sabato 27 giugno 2026

Spider-Man e il Dottor Destino di Robert Downey Jr.: Tom Holland rompe il silenzio sul loro incontro

Dottor Destino è il motore di Avengers: Doomsday e offrirà nuovi spunti narrativi al Marvel Cinematic Universe. Ad interpretarlo sarà Robert Downey Jr, di ritorno nello stesso universo che l’ha reso celebre tanti anni prima seppur in un ruolo diverso (quello di Iron Man) e questa volta schierato contro i Vendicatori. Uno dei grandi assenti è proprio Tom Holland, che riprenderà il ruolo di Peter Parker in Spider-Man: Brand New Day, in arrivo al cinema dal 29 luglio 2026, precedendo l’uscita di Avengers: Doomsday, prevista per dicembre 2026.

Considerata l’assenza di Tom Holland nel cast del film corale, il pubblico continua a sperare in un annuncio a sorpresa da parte dei Marvel Studios. Di recente, però, è stato proprio Tom Holland a commentare dell’incontro tra Spider-Man e Dottor Destino: quando potrebbe accadere?

Spider-Man incontrerà il Dottor Destino? Il clamoroso indizio di Tom Holland

Spider-Man: No Way Home ha scatenato un forte cambiamento nella vita di Peter Parker: tutti hanno dimenticato chi è, inclusi i suoi più cari amici. L’incantesimo di Doctor Strange ha avuto effetto anche sul resto dei Vendicatori. Nel trailer, infatti, appare anche Bruce Banner e non ha la benché minima idea di chi sia quel ragazzo apparso davanti ai suoi occhi con una bizzarra richiesta d’aiuto. Considerato quindi che il mondo intero ha completamente rimosso ogni ricordo su Spider-Man, come potrebbe quest’ultimo integrarsi al resto degli eroi per sconfiggere Dottor Destino?

In una recente intervista con Cinemania, Tom Holland ha raccontato di come ha scoperto del ritorno di Robert Downey Jr come Dottor Destino nel MCU e di come l’abbia comunicato poi a Zendaya. “Penso di aver riagganciato il telefono e di aver pensato: “Downey sta tornando… Sì, mi ha appena chiamato”. Ci siamo sentiti al telefono un paio di giorni fa. Sì, ogni tanto facciamo delle chiacchierate tranquille, così per aggiornarci. Lui si fa sentire. E mi ha appena detto questa cosa, ed è davvero emozionante… Non so molto di quei film, credo che lo facciano apposta. Ho la reputazione di uno che spoilera certe cose, quindi penso che gli Studios mi stiano tenendo all’oscuro dei dettagli più succosi. Ma quando potrò finalmente onorare quel set con la mia presenza, sarò davvero curioso — sapete, cosa comporterà tutto questo per Peter? E come funzionerà? Sono davvero entusiasta di… qualunque cosa abbiano in mente di fare”.

Pur non avendo offerto informazioni più concrete, le parole di Tom Holland hanno prontamente infiammato i fan perché suggeriscono una possibilità. Il fatto che abbia anticipato la sua presenza sul set suggerisce che ad un certo punto Peter Parker potrebbe apparire nei film corali dei Vendicatori e così facendo potrebbe interagire con Dottor Destino. Difficile, però, che accada in Avengers: Doomsday. Piuttosto Spider-Man potrebbe avere un ruolo in Avengers: Secret Wars, la cui produzione dovrebbe iniziare a breve.



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Dune: Parte Due, il piano originale di Denis Villeneuve: il ruolo scritto per Anya Taylor-Joy e poi rifiutato

Anya Taylor-Joy è un’artista estremamente impegnata: soltanto nel 2026 è coinvolta in ben tre produzioni diverse, ma tra non molto tornerà anche su Arrakis. Introdotta già in Dune – Parte 2, seppur con un breve cameo, l’attrice di Furiosa: A Mad Max Saga riprenderà il ruolo di Alia Atreides interagendo ancora una volta con suo fratello Paul Atreides interpretato da Timothée Chalamet.

