giovedì 19 febbraio 2026

Sonic 4 - Il Film annuncia la voce di Amy Rose

Sonic 3 ha concluso la prima trilogia con una scena post-credit che ha suggerito un nuovo capitolo della storia dell’amatissimo personaggio nato dapprima come protagonista di una serie di videogame e poi adattato sul grande schermo. Il terzo film, distribuito al cinema nel corso del 2024, ha coinvolto anche Keanu Reeves come voce di Shadow e il quarto film in fase di sviluppo non rinuncerà alle star di spicco. Secondo quanto riferito, Sonic 4 porterà sullo schermo Amy Rose: ma chi sarà la sua voce?

Sonic 4 sceglie la voce di Amy Rose ed è perfetta

Con una data d’uscita prevista per il 2027, Sonic 4 comincia a rivelare qualche asso nella manica a partire dall’ingresso di Amy Rose, un personaggio amatissimo dai fan dei videogame e ufficialmente in arrivo anche al cinema. In realtà il suo debutto era stato già anticipato dalla scena post-credit di Sonic 3: il protagonista era in compagnia dei suoi amici Tails e Knuckles nel bosco ma è stato improvvisamente attaccato da una banda di robot Metal Sonic. A salvarlo è stato un misterioso riccio incappucciato e armato di martello, che il pubblico ha rapidamente associato ad Amy Rose.

Secondo quanto riferito da ComicBook, ad accompagnare questo personaggio nel cast originale di doppiatori sarà Kristen Bell, amatissima già per il supporto offerto a Frozen (sua è la voce originale di Anna) e conosciuta per aver recitato in numerose Serie TV di successo come Veronica Mars, The Good Place e Nobody Wants This. A condividere la novità via social è stato Ben Schwartz (voce originale di Sonic), mostrando uno scatto in compagnia di Kristen Bell: “Abbiamo la nostra Amy Rose. E non potrei essere più emozionato! Date il benvenuto all’incredibile Kristen Bell nella famiglia di Sonic”, nello scatto, entrambi gli attori sfoggiano una statuina dei rispettivi personaggi.

Nel cast di Sonic 4 dovrebbero riapparire anche Colleen O'Shaughnessey e Idris Elba come Tails e Knuckles, così come James Marsden e Tika Sumpter che riprenderanno Tom e Maddie. Ad oggi non è chiaro se Jim Carrey riapparirà nuovamente sullo schermo, dopo la brutta fine del suo Dr. Robotnik nel terzo film, ma si vocifera che Paramount stia cercando il modo per convincere l’attore a riapparire nel franchise. L’esperto di scoop Daniel RPK aveva suggerito poche settimane fa: “Nel caso pensaste che fosse finita, Paramount sta conversando con Jim Carrey per tornare in Sonic 4”.



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Dispacci dalla Berlinale 2026: un horror da cura dimagrante, nuovi anime e film latino-americani standard

Come tutti i festival, anche quello di Berlino costringe chi si trova a frequentarlo per lavoro a giornate trascorse nel segno di un’alimentazione frettolosa e non proprio sanissima. Certo, a differenza di Cannes, o del Lido di Venezia, qui siamo in una grande capitale europea e in teoria non mancano offerta e alternative. Ci sono però gli orari da prendere in considerazione, e il fatto che la giornata tipo non lascia grandi margini di spostamento. I più, quindi, finiscono spesso col mangiare un boccone veloce, a pranzo o a cena, in uno dei tanti food court che si trovano nelle immediate vicinanze delle sale, dove puoi scegliere tra tanti tipi diversi di street food - dal messicano al cinese, dall’indiano alle burgherie, dalla pizza al kebab o ai piatti africani - e ordinare e consumare in tempi relativamente brevi.
Questo lo dico per spiegare un po’ come funzionano certe cose, forse anche per vanesia vena autobiografista, ma soprattutto perché così introduco nel modo più appropriato uno dei film della giornata di ieri, che è un horror fuori concorso dal titolo piuttosto indicativo.

