domenica 5 luglio 2026

Emma Thompson spiazza i fan di Harry Potter: "Per me è strano parlarne"

Nell’arco della sua lunga carriera, Emma Thompson ha recitato in numerosi film degni di nota, alcuni anche meritevoli di riconoscimenti come l’Oscar alla migliore attrice vinto nel 1993 grazie a Casa Howard o ancora il premio come migliore sceneggiatura non originale per Ragione e Sentimento del 1996. Ha recitato in film come Oggi è già domani, Nel nome del Padre, Saving Mr. Banks, E poi c’è Katherine e Il piacere è tutto mio, così come è apparsa anche nel franchise cinematografico di Harry Potter.

A detta dell’attrice, però, risulta “strano” parlare della sua esperienza in Harry Potter dove ha interpretato la professoressa Sybill Trelawney, in italiano nota come Sibilla Cooman a partire da Harry Potter e il prigioniero di Azkaban del 2004. Strano perché, in totale, ha trascorso circa trenta giorni sul set del franchise per girare le proprie scene.

Emma Thompson riflette sul suo coinvolgimento in Harry Potter

Specializzata in Divinazione, la professoressa Trelawney ha un aspetto interessante con grossi occhiali da vista rotondi spessi come fondi di bottiglia e, in merito al personaggio, l’attrice ha ammesso di aver fatto riferimento ai romanzi di J.K. Rowling: “È scritto nei libri. Penso che sia quasi cieca, che non veda nulla e che sia ovviamente profondamente nevrotica perché a volte riesce a capire se le persone hanno la malinconia o no”.

Intervistata durante il podcast Smartless con Jason Bateman, Will Arnett e Sean Hayes, Emma Thompson ha proseguito: “Onestamente, nella mia lunga carriera, considerando che ho almeno 10 anni più di tutti voi, ho interpretato moltissimi ruoli e ho trascorso circa 30 giorni sul set di Harry Potter in tutta la mia vita, quindi è un argomento un po' strano da affrontare, perché è diventato un fenomeno enorme ed è proprio questo che spesso attrae le persone”.

Ha ripreso il ruolo anche in Harry Potter e l’Ordine della Fenice nel 2007 e in Harry Potter e i Doni della Morte – Parte 2 nel 2011 salutando ufficialmente la saga, che presto tornerà sotto forma di Serie TV su HBO Max. In merito alla sua performance, ha poi aggiunto che quando lavora ad un film pensato per ragazzi il suo più grande pensiero sono i bambini: “Considero sempre i bambini il pubblico sacro. Sono le persone per cui dobbiamo dare il meglio di noi stessi, perché è la prima volta che vedono qualcosa. Deve essere davvero, davvero eccezionale”. Nell’arco della sua carriera, Emma Thompson ha recitato in altri film per ragazzi come Tata Matilda, Ribelle – The Brave e La Bella e la Bestia.



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Perché The Love Hypothesis non deluderà le aspettative dei lettori secondo Lili Reinhart

Lili Reinhart è alla guida di The Love Hypothesis, l’adattamento cinematografico tratto dal romanzo di Ali Hazelwood in arrivo in streaming su Prime Video a settembre 2026. La star di Riverdale interpreta la protagonista Olive Smith e ha confermato che la sceneggiatura ha tentato di essere il più fedele possibile al materiale originale, cercando di soddisfare i fan del romanzo ma anche del genere della commedia romantica.

The Love Hypothesis, il cast spiega come il film ha cercato di preservare il cuore del romanzo di Ali Hazelwood

La prima volta che Lili Reinhart ha ricevuto la sceneggiatura di The Love Hypothesis, non aveva ancora avuto modo di leggere il romanzo di Ali Hazelwood, ma ha tentato di recuperare in fretta. “Mi hanno portato la sceneggiatura, ma non avevo ancora letto il romanzo. Appena l’ho ricevuta, l’ho letta e poi sono andata a leggere il romanzo e mi sono convinta ad accettare il ruolo”, ha rivelato durante il panel dedicato a The Love Hypothesis in occasione dell’Obsessed Fest di Prime Video, svoltosi il 27 giugno 2026.

