martedì 16 giugno 2026

A Man Fell: arriva il 20 giugno su RaiPlay il docufilm sulla condizione dei rifugiati palestinesi in Libano

Dal 20 giugno sarà disponibile in esclusiva su RaiPlay il documentario A Man Fell che porta lo spettatore nel cuore dell'ex Gaza Hospital di Sabra, a Beirut, edificio diventato emblema della condizione palestinese in Libano.
Il progetto è diretto da Giovanni C. Lorusso e da lui prodotto insieme a Yasser Kamal Al Ali, Salvatore Lizzio e Vanessa Zerda Rueda per REVOK con il sostegno dell'Atelier Milano Film Network e il patrocinio di Amnesty International Italia. Presentato alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia del 2024, il docufilm è un'opera che trasforma una vicenda locale in una meditazione universale sulla dignità, sul senso di appartenenza e sulla forza di chi resiste ai margini.

A Man Fell: trama del documentario

Protagonista è Arafat, undici anni, che abita e attraversa ogni giorno i corridoi segnati dal tempo degli undici piani del Gaza Building. È attraverso il suo sguardo di bambino, curioso e inventivo, che il film introduce il pubblico in un microcosmo sospeso tra realtà vissuta e immaginario collettivo. La storia di un uomo caduto dal quarto piano diventa il pretesto narrativo attorno a cui si intrecciano memorie, timori e speranze dell'intera comunità che vi abita.
Sullo sfondo, il quartiere di Sabra porta ancora i segni del massacro del 1982, e le centinaia di famiglie palestinesi che oggi trovano rifugio in quell'edificio vivono prive di cittadinanza e spesso escluse dai diritti civili e sociali fondamentali. Eppure il film sceglie deliberatamente di rinunciare a ogni registro didascalico, privilegiando l'osservazione diretta delle persone e delle relazioni quotidiane per restituire una dimensione autentica e profondamente umana dell'esilio.

A Man Fell, il regista: "Una straordinaria forma di resistenza passiva"

"Quando sono entrato per la prima volta nell'ex Gaza Hospital insieme a Yasser Al Ali, ho capito immediatamente che quel luogo custodiva molto più di una storia di emarginazione", racconta lo stesso Lorusso. "Ho scelto di lasciare che fossero gli spazi, le persone e gli incontri quotidiani a guidare il film, seguendo l'energia dell'edificio attraverso gli occhi del giovane Arafat. Il mio desiderio era restituire il ritratto di quella che considero una straordinaria forma di resistenza passiva della comunità palestinese, trasformando piccole storie individuali in una narrazione collettiva capace di parlare a tutti".

A sorreggere questa intenzione è anche una precisa ricerca formale. L'ex Gaza Hospital si staglia sullo schermo come un territorio cinematografico in bilico tra luce e buio, dove le ombre dominano e i rari squarci luminosi acquistano una valenza quasi simbolica. Le finestre dell'edificio, cardine della costruzione visiva dell'opera, diventano aperture su un mondo esterno percepito come lontano e irraggiungibile. L'intento di A Man Fell è di tenere insieme impegno civile e sperimentazione del linguaggio cinematografico, offrendo uno sguardo inedito sulla condizione palestinese attraverso ciò che le storie individuali sanno dire e che nessun dato statistico potrebbe mai restituire.
Qui sotto il trailer di A Man Fell.



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Il Signore degli Anelli: Caccia a Gollum punta ad Anya Taylor-Joy: chi interpreterà nella Terra di Mezzo?

La Terra di Mezzo accoglie un nuovo talento molto caro a Hollywood. Quando Il Signore degli Anelli tornerà al cinema con Caccia a Gollum, non potrà fare a meno del supporto di Anya Taylor-Joy.

Nota ai più come protagonista de La regina degli scacchi su Netflix, negli ultimi anni Anya Taylor-Joy ha collezionato esperienze degne di nota sul grande schermo spaziando da The Northman a The Menu, da Amsterdam a Dune – Parte Due fino a Furiosa: A Mad Max Saga e Misteri dal profondo. Ma chi interpreterà nella Terra di Mezzo? Scopriamo tutto sul ruolo assegnatole.

Anya Taylor-Joy si intrufola nella Terra di Mezzo, ma chi interpreta ne Il Signore degli Anelli: Caccia a Gollum?