Diretto ancora una volta da Denis Villeneuve, Dune - Parte Tre è atteso al cinema dal 17 dicembre 2026 e trae la sua forza dal romanzo Dune: Messiah di Frank Herbert, raccontando cos’è accaduto a Paul dopo essere diventato Imperatore. In merito al suo coinvolgimento nella trilogia cinematografica, Anya Taylor-Joy ha confessato che in principio Denis Villeneuve le aveva proposto un ruolo diverso, ma i numerosi impegni hanno costretto l’attrice a rinunciare e a valutare in un secondo momento un altro ruolo da gestire.

Dune – Parte Due, Anya Taylor-Joy avrebbe potuto interpretare un personaggio diverso ma ha dovuto ritrattare

Nel 2022, Anya Taylor-Joy ha partecipato alla stessa festa di Denis Villeneuve e, cogliendo la palla al balzo, il regista ha proposto all’attrice di recitare in Dune – Parte Due, spiegandole di aver scritto un ruolo appositamente per lei in quel film. Purtroppo, però, l’attrice non avrebbe potuto accettare poiché impegnata sul set di Furiosa: A Mad Max Saga come protagonista indiscussa della storia. A causa dei conflitti d’agenda, Anya Taylor-Joy ha dovuto rifiutare l’offerta, ma è stato un boccone amaro da mandare giù. “Ero devastata. Desideravo davvero fare parte del mondo che quell’uomo aveva costruito”, ha rivelato a The Hollywood Reporter, ricordando quanto fosse affranta all’idea di non poter accontentare Denis Villeneuve.

Durante le riprese di Furiosa in Australia, quel pensiero ha continuato a tormentarla. Ha raccontato che chiamava continuamente i suoi agenti per chiedere che fine avesse fatto la sua proposta per Dune e la risposta era sempre la stessa: lei era impegnata con Furiosa, mentre Dune – Parte Due aveva già avviato la produzione. “Ma per me non era finita, me lo sentivo, dentro di me lo sentivo, non poteva essere finita”. E aveva ragione.

Una volta finite le riprese di Furiosa, prequel di Mad Max: Fury Road, Anya Taylor-Joy ha ricevuto la telefonata che stava aspettando: Denis Villeneuve le chiese di incontrarlo ma, per farlo, avrebbe dovuto cambiare sei voli, raggiungerlo ad Abu Dhabi, proseguire poi per la Namibia e girare una brevissima scena nell’arco di una sola giornata. In più avrebbe dovuto cucirsi la bocca e non dire a nessuno del suo cameo top secret. Ancor prima di finire la domanda ufficiale, Anya Taylor-Joy aveva già accettato e, per il viaggio, ha portato sua madre con sé. “Probabilmente è la mia esperienza cinematografica preferita in assoluto”.



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Quando il Cinema Ritrovato è più attuale di quello contemporaneo

Ho trascorso meno di 72 ore a Bologna, perché a Bologna c'è Il Cinema Ritrovato: appuntamento imperdibile per chi ami il cinema. Questi qui di seguito sono alcuni appunti sulle cose - bellissime - che ho visto negli ultimi giorni, sperando che possano servire da spunto per voi per vedere, rivedere, ritrovare a vostra volta. A volte penso di essere io un vecchio brontolone e nostalgico che pensa che il cinema di una volta sia più attuale, coraggioso e moderno di quello di oggi, ma a giudicare dalla quantità di appassionati provenienti da tutto il mondo che sciamavano per le vie e i portici di Bologna, non sono forse il solo.