L'horror al tempo dell'Ozenpic

Bisogna dire che in tempi dove tutto è trauma, dove tutto è qualcosa-fobia e dove tutto è body shaming, fare un horror che parla di una che ha sempre fame, che vuole dimagrire, e che finisce nei guai per questo mi pare piuttosto interessante. Dall’altro lato Saccarhine è un film tutto al femminile, diretto da una donna (l’australiana Natalie Erika James, quella di Relic e di Apartment 7A), dove i personaggi maschili quasi non ci sono, e dove la protagonista è anche lesbica: quindi diciamo che le questioni si pareggiano.
La protagonista si chiama Hana, la interpreta (bene, brava) Midori Francis, e come detto vuole dimagrire: anche per conquistare il cuore della trainer della sua palestra di cui è innamorata. Una sua amica, un tempo piuttosto in carne, le rivela il suo segreto, un farmaco illegale di nome Grey. Hana, che peraltro studia medicina, analizza la polverina delle capsule, che peraltro sembrano funzionare, e scopre che si tratta di cenere. Anzi, ceneri. Umane. Invece di inorridire, Hana decide di sfruttare il cadavere che stanno usando a anatomia per autoprodursi un po’ di dimagrante, ed è qui che nascono i problemi: perché inizierà a essere perseguitata dal fantasma di Bertha (la donna che ha in qualche modo mangiato), che vede solo lei, ingrassa al posto suo ma per non ucciderla la costringe a abbuffarsi schifosamente mentre è in stato di trance.


C’entra poco il The Substance evocato da qualcuno: Saccharine prende casomai di più, e un po’ malamente, da It Follows e dal “Ritratto di Dorian Gray”, più che dal film della Fargeat, e soprattutto si propone più come l’horror al tempo dell’Ozenpic che come riflessione sulle ossessioni fisiche. Non mancano spunti tematici (controversi: c’è già chi accusa il film di grassofobia, qualsiasi cosa questa sia), un paio di discrete idee visive, ma non basta: tutto è molto calcato, non sempre sviluppato come si deve, e la paura non è proprio pervenuta.

Nuove frontiere dell'anime

Ma mettiamo da parte l’horror per parlare di anime, nel senso di animazione giapponese, con la quale la Berlinale ha una storia importante, essendo stato il primo tra i grandi festival a metterla in concorso, e quello dove La città incantata di Hayao Miyazaki ha vinto uno storico Orso d’oro nel 2002. Ora, in questo 2026, in corsa per il premio c’è Yoshitoshi Shinomiya, nome emergente del settore che esordisce nel lungometraggio con questo A New Dawn. Tutto gira attorno a tre amici d’infanzia e a una casa bellissima che è, o era, anche una fabbrica artigianale di fuochi d’artificio: una casa in cui questi tre protagonisti, due fratelli e una loro amica, sono cresciuti e si sono formati, e che ora sta per essere pignorata e demolita, mentre la tradizione dei fuochi sembra oramai qualcosa di legato al passato.


I temi sono vagamente alla Miyazaki, con lo scontro tra la tradizione e la modernità, la provincia e la grande città, i cambiamenti climatici e ambientali e molto altro. Ma il cuore del racconto - che coinvolge fino a un certo punto - sta tutto nel legame tra i protagonisti e nel loro affrontare il tempo che passa e la crescita. L’animazione ha un carattere molto particolare, e personale, mescolando in maniera piuttosto avanguardista animazione a mano e al computer, richiami alla tradizione pittorica giapponese e perfino stop motion in live action.

Il ritorno di Eimbcke

Se la forma di A New Dawn è qualcosa di parzialmente inedito, e comunque di molto personale, la stessa cosa non è possibile dirla dell’altro film del concorso presentato ieri alla Berlinale: Moscas, nuovo lavoro del messicano Fernando Eimbcke, che del festival tedesco è uno dei beniamini. Perché quando ho iniziato a guardare Moscas, la sua fotografia in un nitido bianco e nero, le sue inquadrature a camera fissa, un certo paupero-minimalismo legato a personaggi non certo benestanti e provati dalla vita, ho avuto l’impressione di aver visto quelle immagini mille altre volte. In effetti è un po' cos', perché il film di Eimbcke è paro paro nello stile (forma e contenuto) di quella new wave latino-americana che era stata innovativa sì, ma nei primi anni Duemila. La storia che racconta è abbastanza tenera e forse per qualcuno pure commovente, sì, ma per via di una serie di mezzucci un poco ricattatori che forse ci si poteva risparmiare.