Ad oggi il cast de Il Signore degli Anelli: Caccia a Gollum pullula di celebrità. Ian McKellen ed Elijah Wood sono stati entrambi confermati ancora una volta come Gandalf il Grigio e Frodo Baggings, personaggi iconici della trilogia principale diretta da Peter Jackson. Al loro fianco anche delle ben gradite novità come Jamie Dornan che interpreterà una versione più giovane di Aragorn, sostituendo Viggo Mortensen nell’impresa, e ancora Leo Woodall scelto per interpretare Halvard e Kate Winslet che interpreterà Marigol. Lee Pace invece riprenderà il ruolo di Thranduil, re degli elfi di Bosco Atro. Sorge spontaneo chiedersi chi interpreterà a questo punto Anya Taylor-Joy?

Secondo quanto riferito, l’attrice è stata scelta per il ruolo di Seren, un’elfa Sindar del Reame Boscoso, agente fidata e letale del Re Thranduil. A rendere ancor più interessante il casting di Anya Taylor-Joy è la natura inedita del suo personaggio, creato appositamente per il film e non presente nei volumi di J.R.R. Tolkien.

Inteso come un sequel de Lo Hobbit, ma un prequel spin-off della trilogia principale de Il Signore degli Anelli, Caccia a Gollum racconta di Gandalf che recluta Aragorn per rintracciare Gollum e scoprire se l’anello in possesso di Bilbo Baggings è davvero quello di Sauron. La ricerca di Gandalf su carta è durata diciassette anni, dal momento in cui percepisce la natura malvagia dell’Anello durante il 111esimo compleanno di Bilbo fino al ritorno alla Contea per avvertire Frodo del pericolo. Andy Serkis non riprenderà soltanto il ruolo di Gollum, ma si occuperà anche della regia del film.



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lunedì 15 giugno 2026

Ecco alcuni film in streaming di Ed Harris, nel Cast di Ricchi...da morire - Delitti in famiglia

L’arrivo nelle sale italiane  di Ricchi…da morire - Delitti in famiglia, che vede protagonisti Glen Powell e Margaret Qualley, riporta sul grande schermo anche il grande caratterista Ed Harris. Arrivo fin dalla fine degli anni ‘70, candidato per ben quattro volte all’Oscar senza purtroppo mai vincere, l’oggi settantenne Harris ci ha regalato prove di enorme spessore e carisma alternate ad altre di incredibile sensibilità`. Ecco alcuni, e soltanto alcuni, dei suoi film in streaming che apprezziamo. Buona lettura.

Cinque film in streaming di Ed Harris, nel cast di Ricchi…da morire - Delitti in famiglia

  • Uomini veri 
  • The Abyss
  • Americani 
  • Apollo 13 
  • Pollock 

Uomini veri (1983)

Il film che mette finalmente Harris sul rada degli attori che contano è il robusto e ispirato adattamento del libro di Tom Wolfe diretto da Philip Kaufman. Storia degli aviatori che compirono i test necessari per portare poi i primi astronauti sulla luna, Uomini veri vede un cast di allora “sconosciuti” che comprende nomi di lusso come Scott Glenn, Dennis Quaid, Lance Henriksen, Sam Shepard, Veronica Cartwright. Vincitore di quattro premi Oscar, candidato per il miglior film e l’attore non protagonista (Shepard). questo è uno di quei film non molto conosciuti in italia che hanno per scritto una pagina fondamentale nel cinema americano di inizio anni ‘80. Grande cinema di intrattenimento con una visione personale. Disponibile su CHILI, Google Play, Apple Itunes.

The Abyss (1989)

Chiamato da James Cameron come coprotagonista di questo thriller fantastico ambientato in fondo agli oceani, harris risponde presente con una prova che esplicita al meglio il lato umanissimo del suo personaggio. The Abyss è interpretato anche da una bravissima Mary Elizabeth Mastrantonio, la quale si pone immediatamente sulla stessa lunghezza d’onda del collega. A farla da padrone sono anche effetti speciali straordinari, che vincono giustamente l’Oscar. Il pubblico non accorre a frotte, ma si tratta davvero di uno sci-fi fondamentale per la carriera di Cameron. Il finale è magnifico e pieno di speranza. Grande cinema di potenzialità e visione. Disponibile su Google Play, Apple Itunes, TIMVision, Amazon Prime Video, Disney +.