Inizialmente l’attrice non era convinta di voler recitare in un’altra commedia romantica: “Non ero sicura di voler fare una commedia romantica, ma poi l'idea mi ha subito conquistata”. Anche il suo collega Tom Bateman non era convinto: “Mi hanno mandato prima la sceneggiatura. Avevo sentito parlare del libro, ma non l'avevo letto. Come Lili, non ero del tutto sicuro che una commedia romantica facesse parte del mio futuro. Ma l'ho letta e mi sono innamorato dei personaggi e del mondo in cui è ambientata”.

La protagonista Olive Smith è una dottoranda che per convincere la sua amica a frequentare una sua ex fiamma decide di baciare il primo malcapitato che si rivela essere l’enigmatico professor Adam Carlsen. Quest’ultimo decide di tenerle il gioco e dalla finzione molto presto passeranno alla realtà scoprendo che la chimica tra loro è concreta. Più tempo passano insieme e più scoprono di avere cose in comune. Lili Reinhart ha precisato che il cuore della storia non è soltanto la storia d’amore tra i due: “Se non lo conoscete, l'aspetto più importante di The Love Hypothesis, e in un certo senso il motore della storia, è che questi due si incontrano grazie alla lealtà di Olive verso la sua migliore amica. Ho apprezzato molto l'aspetto dell'amicizia. Penso che sia una commedia romantica. Parla di due persone che si innamorano, ma tutto nasce da un'amicizia femminile, che è davvero bella e toccante”.

Adattare un romanzo tanto amato per lo schermo può essere una mossa rischiosa soprattutto quando si apportano modifiche necessarie ma, a detta di Lili Reinhart, il team creativo ha cercato di preservare ciò che i lettori hanno amato di più: “Penso che sia sembrato, per quanto possibile, una commedia romantica davvero senza tempo. Credo che la sceneggiatura sia riuscita a trasmettermi questa sensazione, mantenendo al contempo l'integrità di entrambi i personaggi e rendendo giustizia al libro. Ovviamente, l'importanza del libro, è il materiale di partenza che volevamo rispettare totalmente, [e] credo che la nostra sceneggiatrice, Sarah, l'abbia fatto in modo impeccabile. Quindi sì, il cuore del libro è nel film”. Anche Bateman ha detto la sua in merito: “Penso davvero che sia molto difficile adattare qualcosa per il cinema, perché ognuno di voi che ama il libro ha la propria idea di come dovrebbero essere questi personaggi. Ogni singola persona coinvolta in questo progetto nutriva un amore profondo per il libro e voleva rendergli giustizia per tutti coloro che lo amano. La gente ne era davvero entusiasta. Il libro era sempre presente sul set. Ricordo che Lil me ne diede una copia sul set e ne leggevamo dei brani prima di girare le scene. Era sempre al centro di tutto ciò che stavamo cercando di fare. Non cercavamo in alcun modo di allontanarcene. Cercavamo solo di fare del nostro meglio per dare a tutti ciò che desideravano da questa storia”. Il film è in arrivo su Prime Video il 23 settembre 2026.



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Perché la scelta di mostrare il costume di Supergirl solo alla fine del film è la svolta perfetta

Kara Zor-El non ha indossato sin ad subito il suo costume da supereroina e c’è una ragione dietro questa scelta. Supergirl ha seguito la scia di Superman, film diretto e scritto da James Gunn e poi lanciato nel 2025 inaugurando una nuova era dell’universo DC. Dal 25 giugno 2026 invece è la volta di Supergirl, interpretata da Milly Alcock e impegnata in una missione salva-vita.

