I festival, va da sé, sono il paradiso dei cinefili. E i cinefili, è altrettanto noto, possono essere una strana razza, pedante e con svariate paturnie, spesso legate alla sacralità dell’esperienza della sala. E però a un festival, alle proiezioni per gli accreditati, ci son tutte persone che lavorano, e capita che durante una proiezione uno sia costretto a prendere in mano il telefono per controllare il messaggio o la mail che sono arrivati. Spesso la cosa è tollerata, a volte c’è quello con ditino alzato che da tre file di distanza ti chiede di spegnere il telefono, e poi capitano ogni tanto gli psicopatici. Tipo quello che nel corso di una proiezione prende a calci il sedile dello spettatore di fronte che ha controllato l’ora sul telefono.
Succede: la gente è strana e stanca, i cinefili ai festival, dopati dalle visioni ripetute, possono esserlo ancora di più.
Io comunque qui al Festival di Berlino ho visto un bel film e uno abbastanza buono, accomunati da alcuni elementi, tra cui il riferimento a un cinema che sembra purtroppo star tramontando.
The Weight
Separare con la forza un genitore da un figlio è una delle cose più atroci e crudeli cui possa pensare. Capirete bene quindi che se un film inizia con questa premessa, io che già sono separato da troppi giorni dalle mie figlie per motivi di lavoro, non posso fare altro che immedesimarmi in questa sciagurata situazione. Succede infatti nei primi minuti di The Weight, ambientato nell’Oregon del 1933, durante la Grande Depressione, papà Ethan Hawke, padre single con gravi difficoltà economiche, venga arrestato per aggressione (in realtà stava difendendo proprio la bambina, ma vabbe’) e spedito ai lavori forzati, mentre la piccola affidata a un istituto con la prospettiva di andare in adozione. Succede quindi che, quando il responsabile del suo campo di lavoro (interpretato da Russell Crowe) promette a Hawke - che si è fatto notare per essere uno assai sveglio - la libertà in cambio di un lavoro che puzza di sporco lontano un miglio, l’occasione unica di poter tornare a riabbracciare la figlia prima che la mandino chissà dopo la prende al volo. Ed è qui che le cose si fanno ancora più interessanti: perché se già la dinamica dei lavori forzati e la relazione tra il “boss” Crowe e i detenuti, Hawke in particolare, non può non ricordare ai cinefili quel capolavoro di Nick Mano Fredda, inizia con la missione affidata al protagonista e a altri tre detenuti di sua fiducia una sorta di dinamica alla Sorcerer (altro capolavoro). Non ci sono qui camion carichi di nitroglicerina cui far attraversare la giungla lungo strade dissestate, ma zaini pieni di lingotti d’oro che devono essere fatti sparire da una miniera prima che Franklyn Delano Roosevelt lo reclami con l’annunciata nazionalizzazione del metallo prezioso, e portati da qualche parte con un lungo trekking attraverso i lussureggianti boschi del nord-est americano (ma si è girato in Baviera).
Non dico certo che The Weight arrivi ai livelli dei film di Stuart Rosenberg e William Friedkin, ma che certamente sono stati un modello: perfino Hawke sembra sintetizzare Paul Newman e Roy Scheider nel suo personaggio. Padraic McKinley, finora “solo” montatore e produttore, alla regia è un esordiente, ma dimostra una mano notevole e non sono un forte istinto cinefilo, perché The Weight è ben costruito narrativamente, ha dei bei personaggi, è citazionista senza essere sfacciato o mirare troppo in alto, e lo spettatore lo cattura rapidamente per non mollarlo più. Lo cattura con la storia di Hawke padre, gli fa trattenere il fiato con le peripezie e i pericoli e le fatiche della missione, lo intriga con le dinamiche e le tensioni tra i personaggi, coi doppi giochi e con una messa in scena ruvida e potente. La macchina da presa - fotografia di Matteo Cocco, qui in versione Dostoevskij - sta addosso a Hawke e agli altri, aggredisce lo spettatore con i primissimi piani o studiando la maestosità inquietante della natura, ma al film, ai dialoghi e ai personaggi non manca mai nemmeno quel filo tagliente di ironia che rende il tutto ancora più godibile. Crowe, che ha lavorato con McKinley in precedenza, ha poche pose, ma l’attore - lo sappiamo - quando si vede si fa sentire.
Wolfram
Dal verde intenso e profondo dei boschi, al rosso inconfondibile del terreno australiano e della sua polvere che tutto ricopre. E anche in questo caso - sebbene trasversalmente - c’entrano l’oro (ma anche il tungsteno) e soprattutto genitori e figli che sono stati separati. Anche in questo caso siamo all’alba degli anni Trenta, ma Wolfram è un vero e proprio western: coi fuorilegge, i cavalli, il saloon, i minatori. Solo con gli aborigeni (e i figli nati da padri bianchi e madri aborigene) al posto di quelli che un tempo, per brevità, si indicavano come “gli indiani”.
La vicenda è in qualche modo corale, con una serie di rivoli narrativi che pian piano confluiscono gli uni negli altri fino a una chiusura del cerchio definitiva, le immagini sono forti e suggestive, la narrazione ha quel qualcosa di ellittico, misterioso e in fin dei conti magico che ha a che fare col continente e con il cinema australiano. Ci sono bambini che lavorano in miniera, c’è una donna aborigena che parte alla volta del Queensland col compagno cinese in cerca di una vita migliore, un solitario colono e due figure losche che arrivano in un villaggio con intenzioni rapaci e violente.
Diretto e fotografato da Warwick Thornton, scritto da David Tranter e Steven McGregor, Wolfram ha un anche approccio molto fisico al racconto, passando per i luoghi, i volti, soprattutti i nugoli di mosche e insetti che affollano ogni singola inquadratura, si posano sui volti dei personaggi come sui corpi degli animali, si assiepano sul dorso delle giacche e le falde dei cappelli. È un film che parla della violenza dell’uomo bianco, di razzismo, di minoranze che si aiutano tra loro, della storia e dell’identità di una nazione e di una sua società. Non un capolavoro, ma si lascia guardare (anche perché è bello da vedere).
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