Americani (1992)

James Foley assembla un cast semplicemente incredibile per questo adattamento cinematografico del capolavoro teatrale di David Mamet. Americani infatti vede recitare con grandiosa partecipazione Al Pacino, Jack Lemmon, Kevin Spacey, Alec Baldwin, Alan Arkin, Jonathan Pryce e ovviamente Harris danno il meglio delle loro sconfinate possibilità in un film durissimo, cinico e senza speranza. Coppa Volpi a Venezia per Lemmon, nomination all’Oscar come non protagonista per Pacino, in generale un lavoro che ha confermato la grandezza degli attori che vi hanno partecipato. Teatro filmato, per carità, ma con una classe e potenza che oggi non si riesce davvero più a trovare. Ed è un gran peccato. Disponibile su Google Play, Apple Itunes, TIMVision, Amazon Prime Video.

Apollo 13 (1995)

Prima nomination all’Oscar per Harris nel ruolo del capo del gruppo di scienziati e tecnici che dalla Terra sono riusciti a riportare l’Apollo 13 a casa dopo i grandi problemi e i guasti alla navicella spaziale. Ron Howard dirige un dramma spaziale con la competenza dei grandi cineasti. Il cast è prezioso: Tom Hanks, Gary Sinise, Bill Paxton, Kevin Bacon sono gli astronauti protagonisti di una storia umana vibrante  drammatica. Film dalla portata epica, che ti regala il batticuore vero, dove partecipi per la sopravvivenza degli eroi come raramente ti capita al cinema. Candidatura all’Oscar anche per il miglior film, premi per montaggio e sonoro. Ma soprattutto un grande successo di pubblico e critica. Harris ne esce alla grande. Disponibile su Rakuten TV, CHILI, Google Play, Apple Itunes, Netflix, Amazon Prime Video, NOW.

Pollock (2000)

Chiudiamo con l’esordio dietro la macchina da presa per Ed Harris che si cuce addosso il ruolo del grande pittore astrattista. Pollock è una riflessione sull’arte ma soprattutto sull’artista che ha bisogno di essere consumato dal proprio fuoco interiore. Regia stringata e dritta al punto, prova d’attore maiuscola che arriva alla nomination come miglior protagonista. Nel cast anche una seducente Jennifer Connelly e una Marcia Gay Harden che addirittura conquista la statuetta come non protagonista. Biopic amaro e claustrofobico, che sa raccontare la vita interiore dilaniata del grande artista forse più con i silenzi che con i dialoghi, fino al tragico finale. Film “nascosto” ma prezioso, da rivedere per capire meglio sia Pollock ma soprattutto Harris. Disponibile su Rakuten TV, Google Play, Apple Itunes.



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I premi del Taormina Film Festival 2026: vincono Hear the Yellow, Greta Scarano, Good Luck, Have Fun, Don't Die

Sono stati annunciati i premi della settantaduesima edizione del Taormina Film Festival, che si conclude questa sera al Teatro Greco. La Giuria, che ha il suo presidente in Jane Campion, ha assegnato ben 4 riconoscimenti a Hear the Yellow di Banu Sivaci. Greta Scarano è la migliore interprete femminile.

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domenica 14 giugno 2026

Tribeca Film Festival 2026: ecco i migliori film presentati alla rassegna newyorkese

L’edizione appena conclusa del Tribeca Film Festival ha confermato come in questi ultimi anni la kermesse di cinema indipendente che si svolge a New York abbia trovato una sua identità nella presentazione di opere di qualità cinematografica elevata, soprattutto se paragonata a quella di qualche anno fa. Resta da vedere quanti dei titoli presenti alla rassegna riusciranno a trovare una degna collocazione nel circuito distributivo interno. Rimane comunque film fatto che alcuni di essi hanno davvero soddisfatto l’esigenza sempre più impellente di un cinema capace di raccontare storie che appartengono alla nostra quotidianità. Questo ha permesso ad esempio a una serie di attori definibili come “caratteristi” di cimentarsi con ruoli principali complessi e sfaccettati, ottenendo dei risultati meritevoli di attenzione. Senza altri indugi, ecco qui sotto (in ordine alfabetico) i film che ci hanno convinto maggiormente al Tribeca Film Festival 2026. Buona lettura.