Diretto da Craig Gillespie, Supergirl ha introdotto una versione più caotica e complessa di Kara Zor-El, piombata sulla Terra contro la sua volontà per esaudire il desiderio dei genitori morenti di mettersi in salvo e seguire l’esempio di Kal-El, prosperando su un nuovo pianeta. Ma perché Kara indossa il costume da supereroina fornitole proprio dal cugino soltanto verso la fine del film?

Supergirl, perché Kara non indossa il suo costume da eroina per gran parte del film?

La storia è tratta dal fumetto Woman of Tomorrow di Tom King e, pur avendo apportato modifiche evidenti alla trama, non ha rinunciato ad un dettaglio indispensabile: il costume da Supergirl. Sin da principio, Kara Zor-El viene introdotta al pubblico come una giovane donna caotica, disordinata, complessa, imperfetta come mai potrebbe essere suo cugino Kal-El. Non è esattamente in modalità eroina nella prima fase del film ma è soltanto quando raggiunge una maggiore consapevolezza di sé e del proprio obiettivo che decide di indossare quel costume offertole da Clark Kent. Inizialmente Kara si imbatte in una ragazzina, Ruthye Marye Knolll, orfana di famiglia a causa del criminale Krem delle Colline Gialle e che chiede vendetta. Kara non ha intenzione di aiutarla, ma i loro destini si intrecciano quando Krem avvelena Krypto, il suo cane, e ha soltanto 3 giorni di tempo per somministrargli l’antidoto. La loro corsa nella galassia spingerà Kara a rivalutare la propria posizione in merito a Ruthye e tenterà di proteggerla.

In merito al look di Kara, quando la ritroviamo per la prima volta ad inizio film, intenta ad ubriacarsi in un locale su un pianeta baciato dal sole rosso, indossa una t-shirt dei Blondie. A spiegare di più dietro la scelta è stato il costumista Michael Mooney a Screen Rant: “Abbiamo preso in considerazione centinaia di gruppi diversi e alla fine [Gillespie] ha scelto i Blondie. Abbiamo valutato ogni gruppo immaginabile, ed erano tutti un po' alternativi. Quindi a volte proponevamo anche gruppi mainstream, e lui diceva semplicemente: 'No, no, non è quello’”.

La vicepresidente esecutiva die DC Studios, Chantal Nong Vo, ha spiegato che sfoggiare look casual per Kara è stato importante per distanziarla dal suo ruolo sulla Terra: “Quando la incontriamo non è al lavoro, è sempre Supergirl sulla Terra, invece questo è il suo modo per prendersi una pausa. Non necessariamente indosserebbe un costume, ed è più divertente per lei essere in incognito. Penso che per [Gillespie], però, questo sia stato uno dei suoi pensieri principali quando ha iniziato a lavorare al film, ovvero che si tratti quasi di una sorta di... non voglio dire di una crescita personale in senso convenzionale, ma perché ovviamente ha combattuto il crimine, per così dire, sulla Terra. Ma lo fa essendo se stessa a tutti gli effetti? Questa è un'altra storia”.

Indossare quel costume ha anche un valore simbolico. Tramite flashback, scopriamo che Superman le ha offerto quel costume spiegandole: “So che è piuttosto colorato, ma è solo perché tutti sappiano che siamo buoni”. Il concetto di bontà è molto caro alla ragazza, poiché sua madre in punto di morte le ha chiesto proprio questo: di essere buona. Quel costume rappresenta quindi la sua bontà, ma inizialmente vediamo una Kara in preda al dolore, che affoga i dispiaceri nei drink e che non riesce a superare il dolore della perdita. A causa del suo trauma, Kara non riesce ad accettare le parole di sua madre: “Il film parla essenzialmente dell'accettazione di sé stessi, dell'accettazione del proprio passato, dell'elaborazione di esso, e alla fine è proprio questo che la protagonista diventa. Il costume da supereroe ne è il simbolo”, ha ribadito Nong Vo.

