Come tutti i festival, anche quello di Berlino costringe chi si trova a frequentarlo per lavoro a giornate trascorse nel segno di un’alimentazione frettolosa e non proprio sanissima. Certo, a differenza di Cannes, o del Lido di Venezia, qui siamo in una grande capitale europea e in teoria non mancano offerta e alternative. Ci sono però gli orari da prendere in considerazione, e il fatto che la giornata tipo non lascia grandi margini di spostamento. I più, quindi, finiscono spesso col mangiare un boccone veloce, a pranzo o a cena, in uno dei tanti food court che si trovano nelle immediate vicinanze delle sale, dove puoi scegliere tra tanti tipi diversi di street food - dal messicano al cinese, dall’indiano alle burgherie, dalla pizza al kebab o ai piatti africani - e ordinare e consumare in tempi relativamente brevi.
Questo lo dico per spiegare un po’ come funzionano certe cose, forse anche per vanesia vena autobiografista, ma soprattutto perché così introduco nel modo più appropriato uno dei film della giornata di ieri, che è un horror fuori concorso dal titolo piuttosto indicativo.
L'horror al tempo dell'Ozenpic
Bisogna dire che in tempi dove tutto è trauma, dove tutto è qualcosa-fobia e dove tutto è body shaming, fare un horror che parla di una che ha sempre fame, che vuole dimagrire, e che finisce nei guai per questo mi pare piuttosto interessante. Dall’altro lato Saccarhine è un film tutto al femminile, diretto da una donna (l’australiana Natalie Erika James, quella di Relic e di Apartment 7A), dove i personaggi maschili quasi non ci sono, e dove la protagonista è anche lesbica: quindi diciamo che le questioni si pareggiano.
La protagonista si chiama Hana, la interpreta (bene, brava) Midori Francis, e come detto vuole dimagrire: anche per conquistare il cuore della trainer della sua palestra di cui è innamorata. Una sua amica, un tempo piuttosto in carne, le rivela il suo segreto, un farmaco illegale di nome Grey. Hana, che peraltro studia medicina, analizza la polverina delle capsule, che peraltro sembrano funzionare, e scopre che si tratta di cenere. Anzi, ceneri. Umane. Invece di inorridire, Hana decide di sfruttare il cadavere che stanno usando a anatomia per autoprodursi un po’ di dimagrante, ed è qui che nascono i problemi: perché inizierà a essere perseguitata dal fantasma di Bertha (la donna che ha in qualche modo mangiato), che vede solo lei, ingrassa al posto suo ma per non ucciderla la costringe a abbuffarsi schifosamente mentre è in stato di trance.
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C’entra poco il The Substance evocato da qualcuno: Saccharine prende casomai di più, e un po’ malamente, da It Follows e dal “Ritratto di Dorian Gray”, più che dal film della Fargeat, e soprattutto si propone più come l’horror al tempo dell’Ozenpic che come riflessione sulle ossessioni fisiche. Non mancano spunti tematici (controversi: c’è già chi accusa il film di grassofobia, qualsiasi cosa questa sia), un paio di discrete idee visive, ma non basta: tutto è molto calcato, non sempre sviluppato come si deve, e la paura non è proprio pervenuta.
Nuove frontiere dell'anime
Ma mettiamo da parte l’horror per parlare di anime, nel senso di animazione giapponese, con la quale la Berlinale ha una storia importante, essendo stato il primo tra i grandi festival a metterla in concorso, e quello dove La città incantata di Hayao Miyazaki ha vinto uno storico Orso d’oro nel 2002. Ora, in questo 2026, in corsa per il premio c’è Yoshitoshi Shinomiya, nome emergente del settore che esordisce nel lungometraggio con questo A New Dawn. Tutto gira attorno a tre amici d’infanzia e a una casa bellissima che è, o era, anche una fabbrica artigianale di fuochi d’artificio: una casa in cui questi tre protagonisti, due fratelli e una loro amica, sono cresciuti e si sono formati, e che ora sta per essere pignorata e demolita, mentre la tradizione dei fuochi sembra oramai qualcosa di legato al passato.
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I temi sono vagamente alla Miyazaki, con lo scontro tra la tradizione e la modernità, la provincia e la grande città, i cambiamenti climatici e ambientali e molto altro. Ma il cuore del racconto - che coinvolge fino a un certo punto - sta tutto nel legame tra i protagonisti e nel loro affrontare il tempo che passa e la crescita. L’animazione ha un carattere molto particolare, e personale, mescolando in maniera piuttosto avanguardista animazione a mano e al computer, richiami alla tradizione pittorica giapponese e perfino stop motion in live action.
Il ritorno di Eimbcke
Se la forma di A New Dawn è qualcosa di parzialmente inedito, e comunque di molto personale, la stessa cosa non è possibile dirla dell’altro film del concorso presentato ieri alla Berlinale: Moscas, nuovo lavoro del messicano Fernando Eimbcke, che del festival tedesco è uno dei beniamini. Perché quando ho iniziato a guardare Moscas, la sua fotografia in un nitido bianco e nero, le sue inquadrature a camera fissa, un certo paupero-minimalismo legato a personaggi non certo benestanti e provati dalla vita, ho avuto l’impressione di aver visto quelle immagini mille altre volte. In effetti è un po' cos', perché il film di Eimbcke è paro paro nello stile (forma e contenuto) di quella new wave latino-americana che era stata innovativa sì, ma nei primi anni Duemila. La storia che racconta è abbastanza tenera e forse per qualcuno pure commovente, sì, ma per via di una serie di mezzucci un poco ricattatori che forse ci si poteva risparmiare.
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Olga, una donna sola, è costretta a affittare una stanza del suo appartamento per pagarsi una piccola operazione al piede. La affitta a un uomo che ha la moglie in ospedale dall’altra parte della strada, senza sapere che questi con lui ha un figlio di nove anni. Andrà a finire che la donna, appartenente fredda e burbera, stringerà un legame col bambino, che inizialmente rifiutava per un trauma dal passato e che perderà la mamma. In Europa probabilmente sarebbe venuto fuori un film insopportabile, ma i toni ironici e dolenti, non esattamente surreali ma sempre un po’ sospesi e irreali del cinema latino-americano (che li ha presi da una letteratura meravigliosa e imperdibile) rende Moscas tutto sommato potabile.