamo per esempio che Artificial di Luca Guadagnino, biopic del Sam Altman di ChatGPT, è stato venduto dagli Amazon MGM Studios a Neon, dopo che Amazon aveva stretto un accordo commerciale con OpenAI. In questo caso però in effetti non ci sarebbe un vero conflitto di interessi, quanto un... quieto vivere. La novità è che, proprio come conseguenza della reazione pubblica allo scoop di Hollywood Reporter, qualcuno ci starebbe ripensando, perché il responsabile delle comunicazione Universal dichiara adesso alla testata: "Lo studio rimane deciso a distribuire il film nei cinema internazionali. Stiamo al momento lavorando su una strategia per la sua diffusione."
Insomma, i legali Universal e quelli di Elon Musk si preparano a darsi battaglia sul serio, in uno di quegli scontri senza esclusione di colpi, dei quali si fantasticava però scherzosamente, quando gli sfidanti sarebbero stati Musk e Zuckerberg. Musk sarà distribuito nelle sale americane dall'etichetta indie Bleecker Street, mentre HBO ne ha già acquisito i diritti nel 2023 per tv e streaming. Leggi anche Musk distrutto da Elon Musk, la reazione feroce del magnate al documentario che lo riguarda



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