mercoledì 18 dicembre 2019

Trieste Science+Fiction Festival 2019

Trieste Science+Fiction (locandina)Nato come cortometraggio nel 2016 e ora diventato un film vero e proprio, Code 8 di Jeff Chan, presentato in anteprima italiana al Trieste Science+Fiction Festival 2019 è insolito nel suo genere. Pur parlando di supereroi, infatti, li presenta in modo radicalmente diverso e in un contesto che nulla ha a che vedere, ad esempio, con X-Men.
Interpretato da Stephen Amell, noto ai più per la serie Arrow, che qui ricopre un ruolo secondario, e dal cugino Robbie Amell, nella parte del protagonista Connor, il film narra di un ipotetico futuro in cui le persone dotate di poteri, dopo essere state sfruttate nell’industria cittadina, vivono da emarginate e perseguitate sotto la perenne sorveglianza di droni pronti a eliminare chiunque assuma un comportamento ritenuto inappropriato. Connor, Elettrico cresciuto con la madre, unico punto fermo della sua vita e ora gravemente malata, finisce per lasciarsi coinvolgere in una situazione pericolosa quando la malattia di lei peggiora e i soldi per curarla iniziano a scarseggiare. Illudendosi di poter in qualche modo risolvere le difficoltà, entra a far parte di una banda che collabora con gli spacciatori di una nuova droga, e oltre a perdere la madre rischia di perdere anche se stesso.

Ben concepito, sia dal punto di vista della trama che degli effetti speciali utilizzati, il film è una classica storia di crescita e presa di coscienza di sé. La differenza sta nel fatto che il protagonista non è un adolescente ma un adulto, non ancora pienamente consapevole delle sue capacità anche a causa dell’istinto protettivo della madre, che deve imparare ad accettare la perdita della persona più cara e a vivere la propria vita trovando la sua strada e facendo le sue scelte. I soldi spesi nella realizzazione si vedono tutti, ma le sequenze con i poliziotti robot automaticamente sganciati dai droni sono destinate a entrare nella storia del cinema.

Di atmosfera ben diversa, più misteriosa e aperta a svariate interpretazioni, la pellicola Ghost Town Anthology di Denis Côté. Ambientata in una cittadina del Canada poco distante da Québec, è tutta giocata sullo stato di isolamento dei pochi abitanti e sul loro desiderio di gestirsi da soli i problemi e non distruggere quel senso di comunità che li contraddistingue. La morte di un giovane membro del gruppo, che avviene all’inizio del film, mette a rischio il delicato equilibrio di convivenza e costringe gli abitanti a confrontarsi con una realtà quasi inconcepibile da cui alcuni sceglieranno di fuggire.

L’intento metaforico è evidente fin dal titolo, che può riferirsi a quelle cittadine destinate progressivamente a spopolarsi e diventare fantasma, oppure a città popolate da fantasmi. Denis Côté sfrutta al meglio il paesaggio innevato canadese e dà un certo spessore psicologico ai diversi personaggi, caratterizzandoli e rendendoli unici negli atteggiamenti e nelle convinzioni. Il riferimento all’attuale situazione mondiale con la paura per tutto ciò che è straniero e ignoto, e il timore della perdita della propria identità, sono altre tematiche che fanno da sfondo alla pellicola e vengono affrontate tenendo conto del contesto canadese, in particolare del fatto che nella zona di Québec una ristretta comunità di francofoni è praticamente circondata da una popolazione di anglofoni.

Interessanti nei contenuti e nelle tecniche di ripresa si sono rivelati i Fantastic Shorts out of competition, nati con la voglia non solo di spaventare ma anche di divertire. Dei sette corti presentati, di registi da tutto il mondo, vale la pena menzionare Giltrude’s Dwelling, del canadese Jeremy Lutter, che nell’arco di quindici minuti mette in scena un universo fantasy con una protagonista costretta a scegliere tra il restare per sempre in attesa di un passato che forse non ritornerà o affrontare un futuro ignoto con un nuovo compagno di avventure; Mateo, del messicano Fernando Perezgil, incentrato sui pensieri di uno zombi che vorrebbe comunicare ai propri simili quanto sia importante apprezzare la vita e quello che ogni giorno ci viene donato, ma purtroppo, a causa della sua condizione, non è in grado di farlo e Dead Teenager Séance, dei brasiliani Dante Vescio e Rodrigo Gasparini, che con una buona dose di umorismo accompagnano lo spettatore all’interno di un’altra casa da cui gli adolescenti non escono mai vivi, mettendo però in risalto il punto di vista, e le battute, dei giovani deceduti attualmente impegnati a trascinare nel loro limbo l’uomo che li assassinò. Suscita qualche perplessità il corto italiano Ischidados (I risvegliati), di Igor De Luigi ed Eugenio Villani, che, pur presentando un’idea interessante sviluppata in trentasei minuti – epidemia zombie in Sardegna con una congrega, di antiche origini e profondamente animata dall’amore per la propria terra, che decide di combatterla – non è autoconclusivo ma lascia in sospeso molti punti che forse saranno chiariti in un eventuale, futuro, lungometraggio.



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