domenica 22 febbraio 2026

Box Office Italia di ieri: ecco i 10 Film più visti al Cinema Sabato 21 Febbraio

Ecco il BoxOffice di Sabato 21 Febbraio 2026, con i 10 film più visti nelle nostre sale e i relativi incassi parziali e totali.

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James Van Der Beek nel primo film di Hayao Miyazaki per Studio Ghibli (ma nessuno se lo ricorda)

James Van Der Beek è diventato un idolo degli Anni Novanta grazie all'indimenticabile ruolo di Dawson Leery nella serie Dawson's Creek. Purtroppo, l'attore si è spento all'età di 48 anni, stroncato dal cancro con cui conviveva da tempo. Quel che è certo è che i personaggi interpretati da Van Der Beek rimarranno per sempre nel cuore dei fan. E non tutti sanno che, tra questi, c'è anche il protagonista di un noto anime. Molto prima che l'animazione giapponese diventasse mainstream in Occidente, infatti, James ha doppiato Pazu ne Il Castello nel cielo di Hayao Miyazaki, il primo film ufficiale di Studio Ghibli. Fu un momento decisivo non solo per lo studio, ma anche per il pubblico occidentale, che scoprì il mondo Ghibli per la prima volta.

James Van Der Beek è Pazu nel doppiaggio inglese de Il Castello nel Cielo

Nel lontano 1998, la Walt Disney Company produsse un nuovissimo doppiaggio inglese de Il Castello nel cielo per presentare il film al pubblico. Invece di affidare la parte dei personaggi a dei 'classici' doppiatori, lo studio si impegnò al massimo per reclutare vere star di Hollywood. Ed è qui che entra in gioco James Van Der Beek, che ha interpretato il ruolo di Pazu, ragazzo coraggioso, leale e infinitamente ottimista. E possiamo dirlo: ha fatto centro, rendendo il personaggio realistico ed equilibrato.

Van Der Beek è riuscito a restituite tramite la sua voce quella perfetta combinazione di coraggio e innocenza che i personaggi di Hayao Miyazaki possiedono. Anche il resto del cast era incredibile: Anna Paquin ha prestato la voce a Sheeta, mentre Mark Hamill ha doppiato il minaccioso Muska. Infine, Cloris Leachman ha rubato la scena nei panni del capitano pirata Dola. Questa operazione ha aiutato lo Studio Ghibli a raggiungere un pubblico completamente nuovo.

Il Castello nel Cielo ha dato inizio all'ascesa globale di Miyazaki

Il Castello nel Cielo, uscito nel 1986, fu il primo film ufficiale dello Studio Ghibli, fondato l'anno precedente. Sebbene Nausicaä della Valle del Vento venga spesso definita il "primo film Ghibli", in realtà fu prodotto dalla Topcraft, prima della fondazione ufficiale dell'azienda. Il Castello nel cielo è stato il momento in cui Ghibli si è davvero presentata al mondo. Il film rimane una delle storie d'avventura più pure di Miyazaki. Ha cuore, mistero ed emozione: tutto ciò che avrebbe definito Studio Ghibli come uno dei più grandi studi di animazione al mondo.

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La trama segue le vicende di Pazu, un ragazzo povero ma determinato, e di Sheeta, una ragazza misteriosa con un cristallo magico legato alla città galleggiante di Laputa. Quella che inizia come una semplice avventura si trasforma rapidamente in un inseguimento che coinvolge forze militari, pirati del cielo, tecnologie antiche e segreti che potrebbero distruggere il mondo. Sostanzialmente, questo film ha creato tutto ciò che oggi associamo al mondo Ghibli: dalla narrazione emozionante ai messaggi pacifisti, fino ai giovani eroi costretti a crescere troppo in fretta.

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Si può letteralmente tracciare una linea tra questo film e classici successivi come La Città Incantata e Principessa Mononoke. Il che rende il coinvolgimento di James Van Der Beek ancora più interessante. L'amatissimo attore è stato anche la voce di uno dei primissimi eroi dello Studio Ghibli Ogni volta che Pazu alza lo sguardo al cielo, un pezzo dell'eredità di Van Der Beek torna a vivere davanti ai nostri occhi.