 

I migliori film visti al Tribeca Film Festival 2026

  • Finnegan’s Foursome
  • In Memoriam
  • Kingston
  • The Long Haul
  • Mutter: The Diary of a Mother

Finnegan’s Foursome

Diventato ormai uno dei volti maggiormente conosciuti e apprezzati del panorama cinematografico indipendente americano, Edward Burns ha presentato al Tribeca Film Festival il suo ultimo film interamente ambientato nei campi di golf immersi nei fantastici scenari irlandesi. Finnegan’s Foursome è la storia di due fratelli con i rispettivi figli che decidono di giocare la loro annuale partita di gold per rendere omaggio al patriarca appena scomparso, un istruttore con la vocazione per questo sport. Come quasi sempre gli capita, Burns è stato anche questa volta capace di tirare fuori il meglio dai suoi personaggi a livello umano, costruendo buca dopo buca un feel good movie sull’importanza delle tradizioni, dei rapporti familiari e dell’amore per lo sport. Il suo è un film gentile ma non scontato, che si avvale delle performance efficaci dello stesso Burns, di Brian D'Arcy James, Erica Hernandez, Brian Muller più la partecipazione straordinaria di Ian McElhinney. Operazione riuscita, sincera e capace di farti respirare la potenza e la dolcezza dei valori affettivi. Bella conferma per l’attore/regista. 

In Memoriam

A dieci anni da The Fundamental of Caring Rob Burnett è tornato dietro la macchina da presa per raccontare la storia di Langston Stanfield, attore ormai sul viale del tramonto che scopre di avere un cancro incurabile. Vorrebbe quindi adoperare i pochi mesi che gli rimangono per sistemare i rapporti affettivi che ha trascurato negli anni, soprattutto quello con la figlia mai frequentata. In Memoriam è un film che sfrutta con sorprendente efficacia un tipo di storia già conosciuta sfruttando una sceneggiatura che possiede almeno un paio di momenti di enorme capacità emotiva e riesce sempre a mettere in bocca ai personaggi battute non scontate. Il resto lo fa un cast preciso e corposo in cui troviamo Lily Gladstone, Judy Greer, Sharon Stone, Michael McKean, Alan Ruck, la bella sorpresa Talia Ryder ma soprattutto l’enorme protagonista Marc Maron: il comico infatti interpreta se stesso per lunghi tratti del film, salvo poi dotare la figura di Langston di un’ambiguità emotiva e psicologica che sanno di verità. In Memoriam è tanto divertente quanto profondo, e speriamo ottenga il riconoscimento in sala che indubbiamente merita. 

Kingston

L’esordio alla regia di Carlos Key e Kalijah Rowe punta lo sguardo all'interno prestigioso college americano, in cui si intrecciano le storie di tre studenti alle prese con vari tipi di problemi. Kingston infatti affronta con lucidità e precisione nella definizione dei personaggi le enormi difficoltà psicologiche e sociali che gli studenti di oggi devono affrontare in un ambiente dove la pressione è enorme. Il cast di attori ancora tutti o quasi alle prime apparizioni di rilievo è senza alcun dubbio efficace. Tra loro spicca per potenza espressiva Rose Badiru, interprete che speriamo presto di vedere all’opera. Kingston si sviluppa come un lungometraggio che sa come parlare dell’attuale condizione dei college americani, quelli dove il denaro posseduto conta comunque più di ogni altra cosa. Film ben costruito a livello narrativo e sviluppato attraverso una regia che mai esagera nel rappresentare la drammaticità di alcuni eventi. Per essere un’opera prima, Kingston possiede una maturità addirittura inaspettata. 

The Long Haul

Ancora un debutto da tenere in considerazione quello di David Drake. The Long Haul mette in scena l’America delle highway interminabili, solcate da camion che sembrano non fermarsi mai. Alla guida di uno di essi c’è CJ, donna che continua ad accanirsi sul proprio lavoro quando molto probabilmente sarebbe ora di smettere. Il fatto è che soltanto al volante lei riesce a tenere a bada i fantasmi del passato e il dolore che essi portano dietro. Una Margo Martindale ancora una volta ruvida e insieme dolcissima tratteggia un personaggio a tratti anche respingente, ma che possiamo comprendere in profondità soprattutto grazie alla sua stratificata e intensa interpretazione. The Long Haul si regge quasi interamente su di lei, ma lo fa con intelligenza e coscienza precisa di quello che vuole raccontare. memorabile anche il cameo di un altro grande caratterista come Stephen Root alla fine del film. Forse non nuovo come rappresentazione e narrazione, ma di certo curato e incisivo. 

