Divenuta dopo la caduta del Muro di Berlino la più vasta area edificabile d'Europa, la zona di Potsdamer Platz, completamente ricostruita e composta da edifici modernissimi progettati dai più importanti architetti, tra cui Renzo Piano, è il cuore pulsante della Berlinale. Era stata probabilmente pensata anche come cuore pulsante della città, tra palazzi di uffici, cinema, condomini, centri commerciali e tanto altro. Ma se quando ho cominciato a frequentare il festival, all’inizio degli anni Duemila, era una zona vivacissima, nel corso degli anni, e poi soprattutto dopo il Covid, le cose sono cambiate, e molto. Buona parte dei negozi e dei locali dentro e fuori al centro commerciale sono sfitti, e dopo la chiusura degli uffici in giro ci sono solo gli accreditati. Ma c’è sempre il weekend. Perché tutto il mondo è paese, e a quanto pare anche ai berlinesi piace evidentemente andare a fare lo struscio e lo spuntino e lo shopping nelle zone commerciali: fatto sta che di sabato e domenica è pieno di gente, a Potsdamer Platz. E forse io preferivo quando potevo andare a prendere un caffè senza fare la fila.
Le sale della Berlinale, quelle, sono sempre abbastanza piene (il festival sbiglietta tantissimo in città), e di fila per entrare per fortuna non c’è traccia (l’organizzazione negli anni è migliorata). Erano tutte piene, per dire, le sale in cui ho visto i tre film di ieri. Film - sia detto per inciso - che ognuno a modo suo hanno un contenuto esplicitamente politico.
Wax & Gold: o dell’amico etiope
Ma guarda tu il caso. Sfoglio dei giornali su internet e scopro che tre giorni fa Giorgia Meloni è stata ospite d'onore del premier etiope Abiy Ahmed Ali ad Addis Abeba: il tutto poche ore dopo aver visto qui alla Berlinale, fuori concorso, il nuovo documentario di Ruth Beckermann, registra austriaca considerata una delle maestre del genere. Dico “guarda il caso” perché il doc di Beckermann parla proprio di Etiopia, dell’Etiopia di ieri e di quella di oggi, compresa quella della sciagurata “avventura coloniale” italiana, dei suoi orrori e delle sue conseguenze. Il film di chiama Wax & Gold, da quella definizione di uno scriba riportata dalla regista per la quale la principale lingua locale, l’amarico, abbia una struttura tale da permettere spesso di dire una cosa intendendo il contrario, senza far cogliere l’ironia o il sottotesto politico a chi la ascolta: mescolando, appunto, cera e oro. Anche Beckermann, che a sua volta cerca di distinguere la cera dall’oro, ovvero di rintracciare i fatti nella finzione storia su quel paese, parla di una cosa ma ne intende (anche) un’altra. Perché Wax & Gold parte dalla fascinazione della regista per l’imperatore Hailé Selassié, 225° discendente della dinastia di Salomone, quello che per i rastafariani - non a caso Bob Marley trasse una canzone da un suo discorso (War) e gliene dedicò un'altra (Selassie Is The Chapel) - era il nuovo Messia.
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Parte da quella fascinazione, dal ritratto di Selassié fatto dallo scrittore polacco Ryszard Kapuściński nel suo celebre “Il Negus”, e dall’hotel Hilton di Addis Abeba voluto dall’imperatore e punto di partenza fisico del documentario. È chiaro anche, però, che così come Kapuściński parla di Selassié per parlare del regime comunista che opprimeva il suo paese, allo stesso modo Beckermann parla dell’Etiopia e della sua storia per parlare (male, e non a torto) dell'Europa, dell’Occidente, di coloro che il continente africano l’hanno sfruttato e di quelli (oggi perlopiù asiatici) che continuano a farlo ancora oggi. Cercando di arrivare a un verità storica sfuggente, tra interviste e sessioni musicali, Beckermann indaga il suo ruolo di donna europea che cerca di capire. Che in certi momenti la sua fascinazione per la bellezza di alcune modelle locali ricordi quella provata anche da Leni Riefenstahl è una curiosa ma in qualche modo significativa coincidenza.
Truly Naked: educazione sessuo-affettiva
Le prime immagini sono notevoli, a un vecchio bondiano come me non possono non far venire in mente la sequenza dei titoli di testa di Agente 007 - Missione Goldfinger: sullo schermo, infatti, si vede da molto vicino un sinuoso corpo femminile nudo che sta essendo ricoperto di vernice d’oro. Se 007, quel 007, è divenuto il simbolo di tutto quello che un uomo non deve più essere, facciamo attenzione, perché Truly Naked, una delle opere prime nel concorso Perspectives, parla esattamente di quello.