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sabato 21 febbraio 2026

Cime Tempestose, Jacob Elordi affronta le polemiche sul suo casting come Heathcliff

La scelta di Jacob Elordi come protagonista di Cime Tempestose, nuovo adattamento cinematografico voluto da Emerald Fennell, ha scatenato il dibattito tra i fan del romanzo di Emily Bronte. Trattandosi di uno dei personaggi più noti della letteratura inglese, Heathcliff ha da sempre sortito un certo fascino sul pubblico e, secondo alcuni critici (come riporta Screen Rant), il casting avrebbe dovuto prediligere un attore dalla pelle più scura.

Cime Tempestose, Jacob Elordi difende la scelta del suo casting dopo le polemiche

La polemica scatenatasi sulla scelta di Jacob Elordi chiama in causa un passaggio del romanzo di Emily Bronte. In Cime Tempestose, Heathcliff è stato descritto inizialmente come un “bambino sporco, trasandato e dai capelli neri”, ma il signor Earnshaw l’ha definito come un “gitano dalla pelle scura”. La scelta di Jacob Elordi nel nuovo adattamento di Cime Tempestose ha quindi scatenato il dibattito, affrontato di recente anche dall’attore.

Ai microfoni di ABC Australia, come riporta Screen Rant, l’attore ha colto l’occasione per difendere la regista e anche il suo personaggio, spiegando che l’arte è soggetta ad interpretazione: “Questa è l’interpretazione del testo da parte di Emerald, un’artista che rispetto e ammiro e ritengo che il suo lavoro sia davvero importante”. Ha poi aggiunto che, durante le riprese, il suo vero obiettivo era quello di “servire la verità della sceneggiatura che mi è stata consegnata”.

In sala in tempo per San Valentino 2026, Cime Tempestose ha scelto come protagonista Margot Robbie e anche quest’ultima, tempo fa, ha difeso la scelta del collega: “L’ho visto recitare e ho pensato subito: questo è Heathcliff. Fidatevi, sarà incredibile”. In più Emerald Fennell aveva spiegato che molte delle caratteristiche di Elordi l’avevano convinta che fosse il perfetto match (i lineamenti marcati e le spalle larghe, tanto per cominciare).



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Scream 7, il ritorno di Stu ha spaventato Matthew Lillard

Anche Matthew Lillard è stato inserito nel cast di Scream 7. Il nuovo capitolo del franchise horror è in arrivo in sala dal 25 febbraio 2026 e coinvolgerà anche altri personaggi del passato, incluso il suo Stu Macher. Apparso per la prima volta in Scream del 1996, Stu si è rivelato essere l’assassino dietro la maschera di Ghostface. Come il suo ritorno è stato reso possibile in Scream 7 al momento non è dato sapere e, in una recente intervista, Matthew Lillard ha condiviso non solo il suo timore all’idea di proporre nuovamente Stu ai fan, ma ha anche riflettuto sull’ingrediente segreto che rende un film di Scream un “grande film”.

Scream, Matthew Lillard rivela l’ingrediente segreto che ha reso il primo film del franchise celebre

Quando a Matthew Lillard è stato proposto di tornare nel franchise di Scream a distanza di trent’anni dal debutto del suo Stu, ha accettato seppur con timore, come ha rivelato di recente ai microfoni di ComicBook. La sua paura più grande? Rovinare l’eredità del suo personaggio, così apprezzato dai fan. “Tutto quello che faccio potrebbe mettere a repentaglio tutto ciò che gli altri amano, no? Sto tornando in un mondo dove appaio come un uomo di 54 anni, facendo quello che facevo a 26 anni, è spaventoso. Ero molto emozionato all’idea di essere coinvolto. Poi, man mano che ci avvicinavamo sempre più, ero sempre più preoccupato di rovinare ciò che i fan pensavano di me o di Stu in generale”.

Ogni film di Scream ha coinvolto un Ghostface differente e, nonostante la sua assenza nel franchise, Matthew Lillard ha ammesso di aver continuato a seguire le disavventure sul grande schermo. Anche per questo all’attore è stato chiesto cosa dovrebbe distinguere un buon film di Scream tra i vari sequel realizzati finora: “Per me ciò che rende un film di Scream valido è la presenza dei personaggi fantastici e il fascino del film. Credo che uno dei motivi per cui il primo film ha avuto così tanto successo sia per via di tutti quei personaggi. Wes Craven ha dedicato molto tempo a questi personaggi, sviluppando l’intero film in modo che, quando si è alle battute finali, emergano questi piccoli momenti idiosincratici, divertenti ed affascinanti, e non solo orribilmente violenti. Sì, è violento, ma c’è quel momento in cui piange al telefono perché sua madre è così arrabbiata. C’è del fascino in questo”.

