martedì 28 novembre 2017

Sale piene e la sfida della pubertà al Torino Film Festival 2017

Le sale sono piene, le file non mancano, e questo rassicura sempre il cinefilo che la sua amata settimana arte, almeno qui a Torino, avrà sempre un futuro. Sotto la rassicurante protezione della Mole si susseguono le visioni, quest’anno un po’ più in saliscendi rispetto a più fortunate edizioni; ma del resto anche gli altri grandi festival (Venezia a parte) hanno subito un’annata zoppicante. I numeri del primo fine settimana parlano di incassi equivalenti a quelli della scorsa edizione, in cui erano a disposizione, però, tre sale in più di quest’anno. Un bel 30% dei film hanno fatto segnare il tutto esaurito, il che aumenta ancora di più il rammarico per la situazione di stallo sulla futura direzione, sia artistica che del festival più in generale, legata alle indecisioni degli enti locali. Sicuramente questi numeri, e soprattutto gli appassionati torinesi che li hanno permessi, meriterebbero maggiore chiarezza. Il festival è in salute, la speranza è che non si cerchi il cambiamento solo per il gusto di farlo, magari riempiendosi la bocca di slogan e tendenze più o meno modaiole.

Partiamo ora con le cose migliori viste nelle ultime ore, provenienti dal quel concorso spesso prodigo di pellicole fragili e emozionanti che meritano di essere protette e raccontate.

È il caso di They di Anahita Ghazvinizadeh, un titolo che identifica il modo in cui il ragazzo protagonista, J, vuole essere chiamato: They, loro. La premessa è interessante, infatti J si sottopone a un trattamento ormonale sper rallentare l’arrivo della pubertà, in una fase della vita in cui di solito i ragazzi vogliono tutti andare a mille all’ora, lui vuole fermare il tempo e riflettere per bene su come costruire la sua identità futura, sessuale ma non solo. Una premessa che dà l’idea della bella maturità riflessiva di J, mentre anche le persone intorno a lui sono alle prese con bivi importanti e scelte decisive. Il tutto è raccontato senza fretta o frenesia, con un minimalismo antropologico che coinvolge le piante che coltivano, un gatto che si rifugia da loro abbandonando la casa di una vicina, la pronuncia del nome del fidanzato della sorella, curdo iraniano. 

La Ghazvinizadeh, esordiente iraniana classe 1989, cresciuta sotto l’egida di Abbas Kiarostami e della Cinefondation di Cannes, dove il film è stato presentato come proiezione speciale, utilizza luoghi e tematiche del cinema indipendente americano, spogliandolo di ogni movimento non necessario, così come i personaggi di ogni ruolo predefinito. Un corto della giovane cineasta vinse la Cinefondation quattro anni fa; presidente di giuria Jane Campion, che ha voluto seguirla per il suo esordio come produttrice. They è un piccolo film da maneggiare con cura, esposto all’impazienza di uno spettatore frettoloso, ma sarebbe un peccato non coglierne lo spessore non comune. Un momento di calma, come quell’estate per J, prima che la vita acceleri, sotto forma della bufera adolescenziale. 

Parlando di delusioni, invece, dobbiamo bocciare senza appello Kings, nuovo film di Deniz Gamze Ergüven, regista dell’ottimo Mustang. Abbandonando l’ambientazione della sua Turchia, perde saldi punti di riferimento raccontando di alcuni personaggi smarriti durante i violenti giorni di sommossa a Los Angeles - siamo nella primavera 1992 - seguiti al pestaggio di Rodney King da parte della polizia. Millie è madre di molti figli, propri o presi dalla strada e aiutati a sopravvivere, interpretata da Halle Berry in versione nevrastenica, in un film urlato e nevrotico, come se ci fosse bisogno di banalizzare il nervosismo di quei giorni di vera guerriglia nei quartieri ghetto di Los Angeles. Uno dei pochi bianchi del suo quartiere, interpretato da Daniel Craig, si dimostra però pronto ad aiutare Millie, che perde per strada i suoi pargoli, più o meno direttamente coinvolti nei moti. Cronaca greve che non lascia spazio a una vera analisi della situazione, Kings spinge sempre sull’acceleratore creando presto assuefazione (e irritazione) nello spettatore. Sembra incredibile pensare che la mano sia la stessa di un film così sensibile e delicato come Mustang. Peccato davvero, passo falso per quella che sembrava potesse essere un’autrice da seguire del futuro cinema europeo. 

Poco riuscito ci è sembrato anche Riccardo va all’inferno, in uscita dal 30 nelle sale, nuova incursione musical per Roberta Torre, che si è affidata a Massimo Ranieri per adattare a modo suo il Riccardo III di Shakespeare. Le canzoni di Mauro Pagani sono orecchiabili, ma il film risulta un esercizio visivo gradevole privo di mordente, di quella forza drammaturgica disperata di cui l’opera del bardo dovrebbe trasudare.



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