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giovedì 12 novembre 2020

To the lake (Stagione 1) - Teste di Serie

Procedere verso qualcosa di ignoto è sempre stato il mediatore più importante che l'uomo abbia avuto a sua disposizione: dalla lotta con la paura della morte all'approdo verso un grande amore, da una scelta da fare fino ai passaggi per la riconfigurazione dell'identità. Qui il tema ha la sua cornice in un mondo fantastico quanto aderente, angosciosamente aderente, al nostro contemporaneo. La scrittura dei personaggi apre a profondità universali, atte a coinvolgere lo spettatore, a identificarlo in emozioni mai banalmente raccontate.

Mosca è blindata; una pandemia sta mettendo le tende in tutta la Russia mentre il gelo dell'inverno attanaglia i corpi e ghiaccia le enormi strade. Sergej, Seryozha, ha deciso di abbandonare la città insieme alla compagna, la psicologa Anna, e al figlio di quest'ultima, l'adolescente Misha, affetto da una forma di autismo. La lotta contro il tempo non impedisce a Seryozha di prendersi cura anche dell'ex moglie Irina, del loro figlioletto Antosha e dell'anziano padre ubriacone, appena piombato in città. A questo gruppo si aggiunge la famiglia del ricco Leonid, con la compagna incinta Marina e la figlia adolescente Polina. I nostri, in un mondo divenuto inferno, dovranno raggiungere un luogo distante centinaia di chilometri.

La serie, gestita da una coperta di otto episodi, utilizza tre meccanismi di genere con un ritmo narrativo che non cala mai d'intensità, bilanciando bene riflessione e atto tensivo. Abbiamo, sulla scorta della serie Chernobyl, il dramma pandemico in chiave distopica, a cui si aggiunge il road movie su sponda russa, di fatto con enormi spazi innevati e luoghi spesso poetici quanto minacciosi; infine risulta determinante il dramma psicologico dei personaggi, che affonda le sue radici nella tradizione drammaturgica russa, mostrando profondi conflitti emotivi, esistenziali in continua dialettica con il senso di paura, veicolato dal tema del virus e dal “mondo” degli infetti. La m.d.p. oscilla tra primi piani, campi medi ed enormi totali che mostrano la bellezza del paesaggio della Tundra. Spesso la regia si prende la licenza di giocare con i movimenti di macchina, con quest'ultimi che metaforizzano il senso di spaesamento e vertigine dei vari personaggi.

Il controllo sociale, l'amore adolescenziale, il senso di scoperta, la paura della morte e l'amare una persona nonostante le difficoltà del reale, sono solo alcuni dei temi sviscerati da To the lake. La cornice è l'idea, drammaticamente attuale, della pandemia che tuttavia, episodio dopo episodio, lascia il passo e la concentrazione a una scrittura densa, strutturata e coerente. Un prodotto di grande qualità.

(Epidemiya); genere: drama, sci-fi, thriller; showrunner: Pavel Kostomarov, Yana Vagner; stagioni: 1 (in attesa di rinnovo); episodi prima stagione: 8; interpreti: Kirill Käro, Maryana Spivak, Aleksandr Robak, Viktoriya Isakova, Eldar Kalimulin, Natalya Zemtsova, Viktoriya Agalakova; produzione: 1-2-3 Production; network: Premier (Russia, 19 novembre 2019), Netflix (Italia, 8 ottobre 2020); origine: Russia, 2019; durata: 45'/60'; episodio cult prima stagione: 1x08.



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Festa del cinema di Roma 2020 - Selezione ufficiale: Des nos frères blessés

Le condizioni di convivenza tra algerini e francesi erano molto tese nel 1956 e per questo molti abitanti di Algeri si organizzano per protestare contro le disparità sociali e economiche.

Tra di essi vi era Fernand Iveton, operaio comunista anticolonialista: si arruolò come ribelle e militante al FNL, aveva trent'anni quando piazzò una bomba nella sua fabbrica di Belcourt ad Algeri. Venne denunciato e arrestato prima che la bomba esplodesse. Non ci furono di conseguenza né morti né feriti, ma a quei tempi Iveton, unico algerino di origine europea, venne condannato a morte e ghigliottinato, nonostante molte prove fossero a favore, visto che le sue intenzioni erano quelle di avvertire il governo del dissenso non di causare morti.

Da questa storia vera è stato tratto Des nos frères blessés di Hélène Cisterne, ormai affermata regista parigina. A differenza di coloro che sostengono che il film si sia concentrato poco sulla Storia, dobbiamo rispettarne la coerenza narrativa, visto che è molto fedele all'omonimo romanzo di Joseph Andras (edito da Fazi) da cui è tratto, e quindi anche la sceneggiatura si sviluppa attorno agli eventi che lo scrittore aveva voluto sottolineare: la storia d'amore con la bella Hélène, interpretata da una meravigliosa Vicky Krieps e sui giorni del processo.

Iveton, un Vincent Lacoste in vero e proprio stato di grazia, viene raccontato, fedelmente come nel testo di base, nella parte più difficile della sua vicenda, ovvero quando realizza che tutto è perduto e che la felicità con il suo amore, sembrava solo un ricordo sbiadito e irripetibile.

È nella scelta registica di una cinematografia intimista, in cui le scene si concentrano molto nelle inquadrature degli sguardi, dei corpi dei due attori eccellenti nella loro complicità tra il drammatico e lo sturmeriano.

Seppur in numero più esiguo, non sono meno intense le parentesi in cui i personaggi ribelli vengono ritratti con un maturo realismo storico, fungendo da presagio allo strazio degli ultimi giorni: l'arresto, l'interrogatorio, la detenzione e il processo di Iveton, evoca anche l'infanzia nel suo paese, l'Algeria, e si sofferma sul suo incontro in Francia con Hélène, sottolineando il paradiso perduto, l'inesorabile violenza e la preannunciata fine.

Nel film di Hélène Cisterne la letteratura quindi fa da guida ad un cinema raffinato, ideologico ma senza eccedere, che preferisce concentrarsi sulle emozioni di una persona che come tutti ha amato e sperato in un'evoluzione della storia meno ingiusta e crudele e che diventerà sua moglie. L'estrema violenza delle ultime settimane della sua esistenza viene così messa in prospettiva con la felicità del passato, quasi a ricordare che Fernand Iveton è semplicemente un uomo che avrà amato e sperato.

(Dés nos frères bléssès) Regia: Hélier Cisterne; sceneggiatura: Katèll Quillevere; fotografia: Hachame Alaouie; montaggio: Lila Desiles; musica: Emil Sornin; interpreti: Vincent Lacoste, Vicky Krieps; produzione: Justin Taurand; origine: Francia; durata: 100'.



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Festival dei Popoli - Apertura: PATTI IN FLORENCE

Il 1979 è un anno chiave nella storia dei concerti dal vivo in Italia. Dopo anni in cui - in seguito a numerosi disordini nei quali l'evento musicale diventava in prima battuta un pretesto per disputare scontri politici non solo fra chi voleva “sfondare” entrando senza pagare e la polizia ma anche fra diverse frange del movimento – di fatto le band straniere (ma anche italiane) avevano evitato di esibirsi nel nostro paese, si provò timidamente a ricominciare. L'evento che segnò un nuovo inizio e che tutti ricordano fu la mini tournée di Patti Smith che si esibì per due giorni di seguito da prima a Bologna (il 9 settembre del 1979) e l'indomani, il 10, a Firenze. Chi scrive vive nel capoluogo toscano e all'epoca aveva diciannove anni, quel giorno era in Germania (mai andare in Germania, direbbe Alfeo Sassaroli, alias Adolfo Celi, il chirurgo di Amici miei), ma ha sentito tanti amici raccontare di quell'evento divenuto fin da subito mitico, sia per le ragioni appena menzionate, sia perché quel concerto fu quello conclusivo di un lungo tour europeo - e più in generale da allora per la bellezza di 17 anni Patti Smith non si fece più vedere su un palcoscenico.

Poco più di dieci anni fa, nel 2009, Patti Smith tornò a Firenze a celebrare il trentennale di quell'evento, dando vita a una serie di performance, mostre e concerti in giro per la città. In quelle giornate la cantante e poetessa venne accompagnata da una troupe cinematografica. E alla macchina da presa allora c'era Edoardo Zucchetti, fiorentino, che all'epoca aveva ventitré anni e che adesso ne ha trentaquattro e con questo documentario – che apre la 61° edizione del Festival dei Popoli (15-22 novembre 2020) - esordisce alla regia cinematografica, dopo essersi già da tempo dedicato alla regia operistica. Patti in Florence alterna dunque almeno quattro periodi: il 1979, di cui sono rimasti moltissimi ricordi, fotografie analogiche e un audio non esattamente perfetto, ma a quanto sembra niente video; molte sequenze del 2009, queste sì in video, fra le quali Patti che fiera di avere il pass con sopra scritto “Artista di strada” si esibisce in San Frediano, canta e dialoga insieme a giovani band fiorentine al Teatro del Sale di Fabio Picchi, lo chef del "Cibreo", canta Because the Night alla Galleria dell'Accademia accanto al David di Michelangelo, si esibisce in un reading alla Biblioteca delle Oblate, canta e recita Howl di Allen Ginsberg in Piazza Santa Croce nel concertone finale a cui assiste Gino Strada che proprio in quei giorni le fece conoscere “Emergency” di cui la cantante e poetessa di Chicago è da allora una grande ammiratrice e sostenitrice. Interviste a componenti della band e molte sequenze dal vivo risalgono a un ulteriore concerto di Patti Smith, all'Anfiteatro delle Cascine nel 2015. Al 2019/2020 infine sono riservati i ricordi dei testimoni di allora, dell'evento da cui tutto il film scaturisce: da celebri critici musicali come Assante e Castaldo, a membri della PFM, al manager italiano di Patti Smith Stefano Righi, fino a tutta una serie di figure ultranote ai fiorentini (l'organizzatore Claudio Bertini, Michele Ventura, vicesindaco di Firenze e dirigente del PCI toscano, che organizzò il servizio d'ordine di quel concerto, Benedetto Ferrara, giornalista musicale e sportivo di “Repubblica”, etc. etc).