Olga, una donna sola, è costretta a affittare una stanza del suo appartamento per pagarsi una piccola operazione al piede. La affitta a un uomo che ha la moglie in ospedale dall’altra parte della strada, senza sapere che questi con lui ha un figlio di nove anni. Andrà a finire che la donna, appartenente fredda e burbera, stringerà un legame col bambino, che inizialmente rifiutava per un trauma dal passato e che perderà la mamma. In Europa probabilmente sarebbe venuto fuori un film insopportabile, ma i toni ironici e dolenti, non esattamente surreali ma sempre un po’ sospesi e irreali del cinema latino-americano (che li ha presi da una letteratura meravigliosa e imperdibile) rende Moscas tutto sommato potabile.



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mercoledì 18 febbraio 2026

Dispacci dalla Berlinale 2026: a Berlino spira il vento della New Hollywood e del western

I festival, va da sé, sono il paradiso dei cinefili. E i cinefili, è altrettanto noto, possono essere una strana razza, pedante e con svariate paturnie, spesso legate alla sacralità dell’esperienza della sala. E però a un festival, alle proiezioni per gli accreditati, ci son tutte persone che lavorano, e capita che durante una proiezione uno sia costretto a prendere in mano il telefono per controllare il messaggio o la mail che sono arrivati. Spesso la cosa è tollerata, a volte c’è quello con ditino alzato che da tre file di distanza ti chiede di spegnere il telefono, e poi capitano ogni tanto gli psicopatici. Tipo quello che nel corso di una proiezione prende a calci il sedile dello spettatore di fronte che ha controllato l’ora sul telefono.
Succede: la gente è strana e stanca, i cinefili ai festival, dopati dalle visioni ripetute, possono esserlo ancora di più.
Io comunque qui al Festival di Berlino ho visto un bel film e uno abbastanza buono, accomunati da alcuni elementi, tra cui il riferimento a un cinema che sembra purtroppo star tramontando.

The Weight

Separare con la forza un genitore da un figlio è una delle cose più atroci e crudeli cui possa pensare. Capirete bene quindi che se un film inizia con questa premessa, io che già sono separato da troppi giorni dalle mie figlie per motivi di lavoro, non posso fare altro che immedesimarmi in questa sciagurata situazione. Succede infatti nei primi minuti di The Weight, ambientato nell’Oregon del 1933, durante la Grande Depressione, papà Ethan Hawke, padre single con gravi difficoltà economiche, venga arrestato per aggressione (in realtà stava difendendo proprio la bambina, ma vabbe’) e spedito ai lavori forzati, mentre la piccola affidata a un istituto con la prospettiva di andare in adozione. Succede quindi che, quando il responsabile del suo campo di lavoro (interpretato da Russell Crowe) promette a Hawke - che si è fatto notare per essere uno assai sveglio - la libertà in cambio di un lavoro che puzza di sporco lontano un miglio, l’occasione unica di poter tornare a riabbracciare la figlia prima che la mandino chissà dopo la prende al volo. Ed è qui che le cose si fanno ancora più interessanti: perché se già la dinamica dei lavori forzati e la relazione tra il “boss” Crowe e i detenuti, Hawke in particolare, non può non ricordare ai cinefili quel capolavoro di Nick Mano Fredda, inizia con la missione affidata al protagonista e a altri tre detenuti di sua fiducia una sorta di dinamica alla Sorcerer (altro capolavoro). Non ci sono qui camion carichi di nitroglicerina cui far attraversare la giungla lungo strade dissestate, ma zaini pieni di lingotti d’oro che devono essere fatti sparire da una miniera prima che Franklyn Delano Roosevelt lo reclami con l’annunciata nazionalizzazione del metallo prezioso, e portati da qualche parte con un lungo trekking attraverso i lussureggianti boschi del nord-est americano (ma si è girato in Baviera).
Non dico certo che The Weight arrivi ai livelli dei film di Stuart Rosenberg e William Friedkin, ma che certamente sono stati un modello: perfino Hawke sembra sintetizzare Paul Newman e Roy Scheider nel suo personaggio. Padraic McKinley, finora “solo” montatore e produttore, alla regia è un esordiente, ma dimostra una mano notevole e non sono un forte istinto cinefilo, perché The Weight è ben costruito narrativamente, ha dei bei personaggi, è citazionista senza essere sfacciato o mirare troppo in alto, e lo spettatore lo cattura rapidamente per non mollarlo più. Lo cattura con la storia di Hawke padre, gli fa trattenere il fiato con le peripezie e i pericoli e le fatiche della missione, lo intriga con le dinamiche e le tensioni tra i personaggi, coi doppi giochi e con una messa in scena ruvida e potente. La macchina da presa - fotografia di Matteo Cocco, qui in versione Dostoevskij - sta addosso a Hawke e agli altri, aggredisce lo spettatore con i primissimi piani o studiando la maestosità inquietante della natura, ma al film, ai dialoghi e ai personaggi non manca mai nemmeno quel filo tagliente di ironia che rende il tutto ancora più godibile. Crowe, che ha lavorato con McKinley in precedenza, ha poche pose, ma l’attore - lo sappiamo - quando si vede si fa sentire.