Manhunter


Ovvero: Hannibal Lecter (anzi, Lecktor) prima del Silenzio degli Innocenti, e secondo Michael Mann. O anche: il thriller primigenio definitivo degli anni Ottanta, di cui Michael Mann è stato straordinario cantore e che lampeggiano al neon (ma anche senza neon) fin dalle primissime inquadrature. O ancora: il film che ha inventato un genere. A Bologna è stato presentato un nuovissimo restauro in 4K denominato The Final Cut, perché nel rimettere mano al film Mann ha voluto fare dei piccolissimi aggiustamenti. C’è per esempio un po’ (non tanto) più dell’Hannibal di Brian Cox, che non ha nulla da invidiare a quello di Anthony Hopkins, e che anzi fa ancora più paura per il suo essere meno evidentemente psicopatico. Sparisce - peccato - la frase “Time is Luck”.
Ma non ho l’animo del filologo, e la mia visione precedente di Manhunter risale a troppi anni fa per poter lanciarmi in una disamina delle differenze tra versioni. Final Cut o meno, Manhunter rimane un thriller folgorante, il film dove l’estetica manniana così come la conosciamo deflagra per la prima volta in tutta la sua evidenza sul grande schermo, così pulita e oscura allo stesso tempo. La scena in cui il Dollarhyde del compianto Tom Noonan porta la collega cieca Reba (Joan Allen) ad accarezzare una tigre sedata prima di un’intervento ai denti è qualcosa di straordinario, massima espressione sintetica di tutto ciò di cui parla davero Manhunter: il confine tra bene e male, la loro coincidenza, la possibilità di una redenzione.
Immagini straordinarie (manco a dirlo), Kim Greist (nel ruolo della moglie di Will Graham, alias William Petersen) di una bellezza totale, "In-A-Gadda-Da-Vida" degli Iron Butterfly che rimane con voi a lungo. Michael Mann nel 1986 era avanti a tutti almeno di 10 anni. Facciamo 15. Capolavoro.

House of Husher + Pit and the Pendulum


C’è poco da fare, poco da dire: Roger Corman era un genio, come regista e come produttore, e questi due film - in qualche modo gemelli: per i manieri, le candele, le ragnatele finte, le sepolte vive, per Poe, Vincent Price e il technicolor - stanno qui a dimostrarlo. Un tempo questa roba passava in TV di continuo, oggi tocca venire al Cinema Ritrovato per riscoprire la creatività e la capacità d’innovazione di Corman. La scena dell'incubo del povero Mark Damon, tonno come pochi, in House of Husher (uscito in Italia come I vivi e i morti) è lo step evolutivo fondamentale tra l'espressionismo tedesco e l'ultimo Nicolas Winding Refn (inteso come Her Private Hell). In quel film Price è senza baffetto d’ordinanza e con la chioma platinata, mentre in Pit and the Pendulum - che si apre con dei rivoli di colori acidi che invadono lo schermo nero in maniera psichedelica, innestando un nesso immediato col cinema di Mario Bava, così come è per la presenza della meravigliosa Barbara Steele, che aveva appena girato La maschera del demonio con l’italiano - è quello che tutti conosciamo: sia dal punto di vista estetico sia nella meravigliosa e sfacciata teatralità della recitazione. Anche qui ci sono momenti di grande visionarietà e ricerca visiva, con dettagli quasi psichedelici e carichi di valenze psicoanalitiche. Psichedelici e indimenticabili sono anche i quadri di House of Husher che ritraggono i degenerati avi del personaggio di Price, opera dell’artista Burt Shonberg, che da soli varrebbero la visione del film.

Sanshiro Sugata


Opera prima di Akira Kurosawa, un curioso intreccio tra arti marziali e melodramma: il protagonista, che dà il titolo al film, è un judoka forte, atletico, non particolarmente brillante della fine dell’Ottocento, quando il judo era appena nato come arte marziale e si contrapponeva al più tradizionale ju-jitsu. La sua è una storia di apprendistato, scontri coi rivali ma anche d’amore: quello per la bella figlia del massimo maestro della scuola dei suoi rivali. Il film ebbe problemi di censura in Giappone perché ai tempi - anno 1943 - non era considerato sufficientemente nazionalista, ma quel che conta è che al suo esordio Kurosawa dimostra già un talento per l’immagine, oltre che per il racconto, che lascia a bocca aperta.