Kara indossa il suo costume da eroina poco prima di piombare su Krem e sconfiggerlo, liberando le Spose rapite e salvando Ruthye anche dalle sue azioni. La ragazzina vorrebbe uccidere Krem vendicandosi della morte inflitta alla sua famiglia, ma Kara riesce a dissuaderla, salvando la sua anima.



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Wes Anderson e Bill Murray, annuncio a sorpresa al Louvre: “Vogliamo girare un western”

Un incontro a sorpresa, un pubblico in delirio e un’idea che potrebbe trasformarsi nel prossimo film di Wes Anderson. È successo a Parigi, durante il Cinema Paradiso, il festival open-air ospitato nel cortile del Louvre, dove il regista e Bill Murray sono tornati a condividere il palco tra ironia e nuovi spunti cinematografici. L’occasione era la presentazione del cult Grand Budapest Hotel, ma la serata ha presto preso una piega inaspettata.

Il “western dei sogni” di Wes Anderson (e Bill Murray)

A sorprendere il pubblico è stata soprattutto una rivelazione: Anderson e Murray hanno confermato di parlare da anni di un film western da realizzare insieme. “È un’idea che ci portiamo dietro da molto tempo" ha raccontato il regista, lasciando intendere che il progetto potrebbe finalmente concretizzarsi. Anche Murray ha rilanciato con entusiasmo, immaginando un western “firmato Texas”, visto che sia Anderson sia i fratelli Wilson condividono proprio quell’origine.

Il film che voglio fare è un western, perché lui [Anderson, ndr] viene dal Texas e sento che deve al mondo un film western.

"Ecco perché ho iniziato a camminare così" ha aggiunto, assumendo un'andatura da cowboy. Secondo quanto anticipato, Owen e Luke Wilson potrebbero salire a bordo, riunendo così una delle collaborazioni più iconiche del cinema indipendente americano. Il trio ha collaborato per la prima volta nel film d'esordio di Anderson del 1996, Bottle Rocket, prima di ritrovarsi per Rushmore e I Tenenbaum. Owen ha co-scritto tutti e tre i film ed è apparso in altri sette lungometraggi del regista.

Un sodalizio lungo trent’anni: da Rushmore a The French Dispatch

Durante l’evento, Murray non ha perso occasione per scherzare sul modo di lavorare del regista, regalando al pubblico un siparietto perfettamente in linea con il suo stile. “Ha un sorriso bellissimo, ma non lo mostra mai sul set” ha affermato l’attore, raccontando con ironia una giornata tipo con Anderson, con tanto di battute sul suo amore per i dolci e sul suo atteggiamento sempre impassibile durante le riprese, trasformando la reunion in una piccola performance.

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Il legame tra i due artisti è uno dei più solidi del cinema contemporaneo. Bill Murray è apparso in dieci film di Wes Anderson, da Rushmore fino a The French Dispatch, diventando una vera e propria icona del suo universo visivo. Il western, però, non è l’unico progetto sul tavolo. Anderson, che non ha alcuna intenzione di rallentare, sta lavorando anche a un altro film scritto insieme a Roman Coppola e Richard Ayoade. Il lungometraggio è stato acquisito da Focus e le riprese dovrebbero iniziare nel 2027 in Europa. Al momento, non sono stati rivelati né il titolo, né il cast, né dettagli sulla trama.



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sabato 4 luglio 2026

Come Supergirl prepara il terreno per Man of Tomorrow

Una delle domande principali riguardo Supergirl riguarda la scena post-credit e la risposta, in realtà, è custodita proprio in Man of Tomorrow. Secondo capitolo cinematografico del DCU in fase di costruzione, Supergirl ha riacceso l’attenzione sui figli di Krypton focalizzandosi questa volta su Kara Zor-El, costretta a ricominciare da capo dopo aver perso tutto.

