martedì 25 agosto 2020

Song of Names: la recensione dello struggente film con Tim Roth e Clive Owen

Comincia con un concerto annullato e un musicista prodigioso che sparisce senza lasciare tracce Song of Names, che segue fedelmente un romanzo di Norman Lebrecht trasformato in una buona sceneggiatura da Jeffrey Caine. Inizia con uno strappo e un dolore il mistery drama che ha riportato il regista franco-canadese François Girard alla nobile arte del violino a ventidue anni di distanza da Il violino rosso e pian piano si trasforma nell'elegante e ben confezionato diario di un'ossessione. L'ossessione cadenza le giornate del fratellastro del ragazzo scomparso, che, 30 anni dopo, ancora cerca forsennatamente notizie, informazioni, indizi. Gli indizi un giorno arrivano, e allora il sobrio e misurato Martin Simmonds detto Motti si mette in viaggio per ritrovare David Eli Rapoport, arrivato a Londra da Varsavia negli anni '30 e adottato, appunto, dalla famiglia "bene" di Martin.

Già una simile premessa, insieme alla rassicurante presenza di un eccellente Tim Roth e a una notevole fluidità narrativa, inchioda lo spettatore alla poltrona e lo strega come un filtro d'amore. Se si aggiunge la struggente musica di uno strumento fabbricato nell'Italia nel '700 e suonato per il film dall'australiano Ray Chen, allora l'incantesimo è completo. E tuttavia c'è molto altro in Song of Names, e questo altro ha decisamente a che vedere con quella religione ebraica che, nella sua "versione" ortodossa, abbiamo imparato a conoscere grazie a serie tv come Unorthodox e Shtisel, un credo che necessita devozione e dedizione assoluta e che qui si incrocia con una storia di Olocausto.

David in realtà si chiama Dovidl e, come il personaggio di una tragedia greca o di un dramma shakespeariano, non può sfuggire né alle sue origini né al suo destino, e il suo destino passa per il senso di colpa di chi non è morto in un campo di concentramento sopravvivendo ai propri amici e ai propri cari. E’ un tema molto interessante, che affiora solo a tratti all'interno di un racconto dal ritmo sostenuto e che prevede diversi cambi di location. Però c'è, e coesiste con una riflessione puntuale e profonda sulla figura dell'artista. L'artista, in Song of Names, è dapprima un bambino vispo e impertinente, poi un ragazzo ribelle e infine un non artista, perché di fronte allo sterminio e alla violenza gratuita l'arte è destinata a soccombere, o a mettersi al servizio della memoria, una memoria atroce che per chi ha sfiorato l'agghiacciante permanenza a Treblinka è una continua stilettata nel cuore. Anche da non artista, David conserva tuttavia l'egocentrismo del piccolo genio di un tempo, a cui fa da contrappeso l'umiltà e la riservatezza di chi quel genio l'ha seguito e adorato (Martin) e possiede un dono di inestimabile valore: la capacità di perdonare e di andare oltre.

Molto commovente e quasi catartico nella parte finale, che spiega il titolo del film e il destino del "virtuoso" di una volta, Song of Names ha il suo momento migliore nei flashback sull'infanzia dei due protagonisti, che sviluppano un sano e competitivo rapporto di amicizia e che guardano ciascuno in modo diverso il mondo, consapevoli di trovarsi sull'orlo di un precipizio. In questo senso il film è una storia di fanciullezza o meglio adolescenza rubata, e di speranza che si fa sempre più esile. Crescono in fretta Motti e Dovidl, che dividono la cameretta ma anche i rifugi antiatomici, dove solo la musica può distrarre dalla devastazione. Le scene che li mostrano ancora ragazzi hanno grande freschezza e spontaneità, a differenza di un inizio che rivela una messa in scena troppo patinata e di una parte intermedia che, ad eccezione di un pugno di sequenze ambientate in Polonia e Brooklyn, non supera la freddezza che contraddistingue alcuni film che sono troppo al servizio di un libro.

E Clive Owen, come recita? Non vi illudete: appare poco, ed è un peccato, anche se i giovani Jonah Hauer-King e Gerran Howell se la cavano egregiamente, e pure gli attori bambini sono notevoli. Nessuno di loro tuttavia ce la fa, per le ragioni di cui sopra, a togliere a Song of Names l'aria di qualcosa di già visto, qualcosa di magnetico, lo ripetiamo, ma non originalissimo. E tuttavia il film è un’importante testimonianza storica e rivendica, giustamente, la necessità di non dimenticare e di tenere presente che, dietro alle ordinate strade londinesi così ben fotografate da David Franco, e dietro ai sontuosi palcoscenici dove si esibiscono i musicisti, c'è sempre l'odore dei cadaveri, la polvere dei macerie e la distruzione provocata da una follia chiamata Nazismo che nessun essere senziente riesce ancora a spiegarsi.



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