Forse un po' troppo celebrativa e qua e là stucchevole la parte del 2009, con Patti Smith che si aggira per Firenze come fosse una specie di santa laica. La sezione ambientata ai giorni nostri pecca invece di un certo provincialismo, per un eccesso, anche nel vernacolo, di fiorentinità (torna in mente, com'è ovvio, un celeberrimo passaggio di Boris: “Però c'è un'altra cosa che voglio dirti, che credo sia il vero merito di questa fiction: è che non ci sono toscani, nessuno che dice la mi' mamma, il mi' babbo, passami la ‘arne, la ‘arta, perché con quella ‘c' aspirata e quel senso dell'umorismo da quattro soldi, i toscani hanno devastato questo paese”). Essa resta tuttavia molto interessante come rievocazione dell'importanza storica di quel concerto del 1979, non solo alla luce delle testimonianze orali, ma anche e soprattutto per i documenti giornalistici convocati da Zucchetti; basti pensare che l'arrivo di Patti Smith in Italia venne addirittura annunciato dalle copertine dell'Espresso e di Panorama. L'Espresso accompagnava la foto provocatoria e un po' inquietante della cantante con il titolone: “Il diavolo Patti Smith. È in arrivo in Italia l'idolo canoro dei giovani, chi è, che cosa significa, su quali stati d'animo agisce”.

Insomma, un evento non solo musicale ma epocale che tutti gli intervistati non omettono di celebrare, rievocazione qua e là nostalgica di un'Italia piena di fermenti, piena di vita e in cui – a differenza di quanto accade oggi, bisogna pur dirlo – i giovani erano molto molto più protagonisti dell'agire culturale, sociale e politico. E c'era anche Enrico Berlinguer che – lo ricorda Ventura – salutò con grande attenzione e rispetto l'entusiasmo dei 150.000 giovani che andarono a Bologna e a Firenze a vedere il concerto di Patti Smith.

(Patti in Florence); Regia: Edoardo Zucchetti sceneggiatura: Edoardo Zucchetti; fotografia: Simone Cariello, Edoardo Zucchetti, montaggio: Daniele Drovandi; interpreti:Patti Smith, Ernesto Assante, Gino Castaldo, Michele Ventura, Benedetto Ferrara, Claudio Bertini, Franz Di Cioccio, Stefano Righi produzione: Fondazione Sistema Toscana origine: Italia 2020; durata: 97'. Proposta: 3 stelle.



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mercoledì 11 novembre 2020

Festa del cinema di Roma 2020 - Selezione ufficiale: Des frères blessés

Le condizioni di convivenza tra algerini e francesi erano molto tese è molti abitanti di Algeri si organizzano per protestare contro le disparità sociali e economiche, tra questi vi è Fernand Iveton, operaio comunista anticolonialista.

Si arruolò come ribelle e militante al FNL, aveva trent'anni quando piazzò una bomba nella sua fabbrica di Belcourt.

Venne denunciato e arrestato prima che la bomba esplodesse. Non ci furono di conseguenza né morti né feriti, ma a quei tempi Iveton unico algerino di origine europea venne condannato a morte e ghigliottinato nonostante molte prove fossero a favore, visto che le sue intenzioni erano quelle di avvertire il governo del dissenso non di causare morti.

A differenza di coloro che sostengono che il film francese si concentri poco sulla storia, né possiamo comprendere il motivo è rispettarne la coerenza narrativa, visto che è molto fedele al libro, e quindi anche la sceneggiatura di sviluppa attorno agli eventi che lo scrittore aveva voluto sottolineare: la storia d'amore con la bella Hélène, interpretata da una meravigliosa Vicky Krieps e sui giorni del processo.

Iveton intrpretato da Vincent Lacoste, in un vero e proprio stato di grazia, viene raccontato, fedelmente come nel testo narrativo, nella parte più difficile della sua storia, ovvero quando realizza che tutto è perduto e che la felicità con il suo amore, sembrava solo un ricordo sbiadito e irripetibile.

È nella scelta registica di una cinematografia intimista, in cui le scene si concentrano molto nelle inquadrature degli sguardi, dei corpi dei due attori eccellenti nella loro complicità tra il drammatico e lo sturmeriano.

Seppur in numero più esiguo non sono meno intense le parentesi in cui i personaggi ribelli vengono ritratti con un maturo realismo storico, fungendo da presagio allo strazio degli ultimi giorni: l'arresto, l'interrogatorio, la detenzione e il processo di Iveton, evoca anche la sua infanzia nel suo paese, l'Algeria, e si sofferma sul suo incontro in Francia con Hélène, sottolineando il suo paradiso perduto e l'inesorabile violenza e la preannunciata fine.

Nel film Des nos freres bléssès, diretto da Hélène Cisterne, ormai affermata regista parigina, la letteratura è la guida di un cinema raffinato, ideologico ma senza eccedere, che preferisce concentrarsi sulle emozioni di un uomo che come tuti ha amato e sperato in un'evoluzione della storia meno ingiusta e crudele, che diventerà sua moglie. L'estrema violenza delle ultime settimane della sua esistenza viene così messa in prospettiva con la felicità del passato, quasi a ricordare che Fernand Iveton è semplicemente un uomo che avrà amato e sperato.

(Dés nos frères bléssès) Regia: Hélier Cisterne; sceneggiatura: Katèll Quillevere; fotografia: Hachame Alaouie; montaggio: Lila Desiles; musica: Emil Sornin; interpreti: Vincent Lacoste, Vicky Krieps; produzione: Justin Taurand; origine: Francia; durata: 100'.



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To the lake (Stagione 1) - Teste di Serie

Procedere verso qualcosa di ignoto è sempre stato il mediatore più importante che l'uomo abbia avuto a sua disposizione: dalla lotta con la paura della morte all'approdo verso un grande amore, da una scelta da fare fino ai passaggi per la riconfigurazione dell'identità. Qui il tema ha la sua cornice in un mondo fantastico quanto aderente, angosciosamente aderente, al nostro contemporaneo. La scrittura dei personaggi apre a profondità universali, atte a coinvolgere lo spettatore, a identificarlo in emozioni mai banalmente raccontate.

Mosca è blindata; una pandemia sta mettendo le tende in tutta la Russia mentre il gelo dell'inverno attanaglia i corpi e ghiaccia le enormi strade. Sergej, Seryozha, ha deciso di abbandonare la città insieme alla compagna, la psicologa Anna, e al figlio di quest'ultima, l'adolescente Misha, affetto da una forma di autismo. La lotta contro il tempo non impedisce a Seryozha di prendersi cura anche dell'ex moglie Irina, del loro figlioletto Antosha e dell'anziano padre ubriacone, appena piombato in città. A questo gruppo si aggiunge la famiglia del ricco Leonid, con la compagna incinta Marina e la figlia adolescente Polina. I nostri, in un mondo divenuto inferno, dovranno raggiungere un luogo distante centinaia di chilometri.

La serie, gestita da una coperta di otto episodi, utilizza tre meccanismi di genere con un ritmo narrativo che non cala mai d'intensità, bilanciando bene riflessione e atto tensivo. Abbiamo, sulla scorta della serie Chernobyl, il dramma pandemico in chiave distopica, a cui si aggiunge il road movie su sponda russa, di fatto con enormi spazi innevati e luoghi spesso poetici quanto minacciosi; infine risulta determinante il dramma psicologico dei personaggi, che affonda le sue radici nella tradizione drammaturgica russa, mostrando profondi conflitti emotivi, esistenziali in continua dialettica con il senso di paura, veicolato dal tema del virus e dal “mondo” degli infetti. La m.d.p. oscilla tra primi piani, campi medi ed enormi totali che mostrano la bellezza del paesaggio della Tundra. Spesso la regia si prende la licenza di giocare con i movimenti di macchina, con quest'ultimi che metaforizzano il senso di spaesamento e vertigine dei vari personaggi.

Il controllo sociale, l'amore adolescenziale, il senso di scoperta, la paura della morte e l'amare una persona nonostante le difficoltà del reale, sono solo alcuni dei temi sviscerati da To the lake. La cornice è l'idea, drammaticamente attuale, della pandemia che tuttavia, episodio dopo episodio, lascia il passo e la concentrazione a una scrittura densa, strutturata e coerente. Un prodotto di grande qualità.

(Epidemiya); genere: drama, sci-fi, thriller; showrunner: Pavel Kostomarov, Yana Vagner; stagioni: 1 (in attesa di rinnovo); episodi prima stagione: 8; interpreti: Kirill Käro, Maryana Spivak, Aleksandr Robak, Viktoriya Isakova, Eldar Kalimulin, Natalya Zemtsova, Viktoriya Agalakova; produzione: 1-2-3 Production; network: Premier (Russia, 19 novembre 2019), Netflix (Italia, 8 ottobre 2020); origine: Russia, 2019; durata: 45'/60'; episodio cult prima stagione: 1x08.



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domenica 8 novembre 2020

The queen's gambit (Miniserie) - Teste di Serie

Diventare il migliore non è solo questione di talento: ci vuole una bella e duratura dose di fortuna, allenamento costante e intuito. Ma, anche se forniti di tutti questi “accessori”, a volte non è sufficiente…

E The queen's gambit – tradotto grossolanamente in Italia con La regina degli scacchi, mandando così alla deriva l'esplicito richiamo scacchistico al gambetto di donna – ci mostra proprio l'indispensabile necessità di andare oltre o, per meglio dire, di cercare proprio vicino a noi, tra i nostri affetti, quella compagnia che sa di conforto, che si scrive sostegno e si legge condivisione; proprio come l'orfana geniale Beth Harmon (interpretata divinamente da Ana Taylor-Joy), che, nel mezzo del suo incessante peregrinare tra orfanotrofi, dipendenze e incontri fugaci e illusori, capisce come, se è vero che «si vive insieme e si muore da soli», la sopravvivenza è roba per chiunque, ma vivere una vita quanto più vicina alle proprie ambizioni, è mestiere arduo e davvero delicato.

Ma la miniserie ideata dall'ottimo Scott Frank – già all'opera con il pregevolissimo e caustico Godless e sceneggiatore di qualità -, tratta dal romanzo di Walter Tevis – l'autore dei testi da cui sono stati esportati Lo spaccone e Il colore dei soldi, per citarne un paio -, prima di deliziare l'anima con una storia di formazione dolceamara, incanta grazie a una messa in scena ponderata fin nei minimi dettagli, creando atmosfere conturbanti e ricercando un'espressività visiva perfettamente allineata con le emozioni dei personaggi – e non è cosa da poco.