Ricordando il suo periodo trascorso sul set di Scream, Matthew Lillard ha ammesso che alcune delle sue battute più iconiche sono state frutto di improvvisazione sul set, un aspetto che potrebbe replicare anche in Scream 7, come ha raccontato a ComicBook: “Credo che Kevin Williamson capisca che a volte mi vengono in mente cose interessanti, quindi non dirò altro. Alcuni creativi mi permettono di giocare, e Kevin è uno di questi”.



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venerdì 20 febbraio 2026

Beach Read, la star di Bridgerton Phoebe Dynevor protagonista di una nuova rom com

Netflix aveva già chiarito il suo interesse nei confronti dei romanzi di Emily Henry, così come di recente ha sottolineato di non avere ancora finito con Phoebe Dynevor. Il suo nome è fortemente associato al successo di Bridgerton, avendo interpretato Daphne, la protagonista della prima stagione che ha lanciato l’era Regency in streaming su Netflix nel 2020. E mentre Phoebe Dynevor ha rafforzato il sodalizio con il colosso streaming recitando da protagonista nel thriller erotico Fair Play, Emily Henry di recente ha conquistato il pubblico con il suo primo adattamento cinematografico intitolato People We Meet on Vacation - Un Amore in Vacanza. Il prossimo step unirà queste due forze, restituendo al pubblico un nuovo adattamento di Beach Read. Romanzo d’estate.

Beach Read, Phoebe Dynevor di Bridgerton protagonista della rom com tratta dal romanzo di Emily Henry

Phoebe Dynevor sta per cimentarsi in una nuova avventura romantica. Tratto dall’omonimo romanzo bestseller del New York Times, Beach Read racconta la storia di due autori. Augustus Everett è uno scrittore amato dalla critica letteraria, mentre January Andrews scrive commedie romantiche che scalano facilmente le classifiche. Se Augustus è un autore serio che non riesce a parlare di sentimenti, January è sempre a favore dell’amore con un lieto fine. I due non hanno niente in comune, se non la location: per i prossimi tre mesi, saranno vicini di casa sul lago Michigan dove trascorreranno l’estate. January ha deciso di rifugiarsi nel cottage del padre per continuare il suo romanzo, ma il suo cuore è nel caos perché ha recentemente scoperto un segreto poco felice sui suoi genitori. Scopre che alla porta accanto risiede il suo ex compagno di college nonché autore di fama Augustus Everett, alle prese con un blocco dello scrittore. Pur non tollerandosi a vicenda, decidono di dare una scossa alla loro estate punzecchiandosi con una sfida. Chi vincerà?

Il romanzo, pubblicato nel 2020 e in Italia disponibile con HarperCollins Italia, è diventato un bestseller del New York Times e ad occuparsi dell’adattamento cinematografico sarà Yulin Kuang, già co-autrice di People We Meet on Vacation per Netflix e che anche in questo caso lavorerà alla sceneggiatura e anche alla regia.

Per Phoebe Dynevor si tratta di una nuova sfida sul grande schermo. L’attrice di recente è apparsa nel cast di Anniversary, mentre tra non molto la vedremo coinvolta nel thriller di sopravvivenza di Netflix Shiver, in Famous con Zac Efron e Remain di M. Night Shyamalan.



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Un Film Minecraft 2 coinvolgerà un villain ben noto del franchise

Dopo il successo del primo capitolo, Un Film Minecraft 2 è stato prontamente confermato da Warner Bros e, in una recente intervista, il produttore Roy Lee ha anticipato che uno dei villain più amati del franchise di videogame sarà coinvolto nella prossima avventura sul grande schermo. Di chi si tratta?

Un Film Minecraft 2, il produttore anticipa il villain in arrivo

Il 2025 è stato un anno promettente per Warner Bros al cinema, dal successo di I Peccatori che ha incassato numerose nomination agli Oscar 2026 al lancio del nuovo DCU con Superman di James Gunn. Un Film Minecraft non solo ha ampliato la proposta dei videogame sul grande schermo, ma ha incassato oltre 961 milioni di dollari confermandosi un grande successo al botteghino. Non stupisce, quindi, il via libera da parte degli Studios per la realizzazione di un sequel e, a detta del produttore Roy Lee, ci sarà posto anche per un antagonista ben noto.