Wolfram

Dal verde intenso e profondo dei boschi, al rosso inconfondibile del terreno australiano e della sua polvere che tutto ricopre. E anche in questo caso - sebbene trasversalmente - c’entrano l’oro (ma anche il tungsteno) e soprattutto genitori e figli che sono stati separati. Anche in questo caso siamo all’alba degli anni Trenta, ma Wolfram è un vero e proprio western: coi fuorilegge, i cavalli, il saloon, i minatori. Solo con gli aborigeni (e i figli nati da padri bianchi e madri aborigene) al posto di quelli che un tempo, per brevità, si indicavano come “gli indiani”.
La vicenda è in qualche modo corale, con una serie di rivoli narrativi che pian piano confluiscono gli uni negli altri fino a una chiusura del cerchio definitiva, le immagini sono forti e suggestive, la narrazione ha quel qualcosa di ellittico, misterioso e in fin dei conti magico che ha a che fare col continente e con il cinema australiano. Ci sono bambini che lavorano in miniera, c’è una donna aborigena che parte alla volta del Queensland col compagno cinese in cerca di una vita migliore, un solitario colono e due figure losche che arrivano in un villaggio con intenzioni rapaci e violente.


Diretto e fotografato da Warwick Thornton, scritto da David Tranter e Steven McGregor, Wolfram ha un anche approccio molto fisico al racconto, passando per i luoghi, i volti, soprattutti i nugoli di mosche e insetti che affollano ogni singola inquadratura, si posano sui volti dei personaggi come sui corpi degli animali, si assiepano sul dorso delle giacche e le falde dei cappelli. È un film che parla della violenza dell’uomo bianco, di razzismo, di minoranze che si aiutano tra loro, della storia e dell’identità di una nazione e di una sua società. Non un capolavoro, ma si lascia guardare (anche perché è bello da vedere).



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martedì 17 febbraio 2026

Buon compleanno John Travolta: dedichiamogli 5 fllm in streaming per i suoi 72 anni

Compie oggi 72 anni John Travolta, attore che a partire dalla metà degli anni ‘70 ha scritto pagine memorabili di cinema americano. Anche se non centra un successo di critica o commerciale da qualche tempo, Travolta rimane senza alcun dubbio uno dei protagonisti principali della Hollywood contemporanea. Eccovi dunque i cinque film in streaming con cui vogliamo rendergli omaggio. Buona lettura.

Cinque film in streaming interpretati da John Travolta, il quale compie oggi 72 anni

  • Carrie, lo sguardo di Satana
  • La febbre del sabato sera
  • Pulp Fiction 
  • Get Shorty 
  • Face/Off - Due facce dell’assassino 

Carrie, lo sguardo di Satana (1976)

Il primo grande successo di critica e pubblico Travolta lo ottiene grazie a Brian De Palma, il quale adatta il romanzo di Stephen King in maniera entusiasmante. Grazie anche alla prova sontuosa di Sissy Spacek, Carrie, lo sguardo di Satana si trasforma in un successo commerciale incredibile, confermando definitivamente la grandezza del proprio autore. Arrivano le candidature all’Oscar come miglior attrice e a attrice non protagonista (Piper Laurie). Disponibile su CHILI, Google Play, Apple Itunes, Netflix, TIMVision, Amazon Prime Video.