Di pari passo con il lento incedere e la crescita della giovane Beth, la macchina da presa si affida alla potenza dei dettagli – gli scacchi -, assemblando magnifici campi/controcampi con primi piani serrati, quasi da western d'autore; le partite elevano il loro valore a forme d'espressione che traportano sulla scacchiera le introverse personalità dei protagonisti e, chiaramente su tutti, quella enigmatica, suadente e felina di una Beth/Ana Taylor-Joy mai così brava – già sorprendente in The VVitch di Robert Eggers e in Split di M. Night Shyamalan -, ora spedita, ci si augura, definitivamente in orbita, verso una carriera da diva. Frank sa come dirigerla, ritagliandole una parte da stella d'antan, vorace e potente nel bucare lo schermo, quanto elegante e fragile nella sua rappresentazione di bambina/giovane donna alla ricerca del suo posto nel mondo.
Ma The queen's gambit funziona soprattutto nella sua stesura narrativa, lavorando soprattutto sulla suspense, sfruttando un metodico e progressivo processo di accumulo: dalle “origini del mito” nello scantinato dell'orfanotrofio – vitale la presenza del custode, il signor Shaibel, a cui presta corpo e sostanza un ingombrante e minimale Bill Camp -, passando per l'iniziazione dei primi tornei locali, fino all'affermazione di Harmon come gran maestro a livello mondiale. E il personaggio-magnete della rossa prodigio attira chiunque le capiti affianco, trascinandoli nel proprio spazio, per trasformarsi di volta in volta verso un status definitivo: quello dell'icona, della donna “compiuta” in una società maschilista e patriarcale, della creatura aliena arsa dal genio e da una buona dose di sregolatezza. E tutto, dalle partite di scacchi, agli incontri più o meno duraturi, rappresenta un passo dopo l'altro verso la scoperta, verso una crescita che termina con la consapevolezza di un'espansione, di una felicità e di un appagamento stimolati dalla condivisione e dall'altrui sostegno.

Frank ha ben chiaro ogni passaggio della storia che vuole raccontare e lo mette in scena senza giri a vuoto, evitando fiammate improvvise, ma calcolando alla perfezione ogni dinamica – in questo senso, spiccano la sfida tra Beth e Townes, in cui il movimento degli scacchi danno corpo alla curiosità e alle spinte emotive di entrambi, in un confronto tanto serrato, quanto intimo e ingenuo, e la conquista finale del titolo mondiale, giocata in un'atmosfera da velata spy-story, in cui l'essenza dell'opera di Frank emerge con passionale desiderio di mettere il primo piano l'importanza dei legami.

Sottile nella rappresentazione di una disciplina complessa, accurata nel descrivere l'evoluzione dei protagonisti e, di pari passo, dei comprimari tutto fuorché dozzinali, The quuen's gambit è, senza ulteriori giri di parole, una delle più meritevoli e sorprendenti novità apparsa sul piccolo schermo in questo grigio e freddo 2020.

(The queen's gambit); genere: drammatico; showrunner: Scott Frank; regia: Scott Frank; stagioni: 1 (miniserie); episodi miniserie: 7; interpreti principali: Anya Taylor-Joy, Bill Camp, Marielle Heller, Harry Melling, Thomas Brodie-Sangster, Moses Ingram, Jacob Fortune-Lloyd, Marcin Dorociński; produzione: Flitcraft Ltd, Wonderful Films; network: Netflix (23 ottobre 2020); origine: U.S.A., 2020; durata: 60' per episodio; episodio cult: Episode 4 - Middle game (Episodio 4 - Mediogioco); Episode 7 - Endagame (Episodio 7 - Finale)



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giovedì 5 novembre 2020

Trieste Science+Fiction 2020

Benny loves youIl Trieste Science+Fiction Festival 2020, organizzato in un primo momento in forma ibrida tra sala fisica e streaming, ma costretto dalle circostanze ad accontentarsi della versione online, ha messo a disposizione del pubblico appassionato di fantasy, horror e fantascienza pellicole di noti registi ma anche piccoli film che altrimenti non avrebbero trovato uno spazio adeguato in cui esprimere le loro potenzialità.

Tra i film visti quest’anno: Benny loves you, Jumbo, Inmortal e la serie sudcoreana SF8.

Realizzato da un regista indipendente e con un budget molto ridotto, Benny loves you è una pellicola che sfrutta un classico del genere horror – la bambola assassina – e lo converte in una star della comicità. La ragione è che malgrado le scene splatter e i litri di sangue che sprizzano in tutte le direzioni in molte scene, il tono è profondamente ironico e lo spettatore non può non ridere di fronte a tanta surrealtà.

Il protagonista, interpretato dallo stesso regista Karl Holt, è un trentacinquenne bamboccione – e mai aggettivo fu più calzante – che progetta giocattoli per un’azienda e nel frattempo si fa coccolare dai genitori che ne assecondano l’indolenza. La sua vita cambia quando i due muoiono in un paradossale incidente casalingo e il suo capo pensa di ridurgli lo stipendio per la scarsa creatività fino a quel momento dimostrata. Deciso una volta per tutte a crescere, l’uomo pensa di eliminare tutti quegli oggetti simbolo del suo infantilismo tra cui un pupazzo rosso di peluche, di nome Benny, che da bambino gli teneva compagnia e lo proteggeva dai “mostri” nascosti nel buio. La reazione del pupazzo alla prospettiva di finire nella spazzatura sarà conforme a quella dei suoi simili in molte altre pellicole horror e, armato di coltello, contribuirà a conferire una tinta sanguinolenta alla vita del suo proprietario.

Se, come detto, l’idea di partenza non è originale, l’elemento interessante è il modo in cui viene elaborata. L’uomo, infatti, scopre quasi subito gli efferati delitti del pupazzo, ma anziché cercare di eliminarlo ne diventa complice per utilizzarlo come modello per una nuova linea di giocattoli in versione serial killer. Le sue giornate passano tra la pulizia del pavimento e delle pareti, continuamente imbrattati di sangue, e il tentativo di gestire per quanto possibile l’insano istinto di Benny, che uccide chiunque gli si avvicini, sia esso amico o nemico. Quando poi due poliziotti scoprono il “problema”, anziché procurarsi armi adatte allo scopo estraggono due pistole a pallini che contro l’imbottitura del pupazzo indemoniato otterranno l’effetto voluto.

La pellicola si avvale di mezzi molto limitati e ne trae vantaggio, non cercando di spacciarli per grandi trovate ma rendendo evidente allo spettatore proprio la loro limitatezza, vedesi ad esempio il protagonista che si aggira per casa con in mano la testa, palesemente di gomma, della prima vittima di Benny. L’incipit, con una ragazzina viziata che sembra uscita da un romanzo di Roald Dahl punita in modo raccapricciante dall’orsacchiotto che ha buttato, determina l’atmosfera horror-buffonesca dell’intero film. Gli attori non sono professionisti ma recitano con passione e bravura, dimostrando di credere in un piccolo progetto che si spera riesca ad attirare l’attenzione nei canali preposti e a raggiungere un pubblico più vasto.

JumboDi diversa fattura, e anche contenuto, il film Jumbo, primo lungometraggio della regista Zoé Wittock e ispirato a una storia vera. Il punto di partenza è l’esperienza vissuta da Erika Eiffel, che dopo aver subito un’aggressione sessuale ha iniziato a manifestare sintomi di oggettofilia per poi sposarsi, in tempi recenti, con la Torre Eiffel.

La protagonista della pellicola è la timida Jeanne, figlia di genitori divorziati, che si occupa della pulizia delle giostre in un parco divertimenti. Un giorno arriva una nuova attrazione, il Move it, una giostra rotante piena di luci e suoni a cui Jeanne si affeziona in modo insano arrivando a soprannominarla Jumbo. I sentimenti della ragazza nei confronti dell’oggetto aumentano di intensità quando si accorge che, in un certo senso, la giostra le risponde cambiando il colore delle luci o accendendosi da sola. Il fattore scatenante dell’oggettofilia non viene esplicitato nel film, ma la figura della madre, una donna infantile molto libertina che riempie la casa di oggetti pacchiani, lascia intendere che, probabilmente, l’ossessione di Jeanne per gli oggetti e la sua incapacità di stabilire relazioni sociali e di provare attrazione per qualcuno della sua specie trovino origine in una carenza affettiva.

La regista non rinuncia a scene, seppur brevi, a contenuto erotico tra Jumbo e la protagonista, sfruttando elementi come l’olio lubrificante o i seggiolini della giostra. Il risultato è una via di mezzo tra gli effetti luminosi di Incontri ravvicinati del terzo tipo e la sessualità malata di Crash, anche se non si scade mai nel morboso e le confuse emozioni di una giovane che soffre di un disturbo psichico e che non ha nessuno a cui aggrapparsi vengono descritte con una certa delicatezza.

InmortalInmortal, dell’argentino Fernando Spiner, già noto al pubblico per le sue pellicole proiettate anche al Festival del Cinema Latino Americano di Trieste, presenta, in una nuova forma, un’altra tematica molto amata dai registi di cinema di fantascienza, quella della vita dopo la morte.

Ana, fotografa professionista, rientra a Buenos Aires dall’Italia per gestire le pratiche relative all’eredità del padre, alla cui morte lei non ha assistito. Mentre arriva sul posto vede un uomo, assomigliante al defunto, passare lungo il marciapiede e questo evento la porterà a entrare in contatto con il dottor Benedetti, impegnato in un esperimento che prevede la creazione di un mondo virtuale in cui i defunti possono vivere in parallelo con i vivi.

Il principio alla base della coesistenza di vivi e morti è il gatto di Schrödinger, esperimento di meccanica quantistica per cui un ipotetico gatto rinchiuso in una scatola con del veleno ha il cinquanta percento di probabilità di essere vivo e il restante cinquanta percento di essere morto, ma non lo si può sapere finché non si apre la scatola. Di conseguenza il gatto è sia vivo che morto. Il mondo virtuale creato, tuttavia, è appunto pura simulazione: le auto non partono, il canto degli uccelli è un suono registrato, la vita è un’illusione di vita. A mettere a repentaglio il successo del progetto sarà l’unica persona che davvero coesiste tra i due mondi, essendo sospesa tra la vita e la morte.

Il regista gioca molto sul visivo, grazie anche al mestiere di fotografa della protagonista, che le permette di cogliere particolari che agli altri sfuggono, e introduce lo spettatore nel Leteo – nome non casuale – attraverso un suggestivo ascensore che nel contesto risulta molto più efficace di un teletrasporto o di una porta dimensionale. Tuttavia, quello che manca sono personaggi di maggior spessore in quanto le motivazioni di ognuno, a parte forse quelle del dottor Benedetti, sono solo accennate e restano sempre in secondo piano rispetto alla centralità del binomio vita/morte.