A differenza di Kal-El, spedito da bambino sulla Terra e cresciuto da un’amorevole famiglia americana, Kara è piombata sullo stesso pianeta anni dopo ma già cresciuta e con un’identità propria, costretta ad affrontare il dolore per aver perso la sua famiglia e il suo pianeta e il peso di dover ricominciare da capo in un luogo sconosciuto. Ma in che modo Supergirl spiana la strada a Man of Tomorrow, inteso come sequel diretto di Superman? Attenzione: a seguire faremo riferimento a quanto accaduto in Supergirl, per cui vi consigliamo di procedere soltanto a visione ultimata del film per evitare spoiler.

Supergirl anticipa Man of Tomorrow? Gli indizi

Un anno dopo il lancio di Superman al cinema con protagonista David Corenswet, Supergirl ha seguito la scia del cugino vivendo un’avventura nella galassia alla ricerca di un antidoto per salvare il suo cane Krypto. Introdotta con un breve cameo in Superman, Kara Zor-El ha dimostrato sin da subito la propria imprevedibilità. Avvertendo il peso della perdita ancora fin troppo presente nel suo cuore, Kara non è riuscita a rifarsi una vita come suo cugino e, pur di anestetizzare quel dolore, è disposta a vagare per la galassia alla ricerca di pianeti baciati dal sole rosso per affogare i dispiaceri.

Una delle scelte più interessanti di Supergirl è l’assenza di scene post-credit. Il film, infatti, non si conclude con una scena durante o dopo i titoli di coda ed è una scelta che in realtà ci conduce dritti verso Man of Tomorrow. La scena finale del film, infatti, vede Kara tornare a casa e parlare con suo cugino Clark Kent, spiegandogli di essere disponibile in caso di aiuto e di non avere intenzione di andare da nessuna parte per un po’.

Ancor prima del debutto di Supergirl al cinema, James Gunn aveva confermato il coinvolgimento del personaggio e della rispettiva interprete Milly Alcock in Man of Tomorrow, per cui il suo ritorno è stato confermato con netto anticipo. A fronte di ciò, è chiaro perché Supergirl non abbia offerto al pubblico una scena post-credit, focalizzandosi invece su un finale dalla direzione precisa. Nella scena in questione Clark spiega a Kara che avrebbe gradito il suo aiuto durante la sua assenza, ignaro di quanto accaduto alla cugina. Reduce da quell’esperienza, Kara ha rassicurato Clark spiegandogli di non avere intenzione di spostarsi a breve e che l’avrebbe aiutato se necessario.

Proprio questo piccolo scambio di battute si collegherebbe a Man of Tomorrow, rafforzando alcune teorie in circolazione. In Supergirl c’è stato più spazio per la vita su Krypton, mostrando l’infanzia e l’adolescenza di Kara insieme alla sua famiglia a Kandor. Suo padre ha trovato un modo per isolare la città dall’instabilità del nucleo, ma parallelamente ha condannato tutti ad una morte lenta e dolorosa. Per evitare che Kara subisse la stessa sorte, l’ha spedita sulla Terra alla ricerca di Kal-El. Kara, a malincuore, ha accettato senza mai sapere cosa ne è stato della sua famiglia, o quantomeno non è stato rivelato nel film. Il ruolo di Krypton potrebbe giocare a loro favore nella trama di Man of Tomorrow grazie al villain coinvolto: sappiamo, infatti, che Brainiac è diretto verso la Terra e, nei fumetti, occupa un ruolo importante nella distruzione di Krypton (finendo per imbottigliare Kandor come un trofeo).

Se Kara scoprisse che Brainiac ha imprigionato la città e la sua famiglia in una bottiglia, potrebbe reagire in modo impulsivo ed aggressivo, come abbiamo visto fare anche in Supergirl e persino remare contro i suoi alleati, incluso suo cugino. Naturalmente si tratta di una teoria, per cui non sappiamo cosa succederà di preciso; tuttavia quanto accaduto in Supergil e il finale del film senza scene post-credit suggeriscono che Kara e Clark dovranno trovare un modo per andare d’accordo e provare ad essere una famiglia, nel bene e nel male.