Ai microfoni di Collider, Lee ha ribadito che è intenzione di Warner Bros portare Un Film Minecraft 2 in sala entro il 2027 e che la produzione procede a gonfie vele dietro le quinte. “Lo stato di avanzamento è ottimale. La produzione inizierà ad aprile di quest’anno in Nuova Zelanda”, ha precisato. Nel primo film, sono stati coinvolti quattro disadattati precipitati nell’Overworld che desiderano tornare a casa. Con il supporto del maestro artigiano Steve, uniscono le forze per sconfiggere le forze del Nether e, una volta sconfitti Malgosha e il suo esercito di Piglin, il gruppo è tornato a casa. Il secondo capitolo richiederà una nuova mossa e agli occhi dei fan è alquanto ovvia: bisognerà introdurre il boss finale del gioco, l'Enderdrago. “Molte persone hanno detto: ‘Sì, fate quel film, ma assicuratevi che l'Enderdrago ci sia’. Penso che molte delle richieste siano state queste”.

Nel primo film, a guidare il cast è stato Jack Black affiancato da Jason Momoa, Sebastian Hansen, Emma Myers e Danielle Brooks. La scena post-credit di Un Film Minecraft ha suggerito l’ingresso di un altro personaggio chiave del videogame, Alex. La trama, ad oggi, risulta ancora segreta.



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Dispacci dalla Berlinale 2026: borseggiatori o bluesman, ma sempre carichi di malinconia e alla fine di un'epoca

Forse l'ho già detto, ma non è solo la Berlinale a non essere più quella di una volta, ma anche la città che la ospita. "Fino a pochi anni fa ci sarei venuto a vivere di corsa", mi ha detto un collega pochi giorni fa, "ora non ci penso nemmeno lontanamente". Ametto di aver girato mollto poco - anzi per niente - quest'anno, ma l'impressione generale è che la città, colpita prima di altre dalla crisi economica in Germania, non solo non sia più così vitale come un tempo, quando dopo al Parigi degli anni Venti e l'inizio dei Trenta (quella di Midnight in Paris, per dire), e dopo la Londra degli anni Sessanta (ma anche Settanta e Ottanta), dopo la caduta del Muro era diventata il place to be di tutti gli artisti, gli intellettuali, i giovani irrequieti di tutta Europa. Forse sono io che sono invecchiato (sul tempo che passa e le trasformazioni di Berlino leggere "Le perfezioni" di Vincenzo Latronico, edizioni Bompiani), o forse è davvero così, forse Berlino è davvero una città un po' meno viva e pure un po' meno sicura di un tempo: a un altro collega hanno rubato lo zaino con computer e un sacco di altra roba dentro all'uscita di una centralissima stazione della metropolitana. Roba da farti venire il blues, come direbbero gli americani. Ma torniamo ai film, anche se continuiamo a parlare di grandi città che non sono più quelle che erano (New York in un caso, Vienna nell'altro), di borseggiatori e di gente che suona il blues: tutta roba che troviamo in The Only Living Pickpocket in New York (presentato fuori concorso: ma perché?) e The Loneliest Man in Town (dove la town è appunto la capitale austriaca, che corre invece per l'Orso d'oro).

The Only Living Pickpocket in New York

Noah Segan è uno che nella vita ha fatto (o fa, non ho idea di quali siano i suoi piani) principalmente l’attore. Forse lo avete visto in qualche film di Rian Johnson, visto che è apparso praticamente in tutti, sebbene in ruoli secondari. Aveva esordito alla regia qualche anno fa firmato un episodio dell’antologico Scare Package e poi ha scritto e diretto un film dal titolo Blood Relatives. In entrambi i casi si trattava di horror venati di commedia: non li ho visti, ma non se ne parla come di capolavori.
Ma non è tanto questo a interessarci, qui. A interessarci, o interessarmi, è il fatto che Segan è del 1983, e che abbia fatto un film che non solo non c’entra niente coi suoi precedenti, perché non è né commedia né horror, ma che è carico di un senso di affetto e malinconia per il passato - del cinema, del mondo, di tutti noi - che mi sorprende in un regista di poco più di 40 anni.
Harry - interpretato da un magnifico John Turturro - vive nel Bronx, ha una moglie malata che accudisce con amore e nella vita fa il borseggiatore. Non esattamente un bel mestiere, si diceva, ma bastano pochi minuti dentro The Only Living Pickpocket in New York per volergli bene, perché capisci che tutto sommato è una brava persona. Una brava persona che a un certo punto ruba alla persona sbagliata, a un ventenne rampollo di una famiglia criminale che, dopo averlo rintracciato, gli dà poche ore di tempo per restituirgli una chiavetta USB che nel frattempo Harry aveva dato via perché pensava non valesse nulla. Se Harry non torna in tempo ci rimetterà sua moglie; e per quanto riguarda lui, sa benissimo che fine farà, perché uno con la sua esperienza non può non sapere che chi ruba a certa gente non può passarla liscia.


