Forse l'ho già detto, ma non è solo la Berlinale a non essere più quella di una volta, ma anche la città che la ospita. "Fino a pochi anni fa ci sarei venuto a vivere di corsa", mi ha detto un collega pochi giorni fa, "ora non ci penso nemmeno lontanamente". Ametto di aver girato mollto poco - anzi per niente - quest'anno, ma l'impressione generale è che la città, colpita prima di altre dalla crisi economica in Germania, non solo non sia più così vitale come un tempo, quando dopo al Parigi degli anni Venti e l'inizio dei Trenta (quella di Midnight in Paris, per dire), e dopo la Londra degli anni Sessanta (ma anche Settanta e Ottanta), dopo la caduta del Muro era diventata il place to be di tutti gli artisti, gli intellettuali, i giovani irrequieti di tutta Europa. Forse sono io che sono invecchiato (sul tempo che passa e le trasformazioni di Berlino leggere "Le perfezioni" di Vincenzo Latronico, edizioni Bompiani), o forse è davvero così, forse Berlino è davvero una città un po' meno viva e pure un po' meno sicura di un tempo: a un altro collega hanno rubato lo zaino con computer e un sacco di altra roba dentro all'uscita di una centralissima stazione della metropolitana. Roba da farti venire il blues, come direbbero gli americani. Ma torniamo ai film, anche se continuiamo a parlare di grandi città che non sono più quelle che erano (New York in un caso, Vienna nell'altro), di borseggiatori e di gente che suona il blues: tutta roba che troviamo in The Only Living Pickpocket in New York (presentato fuori concorso: ma perché?) e The Loneliest Man in Town (dove la town è appunto la capitale austriaca, che corre invece per l'Orso d'oro).
The Only Living Pickpocket in New York
Noah Segan è uno che nella vita ha fatto (o fa, non ho idea di quali siano i suoi piani) principalmente l’attore. Forse lo avete visto in qualche film di Rian Johnson, visto che è apparso praticamente in tutti, sebbene in ruoli secondari. Aveva esordito alla regia qualche anno fa firmato un episodio dell’antologico Scare Package e poi ha scritto e diretto un film dal titolo Blood Relatives. In entrambi i casi si trattava di horror venati di commedia: non li ho visti, ma non se ne parla come di capolavori.
Ma non è tanto questo a interessarci, qui. A interessarci, o interessarmi, è il fatto che Segan è del 1983, e che abbia fatto un film che non solo non c’entra niente coi suoi precedenti, perché non è né commedia né horror, ma che è carico di un senso di affetto e malinconia per il passato - del cinema, del mondo, di tutti noi - che mi sorprende in un regista di poco più di 40 anni.
Harry - interpretato da un magnifico John Turturro - vive nel Bronx, ha una moglie malata che accudisce con amore e nella vita fa il borseggiatore. Non esattamente un bel mestiere, si diceva, ma bastano pochi minuti dentro The Only Living Pickpocket in New York per volergli bene, perché capisci che tutto sommato è una brava persona. Una brava persona che a un certo punto ruba alla persona sbagliata, a un ventenne rampollo di una famiglia criminale che, dopo averlo rintracciato, gli dà poche ore di tempo per restituirgli una chiavetta USB che nel frattempo Harry aveva dato via perché pensava non valesse nulla. Se Harry non torna in tempo ci rimetterà sua moglie; e per quanto riguarda lui, sa benissimo che fine farà, perché uno con la sua esperienza non può non sapere che chi ruba a certa gente non può passarla liscia.
The Only Living Pickpocket in New York racconta una corsa contro il tempo, quindi, ma non nel modo cui state probabilmente pensando: non c’entrano niente frenesie alla Diamanti grezzi, per dirne una, ma nemmeno alla Fuori orario. No, la corsa contro il tempo del film di Segan è quella contro il tempo presente, il tempo delle nuove generazioni senza valori, della moneta elettronica che ha sostituito il contante, del diagio che fa provare a chi è nato e cresciuto tutto analogico, e si guarda attorno e non riconosce più il mondo o la sua città (il film è anche una dichiarazione d’amore a New York, nelle immagini come nella musica: con l’apertura sulle note di “New York, I Love You But You’re Bringing Me Down” degli LCD Soundsystem e la chiusura su quelle di “I Happen to Like New York” di Cole Porter cantata da Bobby Short).
Harry e i suoi pochi amici (bravissimi Steve Buscemi nei panni del gestore di un banco dei pegni che ricetta, e Giancarlo Esposito in quelli di un detective della polizia che ha dovuto cedere il suo ufficio a quelli ei crimini informatici) sono l’incarnazione dell’old school che sembra soccombere alla new school, ma che ha malizia, calma e intelligenza. Soprattutto: esperienza. Forse è destinata a soccombere lo stesso, ma non è detto che sia un bene. Con splendidi cammei anche di Jamie Lee Curtis e Tatiana Maslany, e una morbida colonna sonora jazz e funk, The Only Living Pickpocket in New York non è solo un omaggio al cinema e allo spirito degli anni Settanta, ma un film con una grazia speciale: uno di quelli che porta con sé uno spirito dolcemente malinconico, e un finale amaro, ma che ha comunque la capacità di scaldarti il cuore, e di farti uscire dalla sala rinfrancato.
The Loneliest Man in Town
L’operazione di Segan è un po’ la stessa tentata e voluta anche da Tizza Covi e Rainer Frimmel (che sono quelli di Vera, il film su e con Vera Gemma, prossima protagonista per Sean Baker) nel loro nuovo The Loneliest Man in Town, che hanno costruito tutto attorno al bluesman austriaco Al Cook (al secolo Alois Koch). Nel film Cook è sé stesso, musicista fuori dal tempo e da ogni compromesso che, sfrattato dall’appartamento dove ha vissuto e lavorato fin da piccolo da una società che specula sugli immobili, decide di vendere o regalare tutte le sue cose e di comprare un biglietto di sola andata per Memphis, la città della musica che ama, che ha sempre sognato e che non ha mai visitato.
Come Harry, Al Cook è un uomo che non trova più un posto in un mondo irriconoscibile, il simbolo di un’era e di un secolo che stanno tramontando definitivamente, ma tra i due film le differenze di stile sono più che evidenti: Segan, come detto, guarda al cinema americano degli anni Settanta, mentre Covi e Frimmel all’autorialità europea. In The Loneliest Man in Town Al Cook è un personaggio che pare uscito fuori da un film di Aki Kaurismaki, e lo stile del finlandese riecheggia in tutto il film mescolato però a una sorta di spirito para-documentaristico che a tratti pare mutuato dall’austriaco Uri Seidl, e che ne soffoca notevolemente il calore umano e il potenziale. La sala rideva molto, ma evidentemente è questione di umorismo teutonico che a me non arriva; quel che Covi e Frimmel centrano, invece, è il rapporto del protagonista con gli oggetti: i dischi, le foto, le videocassette - in buona sostanza: i ricordi - accumulati per una vita che via via dismette, e che spalmano un velo di sincera malinconia su un film tanto composto e autoriale da risultare nel complesso un po' algido.
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