SF8Il Trieste Science+Fiction Festival ha anche reso disponibile, in anteprima, la serie sudcoreana in otto puntate SF8, in cui registi vari affrontano tematiche come l’amore virtuale, la pandemia, l’intelligenza artificiale, i social network, la robotica e l’eutanasia. Paragonata alla britannica Black Mirror, e di ottima fattura, la serie risulta un po’ altalenante nell’elaborazione delle trame con risultati di conseguenza molto diversi. Il primo e il secondo episodio, ad esempio, The Prayer e Blink, sono di un livello quasi opposto sia per contenuti che stile. The Prayer vede un’infermiera robot alle prese con una scelta etica: il suo compito è prendersi cura sia della paziente in coma da sette anni che della figlia di lei, detta guardiana, che paga i suoi servigi. Quando, in base a un calcolo statistico, l’infermiera si renderà conto di un’alta probabilità che la guardiana si suicidi se la madre in coma continua a restare in vita, deciderà, malgrado i consigli di una suora, di optare per l’eliminazione della persona con meno speranze di sopravvivenza. Il problema di fondo è però che se un robot ragiona su base statistica, un essere umano è soggetto a emozioni contrastanti. E la reazione della guardiana ribalterà le certezze del robot. Blink, vede in compenso una giovane poliziotta coinvolta in un esperimento che la porta a innestare nel suo cervello un’intelligenza artificiale il cui scopo è assisterla durante il suo lavoro. L’assistente assumerà le fattezze di un uomo, visibile solo a lei, e l’aiuterà anche a superare il trauma della morte dei genitori avvenuta in un incidente stradale causato da un problema con il guidatore automatico. L’interazione essere umano/software prevede combattimenti al limite del surreale e anche scenette esilaranti.



from Cinema – Fucine Mute webmagazine https://ift.tt/366edDN

martedì 3 novembre 2020

We are who we are (Miniserie) - Teste di Serie

QUI E ORA

Luca Guadagnino possiede un potere speciale: quello di spingerci a osservare i dettagli sotto una luce differente, pulsante; e sublimare i piccoli gesti come atti indispensabili per la nostra sopravvivenza quotidiana. E nel suo esordio sul piccolo schermo, ce lo dice già dal titolo: We are who we are. Siamo ciò che siamo. E noi, per primi, dobbiamo accettarlo. Punto. Semplice, no? Macché! Nulla di più difficile.

Ed ecco come la miniserie targata HBO ideata dal regista di Chiamami col tuo nome e del remake dell'“argenteriano” Suspiria, deflagra in un viscerale romanzo di formazione corale, in cui gli spiriti danzanti e irrequieiti dell'istrionico Fraser (un Jack Dylan Grazer inafferrabile, in perfetto equilibrio tra eruzioni slapstick e muti monologhi introspettivi condotti con lo sguardo di chi coltiva dentro di sè un gran talento) e dei nuovi amici conosciuti nel campo militare di Chioggia, si scontrano, si fondono e si scindono in un vortice di emziooni sfrenate, dubbi esistenziali e gioie passeggere.

In fase di scrittura, Guadagnino è impeccabile nel presentare un microcosmo sfaccettato ed eterogeneo, in cui ogni personaggio in gioco “non è quello che sembra”, non perché nasconde segreti indicibili, ma perché, prima di tutto, mente a se stesso: mente sulla propria identità, sulle intenzioni, mente sulla rappresentazione che il mondo esterno – quello giudicante – ha di ognuno di loro. Ecco, dunque, che nel mezzo di un ambiente assuefatto a canoni imposti da codici di comportamento narcotizzanti, l'arrivo di Fraser ha lo stesso effetto di un ciclone colorato in piena estate. Fraser è il vento del cambiamento, la forza incontrollabile della crescita generazionale; Fraser è l'elemento di rottura quasi alieno che manda in confusione una galassia conosciuta, spingendola alla deriva e, di conseguenza, alla (ri)scoperta di sé.
Ma Guadagnino non fa del suo protagonista un eroe dallo stile eccentrico e accattivante: al contrario, Fraser è colui che più si trova in difficoltà, alle prese con la responsabilità di instaurare nuovi rapporti con persone che non conosce – e per di più, in alcuni casi, quasi ostili -, costantemente sotto il giudizio di chi lo considera solo un ragazzetto strambo, deciso a scavare in profondità dentro di sé per comprendersi, per capire cosa davvero rappresenta l'adolescenza per un americano talentuoso, affascinante e un pò snob. Ed è questa la parte più difficile...
Eppure Fraser non si lascia ammansire dalla sua nuova situazione, anzi, la sua stella splende così intensamente da folgorare il creato di Guadagnino, semplicemente rimanendo se stesso.

Ecco, allora, come il biondo adolescente diventa un magnete per la macchina da presa, che si distacca solo per curarne gli effetti sulle esistenze altrui; l'alieno non è Fraser, ma coloro che non hanno ancora capito chi sono, coloro che ancora non accettano e coloro che rifiutano entrambi gli aspetti per paura di cambiare. Ma la vita è un continuo mutamento – sta lì la morte del soldato Craig - ed è solo accettando questa unica verità che impariamo a crescere. Perché si, siamo chi siamo, ma la vera sfida sta nell'accettarlo.

Grazie a una messa in scena sempre sobria e tinteggiata da toni pastello e slavati, che aumentano quell'atmosfera di indecifrabile e persistente euforia adolescenziale, la regia di Guadagnino tocca volentieri vette di poetica cinematografica: travolgente e incantevole l'intero episodio del matrimonio in festa; dolce e curiosa ogni volta che Caitlin (essenziale prova d'attrice per Jordan Kristine Seamòn) fronteggia il mondo ostinatamente contrario; sicura e audace nel mostrarci il volto della disperazione, nel lasciare che i suoi “figli” si confrontino con il peso di un destino beffardo e ineluttabile.
Il cinema di Guadagno è cinema che è nutrimento per l'anima; è un carosello di gioie, sorprese e delusioni che sembrano appartenere a un mondo altro, ma mai così intimamente nostro e We are who we are è la nuova, struggente opera di un autore che ha capito quanto meravigliosa e incontenibile è la natura umana.

Ma quello di We are who we are non è soltanto un invito ad accettarci per quel che siamo; è, al contempo, un manifesto della libertà, un tentativo senza manomissioni di condurci verso il superamento di ogni pregiudizio, di ogni barriera mentale, affinché ognuno accetti il riflesso della propria natura e agisca, mostrandolo al mondo e, per i più fortunati, condividendo questo vitale processo di svelamento del vero insieme a qualcuno di speciale. Come Fraser e Caitlin, che dopo una lunga traversata tra flutti in tempesta, sembrano essere finalmente sbarcati sulla loro isola felice. Finché vorranno prendere di nuovo il mare; o alzarsi ancora in volo, verso nuovi orizzonti finora nascosti perfino ai loro occhi.

(We are who we are); genere: drammatico; showrunner: Luca Guadagnino; stagioni: 1 (miniserie); episodi miniserie: 8; interpreti principali: Chloë Sevigny, Jack Dylan Grazer, Alice Braga, Jordan Kristine Seamón, Spence Moore II, Scott Mescudi, Faith Alabi, Francesca Scorsese, Ben Taylor, Corey Knight, Tom Mercier; produzione: The Apartment, Wildside, Small Forward, Sky Studios; network: HBO (USA, 14 settembre - 2 novembre 2020), Sky Atlantic (Italia, 9 ottobre - 30 ottobre 2020); origine: U.S.A., 2020; durata: 60'; episodio cult: Episode 4 - Right here, right now #4, Episode 7 - Right here, right now #7 (Episodio 4 - Qui e ora IV, Episodio 7 - Qui e ora VII)



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THE ICED HUNTER fantasy-horror di David Cancila in dvd, in vendita e noleggio digitale sul sito della CG Entertainment e nei migliori store

E' disponibile in Dvd, in digitale sia in vendita che a noleggio, su www.cgentertainment.it, oltre che nei migliori store 'The Iced Hunter', lungometraggio indipendente fantasy-horror scritto, diretto e montato da Davide Cancila. Il film [nella foto la locandina di Flavio Luccisano] è interpretato da Ivan King, interprete del protagonista Tsayd Qerach, il cacciatore di ghiaccio, quindi Alex Lucchesi (il mentore Rafael), Alessio Cherubini (Alexei) e Federico Mariotti (Valus). Il film si avvale delle musiche di Marco Barone, dei costumi di Maison Bizzarre e degli effetti speciali e trucco di Crea FX. Vincitore del prestigioso Premio Best Bizzarre all'Optical Theatre Festival e dei premi come Miglior Film e Miglior Attore (ad Alex Lucchesi) al Tuscany Web Fest, 'The Iced Hunter' conferma il talento di Davide Cancila, uno tra i più interessanti nuovi autori del cinema di genere Made in Italy.

Un alone di mistero avvolge il cacciatore di ghiaccio. Non si tratta di un normale essere umano e i suoi ricordi sembrano affiorare da una vita passata, dove Rafael, il suo mentore, gli insegnava a utilizzare i suoi poteri. Ma non è solo il suo passato a inseguirlo, ma anche la terribile setta dei “Domini Lupi” è sulle sue tracce, e porta con sé un infernale segugio...

Davide Cancila ha collaborato ai progetti collettivi “After Midnight” e “After Midnight 2 - The Evil building”, vincendo il Premio per il Miglior Soggetto nella categoria Horror e thriller al FIPILI Horror Festival nel 2017 per il corto “I nostri bei sabati sera”. 'The Iced Hunter' è il suo lungometraggio d'esordio.



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Addio Mattatore - GIGI PROIETTI

Si vuole cominciare dalla fine della vita di Gigi Proietti e da uno dei più bei regali che potesse fare alla sua tanto amata città di Roma: l'ideazione del "Silvano Toti Globe Theatre", teatro shakespeariano a Villa Borghese, speculare al "Globe Theatre" londinese, il più celebre dell'età elisabettiana.

Ogni volta che ci si ritrova dentro, si pensa contemporaneamente a William Shakespeare e Gigi Proietti: sarà una coincidenza casuale ma il grande attore romano è riuscito a lasciarci il giorno del suo compleanno, proprio come era accaduto al Bardo secoli prima. Avrebbe dovuto festeggiare il 2 novembre il suo ottantesimo genetliaco, molti colleghi e registi avevano preparato iniziative e eventi dedicati a lui.

Sembra di vedere il sorriso di Proietti, con la sua adorabile smorfia canzonatoria nei confronti del mondo, dirci che lui è riuscito a compiere una magia seppur triste per un intero Paese che lo ha amato, senza distinzioni da Nord a Sud, perché il vero artista non ha geografia.

Più che altro Gigi Proietti ha reso Roma universale, azzerando le barriere linguistiche, facendosi portatore di una lingua che grazie a lui, e a una generazione di attori come Aldo Fabrizi e Alberto Sordi, ha reso il dialetto romano la lingua del cinema degli ultimi 60 anni.