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Zoey Deutch non voleva più fare rom-com: ecco perché ha detto sì a Messaggi per Isabelle

Prima ancora di Messaggi per Isabelle, Zoey Deutch ha avuto l’opportunità di recitare in altre commedie romantiche nell’arco della sua carriera, inclusa Come far perdere la testa al capo, rom com del 2018 con un cast guidato da Glen Powell. Da allora sono trascorsi quasi dieci anni, eppure quel film avrebbe potuto rappresentare l’ultima volta per Zoey Deutch, se non fosse poi arrivato Messaggi per Isabelle.

In streaming su Netflix come nuova proposta originale all’insegna del romanticismo, Messaggi per Isabelle racconta di una donna costretta a metabolizzare un lutto importante nella sua vita attraverso messaggi vocali che inaspettatamente arrivano ad un destinatario diverso. Ad affiancarla in questa avventura è Nick Robinson, a sua volta volto ben noto al pubblico di Netflix per aver recitato in Damsel con Millie Bobby Brown. Prima di questa commedia romantica, Zoey Deutch ha ammesso di essersi presa del tempo per valutare cosa fare e se accettare un’altra proposta simile: per fortuna ha escluso ogni dubbio quando è arrivato Messaggi per Isabelle. Cosa l’avrà convinta di più?

Zoey Deutch rivela perché ha accettato di recitare in Messaggi per Isabelle nonostante non fosse una fan delle commedie romantiche

Jill, aspirante pasticcera, ha perso da poco sua sorella Isabelle. Le due avevano un legame molto stretto e perderla è stato un duro colpo per Jill. Per elaborare il lutto, ha costruito una nuova abitudine: ogni giorno, invia messaggi vocali al numero di sua sorella raccontandole cos’è accaduto nella sua vita, tra episodi piacevoli e non. Quello che Jill non sa è che quel numero in realtà non è più intestato a sua sorella, ma è stato assegnato ad un’altra persona. Per questo non sa che ad ascoltare i suoi messaggi è proprio Wes. Inizialmente il ragazzo non ha ben chiaro come procedere, se avvisare questa donna del malinteso o semplicemente lasciarla fare. A furia di ascoltare i suoi messaggi, però, Wes comprende di essere attratto da Jill e vuole incontrarla.

La loro è una storia d’amore che ha prontamente conquistato il pubblico in streaming su Netflix, ma ha anche convinto Zoey Deutch a recitare nuovamente in una commedia romantica. “A dire il vero, sono molto restia a girare film di questo genere, e il motivo per cui ho voluto fare questo è che mi sembrava profondo, parlava di dolore, di amore dopo una perdita e di sorellanza Ero sicuramente riluttante a farne un altro, ma mi sento estremamente grata e non potrei amare di più questo film”, ha confessato l’attrice ai microfoni di People.

Ad attirare la sua attenzione non è stata soltanto la storia d’amore protagonista, ma soprattutto il legame duraturo tra due sorelle. “Mi sono innamorata completamente dell’elemento della storia d’amore tra queste due sorelle. Mia sorella è la persona che amo di più al mondo, la mia migliore amica, e mi ha davvero commosso. L'ho trovato divertente e romantico, ma anche molto profondo e straziante”. L’attrice ha confessato di aver letto la sceneggiatura per la prima volta oltre sette anni fa.

Per quanto riguarda la precedente commedia romantica, Come far perdere la testa al capo, Zoey Deutch ha ammesso che sono passati otto anni da allora e di essere cresciuta: “Non ho più 22 anni. Mi sento molto più equilibrata e con i piedi per terra, e ho anche la sensazione di essere in un secondo capitolo o in una nuova era della mia carriera. E mi sento davvero ispirata ed entusiasta e molto meno ansiosa, il che è una bella sensazione, perché ho passato la maggior parte della mia vita identificandomi come una persona incredibilmente ansiosa, quindi mi sento molto diversa”.