La febbre del sabato sera (1977)

Per il dramma newyorkese diretto dal grande artigiano John Badham Travolta ottiene la sua prima nomination all'Oscar come miglior attore protagonista, ma soprattutto si impone come simbolo generazionale. Il suo stile di ballo sulle canzoni leggendarie dei Bee Gees lo rende immediatamente un’icona. La febbre del sabato sera viene ricordata soprattutto per quello quando si tratta anche di un film durissimo, che racconta il vuoto esistenziale di una generazione senza più ideali né idoli dopo il Vietnam. Grande prova per un titolo di culto di quel decennio. Disponibile su Rakuten TV, CHILI, Google Play, Infinity +,  Apple Itunes, TIMVision, Amazon Prime Video, Paramount +.

Pulp Fiction (1994)

Palma d’oro a Cannes, Oscar per la miglior sceneggiatura per il film iperbolico diretto da Quentin Tarantino. John Travolta trova una graziosa resurrezione artistica dopo un periodo di alterne fortune grazie al suo Vincent Vega, criminale chiacchierone e irresistibile insieme a Samuel L. Jackson. Uma Thurman, Bruce Willis, Ving Rhames e il resto del cast contribuiscono a fare di Pulp Fiction il film manifesto di una generazione di appassionati di cinema di genere. Reinvenzione fantasmagorica e irresistibile del cinema di serie B. A suo modo geniale. Ma Tarantino in seguito ha fatto di meglio…Disponibile su Rakuten TV, CHILI, Google Play, Infinity +,  Apple Itunes, Netflix, TIMVision, NOW, Paramount +.

Get Shorty (1995)

Ispirato dal romanzo omonimo di Elmore Leonard, Get Shorty fonde crime-movie con la commedia che prende in giro Hollywood con una leggerezza che non diventa mai superficialità. Barry Sonnenfeld dirige un film spiritoso e grintoso che vede nel cast anche Gene Hackman, Danny De Vito, Renee Russo, James Gandolfini e Dennis Farina. Ancora una volta il fascino guascone di Travolta mette tutti d’accordo, e l’attore arriva al Golden Globe. C’è un tono in questo lungometraggio davvero difficile da esprimere o ritrovare in questo tipo di cinema. Spassoso e coinvolgente. Disponibile su CHILI, Google Play, Apple Itunes, Amazon Prime Video.

Face/Off - Due facce dell’assassino (1997)

Chiudiamo con il capolavoro sfrontato di John Woo che cambia le regole del cinema d’azione di quel periodo. Face/Off - Due facce dell’assassino è un thriller mozzafiato che vede Travolta scambiare identità con Nicolas Cage in un gioco di specchi mozzafiato. Partecipano a questo film pirotecnico anche Joan Allen, Dominique Swain, Gina Gershon. Dall'inizio travolgente al finale burrascoso, questa trottola cinematografica mette l’istrionismo del grande autore al servizio di due attori in stato di grazia. Enorme successo al botteghino, e anche la critica (soprattutto europea) deve inchinarsi a questa visione paradossale e ispiratissima. Magnifico ancora oggi. Disponibile su Google Play, Apple Itunes, NOW, Disney +.



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Dispacci dalla Berlinale 2026: la contessa e la ballerina

Il sole è durato poco, nel cielo sopra Berlino. Tutto è di nuovo grigio ma almeno non piove (semmai nevica). Fa freddo, e si starebbe meglio in sala che fuori, non fosse che spesso i film non aiutano. A proposito di sale. Io sto vedendo praticamente tutto quello che vedo dividendomi tra i due cinema dove si svolgono le proiezioni per la stampa: il primo è quello del Berlinale Palast, che chiaramente cinema puro non è, e che - come nell’Auditorium romano - ci si deve sedere su scomodi sediolini rossi: non ho mai capito per quale motivo teatro e concerti classici si debbano fruire stando scomodi. Tutto il contrario il secondo cinema, che sta a pochi passi e si chiama CinemaxX: un cinema già nuovo, sorto con tutto il quartiere di Potsdamer Platz di cui si parlava ieri, ma che un paio di anni fa hanno rifatto sostituendo le poltrone già comode e ampie ma tradizionali con delle poltrone in pelle con schienale reclinabile regolabile elettricamente e con tanto di poggiapiedi. Comode per dormire in caso di fregatura cinematografica, certo, ma quelli della programmazione della Berlinale sono furbi, e i film soporiferi li mettono al Palast, mentre al CinemaxX ci sono le cose che tendenzialmente ti tengono sveglio. Per esempio i due film di cui vi parlo oggi li ho visti rispettivamente al CinemaxX e al Palast.