Questo non ha mai significato superiorità ma condivisione delle idee, delle storie di personaggi storici o di persone comuni attraverso un codice linguistico che abbraccia tutti, un po' la stessa idea che lo studioso americano Harold Bloom ha espresso riguardo al linguaggio shakespeariano e all'invenzione dell'Umano, la stessa sconfinata varietà di personaggi che ritroviamo in tutti suoi film e performance teatrali dagli anni 60' ad oggi.

Proietti è stato, oltre che un maestro, in primis un uomo di teatro che ha fatto una gavetta lunga, accompagnata da grandi risultati che lo hanno poi portato a essere prestato al cinema. Il mondo cinematografico lo ha sempre ben accolto e reso celebre in tutti i lavori più o meno autoriali, ma la sua vera casa è sempre stato il palcoscenico e il suo riferimento principale Petrolini.

È stato un grande artista e professionista in tutto ciò che faceva, non solo come attore nell'accezione più comune, ma anche come cabarettista, doppiatore, conduttore televisivo, regista, cantante, direttore artistico e insegnante di italiano, a volte primeggiando in tutto senza troppe difficoltà

Ha esordito nel 1963 grazie a Giancarlo Cobelli nel Can Can degli italiani, per poi interpretare senza sosta numerosi spettacoli teatrali sino a A me gli occhi, please, del 1976, esempio di teatro su più stili e livelli che segnò l'inizio di una nuova epoca e di una nuova concezione teatrale, e al quale seguiranno numerosissime repliche anche con nuove versioni nel 1993, nel 1996, e nel 2000, calcando i più importanti palcoscenici italiani. Lo spettacolo ha segnato un record di oltre 500 000 presenze al Teatro Olimpico di Roma.

Oltre ad affermarsi come attore teatrale, Proietti ha riscosso molto successo anche nel settore televisivo tra la fine degli anni sessanta e inizio settanta. Ci fu poi lo sceneggiato Il circolo Pickwick di Ugo Gregoretti, una collaborazione proseguita successivamente con esperienze televisive di minor rilevanza. Tra gli anni 70' e 80' è stato protagonista di molti spettacoli di grande successo come Sabato sera dalle nove alle dieci, Fatti e fattacci, Fantastico e Io a modo mio.

Di grande importanza nel panorama delle scuole di teatro italiane ricordiamo il Laboratorio di Esercitazioni Sceniche, che ha visto tra i suoi allievi numerosi personaggi divenuti poi volti noti dello nostro spettacolo.

Nel 1976 il cinema lo ha consacrato una star con il film cult Febbre da cavallo di Steno, in cui interpretava il mitico scommettitore Mandrake, ripreso poi con un sequel dai Vanzina nel 2002: Febbre da cavallo - La mandrakata. Negli anni 90' assieme ai molti spettacoli teatrali è stato protagonista di diverse serie televisive di successo come Il Maresciallo Rocca , una delle più seguite dal pubblico italiano A seguire il carabiniere più amato d'Italia, per la RAI ha interpretato anche la figura di San Filippo Neri nella miniserie Preferisco il Paradiso, il cardinale Romeo Colombo da Priverno in L'ultimo papa re, il misterioso generale Nicola Persico in Il signore della truffa, e lo stravagante giornalista Bruno Palmieri in Una pallottola nel cuore. Nel 2017, a vent'anni dall'ultima esperienza, è tornato in televisione come protagonista assoluto del programma Cavalli di battaglia, tratto dall'omonima tournée celebrante i suoi 50 anni di carriera.

Proietti è stato l'attore perfetto, un equilibrio ideale di più talenti e doti, senza mai ostentare, senza oscurare i colleghi che lavoravano agli stessi progetti. Donando lezioni vere o semplicemente improvvisate durante i set, o solo facendosi seguire dal pubblico che incantato è sempre stato risucchiato in un mondo composto da realtà e fantasia che Proietti creava con l'arte di un demiurgo, ricordando il suo drammaturgo mago William Shakespeare.

Il "Silvano Toti Globe Theatre"è la sua ultima testimonianza di amore per l'arte intesa come insieme di tante formule e incantesimi.



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lunedì 2 novembre 2020

Borat - Seguito di film cinema

A quattordici anni di distanza dal suo debutto dietro la cinepresa malandata dell'amico Azamat (Ken Davitian), l'ottuso e cervellotico Borat (il geniale Sasha Baron Cohen) torna sullo schermo – o meglio, sui monitor iridescenti in cui l'immagine in movimento, anche durante la quarantena, prosegue i suoi viaggi pindarici nel pianeta. Per partecipare, a suo modo, alla campagna elettorale contro Trump, l'autore l'ha venduto a Amazon Prime che lo distribuisce in tutto il mondo. E lì è visibile anche per il pubblico italiano.

Il film non delude le aspettative: fin dalle prime inquadrature, veniamo scagliati in un enorme e asfissiante calderone mediatico dai contorni paradossali, finendo per smarrirci negli innumerevoli -ismi che ribollono senza sosta. Complottismo, femminismo, razzismo, antisemitismo trasudano spudoratamente da questo paiolo immondo, aggiungendo alla già sgradevole mistura quel pizzico di misoginia e di pedofilia che rendono il tutto indigeribile: il reporter più improbabile della storia del (finto) cinema non si fa mancare nulla e, anzi, ci rende conniventi di una quotidianità tanto inverosimile quanto reale.

Prelevato dal gulag in cui si ritrova rinchiuso per aver recato disonore alla propria patria, il giornalista kazako viene arruolato dal suo governo e predisposto, così, a rivendicare la dignità nazionale perduta. Come? Ma è semplice: recando in dono a Donald Trump e al suo vice Mike Pence una scimmia, per altro ministro della cultura. Così Borat viene caricato su un cargo merci e trascinato ai quattro angoli del pianeta, fino a riapprodare nel Nuovo Mondo. Ad irrompere sul palcoscenico, tuttavia, è la figlia Tutar (una ottima Marija Bakalova), devotissima al padre-padrone e pronta ad infiltrarsi pericolosamente nella sua ultima missione, sostituendo il primate destinato al Presidente degli Stati Uniti d'America.

La trama, intenzionalmente farraginosa, non può che involversi nelle modalità più imprevedibili: abbandonato il tradizionale costume verde, Borat inizia la sua seconda epopea attraverso la cosiddetta civiltà umana – o ciò che ne resta, sempre che qualcosa di meglio sia mai esistito. Vestendo i panni di un personaggio-icona che, per non farsi riconoscere, decide di mimetizzarsi fra i cittadini americani medi, Sasha Baron Cohen si dimostra un mago del travestitismo: ancora una volta, lo vediamo correre lungo l'intero Paese, scontrandosi in attori fin troppo ordinari e rendendoci protagonisti di una farsa dai tratti insopportabilmente funesti. Chirurghi plastici, venditori, politici, attivisti e menefreghisti di professione si alternano davanti alla cinepresa, inconsapevoli del ruolo che ricopriranno all'interno di questa nuova Odissea, abbandonandosi ad una familiare negligenza. Fra le pagine del Vangelo secondo Borat, ciò che irrita lo spettatore non sono tanto l'infida modalità di ripresa, l'inganno da candid camera e il pubblico ludibrio a cui vengono esposte le vittime-carnefici, quanto l'antipatica consapevolezza di non rappresentare, nel proprio intimo, un'eccezione alla regola. È come se il reporter e la sua banda di scalcagnati seguaci ci gettassero in faccia una verità che preferiremmo ignorare. Durante una manifestazione di estrema destra, Cohen intona una canzone razzista, ottenendo il plauso del pubblico: e del resto, cosa vi aspettavate? Insinuatosi al comizio di Pence, il giornalista provoca l'indignazione generale assaltando la sala nelle vesti di Trump. Ma in fondo, come sarebbe potuta andare diversamente? Ad un convegno di donne repubblicane, Tutar scopre la sessualità e rende partecipe l'auditorio esterrefatto dell'inaspettata epifania. Ancora una volta, nulla di nuovo sul fronte occidentale: quale altra reazione avrebbero mai potuto avere queste madri di famiglia? Con le mani davanti alla faccia e un ghigno forzato, non possiamo fare a meno di porre la più retorica e nociva delle domande: Cosa vi aspettavate?

Il grottesco dunque si spinge all'eccesso, superando tutte le sfaccettature della commedia (perfino di quella più demenziale), gettandosi nell'orrido puro. La pellicola non fa ridere (almeno a noi) ed è difficilissimo, nell'irresistibile imbarazzo e nello strano senso di colpa sprigionatisi dai fotogrammi, mantenere gli occhi aperti fino alla fine. Esiste un termine inglese, gustosamente abusato da milioni di utenti, in grado di riassumere il fastidioso umorismo di cui Borat, perfino in questo surreale 2020, continua a servirsi: quella parola è cringe, e abbraccia un campo semantico tanto vasto quanto indefinibile nella sua reale essenza. Cercate sul dizionario e troverete, nell'ordine: strisciare, acquattarsi, rannicchiarsi, umiliarsi, essere servile e insieme farsi piccolo per la paura. Tale profluvio di timore e disagio spinge il pubblico non solo a riconoscersi nelle iperboliche performances messe in scena dal reporter, quanto a negare vergognosamente la propria stessa partecipazione – ma senza sufficiente sicurezza. “E ora” come grida Cohen prima di lasciare il posto ai titoli di coda “votate. O sarete giustiziati”.

(Borat – Seguito di film cinema); Regia: Jason Woliner; sceneggiatura: Sacha Baron Cohen, Peter Baynham, Nick Corirossi, Jena Friedman, Anthony Hines, Lee Kern, Dan Mazer, Nina Pedrad, Erica Rivinoja, Dan Swimer; fotografia: Luke Geissbuhler; montaggio: Craig Alpert, Michael Giambra, James Thomas; interpreti: Sasha Baron Cohen (Borat Sagdiyev), Marija Bakalova (Tutar Sagdiyev); produzione: Four by Two Films; distribuzione: Amazon Prime; origine: USA 2020; durata: 96'.



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Dal Brian Austin Green di Beverly Hills 90210 ai nazi zombie italiani: l'Halloween da paura di HODTV!

HODTV, la più grande e la più fornita piattaforma streaming interamente dedicata ai generi horror e thriller, si prepara ad un vero e proprio Halloween da paura!

Prodotto della Società HOUSE OF DISASTER Production & Entertainment srl di Elena Maraniello e Sergio Mitrione, HODTV.NET propone infatti nuovi e terrorizzanti inediti appena aggiunti alla sua già ricchissima library, autentico punto di riferimento per tutti gli amanti dell'horror on demand.

