mercoledì 26 febbraio 2020

Berlin Alexanderplatz: recensione della versione di Burhan Qurbani in concorso al Festival di Berlino 2020


Il romanzo di Doblin viene riproposto da un autore che la rielabora al giorno d'oggi, con al centro un immigrato africano.

Aggiornare un classico della letteratura al mondo di oggi, a una realtà europea in cui l’immigrazione ha cambiato le società e anche quelle vicende potrebbero essere declinate in maniera diversa. Curioso che un tentativo del genere sia arrivato nello stesso periodo, a distanza di qualche mese, prima dal francese Ladj Ly, con Les Miserables, che nella stessa realtà periferica parigina scelta da Victor Hugo ha ambientato la sua versione liberamente tratta quel canovaccio, riuscendo brillantemente a rielaborarla. Tocca ora al romanzo degli anni ’20, Berlin Alexanderplatz, avere una sua nuova versione, sempre negli stessi luoghi, ma in una realtà sociale che li abita completamente diversa. Non altrettanto ben riuscito, questo tentativo di Burhan Qurbani, nato in Germania da rifugiati afghani, fa di Francis, il protagonista delle vicende raccontate in maniera celebre e immortale da Fassbinder della serie televisiva omonima, un immigrato che arriva a Berlino dopo un lungo, impervio e ben attuale viaggio nel Mediterraneo.

Ha attraversato l’Africa, infatti, unico sopravvissuto di una traversata finita sulle spiagge dell’Europa meridionale, con un solo obiettivo: emigrare, in cerca di un futuro migliore. Vuole essere un “decent man”, una persona per bene. Un tormentone che appesantisce di una valenza morale il film qua e là, specie nel finale. Chi conosce la storia originale immagina che Francis si farà tentare dalle scorciatoie delle nuova realtà in cui è giunto. Va detto, e qui sta il tentativo vero del regista di rielaborare e attualizzare questa storia, come non sia certo facile essere un immigrato illegale nella Germania (anche Europa) di oggi. Senza documenti, senza una nazione e ovviamente senza un permesso di lavoro.

La tentazione appare sotto forma di Reinhold, esagitato suo coetaneo che gli promette soldi facili. Un tentativo di resistere lo farà anche, Francis, ma poi verrà assorbito nel sottobosco dello spaccio di droga berlinese, dopo aver picchiato a sangue - ecco la sua natura violenta che riemerge - un collega con cui lavorava (semi)legalmente in un cantiere. Sono solo le dinamiche di partenza di un film che ci urla in faccia ogni passaggio dei suoi protagonisti, con una voce fuori campo fastidiosa, un tasso di nevrosi generale che rende tutto sopra le righe, anche la macchina da presa e il pantone di chi ha selezionato i colori degli interni.

Non mancano il sesso e le donne, alcune dark altre candide e pronte a supportare il percorso del nostro neoberlinese lungo il giusto cammino. La parabola, però, risulta trita e ritrita, oltre che lunga infinite 3 ore, e l’autorevole materiale di partenza poco più che una buona trovata per rendere l’ascesa e la caduta di un outsider qualcosa confezionato con maggiore seduzione promozionale.



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