The Blood Countess

La chiamavano “La contessa di Dracula”, o “La contessa di sangue”, e infatti il film si chiama The Blood Countess, e racconta Erzsébet Báthory come una vera e propria vampira. Ma se nella realtà la Báthory è stata una nobildonna ungherese dai tratti sadici e psicopatici, che ha ucciso centinaia di giovani ragazze e che si dice facesse il bagno nel sangue delle vergini come cura di bellezza, e se nella cultura di massa - nella musica, come nei romanzi, nei videogame e nei film - è sempre stata una figura oscura, perversa e crudele, in questo film di Ulrike Ottinger appare sotto una luce decisamente diversa. The Blood Countess è una commedia, una farsa, una rilettura del mito in chiave camp che pare mescolare Fassbinder col Rocky Horror Picture Show.
Isabelle Huppert, impeccabile nonostante la protesi per i denti aguzzi che di tanto in tanto le crea qualche problema, è una Báthory vagamente decadente e amante della bella vita, delle ragazze e del sangue che si risveglia da un lungo sonno per apparire in una Vienna senza tempo, nella quale le stratificazioni della storia collassano l’una nell’altra, con lo scopo di rintracciare un libriccino dalle copertina di pelle rossa marocchina che, se letto, porterebbe alla morte di tutti i vampiri del mondo. Al suo fianco, con grande piacere, la sua fida cameriera Hermine (Birgit Minichmayr), personaggio alla Magenta; e, più malvolentieri, il suo nipote più giovane, vampiro anche lui come tutta la famiglia ma vegetariano e goloso di dolci, di nome Rudi Bubi von Strudel (Thomas Schubert). Contro o attorno a loro, due anziani vampirologi, poliziotti che sembrano usciti dal P’tit Quinquin di Bruno Dumont, lo psicoterapeuta di Bubi (Lars Eidinger) e perfino Conchita Wurst (in vari ruoli compreso quello di sé stessa).


Si sarà capito che The Blood Countess è un film strampalato, demenziale e colto assieme (i dialoghi sono stati scritti dalla regista assieme alla Premio Nobel Elfriede Jelinek, che ha curato in particolare i tanti riferimenti alla storia e alla cultura di Vienna e dell’Austria tutta), dove tutto è barocco e un po’ visionario, spesso anche sgangherato oltre le intenzioni dell’autrice. Forse Ottinger voleva dire anche qualcosa sul presente, ma se è così, non si è ben capito. Ma con tutti i suoi limiti, e con l’essere forse un po’ senile, The Blood Countess ha comunque il merito di essere anche piuttosto divertente, e decisamente pagliaccione.

At the Sea

Se Ulrike Ottinger non si prende troppo sul serio, chi si prende sempre tantissimo sul serio è l’ungherese Kornél Mundruczó (quello, per dire, di Pieces of a Woman), per la prima volta in concorso al Festival di Berlino con il suo nuovo film che si intitola At the Sea. Anche in questo caso la protagonista è una donna, la Laura di Amy Adams, appena tornata dalla sua famiglia nella casa di Cape Cod che era stata di suo padre dopo sei mesi di assenza. Il padre di Laura era un famoso coreografo con una grande inclinazione per l’alcool e le droghe e poca attenzione per la figlia; da lui Laura ha ereditato passione e talento per la danza, ma anche quello per il bere, e quei sei mesi di assenza li ha passati a disintossicarsi dopo un brutto incidente d’auto. Ma iniziare un nuovo capitolo della sua vita, tra i fantasmi del passato, le pressioni del presente e le incertezze del futuro non sarà per lei facile: più facile tenersi lontano dalla bottiglia che altro.


Amy Adams, per carità, è brava come al solito (anche se la preferisco in ruoli meno depressi), ma il melodramma di Mundruczó, infarcito di insistenze, momenti inutilmente pensosi, flashback languido-traumatici e - ovviamente - goffi e inappropriati momenti di danza, non riesce mai a conquistare o a emozionare. A dirla tutta, non si capisce bene per qualche motivo si dovrebbe empatizzare con Laura, una che peraltro giustamente cerca pure di non essere compatita da amici e familiari di dubbia simpatia, visto che non c’è nulla nella sua storia di così personale o così ben raccontato da farcela sentire vicina. Non sarà senile, At the Sea, ma è cinema stanco, già visto, predigerito, omogeneizzato, perfino prescrittivo: perché lo spettatore non lo accompagna da qualche parte ma lo spinge verso un’emozione precotta e processata che è senza sapore.



