venerdì 13 dicembre 2019

I Migliori Film italiani del 2019: la nostra Top 10


Il cinema italiano ha visto rinnovarsi i grandi maestri e sperimentare i più giovani. Ci ha regalato ottime opere prime e seconde e ha spaziato fra i generi.

Il 2019 è stato un anno di grande cinema italiano, di nuove e coraggiose spinte, di audaci e sincere opere prime e seconde, di grandi maestri che hanno saputo reinventarsi, di incursioni sia nella storia antica che nelle contraddizioni che hanno attraversato il ventesimo secolo. Della bravura e originalità dei nostri registi si sono accorti i grandi festival internazionali: Berlino che ha tributato a La Paranza dei Bambini l'Orso d'Argento per la migliore sceneggiatura e Toronto, che ha premiato con il Platform Prize quel Martin Eden che già al Festival di Venezia aveva regalato a Luca Marinelli la Coppa Volpi per il miglior attore. I film italiani che noi abbiamo amato di più sono quelli che raccontavano una terra con il suo incanto, o una città con i suoi problemi e la sua umanità che vive di speranza e fugge l'illegalità. E poi, da gennaio a dicembre, si è continuato a fare quel cinema di genere che qualche decennio fa era il nostro vanto e il nostro orgoglio, mentre la commedia non ha raggiunto i livelli dello scorso anno, tranne che per un primo film che ci porta fra le inedite strade di un quartiere romano dove un italiano di seconda generazione affronta dilemmi esistenziali, amorosi e religiosi.

I Film Italiani più belli del 2019

Il Primo Re

Che Il Primo Re sia un film rivoluzionario non c'è dubbio. Matteo Rovere racconta la fondazione di Roma dal punto di vista di Romolo più che di Remo e sfida il pubblico facendo parlare i suoi personaggi in protolatino. Per il regista, che non guarda ai peplum hollywoodiani o ai nostri film sull'antichità, la parola d’ordine è: realismo. Ciò non toglie che il film sia anche ipnotico, soprattutto nella sua rappresentazione della religione, imperscrutabile e incomprensibile. Alessandro Borghi e Alessio Lapice hanno fatto un ottimo lavoro, e il legame che unisce i loro personaggi all'inizio è commovente e rende lo strappo da cui nascerà una grande cività molto doloroso. E’ una macchina complessa Il Primo Re, e la dimostrazione che, con un budget notevole a disposizione, si possono fare grandi cose

Il traditore

Con questo film Marco Bellocchio torna a occuparsi della storia del nostro paese e ammette la sua fascinazione per un personaggio a cui in passato non aveva minimamente pensato. Il Traditore non è un'apologia di Tommaso Buscetta, ma ne riconosce le doti di grande comunicatore e il suo essere un uomo d'onore rispetto a tanti altri mafiosi. Pierfrancesco Favino, con il suo naturale trasformismo, aderisce perfettamente al personaggio, in cui riconosce quasi un eroe romantico. Il lavoro dell'attore sulla voce e sul portamento del pentito è incredibile, e nelle sua arringhe svela la natura "teatrale" della politica. Il Traditore è anche un grande film di comprimari, a cominciare da Luigi Lo Cascio che fa Totuccio Contorno e Fabrizio Feraccane che interpreta Pippo Calò.

Martin Eden

Che Luca Marinelli fosse un grande attore lo sapevamo tutti, ma qui lo Zingaro di Lo chiamavano Jeeg Robot si supera davvero ed è un meravigliso Martin Eden, marinaio inquieto con il desiderio di diventare scrittore. La reinterpretazione di Pietro Marcello del romanzo di Jack London è interessante e necessaria. Ci sono tutte le contraddizioni del '900 nel film. Ci sono le lotte sindacali di inizio secolo, i roghi dei libri della Germania Nazista, il fascismo, la tv e i telefoni grigi. E c’è una commistione di linguaggi e di stili, con immagini di repertorio inserite qua e là a dare epicità alla storia raccontata. Martin Eden è come una barca che ci trascina fra i decenni, celebrando il valore della cultura e denunciando l'incapacità di accogliere e le ingiustizie sociali.

Pinocchio

Non è un Pinocchio dark, crudele e spaventoso la versione di Matteo Garrone della fiaba di Collodi, ma una lettura fedele dell'opera di partenza in cui per la prima volta il regista di Dogman spinge il pedale della comicità grazie ad animali antopomorfizzati che sono tenere creaturine invece che freddi robot. La fiaba nera lascia insomma il posto al film per bambini, anche se il male si intravede sempre all'orizzonte, e soprattutto si vede lo spaesamento del burattino dal vestito rosso. E’ bello che Pinocchio sia interpretato da un bambino e che Benigni, che è stato Pinocchio nel suo film del 2002, stavolta faccia Geppetto. E il suo Geppetto è la personificazione dell'amore paterno, e ricorda i "poveri" di Charlie Chaplin, dignitosi e teneri.

