
Dal 1971 a oggi, siamo arrivati a tre generazioni di Shaft. Ne vedremo una quarta?
Icona della blaxploitation - il cinema di, con e per gli afroamericani, imbevuto di estetica e cultura black che fiorì negli Stati Uniti nel corso degli anni Settanta - il detective John Shaft è un mito che sembra non conoscere mai tramonto.
Lo ha creato, nelle pagine di un romanzo pubblicato nel 1970, lo scrittore Ernest Tidyman: un bianco, per strano che possa sembrare.
Lo Shaft del libro è diverso da quello del film che l'anno successivo fu diretto da Gordon Parks, con Richard Roundtree nei panni del protagonista: se volete è facile verificare in prima persona, dato che "Shaft - Un detective nero sulle strade di New York" è pubblicato in Italia da SUR.
Lo Shaft di Tidyman è una figura ancora vicina, per toni e umori, a quella di un classico detective dell'hard boiled: è tormentato, solitario e gravato da una stanchezza esistenziale. E il suo atteggiamento nei confronti delle questioni razziali è molto moderno, e meno radicale di quanto si possa pensare.
Certo è che comunque, gli elementi resi poi famosi dallo Shaft cinematografico sono già tutti lì: e Parks e Roundtree (ma anche lo stesso Tidyman, che è stato sceneggiatore) non hanno fatto altro che prenderli e amplificarli nel nome della provocazione e del pop, facendo di John il personaggio superfly, violento, ruvido e sarcastico che ben conosciamo.
Dopo Shaft il detective, Tidyman ha continuato a scrivere romanzi della serie, e allo stesso tempo è stato soggettista e sceneggiatore del secondo film con Richard Roundtree (Shaft colpisce ancora, 1972, ancora diretto da Parks), ma non ha avuto nulla a che vedere né col terzo (Shaft e i mercanti di schiavi, 1973, diretto invece dal bianco John Guillermin) né con le due stagioni della serie televisiva che, nel '73 e nel '74, traghettarono lo Shaft di Roundtree dal grande al piccolo schermo.
Nel 1976 uscì anche l'ultimo romanzo delle avventure del personaggio, che per lungo tempo sparì dagli schermi ma non dalla mente degli spettatori.
E allora ecco che, nel 2000, Shaft fa il suo ritorno al cinema con il film omonimo diretto da John Singleton, un crime movie che vede Samuel L. Jackson nei panni di John Shaft II, figlio di quell'altro, e Richard Roundtree tornare in un cammeo in cui veste di nuovo i panni che lo hanno reso celebre. Nel film di Singleton, tanto per far capire bene il legame forte con i film degli anni Settanta, ci sono poi cammei anche di Gordon Parks e di Isaac Hayes, l'autore della famosissima e iconica colonna sonora del primo film del '71.
A quasi vent'anni di distanza, nell'era dello streaming, Shaft è tornato. Su Netflix. Anzi, gli Shaft sono tornati. Perché alle due generazioni del film del 2000 se n'è aggiunta una terza. Diretto da Tim Story, lo Shaft di Netflix racconta infatti del giovane John "JJ" Shaft Jr., interpretato da Jessie Usher, un giovane analista dell'FBI che, per indagare sulla morte del suo migliore amico, si rivolge al padre che non frequentava da tempo, ovvero il John Shaft II di Samuel L. Jackson. E c'è spazio anche per il nonno Richard Roundtree.
A questo punto la domanda è più che lecita: tra altri vent'anni o giù di lì, arriverà al cinema o su qualche piattaforma uno Shaft di quarta generazione?
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