Un rifugiato siriano, che per raggiungere la donna amata si fa tatuare la schiena da un artista amante della privazione. Due universi che si incontrano e confliggono sono al centro de L’uomo che vendette la sua pelle, nuovo film della tunisina Kaouther Ben Hania, presentato a Venezia 2020 e in uscita nelle sale dal 7 ottobre, distribuito da Wanted Cinema. Il precedente, La bella e le bestie, aveva ottenuto attenzione a Cannes, prima di uscire anche nei nostri cinema.
Sam Ali è un giovane siriano che ha lasciato il suo Paese per il Libano per sfuggire agli orrori della guerra. Per poter viaggiare in Europa e raggiungere l'amore della sua vita, accetta di farsi tatuare la schiena da uno degli artisti contemporanei più controversi del mondo. Trasformando il suo corpo in una straordinaria opera d'arte, Sam finisce per rendersi conto che la sua decisione potrebbe significare tutt'altro che libertà.
Abbiamo incontrato la regista, Kaouther Ben Hania.
Da dove nasce l’idea?
La prima immagine viene da una mostra al Louvre, una retrospettiva di Wim Delvoye, un artista belga che ha tatuato la schiena di un uomo in un’installazione esposta negli appartamenti di Napoleone. Un’immagine che mi è rimasta in testa, così forte che ha aperto un immaginario ampio, di ipotesi e di finzione. Poco a poco le cose si sono costruite nella mia testa, insieme alla crisi dei rifugiati, alla guerra in Siria e al mondo dell’arte contemporanea. È diventato una storia, ma è tutto partito da quell’immagine.
Mette in comunicazione due mondi normalmente lontani come quello dell’arte contemporanea e quello dei rifugiati.
La magia della finzione mi ha portato a dirmi che il protagonista, l’uomo tatuato, sarebbe stato un rifugiato. Il che mi ha permesso di mescolare il mondo del lusso, raffinato e ricco, con quello pieno di problemi della sopravvivenza, con emigranti senza documenti. Attraverso il sistema e il non sistema si incontrano, attraverso Sam Ali, il protagonista interpretato da Yahya Mahayni.
È impulsivo, ma con momenti di tenerezza, insegue l’amore della sua vita e allo stesso tempo ha molta rabbiaper non poter esprimere fino in fondo la sua libertà.
L’ho costruito con tutta l’umanità possibile, con le sue contraddizioni, i difetti e le qualità. Ha un gran cuore e non è certo privo di impulsività, costretto a delle scelte obbligate. Volevo fosse distaccato e con dell’umorismo nero verso la sua situazione. È estremamente intelligente, ma anche sensibile, sempre guidato dalle sue emozioni. Non riflette mai in maniera fredda, come l’artista o la gallerista interpretata da Monica Bellucci, ma con il cuore. Si crea sempre dei problemi. L’ho disegnato con la complessità che può avere un personaggio di finzione, ma anche una persona. Yahya Mahayni, che ha ottenuto il premio come miglior attore a Venezia, nella sezione Orizzonti, ha subito capito il personaggio. Anche come persona ha il distacco, l’humor nero e l’agilità del personaggio. L’ha incarnato sia fisicamente che emotivamente. È un attore formidabile. Sono stata molto contenta che abbia vinto il premio. La prima volta che abbiamo fatto un privano con lui, il produttore uscendo mi ha detto che al primo festival in cui sarebbe stato presentato il film, Yahya avrebbe vinto il premio per l’interpretazione. Ancora prima delle riprese, talmente era convinto delle sue qualità.

Ama l’arte contemporanea, e pensa che ci sia in quell’immaginario qualcosa di particolarmente cinematografico?
La seguo da vicino, ci sono artisti che adoro. È un mondo vicino al cinema, nel senso che non c’è niente di naturale, è tutta una “messa in scena”. L’idea di un’artista prende poi forma, diventa creazione di senso. Filmare per me l’arte è stata una vera sfida. Non sono luoghi naturali, come un deserto o un campo di grano, sono costruiti dall’uomo. Abbiamo discusso molto con il direttore della fotografia su come mettere in scena qualcosa che è già messo in scena. Era molto interessante. Quando si incontrano, l’artista e il rifugiato, ognuno porta con sé il proprio status unidimensionale, anche se sono degli esseri umani. Piano piano l’artista cinico e pieno di sé, e il rifugiato tutto passioni impulsive, comprendono qualcosa d’importante l’uno dell’altro. Per l’artista, l’altro all’inizio è solo una tela, ma lo sorprende, si rende conto che deve cambiare il suo sguardo. Un’esperienza che li arricchisce entrambi.
Il film suscita delle riflessioni interessanti sulla libertà. Da una parte il rifugiato cerca la donna amata in Europa, ma per farlo deve cedere la sua libertà, diventa un prodotto. Un conflitto sociale e umano, fra il primo mondo e quello in guerra, su cosa voglia oggi essere veramente libero.
Mi interessa molto il libero arbitrio. Siamo o no veramente liberi? Ha senso stare fuori dal sistema, questo ci rende schiavi o meno? La cosa peggiore che può capitare è far parte del sistema, ma esserne ignorato. Essere apolide è una forma di libertà, ma che ci pone dei problemi, vivendo in un mondo organizzato e pieno di leggi. Non avere i codici e le chiavi di questo mondo provoca delle conseguenze. Nel film mostro come nessuno dei due protagonisti è libero, cercando di esserlo.
Ci sono molti generi e cambi di tono, dall’ironia al dramma.
Parto sempre dal personaggio principale, che in questo caso è molto complesso. Vive una storia d’amore e una tragedia, pur con la sua ironia. È come una partizione musicale, non si può rimanere sullo stesso tono sempre. È lui che impone i cambiamenti. Vive una tragedia che poi vira verso la commedia nera.
Come mai ha scelto Monica Bellucci?
Prima di tutto perché l’adoro, sono una sua fan e la trovo sublime. Volevo lavorare con lei. Ha visto il mio film precedente, La bella e le bestie. Le ho mandato la sceneggiatura e ha amato il personaggio della gallerista, bionda e così algida, molto differente da lei, il che ha reso il ruolo ancora più interessante. L’ho scelta prima del protagonista. È una donna eccezionale, di intelligenza fuori dal comune.
Ci sono vari film interessanti usciti anche in Europa negli ultimi anni. Qualcosa si sta muovendo nell’ambito del cinema tunisino?
Non vengono prodotti molti film, ma quasi in ogni grande festival c’è un film tunisino. Esiste un vento di libertà in atto dalla rivoluzione, visto che siamo una giovane democrazia. Abbiamo cambiato sistema politico, siamo passati da una dittatura a una nascente democrazia, con una forma di libertà d’espressione che permette un rinnovamento e una nuova generazione di cineasti di grande interesse, che raccontano il paese senza censure. Il cinema tunisino è in piena effervescenza, e mi sembra susciti sempre più attenzione.
Una clip in esclusiva de L'uomo che vendette la sua pelle
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