Si comincia con il raccapricciante risveglio in bara della protagonista di Laid to rest di Robert Hall, nel cui cast abbiamo la Lena Headey della serie tv Il trono di spade, e gli omicidi del sequel Chromeskull – Laid to rest 2 [NELLA FOTO], firmato dal medesimo regista e interpretato da Brian Austin Green, ovvero il David Silver del popolare telefilm Beverly Hills 90210.

E, se Altar di Matt Sconce s'immerge nel paranormale nel raccontare ciò in cui si imbattono alcuni ex compagni di college perdutisi tra le montagne della Sierra Nevada, What goes around di Sam Hamilton inscena l'innamoramento di una timida studentessa universitaria nei confronti di colui che potrebbe essere un serial killer.

Mentre gli amanti dei thriller psicologici potranno trovare pane per i loro denti in Crawl di Paul China e Patient 7 di Danny Draven, quest'ultimo interpretato dal Michael Ironside che i fan degli extraterrestri Visitors conoscono molto bene.

Possessioni demoniache, infine, in Paper wasps di Paul Moore, ma le novità “da paura” di HODTV non si esauriscono il 31 ottobre, in quanto, per coloro che volessero continuare a festeggiare anche il giorno dopo accanto alla zucca illuminata, dal 1 novembre saranno disponibili sulla piattaforma cinque titoli targati Koch Media.

Si andrà da Alien abduction di Marty Beckerman, per i patiti dei brividi fantascientifici, agli orrori a episodi del collettivo V/H/S 2.

Per concludere con il già cult Sinister di Scott Derrickson, l'epidemia di Dead within di Ben Wagner e i morti viventi in uniforme nazista di Zombie massacre 2: Reich of the dead, diretto a quattro mani dagli italiani Luca Boni e Marco Ristori.

Con 10000 utenti iscritti da tutto il mondo e un catalogo che vanta oltre 300 titoli di ogni nazionalità, quindi, HODTV.NET continua quindi a portare avanti con successo il proprio obiettivo di soddisfare le esigenze dei fan del genere.

I dispositivi dove poter trovare e vedere HODTV.NET sono Samsung, Android Tv, Amazon Fire Tv, ChromeCast, Android e IOS.

È possibile seguire HODTV.NET, inoltre, sulle pagine:
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sabato 31 ottobre 2020

Sean Connery

Oggi 31 ottobre 2020, a Nassau alle Bahamas, quasi agli antipodi dell'universo che contraddistingue il nostro immaginario cinematografico, si è spento Sean Connery. Gentiluomo, profeta, eroe e outsider al tempo stesso, patriota scozzese per nascita e per scelta, elegante incarnazione di un mondo giunto al proprio definitivo tramonto: quest'uomo dai mille volti e dalla figura così nettamente delineata segna, nell'arco dei suoi 90 anni di vita, una parabola storica che con lui giunge al suo epilogo.

Figlio di un cosmo suburbano tutt'altro che patinato (quello della selvaggia Edimburgo del 1930 dove è nato), Connery possiede quel placido fascino di chi sa come improvvisare, arrabattandosi negli innumerevoli scenari della quotidianità. Giovane recluta, lavapiatti, guardia del corpo, modello: questi i primi ruoli che l'esistenza gli assegna, ad un istante dal varcare il palcoscenico come attore. Dopo il concorso di Mister Universo (1953), in rappresentanza della Scozia, dove si classifica al terzo posto, inizia il suo ingresso nel mondo dello spettacolo in parti sempre maggiori, televisive e cinematografiche, che gli procurarono una discreta notorietà: ad esempio Il bandito dell'Epiro (1957) di Terence Young, Estasi d'amore - Operazione Love (1958) di Lewis Allen, o il film, prodotto da Walt Disney, di Robert Stevenson, il quale lo trasferisce nel verde universo di Darby O'Gill. Ma la grazia moderata e l'impagabile astuzia di quest'uomo così apparentemente enigmatico sono destinate a ben altro – per esempio, a plasmare l'agente segreto più celebre del pianeta: così Connery si trasforma in Bond, James Bond, forse la spia meno discreta che sia mai esistita sulla faccia della terra (ma di sicuro la più salace e geniale). Fra atmosfere caliginose e specchietti per allodole, Agente 007 - Licenza di uccidere (1962) per la regia di Terence Young rivoluziona un intero genere, dissacrandolo bonariamente. Il capolavoro della serie, divenuto ormai un cult del cult, sarà probabilmente Agente 007 - Missione Goldfinger (1964 diretto da Guy Hamilton), in cui una volta per tutte viene trascesa quella logica della probabilità che rilega la detective story nell'anonimato. Attraverso l'allucinata commedia umana di Ian Fleming, Connery diventa il volto della Guerra Fredda e di un'umanità familiarmente tipizzata: chi non si ricorda in A 007, dalla Russia con amore (1963, di Terence Young) della strana lotta fra l'agente segreto e Rosa Klebb (niente meno che Lotte Lenya!) in una camera d'albergo veneziana? Chi non ha mai sognato di accendersi una sigaretta e, con sapiente nonchalance, pronunciare il cognome e il nome più iconici della storia del cinema? Ma non basta: con lo stesso irriducibile aplomb, il giovane Sean riesce a svincolarsi ben presto dal pericolo di diventare il cartonato del suo stesso personaggio. E quale migliore occasione di una collaborazione con Alfred Hitchcock? In Marnie (1964) vediamo l'attore alle prese con gli incubi atroci di una scacchiera femminile ormai corrotta e disturbante, nella quale il protagonista dovrà rimettere ordine.

Da qui in avanti, l'ex agente segreto al servizio (ironia della sorte!) di sua Maestà spiccherà il volo verso i più svariati lidi: così lo ritroviamo nel Far West messicano, al fianco di un'inedita Brigitte Bardot in Shalako (regia di Edward Dmytryk, 1968), ma anche nel caos allegorico delle distopie messe in scena da John Boorman in Zardoz (1974). Abbandonato l'anno 2293, Connery ritorna (quasi) in patria, ma con un certo stile, vale a dire sempre e rigorosamente a bordo di un treno a vapore – che si tratti dell'Orient Express (regia di Sidney Lumet 1974) da Agatha Christie o della locomotiva di Michael Chrichton in 1855 - La prima grande rapina al treno (1979) che strizza l'occhio ad una tradizione cinematografica ben più antica e inaugurata da Edwin S. Porter. Prossimo capolinea, la Scozia feroce e favolistica di Russell Mulcahy, in cui Connery vestirà gli inquietanti panni del protagonista di Highlander - L'ultimo immortale (1986). Ma alla stazione successiva, questo Highlander sotto copertura finirà per rinchiudersi nei tortuosi androni concepiti da Umberto Eco nel suo romanzo forse più celebre, Nel nome della rosa portato sul grande schermo da Jean-Jacques Annaud (1986) in una versione tutta luci e ombre.

L'oscar giunge ad un anno di distanza, nella Chicago sanguinaria di Al Capone: braccio destro antitetico di Eliot Ness (Kevin Costner), l'anziano e disincantato poliziotto Jimmy Malone (non a caso, Sean Connery) riuscirà a minare le fondamenta dell'incrollabile dimora in cui gli Intoccabili di Brian De Palma muovono le proprie fila. Dopo una breve tappa nella giungla di Indiana Jones e di Steven Spielberg, nel 1990 il nostro eroe deciderà di attraversare i resti del muro e di indossare la maschera del capitano sovietico Marko Ramius – corrispettivo serioso e decisamente più realistico del vecchio Bond: nella sua Caccia a ottobre rosso (1990, per la regia di John McTiernan), l'attore donerà una fisionomia allo spionaggio disincantato e tecnologicamente abbacinante dello scrittore Tom Clancy.

Intorno al nuovo millennio, il treno rallenta, fermandosi nella Nottingham medievale di Robin Hood - Principe dei ladri , nel Mato Grosso (1992) del taumaturgo Dott. Robert Campbell, nel Bronx di William Forrester (Gus Van Sant, 2000), fino ad incespicare nelle fantasie fumettistiche di Stephen Norrington e della sua Leggenda degli uomini straordinari (2003). Connery scende dal proprio vagone prima che la corsa si sia arenata del tutto, rifiutando con l'abituale disinvoltura il canto delle sirene pronunciato da maschere tutto sommato scomode, come quella di Gandalf nella trilogia di Peter Jackson o di Albus Silente nel fin troppo saturo calderone griffato Harry Potter. Grazie all'ironico buonsenso e alla proverbiale furbizia che contraddistinguono tanto il mito quanto l'uomo, Sean Connery sa perfettamente quando è il momento di tornare con i piedi per terra e magari accendersi, con sapiente nonchalance, una sigaretta.



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The Comey rule (Miniserie) - Teste di Serie

L'UOMO PIÙ ODIATO D'AMERICA

Quale nazione merita un presidente come Donald Trump? O forse sarebbe meglio chiedersi: quale popolo merita come presidente un uomo tanto narcisista, bugiardo e nocivo come Donald Trump?

James Comey – che nella miniserie targata Showtime ha il viso buono e il corpo roccioso di Jeff Daniels, sempre strepitoso da anni a questa parte – è il primo a non credere nella vittoria di “The Don” e non sa letteralmente darsi pace. Ma James Comey, ormai ex-capo dell'FBI, sa bene con che tipo di personaggio è stato costretto a trattare, seppur per breve tempo, e tutte le sue attenzioni e iniziative sono alla base della politica di difesa-attacco dello stesso Bureau, nei confronti di un presidente che non condivide nessun valore costituente della democrazia americana.

Dietro l'operazione The Comey rule c'è Billy Ray, che si basa su e riadatta per il piccolo schermo A higher loyalty: truth, lies and leadership, romanzo-inchiesta bestseller nelle classifiche del New York Times, scritto dallo stesso Comey.

La miniserie in due episodi si presenta come un dramma-politico che poggia a piè pari sulla ricostruzione storica dell'elezione di Trump nel 2016, concentrandosi su tre perni narrativi: la sfida tra Trump e Hillay Clinton, traviata dallo scandalo delle mail della democratica e dalle interferenze comprovate della Russia di Putin sull'esito finale delle elezioni; l'incredulità e lo spaesamento dovuti alla vittoria inattesa del miliardario dal ciuffo biondo; il rapporto nient'affatto idilliaco tra Comey e Trump.