Mutter: Diary of a Mother

Tra i lungometraggi internazionali presentati al Tribeca Film Festival spicca di gran lunga questo horror di origine turca diretto da Alphan Eseli. In un paesino sperduto e poverissimo dell’entroterra, la giovane Gül partorisce un essere raccapricciante, nulla di più lontano dall’essere umano. La giovane donna, in assenza di un partner dattela a gambe appena visto il “mostro”, deve tentare di sopravvivere a ogni costo. Hazar Ergüçlü è la potente protagonista di Mutter: Diary of a Mother, dramma a sfondo sociale che adopera la cornice dell’horror in maniera molto intelligente per parlare di condizione femminile in un ambiente abusivo, castrante e che rende impossibile una via d’uscita dalla condizione disastrata in cui la protagonista si trova. Molto interessante la scelta narrativa di non connotare l’’altro” attraverso nessuna cifra negativa se non l’orrido aspetto. In questo modo Mutter: Diary of a Mother diventa un dramma ancora più ficcante e schierato. Il film forse più riuscito visto a questa edizione del Tribeca Film Festival. 



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Il Signore degli Anelli: Caccia a Gollum, Elijah Wood fa chiarezza sul ritorno di Frodo

Elijah Wood è stato confermato nel cast di Il Signore degli Anelli: Caccia a Gollum e, nonostante il suo forte entusiasmo, l’attore ha rivelato che il ruolo affidatogli è decisamente meno centrale rispetto alla precedente trilogia diretta da Peter Jackson. Ai microfoni di GamesRadar+, l’attore ha offerto nuove anticipazioni sul ritorno nella Terra di Mezzo, spiegando che Caccia a Gollum è una sorta di riunione di famiglia per alcuni personaggi e che, al tempo stesso, il suo sarà un ruolo minore. Ecco cosa aspettarsi da Il Signore degli Anelli: Caccia a Gollum.

Il ruolo di Frodo sarà minore ne Il Signore degli Anelli: Caccia a Gollum: ecco perché ha senso

Sono trascorsi 23 anni dall’ultima volta che Peter Jackson ha diretto un film de Il Signore degli Anelli (precisamente Il ritorno del re), ma il prossimo capitolo in arrivo sul grande schermo lo vedrà coinvolto come produttore: alla regia, questa volta, ci sarà Andy Serkis, che per l’occasione riprenderà anche il ruolo di Gollum, la creatura sedotta dall’Anello di Sauron e al centro delle nuove dinamiche della storia. In questo caso la storia prende vita in una fetta di tempo inserita ne Il Signore degli Anelli: La compagnia dell’anello, precisamente 17 anni dopo il compleanno di Bilbo e prima della partenza di Frodo dalla Contea per distruggere l’Anello. Nello specifico, la storia si concentrerà su ciò che è accaduto dopo che Gollum ha perso l’Anello, un evento che ha spinto la creatura ad abbandonare la sicurezza della sua caverna per ritrovarlo. Di conseguenza Gandalf e Aragorn hanno seguito le sue tracce, avviando quella che è poi nota come la caccia a Gollum.

È naturale immaginare che il coinvolgimento di Frodo sia minore rispetto ai precedenti film ed è quanto confermato da Elijah Wood: “È un po' come riunire la vecchia band con questo film. Molti membri del team creativo che hanno lavorato a Il Signore degli Anelli sono presenti anche in Caccia a Gollum. Non vedo l'ora di rivedere tutte quelle persone. È come una riunione di famiglia. Il mio ruolo è relativamente piccolo, ma sono entusiasta di tornare in Nuova Zelanda, trascorrere un po' di tempo lì e rivedere i vecchi amici”, ha rivelato a GamesRadar+.