Ball of Fire


Ci sono un po’ Biancaneve e i sette nani, ma anche un po’ (tanto) La pupa e il secchione, in questa screwball comedy del 1941 diretta da Howard Hawks e co-sceneggiata da Billy Wilder. Otto professori - tutti scapoli, tutti nerd, tutti di una certa età (tranne uno) - chiusi da anni in un appartamento di New York per la redazione di un’enciclopedia: la loro vita viene sconvolta quando in casa entra una ballerina di varietà con legami (amorosi) col crimine organizzato (Barbara Stanwyck), che l’unico professore non anziano (Gary Cooper) vuole utilizzare per studiare il gergo moderno a lui del tutto sconosciuto. Ovviamente si innamoreranno, e ovviamente ne succederanno di tutti i colori, specie nel finale. Divertente, arguto, malizioso, Ball of Fire (Colpo di fulmine, da noi) è uno dei quei film di Hawks che non vengono mai citati, e che è stato giusto e bello riscoprire al Cinema Ritrovato. Con la sua trama, che mette a confronto intellettuali fuori dal mondo e al mondo inadatti con elementi di quel mondo esterno che pare a loro incomprensibile, volgare e retrogrado, ma che finirà per conquistarli, non facevo altro che pensare a quanto fosse attuale, e quanto bello sarebbe che qualcuno ne facesse un remake ambientato ai giorni nostri. Poi ho pensato che in giro di Hawks e Wilder non ce ne sono, e quindi niente, lasciamo stare.

A Man on the Beach


In giro non ci sono nemmeno più dei Joseph Losey, se per questo, e quanto servirebbero. A Man on the Beach è un corto (30') girato nel 1955 da Losey dopo l'esilio da Hollywood, prodotto dalla Hammer. Comincia come una (quasi) commedia en travesti, diventa un film di rapina, poi un thriller in cui il misterioso personaggio che vive nella casa sulla spiaggia dove si è rifugiato il rapinatore in fuga ingaggia un gioco psicologico e di potere che anticipa tante cose di quel capolavoro che è Il servo.

Marco Melani. The Man with the Golden Eye



Chi era Marco Melani?
Lo racconta Chiara Seghetto in questo documentario di un'ora nel quale ha assemblato ricordi e dichiarazioni di amici/colleghi (la cosa pare fosse indistinguibile, beati loro) di questo cinefilo irrequito, di questo critico che non scriveva, di questa figura fondamentale nel panorama cinematografico tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Novanta, che è stato regista, sceneggiatore, montatore, selezionatore nei festival più audaci dell’epoca, autore televisivo (Schegge, Blob, Fuori orario) e tossicodipendente. Di Melani figure come Tonino De Bernardi, Marco Giusti, Otar Ioseliani, Enrico Ghezzi, Adriano Aprà, Roberto Silvestri, Francesca Archibugi, Bernardo e Giuseppe Bertolucci, Amos Gitai, Angelo Guglielmi. Utile per conoscere una figura irregolare e creativa, e per rendersi conto della palude della cultura contemporanea. Lo vedremo probabilmente in tv.

I Diavoli

Sono un po’ in difficoltà. Come si può raccontare, a parole, un film come I Diavoli? Da dove si comincia? Dalla potenza visionaria e iconoclasta delle immagini di Ken Russell (scusate il cinefilese)? Dalla trama provocatoria e blasfema che demolisce ogni potere, fede, relazione? Dal giganteggiare mai manieristico di Oliver Reed e Vanessa Redgrave? Dal fatto che la suora interpretata da quest’ultima fa la spider-walk due anni prima di Reagan in L’esorcista? Dalle scenografie di un certo Derek Jarman? Dalla straordinaria somiglianza tra il padre Mignon di Murray Melvin e il Giovanni Arnolfini dipinto da Jan van Eyck? Dall'esorcista-rockstar che anticipa mezzo Tommy? Da quanto sia incredibile che 55 anni fa si potessero fare film così (poi certo, censurati, banditi, e tutto il resto) e che oggi già se solo lo pensi, un film così, arriva qualcuno a farti cambiare idea con le cattive? Non lo so. So solo che vedere o rivedere I Diavoli - nella versione integrale, quindi mai vista prima da me - è davvero qualcosa di potentissimo. Per fortuna il film dovrebbe uscire al cinema in autunno, così ne riparliamo con più calma e a mente fredda, e così ve lo andate a vedere pure voi.



