giovedì 30 novembre 2017

Daphne e Wonder Woman senza super poteri in un Torino Film Festival al femminile

Il cinema britannico è di casa a Torino, specie con la direzione Martini, e regala spesso buone sorprese. È il caso di Daphne, opera prima dello scozzese Peter Mackie Burns, un altro nostro colpo al cuore del concorso Torino 35. La storia di una trentenne come se ne conoscono tante, che vivono nelle pieghe di una città enorme come Londra. Una donna contemporanea e credibile, che non vive in una commedia romantica, ma in una routine di sesso svogliato e occasionale, sbronze e un lavoro in una cucina di un ristorante hipster di moda, anche se non riesce neanche lì a emergere: prova a casa ogni tanto dei piatti, ma non è mai contenta e li butta regolarmente nel secchio.

Non è più ventenne, anche se continua a vivere con i ritmi di quella fase vorace, senza provarne più di tanto gli aspetti elettrizzanti; è semplicemente bloccata in uno stile di vita e troppo pigra e spaventata per cambiarla. Disillusa nei confronti dell’amore, che distingue rigidamente dal sesso, provando il primo in modo da dimostrare che il secondo non esiste, o almeno non ha speranze di durare, fa della misantropia un lato decisivo del carattere, e ama leggere sdraiata sul divano, dilettandosi con Slavoj Žižek.

Una notte un evento le sposta di qualche grado l’asse di rotazione delle sue 24 ore, la mette di fronte al limbo in cui vive, portandola a guardandosi dentro, e intorno a lei: dalla madre che la rende insofferente al suo capo, complice di chiacchiere e silenzi in pausa sigaretta. Il tutto senza una parola di troppo, con un lavoro di scarnificazione nello sviluppo della sceneggiatura (di Nico Mensinga) che riesce a rendere con maestria lo spaesamento comune a un’età, a una metropoli e a un’epoca. La rossa Emily Beecham è magnetica, carismatica eppure comune, un talento vero. 

Non c’è compiacimento distruttivo, non si delinea una rete di tentatori che circondano la nostra Daphne; tutt’altro, sono spesso persone carine quelle che la cercano e ne colgono la sensibilità nascosta dietro strati di cinismo e allergia per ogni forma di smanceria. Brazzini. Daphne usa l’ironia come maschera di difesa e sembra una vicina di posto in autobus che abbiamo incontrato mille volte, se solo avessimo avuto la curiosità di immaginare la sua vita, di seguirla una volta scesa alla sua fermata. Fra i produttori anche l’italiana trapiantata in Gran Bretagna Valentina Brazzini.

Una piacevole sorpresa, pur nelle sue imperfezioni e una certa tendenza all’estetizzazione, è anche Professor Marston & the Wonder Women, presentato nella sezione Festa mobile. Un altro film al femminile in un’annata, a Torino come in generale nella produzione complessiva, che dimostra l’inizio di un’inversione di tendenza.  

Vicenda molto curiosa, realmente accaduta, che racconta le origini del fumetto Wonder Woman e del suo creatore, li psicologo di Harvard William Moulton Marston, impegnato insieme alla moglie Elizabeth in esperimenti legati alle loro teorie sulle dinamiche relazionali umane. La musa per il personaggio diventato mitico fu l’amante della coppia, Olive Byrne, lato decisivo di una famiglia triangolare che visse per decenni disinteressandosi delle convenzioni e del puritanesimo, attraversando l’America della fine degli anni ’20 fino a alla seconda metà del secolo. 

Wonder Woman fu creata negli ani ’40 e preso di mira dal perbenismo dell'epoca per la sua “perversione sessuale”, per la presenza di sesso, nudità, bondage, tutto rigorosamente sperimentato in piena libertà domestica dai tre protagonisti, interpretati con misura e sensualità da Luke Evans, Rebecca Hall e Bella Heathcote. Probabilmente la regia di una donna come Angela Robinson ha aiutato a far sì che il film mantenesse una tensione erotica di fondo senza mai sconfinare nella volgarità, ritraendo un'appassionante storia di amore e libertà. Non aspettatevi lo scandaletto per sconvolgere i puritani, qui la ricchezza della figura del professor Marston è data dal suo femminismo, dalla sua intelligenza nel fare un passo indietro rispetto al suo ruolo sociale di dominatore nella coppia (e ancor di più nel triangolo), dalla sua assoluta convinzione sulla superiorità creativa e intellettuale delle donne. Molto attuale, non trovate?


Il cinema italiano, numericamente più rappresentato di altre edizioni, anche se non sempre a livelli convincenti, è protagonista con la versione cinematografico dello spettacolo teatrale Favola, con assoluto protagonista Filippo Timi nei panni di una donna, casalinga anni ’50 alla Doris Day, in un contesto che richiama una via di mezzo fra un omaggio e una parodia del cinema di Doris Sirk, amato e riproposto varie volte da Todd Haynes.

Mrs Fairytale (Timi) e Mrs Emerald (Lucia Mascino) sono due grandi amiche che si ritrovano per pettegolezzi sul rispettivi mariti e sulle loro vite annoiate. Lavoro lodevole quello sulla lingua, in un film che diverte nella prima parte, strappa sorrisi e qualche risata, anche se promette più di quanto poi mantenga. Rimane un divertissement piacevole, ma non elabora più di tanto gli spunti sulla condizione femminile e la libertà di seguire la propria strada. Si arriva col fiatone agli ultimi venti minuti.



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