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lunedì 16 febbraio 2026

I migliori film in streaming di Bill Nighy, nel cast di Mission Shelter

Nel cast dell’action Missione Shelter, in arrivo questa settimana e che vede protagonista lo specialista del genere Jason Statham, troviamo anche il grande veterano Bill Nighy. Specializzato nella commedia dove si è distinto con interpretazioni sublimi, l'autore ha esplorato volentieri anche altri generi come il fantastico e il dramma, ottenendo discreti successi di pubblico. Eccovi dunque cinque film in streaming selezionati tra i migliori della filmografia di Bill Nighy, interprete che amiamo qualsiasi ruolo scelga. Buona lettura.

Cinque film in streaming interpretati da Bill Nighy, nel cast di Missione Shelter

  • Love Actually - L’amore davvero
  • L’alba dei morti dementi
  • I Love Radio Rock 
  • Questione di tempo
  • Living 

Love Actually - L’amore davvero (2003)

Il film di culto diretto da Richard Curtis vede Bill Nighy divertentissimo e  sempre pigliato primeggiare in un cast che comprende Emma Thompson, Hugh Grant, Colin Firth, Keira Knightley, Liam Neeson, l’indimenticato Alan Rickman e molti altri. Love Actually - L’amore davvero lavora su una sceneggiatura briosa che sa sfruttare al meglio il cast corale. Ci si diverte, ci si intenerisce. Insomma, tutto funziona a dovere per questo oggetto cinematografico amato da praticamente tutti. La dichiarazione d’amore alla Knightley fatta con i cartelli è entrata nella storia del cinema. Night vince il BAFTA come non protagonista. Disponibile su Rakuten TV, Google Play, Apple Itunes, Amazon Prime Video.

L’alba dei morti dementi (2004)

Partecipazione come sempre briosa a un altro film di culto come la parodia dello zombie-movie che ha lanciato la carriera del regista Edgar Wright e del protagonista Simon Pegg. E a ragion veduta, in quanto L’alba dei morti dementi non risparmia gore ma si regge su una serie interminabile di trovate comiche irresistibili. Partecipazioni straordinarie anche per Martin Freeman e Rafe Spall, mentre Nick Frost come spalla di Pegg è impagabile. Enorme successo nel Regno Unito, consacrazione a livello internazionale per una commedia al sangue sbarazzina e nonsense come tutte dovrebbero essere. Geniale a tratti. Disponibile su Rakuten TV, Google Play, Apple Itunes, Amazon Prime Video.

I Love Radio Rock (2009)

Ancora Richard Curtis dirige questa commedia corale quasi totalmente ambienta in una piccola nave dove risiedono i realizzatori di una radio pirata. I Love Radio Rock non possiede la coerenza strutturale degli altri film di Curtis, ma si distingue per la sua messa in scena libera e viscerale, con momenti di cinema corale davvero suggestivo. Nel cast di I Love Radio Rock spicca il mai dimenticato Philip Seymour Hoffman, in un ruolo dolcissimo e variegato. Cinema di svago ma con un’anima gentile e idealista. Nighy come pirata portante della combriccola di squinternati è semplicemente irresistibile. Da vedere soprattutto per lui. Disponibile su Rakuten TV, Google Play, Apple Itunes, Amazon Prime Video.

Questione di tempo (2013)

Questa volta la dimensione comica del film di Curtis viene accostata a quella romantica con esiti sorprendenti e potenti. Domhnall Gleeson è protagonista di Questione di tempo, dove tenta di rubare il cuore di una bravissima Rachel McAdams. A Nighy il ruolo struggente del padre del protagonista, il quale possiede il suo stesso dono fantastico. Sceneggiatura piena di idee potenti, qualche risata ma soprattutto una marea di sentimenti  palpitanti. Altro piccolo gioiello di cinema semplice eppure raffinato, composito ma capace di arrivare dritto al cuore. I duetti tra Gleeson e Nighy sono la cosa migliore del film, strappalacrime nel senso migliore del termine. Disponibile su Rakuten TV, CHILI,Google Play, Apple Itunes, Amazon Prime Video, NOW.