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venerdì 26 giugno 2026

Questo samurai in animazione entusiasma Keanu Reeves: "Lo voglio vedere e voglio esserci"

Un pilota per un film di animazione a passo uno, Hidari, si sta per trasformare in lungometraggio vero e proprio: l'annuncio è stato dato al Festival dell'Animazione di Annecy dal regista Masashi Kawamura, che ha introdotto a sorpresa un video saluto di Keanu Reeves. Con grande entusiasmo l'attore ha deciso di prender parte al film doppiando il protagonista, basato su una leggenda giapponese, ma con un tocco moderno alla John Wick. Qual è la trama di Hidari e come sarà realizzato? Leggi anche John Wick, un trailer per il videogioco con Keanu Reeves, annunciato per PC e console

Hidari, un samurai in stop-motion di legno, con la voce di Keanu Reeves

Da qualche anno è online su YouTube il pilota di Hidari, e se volete dedicarvi quattro minuti, guardandolo qui in basso, capirete meglio la descrizione del lungometraggio che ne sarà tratto. Keanu Reeves ha accettato di doppiare il protagonista nel film finito, commentando così il progetto: "Credo che questa stop-motion e tutto quello che hanno fatto, le loro speranze e ambizioni, siano molto cinematografiche. Può essere spettacolare ma anche molto intima, col copione che hanno preparato. Secondo me è straordinario. Voglio vedere quel film e voglio esserci! Non vedo l'ora più avanti di interpretare il ruolo, sarà qualcosa di molto speciale da mostrare al mondo."
Il regista Masashi Kawamura ci viene incontro spiegandosi in cosa consista quest'esperienza speciale: "Immaginate John Wick ambientato nel Giappone feudale, interpretato da pupazzi di legno sotto steroidi!" Si seguiranno le vicende di Hidari Jingoro, una figura leggendaria della tradizione giapponese, un falegname forse vissuto nel XVII secolo: "Nessuno sa se sia mai realmente esistito. È circondato da un alone di mistero, secondo me è un personaggio molto interessante su cui basare una storia. La gente diceva persino che poteva infondere la vita nel legno. Quando l'ho sentito ho pensato: è proprio quello che facciamo con la stop-motion! Muoviamo oggetti inanimati per provare a creare la vita!"
Descritto come "un film d'azione sui samurai che miscela l'energia dell'anime con l'estetica artigianale della stop-motion", Hidari segue un protagonista pensato proprio come un incrocio di Keanu Reeves e Toshiro Mifune. Nella storia, Hidari sta lavorando alla ricostruzione del Castello di Edo, quando per una cospirazione perde mentore, fidanzata e un braccio: userà le sue capacità per riprendersi e soprattutto vendicarsi. Gli autori chiamano lo stile "Wood Punk", perché il legno domina l'immagine così come la vita del protagonista. Kawamura sintetizza: "In un mondo in cui potresti generare un film in tre secondi con l'IA, se della qualità non te ne frega un cazzo, noi stiamo facendo l'esatto opposto: un intero film sull'artigianalità."



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Stasera in TV: Film da vedere Venerdì 26 Giugno, in prima serata

Stasera in TV, Venerdì 26 Giugno 2026: Scopri cosa c'è da vedere in TV oggi con la nostra Guida TV completa con i Migliori Film in prima serata su Rai, Mediaset e su tutti i principali canali tv in chiaro gratuiti.