The Only Living Pickpocket in New York racconta una corsa contro il tempo, quindi, ma non nel modo cui state probabilmente pensando: non c’entrano niente frenesie alla Diamanti grezzi, per dirne una, ma nemmeno alla Fuori orario. No, la corsa contro il tempo del film di Segan è quella contro il tempo presente, il tempo delle nuove generazioni senza valori, della moneta elettronica che ha sostituito il contante, del diagio che fa provare a chi è nato e cresciuto tutto analogico, e si guarda attorno e non riconosce più il mondo o la sua città (il film è anche una dichiarazione d’amore a New York, nelle immagini come nella musica: con l’apertura sulle note di “New York, I Love You But You’re Bringing Me Down” degli LCD Soundsystem e la chiusura su quelle di “I Happen to Like New York” di Cole Porter cantata da Bobby Short).
Harry e i suoi pochi amici (bravissimi Steve Buscemi nei panni del gestore di un banco dei pegni che ricetta, e Giancarlo Esposito in quelli di un detective della polizia che ha dovuto cedere il suo ufficio a quelli ei crimini informatici) sono l’incarnazione dell’old school che sembra soccombere alla new school, ma che ha malizia, calma e intelligenza. Soprattutto: esperienza. Forse è destinata a soccombere lo stesso, ma non è detto che sia un bene. Con splendidi cammei anche di Jamie Lee Curtis e Tatiana Maslany, e una morbida colonna sonora jazz e funk, The Only Living Pickpocket in New York non è solo un omaggio al cinema e allo spirito degli anni Settanta, ma un film con una grazia speciale: uno di quelli che porta con sé uno spirito dolcemente malinconico, e un finale amaro, ma che ha comunque la capacità di scaldarti il cuore, e di farti uscire dalla sala rinfrancato.

The Loneliest Man in Town

L’operazione di Segan è un po’ la stessa tentata e voluta anche da Tizza Covi e Rainer Frimmel (che sono quelli di Vera, il film su e con Vera Gemma, prossima protagonista per Sean Baker) nel loro nuovo The Loneliest Man in Town, che hanno costruito tutto attorno al bluesman austriaco Al Cook (al secolo Alois Koch). Nel film Cook è sé stesso, musicista fuori dal tempo e da ogni compromesso che, sfrattato dall’appartamento dove ha vissuto e lavorato fin da piccolo da una società che specula sugli immobili, decide di vendere o regalare tutte le sue cose e di comprare un biglietto di sola andata per Memphis, la città della musica che ama, che ha sempre sognato e che non ha mai visitato.


Come Harry, Al Cook è un uomo che non trova più un posto in un mondo irriconoscibile, il simbolo di un’era e di un secolo che stanno tramontando definitivamente, ma tra i due film le differenze di stile sono più che evidenti: Segan, come detto, guarda al cinema americano degli anni Settanta, mentre Covi e Frimmel all’autorialità europea. In The Loneliest Man in Town Al Cook è un personaggio che pare uscito fuori da un film di Aki Kaurismaki, e lo stile del finlandese riecheggia in tutto il film mescolato però a una sorta di spirito para-documentaristico che a tratti pare mutuato dall’austriaco Uri Seidl, e che ne soffoca notevolemente il calore umano e il potenziale. La sala rideva molto, ma evidentemente è questione di umorismo teutonico che a me non arriva; quel che Covi e Frimmel centrano, invece, è il rapporto del protagonista con gli oggetti: i dischi, le foto, le videocassette - in buona sostanza: i ricordi - accumulati per una vita che via via dismette, e che spalmano un velo di sincera malinconia su un film tanto composto e autoriale da risultare nel complesso un po' algido.



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