sabato 22 febbraio 2020

Wildland - Berlino 2020

La sezione Panorama tiene a battesimo il primo convincente lungometraggio della trentacinquenne regista danese Jeanette Nordahl, la quale, fin qui, aveva alle spalle solamente qualche promettente cortometraggio, che le è valsa la partecipazione al Torino Film Lab, di cui il presente film rappresenta il principale risultato. Il titolo originale danese Kød og Blod significa “carne e sangue”, il titolo internazionale invece è un po' più generico, ovvero Wildland, terra selvaggia, giungla. È proprio in mezzo alla carne della propria carne, al sangue del proprio sangue che si scatena la giungla.

Il cinema danese ci ha non da oggi abituati a feroci disamine sulle costellazioni famigliari, ma questo film raggiunge livelli qua e là davvero insostenibili quanto a brutalità. Ida, una silenziosa e slavata ragazzina diciassettenne, perde la madre in un incidente stradale, qualche frammentario flashback ci fa capire che la madre non era per nulla esente da colpe, la faccia tutta gonfia per gli eccessi del consumo dell'alcol.
Traumatizzata dall'evento, presa in carico dai servizi sociali (il volenteroso ma alla fine impotente assistente Omar, forse non del tutto a caso l'unico NON danese dell'insieme dei personaggi), viene quindi “affidata” alla zia Bodil, una bella signora, dalle apparenze eleganti ed affettuose che vive in una villetta unifamiliare in mezzo al verde insieme ai tre figli che l'uno dopo l'altro impareremo a conoscere. E, dietro la facciata di una famiglia perfettamente funzionante con tanto di mogliettine, fidanzate e nipotini, la mensa imbandita per colazioni piene di marmellatine, l'orrore si spalanca: per prima cosa perché la famiglia costituisce anche un'efficientissima impresa, un'impresa niente meno che di strozzinaggio con tutte le tremende ritorsioni che ci possiamo immaginare, che anzi presto vedremo messe in opera e in cui tutti più o meno partecipano consapevoli del proprio ruolo, in secondo luogo perché almeno due figli su tre sono affetti da conclamate patologie, probabilmente originate dalla famiglia stessa. E Ida subisce attonita e perplessa l'iniziazione alla violenza, sempre più esplicita, alle dinamiche vigenti in questa famiglia adottiva, agghiacciante ma a suo modo paradossalmente affettuosa. A poco valgono i pochi momenti di distrazione, i brevi istanti di complicità, simulacri di una famiglia vera, di una adolescenza serena che Ida ha perso per sempre, se mai l'ha avuta.

Fino al sacrificio finale di Ida, impossibilitata a uscire da questo perverso ingranaggio (o l'adesione al sacrificio è invece l'unica vera possibilità che le resta per uscire dall'ingranaggio e nascondersi in un contesto finalmente più protettivo?) che non riveleremo nel rispetto di un film, il quale, appunto, col passare dei minuti cambia totalmente e plausibilmente statuto di genere: da romanzo a famigliare a psico-thriller. Un sacrificio, il suo, rivelatosi alla fine inutile perché incapace di stornare la patologia che come una maledizione, genetica e sociale, grava su quel mondo.

(Kød og Blod); Regia:Jeannette Nordahl; sceneggiatura: Ingeborg Topsøe; fotografia:David Gallego; montaggio:Michael Aaaglund; interpreti: Sandra Guldberg Kampp (Ida), Sidse Babett Knudsen (Bodil), Joachim Fjelstrup (Jonas),Elliott Crosset Hove (David) Besir Zeciri (Mads); produzione: Snowglobe, Kopenhagen origine: Danimarca 2020; durata: 88'



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