Il ritorno di Frodo in Caccia a Gollum contribuisce a collegare questo film alla prima trilogia diretta da Peter Jackson, ma la storia raccontata prende piede prima che venisse a conoscenza dell’Unico Anello, di Gollum o di Aragorn, per cui è naturale che il suo coinvolgimento appaia ridotto in questa fase della storia. Il cast riproporrà anche Ian McKellen nuovamente nel ruolo di Gandalf, mentre Aragorn muta forma: al posto di Viggo Mortensen, il personaggio avrà le fattezze di Jamie Dornan.



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Pinocchio, il regista Enzo D'Alò al bicentenario di Carlo Collodi festeggiato a Pesaro, la nostra intervista

Per il bicentenario della nascita di Carlo Collodi, domenica 14 giugno il Pesaro Film Festival Circus coinvolgerà grandi e piccini in una serata dedicata alla figura di Pinocchio. È l'occasione per guardare Pinocchio e Un burattino chiamato Pinocchio, cortometraggi di Gianluigi Toccafondo e Roberto Catani, e soprattutto il lungometraggio Pinocchio (2012) di Enzo D’Alò, con le immagini di Lorenzo Mattotti e le musiche di Lucio Dalla. A quattordici anni di distanza dal completamento del film, siamo tornati a parlarne in quest'intervista col regista, attualmente fresco di un altro omaggio (questa volta in forma letteraria) a un autore italiano amatissimo.

Pinocchio, un mito eterno... e interpretabile, secondo Enzo D'Alò

Il Pinocchio di Enzo D'Alò ottenne la nomination ufficiale come Miglior Film d’Animazione agli European Film Awards 2013, nonché quella come Miglior Film d’Animazione al Festival internazionale del film d’animazione di Annecy 2013. Fu presentato in anteprima mondiale alle Giornate degli Autori 2012 a Venezia, risultando poi una delle opere più acclamate al Busan International Film Festival 2012, in una proiezione con 4.500 spettatori (!!!), evento che ricordiamo con D'Alò proprio qui in basso.

Quando avviarsti il tuo Pinocchio, ti ponesti la domanda "Perché realizzare un'altra trasposizione di Pinocchio?" E soprattutto, quale risposta ti sei dato?

Pinocchio è un libro particolare, da qualunque parte lo si prenda si trova un nuovo punto di vista, è una storia che sorprendentemente si scorpora facilmente dall'epoca in cui è stata scritta. Se ricordiamo che Pinocchio è stato scritto 150 anni fa, pensiamo a un'epoca abbastanza conservatrice come costumi, come moralità. Una serie di passaggi del libro sono completamente fuori della logica di un bambino che lo leggesse oggi. Basti pensare a come finiva originariamente la storia, con Pinocchio impiccato e con scritto "Così finiscono i bambini che non obbediscono ai genitori". Solamente la protesta vibrante dei genitori e dei lettori del giornalino su cui usciva a puntate fece sì che l'editore dovesse insistere con Collodi per fargli continuare la storia. Per portare Pinocchio alle esigenze di oggi, ho provato a immaginarmi il rapporto tra padre e figlio. Geppetto e Pinocchio sono gli unici due personaggi che crescono all'interno della storia: si riavvicinano, perché Geppetto costruisce un burattino, ma non è un figlio, vuole potergli dire tutto quello che deve fare, e invece scopre che Pinocchio ha un suo carattere indipendente, ribelle. Quell'aggiunta che ho fatto all'inizio del film, il Geppetto bambino che gioca con l'aquilone, racconta che Geppetto si è dimenticato come sia essere bambini, succede a tanti genitori. Quando il genitore chiede al figlio di fare certe cose, dimentica spesso che quelle disobbedienze che vedono nel figlio le ha percorse prima di suo figlio. Questi due personaggi devono in qualche modo costruirsi un percorso, un viaggio di formazione, in modo da potersi reincontrare cambiati, diversi. Paul Auster, un autore che io amo molto, dice una frase che mi è servita per costruire questa drammaturgia: un papà si sente veramente padre non quando regala cose a suo figlio, ma quando suo figlio un giorno lo ricambia e fa qualcosa per lui. Il gesto di Pinocchio è proprio il salvataggio dal Mostro Marino, si carica sulle spalle Geppetto che non sa nuotare, per poterlo portare fino a riva. E sul Pinocchio bugiardo poi... già nel libro, e nel mio film lo accentuo, Pinocchio è dentro un mondo di adulti bugiardi: tutti gli dicono bugie, il Gatto e la Volpe, Mangiafuoco, il Grillo Parlante, ma l'unico che viene scoperto è lui: questo racconta proprio l'ingenuità di un bambino, non tanto la malizia del bugiardo.