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Una donna rinascimentale al Filming Italy Sardegna Festival: incontro con Chiara Francini

Nel nostro tempo, e fin dal Cinquecento, non c'è soltanto l'uomo rinascimentale, inteso come individuo versatile ed erudito capace di eccellere in una molteplicità di campi. No, esiste anche la donna rinascimentale, che si giostra tra scrittura, recitazione, e nello specifico tra cinema, teatro e televisione, dimostrando eccellenti capacità oratorie. A questa eletta e poco nutrita schiera appartiene senz'altro Chiara Francini, ospite del Filming Italy Sardegna Festival 2026. Alla conferenza stampa di apertura della manifestazione cinematografica e televisiva che ha la sua Direttrice Artistica in Tiziana Rocca e il suo Presidente onorario in Harvey Keitel, l’attrice ha citato Natalia Ginzburg dicendo che ogni donna deve prima o poi fare i conti con il suo pozzo, dimostrando ancora una volta di essere una persona sensibile ed empatica, e dotata sia di una sensibilità che insieme alla gioia abbraccia anche la malinconia che di un’autoconsapevolezza che inevitabilmente e, nonostante un robusto ottimismo, la porta a riflettere sulla caducità nel nostro esistere.

Incontriamo Chiara nel lussureggiante giardino del resort a mille stelle Forte Village. Siamo seduti intorno a un tavolo con pochi colleghi, vinti dalla calura di inizio estate, e la prima domanda riguarda il nostro mondo e le tante cose che non vanno bene, a cominciare dalla politica. "Non sopporto le ingiustizie" - dichiara la Francini. "Non sopporto la mancanza di spirito critico, non sopporto gli abusivi, non sopporto chi non è preparato a livello sia intellettuale che umano. Quanto alla politica, per me non significa solo votare e governare ma anche scegliere come stare al mondo. Credo che la politica debba essere molto vicina alla fede, nel senso che mi piacerebbe che fosse un atto di generosità, e per questo un politico non dovrebbe mai mettere il proprio bene e il proprio tornaconto davanti a tutto e tutti. La cosa che detesto di più della politica di oggi è la semplificazione autoritaria del pensiero, che fa sì che quasi ogni cosa venga ridotta a una sorta di tifoseria. Per me è questo il fascismo di oggi".

Poi Chiara Francini, che si è laureata in italianistica e sa quindi usare efficacemente. approfondisce il concetto di fede: "

"La fede non è necessariamente religiosa. Tertulliano diceva: 'Credo quia absurdum est', che significa uso la fede nel momento in cui manca la razionalità', quindi la fede è una parte costitutiva del nostro essere, è quella cosa che diventa necessaria nel momento in cui devi saltare e, per quanto sia piccolo lo spazio in cui devi saltare e per quanto siano allenate le tue gambe, in quel salto c'è la misura della vita".

La Francini ha scritto ben 7 libri, tra cui il bellissimo e potente Le querce non fanno limoni, un romanzo storico che attraversa 50 anni di storia italiana, dalla Seconda Guerra Mondiale agli Anni di Piombo. È chiaro, quindi, quanto la scrittura sia una parte importante della sua vita: "Per me la scrittura è innanzitutto una modalità grazie alla quale è possibile tirare fuori tutta una serie di colori che, quando fai cinema o teatro, in fondo non ci sono, perché le parole che dici sono state scritte da altri, e poi ti truccano e ti 'parruccano' per farti diventare qualcosa che in fondo non sei. Scrivere, invece, è un po’ come essere Dio, nel senso che sei tu ad avere l'onere e l'onore. Penso che la bellezza di questo mestiere sia la condivisione. In fondo, la più grande paura dell’essere umano è la morte, e quindi il fatto che il pubblico possa rivedersi in ciò che scrivi è profondamente salvifico. Un libro è un affresco, e di fronte a un affresco cosa si fa? Lo si guarda e si riflette, e solitamente il fatto di ritrovare tra le pagine di un romanzo o di un saggio qualcosa che ci dà fastidio, che ci schiaffeggia o che ci cura, ci fa sentire meno soli e ci fa capire che siamo fatti tutti dello stesso arcobaleno".