L'appeal della serie – e la sua evidente riuscita – sono dovute alla bravura di Ray nel riuscire a proporre due episodi che si presentano come due entità distinte concettualmente, ma perfettamente legate da un sentimento di straniamento generale.
Il primo episodio racconta con dinamicità e crescente interesse il lavoro dell'FBI e di Comey, indaffarati in operazioni di sicurezza nazionale, risucchiate nel vortice delle campagne elettorali dei due candidati e così The Comey rule si apre come un sottilissimo thriller d'inchiesta, nel quale la figura già tossica di Trump non compare mai fisicamente – se non di spalle per un solo istante -, ma aleggia in ogni stanza e corridoio, come una maledizione incombente e ineluttabile, saturando completamente l'atmosfera e rendendola così pesante da consegnare già alla storia il profilo del futuro 45esimo presidente degli Stati Uniti d'America.
Una volta vinte le elezioni, il tycoon corpulento, quasi goffo e dal ciuffo biondo (imitato e caricato da un Brendan Gleeson tra comicità e dramma) si palesa in tutta la sua arroganza e divora letteralmente lo schermo, minacciando sia la vita professionale di Comey e del Bureau, sia lo sguardo dello spettatore, costretto per forza di cose a indugiare su un personaggio tanto “squilibrato” nel pensiero e nell'apparire, da sembrare un villan scappato da un fumetto per adolescenti.

The Comey rule è, per questo, un “falso biopic” o, ancora un “mezzo biopic”, perchè sceglie con coraggio e lungimiranza di non focalizzarsi sulle sensazionalità degli eventi, ma di sfruttarli per permettere elle emozioni dei protagonisti di emergere: così vediamo un Comey combattivo, uomo di polso, ma garbato e docile nel costruire i rapporti con tutti coloro che lo circondano, araldo istituzionale di valori come la bontà e il rispetto, tempestivamente calpestato, deriso e cancellato via dalle manìe quasi psicotiche di un presidente più attaccato e interessato ai feedback sui social e al gradimento del pubblico, pronto a manipolare la realtà come fosse un gioco a “chi è migliore di chi”. Tempestivamente calpestato, deriso e cancellato via dal giudizio popolare, solo per aver rispettato i suoi saldi ideali e aver svolto il suo lavoro quasi in maniera impeccabile.

In alcune sequenze Ray si lascia prendere la mano dall'enfasi con la quale tenta di elevare Comey a uomo-status-symbol – ne risentono spesso i dilatati primi piani, a volte incentivati da rallenty che rendono il tutto troppo patinato -, ma The Comey rule riesce nel suo intento di tratteggiare Trump come un presidente incapace e distruttivo, uomo-personaggio furbo e malizioso, disturbatore di quel tentativo di ripresa sociale-economica pensata per il lungo periodo e iniziata dalla presidenza Obama - gli imprevedibili ripensamenti sulla “questione Russia”, gli accordi nucleari con l'Iran e i nebulosi trascorsi scabrosi la dicono lunga sul suo modus operandi -, che non solo continua a minacciare la politica nazionale e internazionale degli USA, ma ribadisce ancora una volta la concreta possibilità di ritrovarsi con un Donald Trump qualunque nella stanza ovale, pronto e indifferente nel minare la democrazia sulla quale si fonda uno stato liberale.
Senza alcuna distinzione tra repubblicani o democratici. E questo è ciò che più spaventa. Questo e la possibilità di altri quattro anni di bugie, teatrini e vanagloria.

(The Comey rule); genere: drammatico; showrunner: Billy Ray; stagioni: 1 (miniserie); episodi miniserie: 2; interpreti principali: Jeff Daniels, Holly Hunter, Michael Kelly, Jennifer Ehle, Scoot McNairy, Jonathan Banks, Oona Chaplin, Amy Seimetz, Steven Pasquale, Brendan Gleeson; produzione: Home Run Productions, Secret Hideout, The Story Factory; network: Showtime (USA, 27 settembre - 28 settembre 2020), Sky Atlantic (Italia, 12 ottobre - 13 ottobre 2020); origine: U.S.A., 2020; durata: 90', 120'; episodio cult: Episode 1 - Night one (Episodio 1 - Prima notte)



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COSA SARA'

Dopo aver chiuso La Festa del Cinema di Roma, da oggi 31 ottobre disponibile sulla piattaforma di Miocinema (https://www.miocinema.it/).

Narrare in termini credibili la parabola discendente di chi si scopre in bilico fra la vita e la morte, è quasi sempre un'impresa ardua: nella maggior parte dei casi, bisogna ammetterlo, il rischio è quello di sfociare in un pietismo ipocrita e, a tratti, persino troppo intransigente. Fin dalla prima inquadratura di Cosa sarà , tuttavia, ci si accorge subito di quanto la voce di Francesco Bruni (reduce dai malinconici equilibri già messi in scena in Tutto quello che vuoi) risulti sincera e piacevolmente onesta, scardinando alcuni fastidiosi cliché di genere. Il regista, qui nei panni del proprio alter-ego dal nome fin troppo parlante, Bruno Salvati, (un bravissimo Kim Rossi Stuart) ci dona un autoritratto schietto e tutto sommato inaspettato, ripercorrendo le difficili fasi di un cammino doloroso e solitario. Quando al protagonista viene diagnosticata una forma di leucemia, la sua già di per sé instabile routine – di regista e artista incompreso, di padre separato, di figlio abbandonato, di eterno fanciullo – comincia ad incespicare e a muoversi su binari paralleli. Solo la scoperta di una sorellastra segreta (Barbara Ronchi) gli indicherà la strada da percorrere per raggiungere la luce in fondo al tunnel, letteralmente trasfondendogli una nuova esistenza e curando le ferite umane accumulate nel corso degli anni.

Cosa sarà rifiuta qualsiasi dispotica categorizzazione: non si tratta di una commedia, ma nemmeno di una tragedia dalle tinte oltremodo melodrammatiche. Sorrisi amari e attimi di smarrimento si alternano con una moderazione e una leggerezza che solo uno sceneggiatore sapientemente versatile si dimostra in grado di ricreare. Attraverso la via crucis del personaggio, Francesco Bruni ci fa rivivere l'esperienza della malattia, del viaggio interiore e sofferto all'interno dei ricordi d'infanzia, del confronto con i propri cari. Il racconto si struttura su vari piani e oscilla dal presente al passato, mettendo in comunicazione il tempo senza tempo del ricovero e quello cronologicamente organizzato della quotidianità: l'espediente del flashback, spesso e volentieri abusato, acquista qui un valore narrativo ben preciso e contribuisce a rinvigorire l'intensità con cui gli eventi si sprigionano dal grande schermo.

Dietro e davanti la cinepresa, l'autore intesse realtà dei fatti e romanzo con una consapevolezza schiva e destinata a rimanere in sordina: non c'è un solo momento in cui l'attenzione dell'obbiettivo si distolga dalla concretezza che caratterizza le vicende dei personaggi, così come non emerge nessuna vera digressione sul rapporto fra l'uomo e il suo lavoro nel cinema – e questo è, da un lato, un peccato, dall'altro un'enorme fortuna perché rende il tutto molto più scorrevole e molto meno autoreferenziale. La malattia non è mai, neanche per un istante, trattata alla stregua di un banale espediente narrativo, ma traina l'intero arco spaziotemporale su cui s'innestano gli eventi: vediamo il piccolo Bruno giocare con le macchinine, per poi ritrovarlo disteso su un letto d'ospedale. L'attimo dopo, lo scorgiamo a cena con i figli, al ristorante con il suo produttore, ma non appena ci siamo abituati all'ironica normalità di queste giornate da trentenne in salute, ripiombiamo nell'allucinata angoscia delle visite, della terapia, delle percentuali mediche con cui i referti separano la vita dalla morte. Eppure, la pellicola mantiene una sua delicata stabilità, introducendo nei punti giusti quell'inquieta levità tanto introvabile nel mondo reale quanto facilmente reperibile su negativo. Se allo spettatore non è concesso conoscere nei dettagli il lavoro di Bruno, egli è tuttavia posto davanti a quello di Francesco, all'elasticità tutta cinematografica con cui battuta e tragedia s'alternano come se nulla fosse.

Riuscitissima anche l'istantanea che il film ci lascia del protagonista, qui ritratto nel puerile egoismo e nelle innumerevoli fragilità che contraddistinguono l'uomo, non certo l'eroe di una commovente favola con morale annessa. La diffidenza nei confronti del padre (Giuseppe Pambieri), l'imbarazzo provato osservandosi nel ruolo del genitore, l'attaccamento morboso alla sfera femminile e materna della sua esistenza fanno di Bruno un individuo in carne e ossa. Non si sa se, al termine del proprio percorso di guarigione, egli sarà pronto a cambiare: probabilmente no. Probabilmente non è necessario. Ed è qui che la malattia lascia spazio alla persona, senza giudicarne la natura e soprattutto senza condannarla ad un'espiazione immeritata o, come ripete la figlia di Bruno (Fotinì Peluso) fumando nervosamente una mezza sigaretta, priva di un vero e proprio motivo.

(Cosa sarà); Regia e sceneggiatura: Francesco Bruni; fotografia: Carlo Rinaldi; montaggio: Alessandro Heffler; interpreti: Kim Rossi Stuart (Bruno), Lorenza Indovina (Anna), Barbara Ronchi (Fiorella), Giuseppe Pambieri (Umberto), Raffaella Lebboroni (Paola Bonetti), Fotinì Peluso (Adele), Tancredi Galli (Tito), Elettra Mallaby (madre di Bruno); produzione: Palomar e Vision Distribution; origine: Italia 2020; durata: 101'.



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giovedì 29 ottobre 2020

Stop!, prodotto da Massimiliano Bruno e interpretato da Anna Ferzetti

Stop!, cortometraggio diretto dall'esordiente Salvatore Fazio e co-prodotto da Alfonso Maria Chiarenza e Massimiliano Bruno, Stop! è stato selezionato al Corto Film Festival Città di Palermo. Stop! è ambientato nel 2050 su un pianeta Terra ridotto allo stremo dal surriscaldamento globale e in cui, mentre una ragazza si trova a dover affrontare il proprio passato, una donna, a quanto pare, può rappresentare la salvezza. Possono essere la stessa persona? Il mondo si salverà?

Stop! racconta un futuro distopico, una società in cui il surriscaldamento globale sta arrivando al punto di non ritorno. Si può quindi parlare di un'opera fanta-ecologica, di un corto che mira a far riflettere gli spettatori su un tema molto attuale, ma che viene ancora sottovalutato, e su come l'avvenire del nostro pianeta possa essere strettamente intrecciato alla nostre vicende personali.