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Ritorno al Futuro: perché la DeLorean deve andare proprio a 88 miglia orarie (non un miglio di più)

In Ritorno al futuro, la celebre DeLorean trasformata in macchina del tempo deve raggiungere esattamente 88 miglia orarie per poter viaggiare nel tempo. Questa regola, diventata iconica, ha sempre lasciato i fan con una domanda tanto semplice quanto assillante: perché proprio 88?

Nel film, ovviamente, la risposta non viene mai spiegata in termini scientifici, ma del resto l'accuratezza non è mai stata l’obiettivo della saga: il viaggio nel tempo è soprattutto un pretesto narrativo per raccontare la relazione tra Marty McFly (Michael J. Fox) e le versioni più giovani dei suoi genitori, oltre che per costruire una delle trilogie più amate della storia del cinema. Elementi come il flusso canalizzatore e i famosi 1,21 gigawatt sono fondamentali per la mitologia del film, ma non hanno una base scientifica reale.

Ma una scelta così specifica come 88 mph deve pur avere una motivazione! Nel corso degli anni, i fan si sono lanciati in arzigogolate teorie e spiegazioni pseudo-scientifiche, ipotizzando ragioni legate alla fisica o alla logica del viaggio temporale. Ma la verità è molto più semplice... e sorprendentemente cinematografica.

Bob Gale ha svelato il vero motivo degli 88 mph

Il capolavoro diretto da Robert Zemeckis, uscito nel 1985, è stato scritto da Bob Gale insieme al regista e, negli ultimi quarant'anni, entrambi hanno spesso risposto a curiosità e domande dei fan sulla saga. In un’intervista, Gale ha spiegato che la scelta degli 88 mph nasce da due ragioni squisitamente pratiche. La prima è legata alla sicurezza narrativa: serviva una velocità che nessuno avrebbe mai raggiunto per caso. Se la soglia fosse stata, per esempio, 65 mph, qualcuno avrebbe potuto attivare il viaggio nel tempo semplicemente guidando normalmente. Gli 88 mph, invece, sono abbastanza alti da rendere l’evento volutamente impossibile da attivare accidentalmente.

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Un altro dettaglio divertente è che, nel 1979, la National Highway Traffic Safety Administration (NHTSA) emanò un regolamento che imponeva ai tachimetri delle automobili di non superare gli 85 mph (circa 137 km/h), in linea con le politiche degli Anni Settanta che cercavano di regolamentare la velocità. Questa norma fu abrogata nel 1982, e ciò vuol dire che, se in Ritorno al Futuro fosse stato utilizzato un veicolo diverso, uscito nell'anno in cui è ambientato il film, il problema del tachimetro non si sarebbe presentato.

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Tuttavia, la DeLorean fu prodotta tra il 1981 e il 1982, il che significa che sarebbe stata soggetta alla normativa. Ecco perché, nel film fu, necessario aggiungere al veicolo un tachimetro speciale, con display digitale incluso, che mostra la lettura di 88 miglia orarie. Potremmo domandarci, a questo punto, perché gli sceneggiatori non abbiano utilizzato un valore inferiore, ma la verità più plausibile è che Gale e Zemeckis non ci abbiano nemmeno pensato, in fase di scrittura.

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La seconda ragione è ancora più semplice: la sua immediatezza. Secondo Gale, “88” è un numero facile da ricordare perché immediato e musicale. Non è un numero casuale né troppo generico, come 85 o 100, ma resta facilmente impresso nella mente dello spettatore. In altre parole, non c’è alcuna formula segreta: la scelta è stata guidata più dal ritmo del cinema che da quello della fisica. Oggi gli 88 mph sono entrati a pieno titolo nella storia della settima arte, tanto quanto la stessa DeLorean. E adesso sappiamo che tutto è nato non da una teoria scientifica, ma da una decisione molto più semplice: rendere il numero facile da ricordare e impossibile da dimenticare.



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