Se quella è la prima immagine che vediamo, la prima immagine che è venuta in mente alla regista Muriel d’Ansenbourg, invece, è quella di un operatore su un set porno che abbassa la telecamera e si rivela essere un adolescente: lo stesso adolescente che poi nel film scopriamo essere lo spennellatore, e che poi appunto riprenderà una scena hard tra suo padre e la golden girl. Questo ragazzo si chiama Alec (Caolán O’Gorman, esordiente di talento), è gentile e introverso, e a nella nuova scuola dove è finito, in un villaggio da qualche parte sulle coste inglesi, dove nessuno sa del lavoro del papà né del suo ruolo, si troverà a dover fare una ricerca sulla dipendenza dal porno assieme a una compagna di classe molto carina e molto femminista.
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Cosa succede quando un ragazzino cresciuto con un padre attore porno che si autoproduce i contenuti si innamora ricambiato di una ragazza femminista? Succede quel che succede in Truly Naked, che è un po’ commedia romantica, un po’ coming of age, un po’ - soprattutto - un film che vuole mostrare come sia necessario per le donne spingere gli uomini a grattare via l’eredità patriarcale che si portano addosso e imparare a vedere le cose, le ragazze, il sesso, in maniera nuova. Non che il papà di Alec sia un tipo cattivo: solo è un rimasuglio di un’altra epoca. E se Alec, anche nel sesso, ha introiettato certi meccanismi, e il primo incontro con Nina non andrà proprio benissimo, grazie a lei potrà aprire gli occhi, e aiutare anche il padre a fare altrettanto.
Muriel d’Ansenbourg tratta pornografia e sessualità senza pregiudizi, pruderie, moralismi (nel cast c’è anche un vera attrice porno), ammiccamenti furbetti, ma non fa nemmeno sconti: si veda la scena in cui viene coinvolta una piovra in un rapporto. Si parla tanto di educazione sessuo-affettiva nelle scuole, Truly Naked potrebbe essere un buon supporto alle lezioni, dato che dei temi è chiaramente quello di insegnare ai ragazzi esposti alla pornografia fin da giovanissimi a relazionarsi al sesso e alle ragazze.
Rose: voleva i pantaloni
Film da festival in purezza, Rose. Nel senso che è uno di quei film nati attraverso i festival, per i festival e che dei festival faranno il giro, rimanendo però sconosciuti alla stragrande maggioranza degli spettatori. Ed è una sorta di versione art house, da festival, appunto, di Boys Don’t Cry. Già, perché la storia è quella di una donna che si fa passare da uomo. Non siamo nel Nebraska rurale degli anni Novanta, ma in qualche luogo imprecisato di lingua tedesca nei primi anni del secolo XVII. In un villaggio arriva uno straniero misterioso dal volto in parte sfigurato con in mano i documenti che attestano sia l’erede di una fattoria andata nel tempo in rovina. Lo sconosciuto, che è per l’appunto in realtà una sconosciuta, la Rose di Sandra Hüller (premio?), la rimette in sesto e in attività, poi per ragioni opportunistiche accetta di prendere in matrimonio la figlia di un altro proprietario di terre. E lì dovrebbero iniziare i problemi, direte voi, ma in realtà iniziano dopo.
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Bianco e nero raffinatissimo, ritmo dilatato (pure troppo), una trama che pur non trascinante riesce a intrigare (soprattutto dal matrimonio in avanti), Rose è una sorta di fiaba nera contro (ancora una volta) il patriarcato: perché Rose è una brava imprenditrice, benvoluta dalla comunità, che produce benessere, insegna alle persone a leggere e scrivere, accetta anche un bambino ovviamente non suo, ma quando si scopre che è una donna in cerca della libertà che solo indossare dei pantaloni può garantirle, non ci sono successi o denari che tengano. Tutto giusto, ma forse le cose si potevano dire in maniera un po’ più accessibile per tutti, e soprattutto c’è nella forma e nei temi il sospetto di un po’ di opportunismo. Il regista è infatti quel Markus Schleinzer che nel 2011, andando di moda quel cinema lì, aveva fatto l'orribile Michael, un film alla Haneke che si ispirava alla vicenda di cronaca di Natascha Kampusch. Oggi va di moda il femminismo, ed eccolo rispuntare fuori: sarà un caso?