Accanto alla protagonista Anna Ferzetti, recentemente vista al fianco di Marco Giallini in Domani è un altro giorno e nella serie televisiva Rocco Schiavone, il cast di Stop! include Andrea Venditti, Giancarlo Porcari, Chiara Tron, Marco Landola, Federico Maria Galante, Silvia Maria Vitale, David Marzullo, Andrea Galasso e Daniele Blando.

Firmano la sceneggiatura di Stop!, distribuito da Prem1ere Film, Bruno stesso insieme al regista, mentre la colonna sonora è a cura di Micki Piperno.



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Festa del Cinema di Roma 2020 - Selezione ufficiale: AMMONITE

Ammonite sono le pietre, tra le tante, di cui si è occupata la prima e più importante paleontologa inglese della storia, Mary Anning, ufficialmente oggi riconosciuta e ricordata attraverso i suoi reperti al British Museum di Londra.

L'immagine iniziale è della donna (una meravigliosa Kate Winslet) che lavora in solitudine a Lyme Regis, un luogo molto suggestivo ma desolato sull'aspra costa meridionale dell'Inghilterra nel 1840. Purtroppo i giorni delle sue importanti scoperte sono ormai lontani e per mantenere se stessa e la madre malata, decide di vendere i suoi fossili meno preziosi ai turisti, come i Murchinson. Mr. Murchinson è un paleontologo famoso, in viaggio e chiede alla sua “collega” di tenere con sé per un po' la moglie che soffre di depressione.

Il soggiorno di una ospite inaspettata e costosa, visto che la signora Murchinson (Saoirse Ronan) poi si ammala e deve essere curata con molte attenzioni, si trasforma in un vero e proprio incontro saffico tra una donna più matura consapevole ma in effetti repressa e una giovane alle prese con un nuovo inizio della sua vita borghese di donna sposata.

La durezza e la chiusura della Anning si sciolgono con grande sorpresa in espressioni di dolcezza e compiacimento, dimostrando come Kate Winslet abbia dato prova di essere ancora una volta una grande attrice, in grado di sostenere ruoli diversi e di alta intensità. Anche Saoirse Ronan non è da meno, pur con meno esperienza alle spalle, e assieme funzionano perfettamente rendendo l'idea di forte unione d'amore al femminile.

Il film si ferma a descrivere anche l'aspetto sessuale dell'intesa tra le le due protagoniste, con scene e inquadrature su particolari dei corpi durante l'amplesso, che avranno scandalizzato di sicuro gli spettatori più bigotti, seppur oggigiorno nulla di erotico dovrebbe ancora sorprenderci.

Il regista inglese Francis Lee in questo suo secondo lungometraggio - nel primo God's Own Country ( La Terra di Dio , 2017) si parlava di alcolismo, omosessualità e amore - ha confermato l'interesse per tematiche molto profonde e non semplici nella resa delle emozioni più contrastanti.

Il risultato è vincente e seppur il tema dell'orientamento e delle scelte sessuali non rappresentino più un campo d'indagine ampio, riesce comunque a coinvolgere lo spettatore con determinazione e passione, trasportandolo in tempi e luoghi in cui invece l'attuale libertà non era neppure pensabile né considerata concepibile.

(Ammonite) Regia:Francis Lee; sceneggiatura:Francis Lee; fotografia:Stephane Fontaine; montaggio:Chris Wyatt; musica:Volker Bertelman e Dustin O' Halloran; scenografia:Sarah Finlay; interpreti: Kate Winslet, Saoirse Ronan, Fiona Shaw, Gemma Jones; produzione:See-Saw Films; origine:Gran Bretagna; durata:120'



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mercoledì 28 ottobre 2020

LIBRI - 'Il cane anziano. Come mantenerlo in forma', di Daniela Pozone

Anche se non si tratta di cinema, sono stati ampiamente protagonisti della Storia del Cinema... parliamo dei nostri migliori amici a quattro zampe, i cani! Vi segnaliamo a questo proposito "Il cane anziano. Come mantenerlo in forma" di Daniela Pozone, breve guida di 64 pagine su come gestire, accudire e star vicino al proprio cane in età avanzata. Come pulire le orecchie, come tagliare le unghie, come comportarsi quando il proprio amico ha difficoltà di deambulazione, quando fare le visite dal veterinario, quali cibi, come affrontare l'incontinenza.

In vendita come Ebook Formato Kindle a 4,67 euro al link https://www.amazon.it/dp/B08KQJ9WBF...

Questi e molti altri argomenti sono solo alcune delle tematiche affrontate in queste pagine scritte da Daniela nella speranza di essere di aiuto a tutti coloro che hanno un cane che inizia ad avere il musetto bianco.

"Ho deciso - sottolinea Daniela - di scrivere questa breve guida con la speranza di essere di aiuto e di sostegno a tutti coloro che hanno un cane anziano, cioè dagli 8 anni in su, in modo che riescano a migliorare la qualità della vita del loro amico a quattro zampe. La maggior parte dei consigli che troverete in queste pagine sono il risultato delle esperienze vissute con tanti cani che mi hanno accompagnato nel percorso della vita".



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Arrivano i Fratelli Noir, Catania non avrà più i colori di prima...

Se ne parla da mesi, ed è diventata cult ancora prima di iniziare la nuova Sitcom nata dal genio di Daniele Gangemi, tanto da essere stata persino selezionata ufficialmente in concorso al prestigiosissimo Vegas Cinefest International Film Festival di Las Vegas, in Nevada, quando ancora In Italia mancavano quattro giorni alla data effettiva di distribuzione… Del resto, in epoca di coprifuoco e serate casalinghe, cosa c'è di meglio di una serie web tutta da scoprire? La puntata zero dei Fratelli Noir sarà così lanciata ufficialmente on-line dal 30 ottobre alle 14.30 sul canale youtube.com/c/fratellinoir, una di quelle date importanti destinate a lasciare un segno indelebile tra il prima ed il dopo: Arrivano i Fratelli Noir, Catania non avrà più i colori di prima… “Credo che il merito di questo successo sia da suddividere in quote con tutta la mia crew” dichiara il Regista della serie, che oltretutto ne ha anche scritto la sceneggiatura “ringrazio tutti, perché la visione precede le azioni… e senza la fiducia di tutti non avrei potuto esprimere il pieno potenziale di quest'idea”. L'idea alla base dei Fratelli Noir infatti è audace “Si tratta di una situation- comedy dal gusto retrò… Ma in realtà non mi sento di inquadrarla in un genere solo, poiché ho attinto a piene mani anche dall'Hardboilded americano e dal Noir metropolitano, senza dimenticare di rendere il tutto anche un po' surreale” continua Gangemi, aggiungendo inoltre “il mio intento è di rendere Catania una delle attrici protagoniste, con il pretesto di seguire Renny Zapato e François Turrisi alla guida della loro Citroen d'antan per le strade della città. ”Ma le primedonne dei Fratelli Noir sono molte, vedremo infatti Francesca Agatenei panni di un'indiscreta cassiera, Ketty D'Agosta sarà l'amore al balcone di Renny, mentre Myriam Rapisardifarà battere il cuore noir di François, infine sarà la grande Egle Doria a regalare la sua voce alla dark-lady che contatterà i due Detective per dirimere il primo caso della fortunata serie. Per quanto riguarda il cast artistico le sorprese non sono finite, Plinio Milazzo infatti interpreterà un pescatore omertoso, Santi Sergio Falsone sarà per la prima volta sullo schermo come un ambiguo barman, infine il magnifico Aldo Toscano sarà, a sorpresa, un autentico villain. Gangemi conclude la carrellata sulla crew con in cast tecnico. Alessandro La Fauci alla fotografia ha dato vita alle atmosfere dark della serie, le scenografie sono firmate da Andrea Salomon e gli arredi da Anna Scordio, ai costumi Debora Privitera, mentre le acconciature sono di Salvo Di Bella ed il trucco di Antonella Muzzetta. Ma le sorprese non finiscono qui, tanto che le musiche originali sono state composte per l'occasione da Salvo Bruno Dub,

mentre Bruno Ventura è stato il sound-designer oltre ad aver curato il mixaggio audio, del suono in presa diretta invece se ne è occupata Caterina Maria Grillo. E la sigla ad effetto? Quella è un'opera di Fabio Fagone, mentre Luca Carrera ha cesellato il lavoro curando il montaggio come solo lui sa fare. Infine l'immagine che vedremo sulle locandine è stata creata dal bravo Lorenzo Scandurra. Un grazie, su tutto, va a chi ha creduto nel progetto, cioè ad Isabella Arnaud ed Andrea Salomon per Cinedance. Non resta che attendere le 14.30 del 30 ottobre adesso, ma solo dopo essere subito corsi ad iscriversi al canale YouTube dei Fratelli Noir, come raccomanda Gangemi per essere sicuri di non perdersi nulla di questo nuovo ed entusiasmante progetto!



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The horrible house on the hill è il film perfetto per Halloween secondo Quentin Tarantino

Disponbile in dvd nella collana Horrible Tapes, insieme a The children di Max Kalmanowicz e Jesse James meets Frankenstein di William Beaudine, The horrible house on the hill di Sean MacGregor e David Sheldon pare sia il film perfetto da vedere la sera di Halloween secondo l'ex enfant terrible di Hollywood Quentin Tarantino. Intervistato al PaleyFest, l'autore di Pulp fiction e C'era una volta a... Hollywood ha infatti consigliato per i festeggiamenti del 31 Ottobre di visionare People toys, che è, appunto, il titolo alternativo – come pure Devil times five – con cui è conosciuto The horrible house on the hill, del 1974.

“Leif Garrett è il leader di questi ragazzini assassini, la sua è una performance veramente straordinaria in questo film. La pellicola è fantastica, oltre che un po' malata, ma è proprio questo che rende la visione ancora più piacevole” ha dichiarato il cineasta a proposito di questa vicenda dal sapore slasher riguardante cinque strani ragazzi sopravvissuti ad un incidente stradale che si rifugiano in una lussuosa villa di montagna di proprietà del magnate Papa Doc, ignaro del fatto che essi siano sfuggiti a una clinica per malati di mente.

Per poi proseguire: “Mi ha lasciato senza fiato. È fantastico! Ne ho sentito parlare da sempre, da attori e registi, in parte anche perché per anni è stato proiettato nei drive-in di tutto il paese. Ci sono voluti molti anni ma, alla fine l'ho guardato e ho pensato ‘Wow! È davvero fantastico”.

Come anche The children e Jesse James meets Frankenstein, The horrible house on the hill è acquistabile in edizione standard o in limited edition, comprendente insieme al disco digitale il poster, una cartolina, l'adesivo Horrible Tapes e la videocassetta del film, in esclusiva da queste due pagine:

www.spaghettihorror.it/prodo...

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