Living (2022)

Arriva per Nighy una meritatissima nomination all’Oscar per questo dramma in costume diretto da  un molto ispirato Oliver Hermanus. remake del film bellissimo di Akira Kurosawa, Living ci regala un protagonista di possanza psicologica e statura morale elevatissime, che incarna il meglio delle qualità intrinseche dell’essere umano. Ricostruzione d’epoca accurata e al tempo stesso semplicissima, attori di contorno che supportano ottimamente il ruolo principale. Film che emoziona quasi in silenzio, che si lascia seguire nella sua fluidità drammatica di innegabile efficacia. Nomination anche per la sceneggiatura non originale scritta del grande romanziere Kazuo Ishiguro. Per palati fini e desiderosi di emozioni intense. Bellissimo. Disponibile su CHILI, Google Play, Apple Itunes, TIMVision, Amazon Prime Video.



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Il Signore degli Anelli: Caccia a Gollum, il ruolo di Gandalf rivelato da Ian McKellen

Ian McKellen ha offerto un nuovo aggiornamento in merito al ritorno di Gandalf nella Terra di Mezzo e sul ruolo che giocherà ne Il Signore degli Anelli: Caccia a Gollum. Nuovo capitolo diretto da Andy Serkis, che riprenderà anche il ruolo dell’infida creatura ossessionata dall’anello del potere, Caccia a Gollum racconta di eventi che si collocano nella trama de La Compagnia dell’Anello. Per tale occasione, riapparirà anche il Gandalf di Ian McKellen e quest’ultimo, in una recente intervista, ha rivelato il ruolo che avrà il suo personaggio ai fini della trama.

Il Signore degli Anelli: Caccia a Gollum, Ian McKellen rivela che ruolo avrà Gandalf nel film

Il pubblico freme all’idea di tornare nella Terra di Mezzo con personaggi che hanno appassionato il grande schermo nei primi Anni 2000. Oltre a Gandalf interpretato da Ian McKellen, il cast potrebbe contare anche su Frodo di Elijah Wood, il cui ritorno sembra essere quasi una certezza. Non è chiaro cosa ne sarà di Aragorn, altro personaggio principale di Caccia a Gollum. Come suggerito da Ian McKellen, i due personaggi collaboreranno per contrastare la creatura ammaliata dall’Anello del Potere. In una recente intervista, come riporta ComicBook, McKellen ha rivelato: “Non sono nella posizione di dirlo, ma la sceneggiatura è pensata per piacere a chi ha amato Il Signore degli Anelli. È una storia d’avventura, con Aragorn alla ricerca di Gollum e Gandalf che dirige le operazioni da bordo campo”.

Peter Jackson è coinvolto nel progetto come produttore, mentre Philippa Boyens e Fran Walsh si occuperanno della sceneggiatura del film. Non molto tempo fa, TheOneRing.net ha anche condiviso quella che dovrebbe essere la sinossi di Caccia a Gollum: “Prima della Compagnia, l'ossessione di una creatura è la chiave per la sopravvivenza della Terra di Mezzo, o per la sua fine. Ne Il Signore degli Anelli: Caccia a Gollum, incontriamo il giovane Sméagol, un outsider attratto da cianfrusaglie e malizia, molto prima che l'Unico Anello lo consumasse e iniziasse la sua tragica discesa nella creatura torturata e ingannevole Gollum. Con l'anello perso e portato via da Bilbo Baggins, Gollum si ritrova costretto a lasciare la sua caverna alla sua ricerca. Gandalf il Grigio chiama Aragorn, ancora noto come il ranger Grampasso, per rintracciare l'inafferrabile creatura la cui conoscenza del nascondiglio dell'anello potrebbe far pendere la bilancia a favore dell'Oscuro Signore Sauron. Ambientato nel periodo oscuro tra la scomparsa di Bilbo nel giorno del suo compleanno e la formazione della Compagnia, questo pericoloso viaggio attraverso gli angoli più oscuri della Terra di Mezzo rivela verità inespresse, mette alla prova la determinazione del suo futuro re ed esplora l'anima spezzata e la storia passata di Gollum, uno dei personaggi più enigmatici di Tolkien”. Ad oggi è stato confermato il ritorno di Ian McKellen e di Andy Serkis, così come è stato fortemente suggerito il ritorno di Frodo di Elijah Wood. Per quanto riguarda Aragorn, pare che sia in corso il casting per la scelta di un interprete più giovane.



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