Tra l'altro nel tuo film non è che si respiri una certa didattica dal sapore punitivo di Collodi, come dicevi. Tu sei anche un po' complice dell'anarchia infantile di Pinocchio. Nel finale Collodi mette in scena uno sdoppiamento. Il Pinocchio ormai bambino vede il burattino senza vita e dice tipo "Com'ero buffo quando ero burattino." Invece tu il burattino glielo fai... portare dentro, in un certo senso.

Riproduco proprio la stessa scena iniziale del film, in cui il Pinocchio burattino scappa di casa. Non è che il Pinocchio adesso è di carne ed ossa e non più di legno, la differenza è che Geppetto ride insieme a lui e corre insieme a lui. Proprio perché il carattere di Pinocchio, l'anarchia di Pinocchio, è la differenza tra l'impostazione della scrittura di Collodi e il mio Pinocchio. Secondo me non l'ho tradito perché ho portato semplicemente 150 anni più avanti il suo discorso. Poi Collodi come persona non era fatto un bacchettone, era proprio il contrario, faceva di tutto e di più. Penso che questa scrittura gli fosse dettata proprio da un'esigenza di essere pedagogico, forse per dettami editoriali, per cercare di insegnare qualcosa ai bambini dell'epoca.

Tu avesti due collaboratori principali quando realizzasti questo film, uno dei due dal punto di vista visivo è quel genio secondo me di Lorenzo Mattotti che collaborò con te per il production design. Tra l'altro lui successivamente è diventato a sua volta regista di animazione, lo sentisti già propositivo sul piano narrativo?

In realtà lo conoscevo proprio come artista, non come persona, avevo molto amato il suo libro di Pinocchio, anche se quando poi gli chiesi di collaborare e di venire a lavorare sul progetto del film, gli chiesi di ridurre i toni del suo tratto un po' tenebrosi e di darmi un Pinocchio più solare, anche perché in un film il racconto ha bisogno di momenti solari, in modo che poi quando vogliamo far piombare il pubblico nelle tenebre ci riusciamo. Con Lorenzo lavorammo molto sulle location della Toscana (ho studiato anche la vita di Collodi, i luoghi che lui frequentava, siamo partiti dalla zona della costa tra Livorno e Castiglioncello). C'è un grosso lavoro che ha fatto soprattutto Lorenzo sulla pittura rinascimentale, e riferimenti molto visibili a un grande autore come David Hockney. Per tutta la parte dell'Isola dei Balocchi utilizzammo le atmosfere di Piranesi, per la parte sotterranea.

Secondo te, cosa vide Lucio Dalla nel tuo progetto?

Lucio si sentiva molto a Pinocchio. Era un grande amante dell'arte, conosceva bene Mattotti, conosceva i miei film, fu affascinato dal progetto, gli piacque molto. A un certo punto gli dicemmo: Lucio, ci piacerebbe che tu interpretassi il Pescatore Verde. E lui mi fa: guarda, se non me l'aveste chiesto voi, ve l'avrei chiesto io! E infatti si mise lì e cantò quella canzone. Il Pescatore Verde stranamente è un personaggio che non viene raccontato nei film su Pinocchio. Si dà molto spazio ad altre cose, o si cambia molto. La Fatina ad esempio: in conferenza stampa mi fu chiesto da qualcuno perché avessi fatto la Fatina bambina e io risposi: c'è scritto nel libro, bambina con capelli turchini. Ma ci sono tanti altri elementi trasformati in altri film. Il Grillo Parlante è stato anche stravolto in Disney, è diventato un personaggio importante mentre nel libro, come tu sai bene, dura un capitolo!

Siccome questi film di animazione sono realizzati spesso con una troupe internazionale, il fatto di trattare Pinocchio, che è un soggetto internazionale, ti ha semplificato le cose per comunicare con tutti?