Qualcuno domanda a Chiara Francini cosa ci sia ancora da raccontare sulle persone e sulla contemporaneità. Lei ci pensa, si leva per un attimo gli occhiali da sole svelando l’azzurro dei suoi occhi vivaci, e dice: "Io non scelgo il mezzo: scelgo il prodotto, quindi tutto quello che mi piace, e in questo senso il grande privilegio per me non è lavorare ma dire di no. Credo sia un grande atto di libertà. In ogni modo c’è tanto da narrare. Non ho mai la sindrome della pagina bianca, e il prossimo libro che scriverò sarà un saggio, nel quale, come sempre, ci saranno molte donne e molta politica.. Nella scrittura non vado avanti tramite algoritmi né penso ai generi che vanno più di moda. Io cerco sempre di scrivere e di fare delle cose che possano piacere a me, e questo mi ha sempre premiato. Sono una scrittrice che rispetta il gusto del pubblico, che tuttavia non cerco di imboccare, perché sono convinta che si debba mangiare insieme. Io non penso di essere diversa da voi, probabilmente dipende anche dal fatto che sono cresciuta in una famiglia molto basica, nel senso che non mi hanno mai regalato niente, anche se sono stata molto felice, quindi soffro della Sindrome dell’Impostore, nonostante sappia quanto valgo. Ho molto rispetto per gli altri. Non sono affascinata né dai soldi e né dal potere: Ad ammaliarmi è la cultura, sono gli esseri umani che si fanno da soli, e per me non c’è niente di più affascinante di una persona per bene".

Di Chiara Francini molti rammentano il monologo sulle donne che ha stregato la platea del Festival di Sanremo 2023 e il pubblico a casa. A colpire è stata soprattutto la parte sulla libera scelta di essere o non essere madri, ma l’attrice ci tiene a specificare che c’era anche altro nelle sue parole: "In realtà era un monologo sulla donna in generale e non soltanto sulla maternità.. Si trattava di una riflessione sulle difficoltà della vita di una donna, sul fatto che quando le donne vogliono un figlio e non ci riescono, si sentono male, cosa che succede anche nel momento in cui decidono che non desiderano averlo, perché ci hanno insegnato che una donna è completa solo quando diventa madre. Spiegavo che, anche se il nostro corpo riesce a farci avere un figlio, a volte non è quel miracolo di cui ci avevano parlato, quindi il mio monologo era realtà un excursus sulla straordinaria complessità del femminile e sulle oscillazioni che lo caratterizzano. Devo dire che sono stata fortunata e incosciente. Ho pensato che non avrei mai più avuto una platea così vasta a cui parlare. Avrei potuto portare un pezzo di uno spettacolo di Franca Rame, però, siccome sono disposta a difendere fino alla morte quello in cui credo, ho voluto portare una cosa scritta da me. Non pensavo che avrebbe lasciato il segno, ma sta di fatto che ormai tutte le volte che apro bocca, si scatenano dibattiti, forse perché il pubblico vede in me una grande autenticità. Non lo so, però sono davvero felice che molte donne si siano riviste nelle mie parole".

Se Chiara Francini è così popolare e così incisiva quando ha di fronte un pubblico, il merito è di un super-potere che in tantissimi vorremmo avere: "La mia grande fortuna è che non mi emoziono mai, nel senso che compartecipo ma non ho mai l’ansia, né a Sanremo né al cinema né a teatro. Se mi fanno un’intervista in televisione,non voglio mai sapere prima cosa mi verrà chiesto, perché per me è molto interessante rispondere alle domande. Non mi piace imparare le cose a memoria. Pippo Baudo una volta mi ha detto: 'Puoi conoscere tutte le domande del mondo, ma non conoscerai mai le risposte”.