Tutto il mio folle amore

Dopo l'incursione nel fantasy e nel genere cinecomic con Il Ragazzo Invisibile e Il Ragazzo Invisibile: Seconda generazione, Gabriele Salvatores ritorna alle sue radici, alle strade che sa percorrere nel migliore dei modi: il rock e il road movie. Il film, che racconta una storia vera diventata poi un romanzo, è un viaggio che ricorda un po’ Marrakech Express e un po’ Turné, dove la gioia si mescola alla malinconia. Forse qui c'è più amore, che poi è l'amore fra un padre e un figlio, interpretati da un Claudio Santamaria in stato di grazia che canta Modugno e dall'esordiente Giulio Pranno, che ha raccolto la sfida di interpretare un ragazzo autistico e ha vinto. Il regista pensa a Pasolini e a Van Gogh, scegliendo come canzone del film "Vincent" di Don McLean. Come si fa a non struggersi ascoltandola e osservando Willi e Vincent fare un pezzetto di strada insieme nei Balcani, fra atmosfere alla Kusturica e da western?

5 è il numero perfetto

E’ un'opera prima 5 è il numero perfetto, ma non si direbbe, perché Igort, che trae il film da una sua graphic novel, ha le idee molto chiare su come "costruire" un'inquadratura e addirittura coreografare, all'interno di essa, i suoi attori. C'è un'estrema stilizzazione nelle sue scene, che sembrano quasi tableau, e c'è una Napoli anni '70 che è un universo squisitamente noir, con le strade buie e il cinismo dei personaggi. 5 è il numero perfetto non somiglia nemmeno un po' a un cinecomic Marvel, piuttosto guarda al cinema di Hong Kong quando le pistole sparano. Valeria Golino è dolce e bellissima, Toni Servillo ha un nasone meraviglioso e Carlo Buccirosso è fenomenale e duttile come sempre.

II Grande Spirito

Sergio Rubini e Rocco Papaleo non avevano mai recitato insieme, e ci chiediamo perché non lo abbiano fatto prima, visto che insieme sono perfetti nei panni di un delinquente mezza tacca e un folle che si crede un sioux e si fa chiamare Cervo Nero. La loro storia si svolge sui tetti, vicino al cielo, un cielo inquinato dalle ciminiere di un mostro di ferro che poi è L'Ilva. E’ una commedia Il Grande spirito, ma diversa dai due precedenti fim del regista, tanto che possiamo anche definirla un action in cui si combatte e si scappa: dai cattivi e da una vita nei bassifondi di Taranto ma anche della nostra anima. 

Lucania - Terra di sangue e magia

Lucania è uno di quei piccoli grandi film che hanno avuto fortuna all’estero e che in Italia sono stati apprezzati ma che la legge implacabile delle sale cinematografiche che cambiano continuamente cartellone forse ha un po’ ha danneggiato. Il nostro consiglio è di recuperarlo, perché ci porta per mano in una terra aspra, selvaggia e forte e ci racconta una storia di disperazioni e visioni, colpe reiterate e meschini boss locali nella quale all’improvviso si apre uno spiraglio di luce: una ragazza che ha perso la parola e che ritrova la voglia di sorridere. Gigi Roccati è un regista attento, che si permette campi lunghi e che cerca la verità dei luoghi e delle emozioni. Bravissima Angela Fontana, una delle due gemelle di Indivisibili.

A Tor Bella Monaca Non Piove Mai

Mentre lavorava per il cinema e la televisione, Marco Bocci studiava. Osservava i registi cercando di carpire i loro segreti e nel frattempo immaginava storie. A Tor Bella Monaca Non Piove Mai è diventato prima un libro e poi un film, e il film ha il pregio di raccontare una periferia dove non tutti sono dei criminali e si può resistere alla tentazione di infrangere la legge diventando un po’ perdenti ma conservando la dignità. Bocci sceglie bene i suoi attori (Andrea Sartoretti, Libero De Rienzo e Antonia Liskova) e chiede loro realismo. La sua regia è invece esplosiva, pop se non addirittura rock, e ogni inquadratura è un piccolo capolavoro. Infine c'è un Giorgio Colangeli che quando si arrabbia - e qui si infuria fin quasi a scoppiare - diventa davvero irresistibile, oltre che temibile.

Bangla

Ha visto giusto Domenico Procacci quando ha lasciato che il giovane e vivace Phaim Bhuiyan raccontasse la sua storia di italiano di seconda generazioni di origine bengalese in una commedia sia sentimentale che sociale. Bangla è forse l’unico film degli ultimi anni in cui un'onnipresente voce fuori-campo non è invadente e fastidiosa. Funziona piuttosto da contrappunto e commento alle azioni del protagonista, il quale, a mo’ di un novello Virgilio, ci conduce fra le strade vivaci di Torpignattara, crogiuolo di razze e mestieri, quartiere di chiese e moschee, di baretti e di street art. Il film esalta la diversità e dà una stoccatina alla falange razzista del nostro paese.



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