Sì, perché la storia è riconosciuta. Anzi, devo dire che quando abbiamo presentato Pinocchio a Busan, in Corea del Sud, è stato un momento bellissimo: c'era una platea di 4.500 persone. Mai visto prima tanta gente, un schermo incredibile, un audio eccezionale. Alla fine del film sono venuti a ringraziarmi perché avevano capito che avevano scoperto Pinocchio. Disney ha creato un film fuorviante, alla fine il film arriva prima del libro, come spesso accade. E poi quando leggi il libro magari al contrario ti sembra quello il tradimento. Il Pinocchio di Disney ha conquistato il mondo. Ma ha raccontato una storia italiana ambientandola nel Sud Tirolo... e via dicendo. Ha fatto un bellissimo film, dal punto di vista professionale. Peccato che s'intitoli "Pinocchio"! È stato difficile anche riproporre a livelli cinematografici una storia che tutti pensavano fosse quella di Disney, mentre invece è una storia italiana, quindi di colori italiani, di situazioni italiane.

Ci sono state nel tempo, dopo il tuo film, altre versioni cinematografiche di Pinocchio, anche non in animazione, persino dal vero. Ti sono piaciute?

Sono tutte versioni molto professionali, la stessa evoluzione degli effetti speciali fa sì che il confine tra animazione e reale sia sempre più controllabile. Sicuramente la versione di Garrone è interessante, sicuramente quella di Del Toro è interessante, anche se è un Pinocchio... strumentale. Se devo dire, forse dei Pinocchi strumentali quello di Spielberg mi è piaciuto di più, perché lega Pinocchio al concetto di Intelligenza Artificiale, con questo senso di solitudine bellissimo.

Adesso mi hai fatto pensare con queste parole anche al lavoro che fece Osamu Tezuka con Astro Boy, che in fondo era già quello, c'era l'idea del robot / Pinocchio.

Esatto, vedi che però torniamo al discorso iniziale, alla tua domanda iniziale. Non a caso credo che sia il libro più letto al mondo dopo la Bibbia. Io penso che sia veramente importante dare al pubblico la possibilità di immedesimarsi. Ecco, Pinocchio forse è un libro che ti fa partecipare, anche se lo odi. È quasi un materiale staminale, non so come dire. Può essere modificato da punti di vista meno conosciuti e quindi originali.

Quali sono le tue attività al momento? So che ti sei anche trasferito in zona parola scritta.

Io e Giacomo Scarpelli abbiano scritto "Oceani di carta". La storia della vita di Emilio Salgari mi ha sempre appassionato da bambino, mio padre mi passava i suoi libri. Quando sono cresciuto, ho studiato. Salgari si documentava e poi scriveva storie di grande fascino. E colpiva sia me sia Giacomo Scarpelli questa importanza data al lavoro di immaginazione. Posso visitare la Cina e scrivere un reportage al ritorno. Oppure non visito la Cina e la racconto come me la vedo. L'immaginario l'avevo già affrontato in Opopomoz, dove un bambino napoletano entrava nel presepe di casa. Ma quel presepe è appunto napoletano. È come vedevano la Palestina i Napoletani nel Seicento! Salgari faceva un po' la stessa cosa. Leggeva, si documentava moltissimo, poi iniziava a scrivere e raccontava storie. Ha sempre difeso gli oppressi, era sempre contro il colonialismo, contro le occupazioni. Infatti tutti i suoi nemici sono in genere dittatori o persone messe là dal potere, per gestire e governare contro i poveri lasciati sempre più a sé stessi. Anche i pirati in fondo lui li vede, non come probabilmente erano, assassini e violentatori, ma come gentiluomini, che per difendere il popolo e per vendicare i torti subiti scendevano in guerra. Questo gioco ci ha fatto costruire una specie di una storia d'amore, che regge anche senza nominare Emilio Salgari. Siamo partiti dall'unica intervista che Salgari rilasciò a un giornalista che veniva da Napoli, quasi alla fine della sua vita. Un'intervista desiderata, perché di fatto era l'unica, ma non perché Salgari avesse la spocchia: nessun giornalista gliel'aveva mai chiesta! Si scopriva che la vita di Salgari non era quella del capitano di lungo corso, ma quella di un uomo povero che cerca di mantenere la famiglia, sommerso da debiti. Ma la sua immaginazione supera la realtà. È quello che volevamo raccontare: la bellissima capacità di poter immaginarsi storie, vivendo vite che non hai mai vissuto.



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