La Berlinale giunge a metà percorso e sembra attirare l’attenzione più per le polemiche sulle dichiarazioni ormai lontane nei giorni di Wenders e di altri, relative al ruolo di sentinelle politiche dei registi nelle grandi manifestazioni internazionali, non solo nei film che realizzano. Se parliamo di qualità media dei lavori presentati non c’è molto da rallegrarsi, per la seconda edizione del Festival di Berlino diretto da Tricia Tuttle. Nelle ultime ore, in concorso, due titoli molto diversi, per provenienza geografica e tematica, si avventurano entrambe nel tema di una impossibile redenzione. In un caso collettiva, in un altro personale, e neanche troppo auspicata.
Non sono due film indimenticabili o che sconvolgeranno le categorie dell’annata cinematografica, ma specialmente il turco Salvation potrebbe far parlare di sé, anche perché mette in risalto di un mondo impazzito e senza salvezza, per l’appunto, e lo fa con l’andamento spietato di una parabola biblica. Lo stesso volto del suo protagonista, come degli altri personaggi, ha un’arcaica severità che bel sintetizza questa storia, raccontata da Ermin Alper senza alcuna concessione di alleggerimento, con gravità estrema e toni urlati epici.
Eppure siamo in un piccolo villaggio di case poco più che baracche in un’area remota delle montagne turche, dove il ritorno di un clan esiliato scatena di nuovo una faida terriera che dura da decenni. Mentre riemergono risentimenti sopiti, Mesut, fratello del capo locale, è tormentato da visioni apocalittiche e violente. Li prende per avvertimenti divini, di un Dio figlio del vecchio testamento, come il sapore di tutta questa parabola tragica. Visioni che lo spingono a sfidare la leadership del fratello fino al punto estremo, elaborando un ritratto di come la violenza in una piccola comunità si forma ed esplode definitiva. Un viaggio nelle radici del male che si diffonde di casa in casa, alimentato da convinzioni religiose dogmatiche che non prevedono l’ascolto dell’altro, ma solo la predicazione di certezze assolute, mentre le lotte di potere e di primeggiare dal punto di vista economico si mimetizzano di motivazioni più nobili.
Il titolo internazionale, Salvation, ci pone di fronte all’interrogativo ultimo del film, ma il tono di questi conflitti, rappresentati con rigore ma una certo manicheismo che ne alimenta la prevedibilità e ne attenua la portata universale, lascia poco da sperare, se non prepararsi alla tragedia. O al massimo sperare nelle giovani generazioni. Insomma, lo spunto viene da una vicenda reale e remota avvenuta in Turchia qualche decenni fa, ma è evidente di come si voglia parlare, in effetti, di un mondo che ha perso il dono dell’ascolto e della ricerca del compromesso.
Un curioso thriller proveniente invece dal Belgio fiammingo, Dust, diretto da Anke Biondé, ci porta in un contesto completamente diverso rispetto al precedente, anche se più o meno l’ambientazione è coeva. Tanto in Turchia trionfava la polvere e il sole, quanto qui sono la pioggia e il fango a sommergere le 24 ore di vita di due uomini d’affari e soci, alle prese con incontri serrati, cocktail e viaggi in aerei privati. Gli imprenditori belgi Luc e Geert vengono a sapere che la struttura di società di comodo intrecciate negli anni con abilità, ma oltre la correttezza per gli investitori e soprattutto le regole fiscali, sta per essere smascherata da un giornalista d’inchiesta.
Siamo nel 1999. I due convocano una riunione d'emergenza del consiglio di amministrazione. Le prove devono essere distrutte, perché sanno bene che la polizia busserà nello spazio di poche ore alla loro porta. Dopo una riunione conclusiva e drammatica, i due prendono strade diverse, vivono in modo personale il loro ultimo giorno da imprenditori stimati, ma soprattutto da uomini liberi. Cosa li aspetterà fra poco, una redenzione o la tragedia personale, un futuro in frantumi per le scelte con cui hanno condotto in passato lo sfruttamento economico in ampia scala del loro software per il riconoscimento vocale e la trascrizione del parlato? Già, proprio uno degli ambiti più efficaci della recente rivoluzione dell’Intelligenza artificiale.
Tornando ai nostri due, Luc, occhiale da nerd e carattere schivo, insomma il genio tecnico, si ritira nella sua villa, dove la moglie sembra aver sempre saputo cosa succedeva dietro l’apparente trionfo. Si agita, ma non riesce a contattare Geert, interpretato dall’eccellente Arieh Worthalter, visto ne Il caso Goldman di Cedric Kahn. Luc diventa sempre più inquieto, mentre Geert, il carismatico venditore, si rifugia tra le braccia dell’autista ed amante nella sua villa simile a un bunker. Uno dei due potrebbe tradire l’altro, mentre una pioggia si trasforma in tempesta e i due si immergono ancora di più in un fango non solo metaforico. Avranno per una volta la forza di prendere atto delle loro azioni, di risponderne? Una parabola in chiave noir, con pochi dialoghi e azione, tutto raccontato con tempi dilatati, sulla responsabilità e in fondo, quanto paradossalmente, sull’amicizia.
Se il mondo non lancia segnali così confortanti, a parte il panem e circenses delle emozioni olimpiche invernali, anche dalla Berlinale pochi margini di salvezza. O di cinema memorabile, che è quello che ci interessa maggiormente da queste parti.
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