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giovedì 25 giugno 2026

Pop Corn Festival del Corto 2026: all’Argentario il cinema breve parla al mondo tra premi, ospiti e nuove visioni

Torna dal 24 al 26 luglio 2026 il Pop Corn Festival del Corto, manifestazione dedicata al cinema breve che da nove anni trasforma Piazzale dei Rioni a Porto Santo Stefano in un’arena cinematografica a cielo aperto. Diretto da Francesca Castriconi e organizzato dall’Associazione Argentario Art Day APS con il sostegno del Comune di Monte Argentario e della Regione Toscana, il festival conferma la propria vocazione internazionale proponendo tre serate a ingresso gratuito fino a esaurimento posti.

A guidare il pubblico attraverso gli appuntamenti sarà, come sempre, Andrea Dianetti, volto televisivo e attore recentemente visto su Prime Video nella commedia Ancora più sexy. Tra gli ospiti attesi figura anche Riccardo Rossi, mentre gli incontri con gli artisti saranno moderati dalla giornalista e scrittrice Claudia Catalli. Il tema scelto per questa edizione, “Luce e ombra: proiezioni dell’anima”, invita autori e spettatori a riflettere sulle sfumature più profonde dell’esperienza umana attraverso il linguaggio cinematografico.

Dall’Italia al Kazakistan: i cortometraggi in concorso

La selezione ufficiale comprende diciotto opere suddivise nelle categorie Corti Italiani, Corti Internazionali e Corti d’Animazione, offrendo uno spaccato della produzione contemporanea proveniente da diverse parti del mondo.
Tra i lavori italiani spiccano Viola di Marco Lorenzo Masante con Marina Massironi e Gigio Alberti, La casa di papà di Maria Rosaria Russo con Francesco Montanari e Goodbye Baghdad di Simone Manetti, dedicato alla vicenda di Giuliana Sgrena. Non mancano thriller, commedie e documentari, fino ad arrivare a Storia semiseria di un piccione viaggiatore, interpretato da Alessandro Haber e diretto da Alessandro Capitani.

Sul fronte internazionale il festival ospita opere provenienti da Inghilterra, Pakistan, Iran e Palestina. Tra queste figurano The Pearl Comb di Ali Cook, già candidato ai principali premi del cinema fantastico europeo, e I'm Glad You're Dead Now del palestinese Tawfeek Barhom, vincitore della Palma d’Oro per il miglior cortometraggio al Festival di Cannes 2025. La sezione animazione amplia ulteriormente l’orizzonte geografico con produzioni dal Kazakistan, dal Regno Unito e dall’Italia, tra cui Rukeli di Alessandro Rak, recente vincitore del Nastro d’Argento.

Federico Moccia guida la giuria e torna il Premio Raffaella Carrà

A valutare le opere sarà una giuria artistica presieduta da Federico Moccia e composta da professionisti del settore come il montatore Marco Spoletini, Carlo Griseri, Michele Suma, Manuela Rima, Manuela Pasqualetti e Stefano Giovani. Numerosi i riconoscimenti in palio, a partire dai premi per i migliori cortometraggi delle tre sezioni competitive.

Particolarmente atteso è il Premio Raffaella Carrà, del valore di 4.000 euro, assegnato all’opera che saprà distinguersi per originalità e innovazione narrativa. Il corto vincitore sarà inoltre proiettato al Sudestival di Monopoli, festival gemellato con la manifestazione toscana. Accanto ai premi principali trovano spazio il Premio Panalight, dedicato ai servizi tecnici per la produzione audiovisiva, i riconoscimenti di Inclusion Creative Hub, il Premio Mujeres nel Cinema e il Premio del Pubblico.

A completare l’identità visiva dell’edizione 2026 è la locandina realizzata dall’artista Elena Mascioli, intitolata L&S (Light and Shadow), che interpreta graficamente il tema scelto dal festival. Un’immagine simbolica per una manifestazione che continua a crescere e a consolidare il proprio ruolo tra gli appuntamenti più interessanti dedicati al cortometraggio in Italia.



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