domenica 15 febbraio 2026

Dispacci dalla Berlinale 2026: the horror, the horror

Le locandine più belle e divertenti che si vedono esposte all'interno dello European Film Market di Berlino, al suo esterno, e che vengono pubblicate sulle pagine dei cosiddetti trade - ovvero le riviste che si rivolgono principalmente a chi lavora nel cinema, riviste come Variety, Screen e The Hollywood Reporter, che durante i festival che ospitano anche un mercato pubblicano dei daily - sono sempre quelle di film horror il più delle volte improbabili: parlano di zombie sovietici, api assassine, serial killer satanisti amanti del metal che uccidono al momento dell'orgasmo.
L'horror, anche quello più serio e meno triviale, storicamente trova raramente spazio all'interno del programma dei grandi festival, ma da qualche anno a questa parte si sono aperti degli spiragli interessanti, e anche questa "Berlinale" ha voluto segnalare la sua apertura mentale al riguardo.
Di horror infatti in poche ore se ne sono visti tre, due dei quali (quelli decisamente meno meritevoli) perfino nel concorso principale.

Sleep No more: l'horror indonesiano

Gli appassionati del genere, ma anche di cinema orientale, o magari quelli che frequentano il Far East sanno bene che negli ultimi anni è cresciuta molto la percentuale di horror provenienti dall'Indonesia. Ecco allora che perfino Edwin, considerato il più importante regista del suo paese (vince facile, ma vabbè), uno che finora ha fatto un cinema d'autore magari piuttosto impuro, ma che ha comunque vinto un festival cinefilo come Locarno ed è stato in precedenza in concorso proprio qui a Berlino, ha girato un horror. Uno di quelli che a prima vista, tutto sommato, si sarebbero potuti vedere anche al citato FEFF, ma che comunque sotto sotto rivelano un po' più di pensiero cinematografico.
La storia di Sleep No More, che è il titolo del film di Edwin, è quella di una ragazza di nome Putri che, dopo la morte della mamma (apparente suicidio sul posto di lavoro), prende il suo posto nella fabbrica dove lavorava per saldare i debiti che ha sul groppone, e che non si capisce bene cosa produca: se parrucche, manichini o protesi artificiali, o forse tutte e tre queste cose insieme. La fabbrica è gestita da una donna (interpretata da un uomo) che è una sorta di madre-padrona dei suoi operai, che blandisce con toni affettuosi e familiari ma che in realtà sfrutta inesorabilmente, usando il loro bisogno per spingerli a sottoporsi spontaneamente a straordinari lunghissimi e perfino a giornate senza sonno. A questo aggiungete che la fabbrica è infestata da un demone che ha l'aspetto di una gigantesca matassa di lunghi capelli neri e che sfrutta la stanchezza degli operai e delle operaie per possederne e straziarne i corpi; che Putri, assieme alla sorella Ida, vuole scoprire la verità sulla morte della mamma e che con loro c'è anche un fratellastro trovato in un cassonetto che ha la capacità di rigenerare le parti del corpo che gli vengono amputate, come l'axolotl.


Sleep No More - presentato fuori concorso in Berlinale Special - è un film anarchico, che a tutto quanto fa horror nel suo paese associa spesso un tono scanzonato e un po' cialtrone che fa, va ammesso, molta simpatia. Il tutto è anche, e volutamente, molto naif, forse troppo, ma bisogna ammettere che Edwin sa usare bene la macchina da presa, il montaggio e la lingua del cinema in generale, e che non lascia mai che il tema di critica sociale, ovvio ma sottostante, divori lo spettacolo e l'intrattenimento.

Nightborn: l'horror col Grande Tema

Tutto il contrario purtroppo avviene con Nightborn, opera seconda della regista finlandese Hanna Bergholm, quella che nel 2022 aveva esordito con Hatching: film che all'epoca pare non mi fosse dispiaciuto ma che oggi, a memoria, ricordo meno bello di allora.
Tutto il contrario, si diceva, perché Nightborn è tutto sul tema, e il tema è, tanto per cambiare, la maternità e i suoi traumi: nel caso specifico rifiutare un figlio che ti ha devastato il corpo e la psiche al momento del parto e che continua a devastarti con l'allattamento, i pianti, le richieste. Rifiutarlo tanto da vedere in lui un mostro, che forse è davvero, perché in qualche modo è la natura che funziona così. Il tutto si svolge in una casa di campagna finlandese circondata da un bosco lussureggiante e bellissimo che la protagonista Saga ama molto, e che pare voler continuamente invadere la casa, per lo sconcerto di papà John. Questo personaggio - maschile, e quindi come spesso accade ottuso, arrogante e inutile, e in fin dei conti perfino sacrificabile secondo la regista - è interpretato da Rupert Grint, che per me non è quello di Harry Potter ma quello di Servant; ma non è solo per quello però che ho avuto l'impressione che Bergholm abbia cercato di rubare, goffamente, molte delle atmosfere di quella serie bellissima. Ma se Servant era elegante, Nightborn è inutilmente patinato; se Servant era inquietante e misterioso e divertente, Nightborn è banale, sottolineato e ridicolo (spesso in maniera del tutto involontaria). Un film dalle ambizioni eccessive per le capacità della regista, che soprattutto è schiacciato dalla voglia di portare avanti una tesi che forse è femminista ma forse nemmeno troppo.
La Berlinale sul suo sito mette dei tag per ogni film: questo riporta #beyondthisworld, #lovestories, #familyiscomplicated (!) e l'immancabile #fiercewoman, che oggi pare faccia andare in concorso in automatico. Ma non era meglio Edwin?

Rosebush Pruning: non un film dell'orrore ma un orrore di film.

Ho barato, lo ammetto. Perché il terzo film horror di cui vado a parlare non è un vero horror: non è un film dell'orrore ma un orrore di film. Rosebush Pruning del brasiliano Karim Aïnouz, ovvero I pugni in tasca di Marco Bellocchio (giuro, lo dicono loro) rifatto con un'estetica da spot pubblicitario (e infatti i protagonisti, tutti insopportabili, parlano solo di marchi di moda), tanto sperma (e un po' di sangue), e con una sceneggiatura firmata dall'Efthimis Filippou storico collaboratore di Lanthimos (il che è garanzia di tardivi épater les bourgeois a botte di perversioni, sadismi e fighetterie che al confronto Saltbun sembra girato dai boy scout). Viene presentato come "una scandalosa satira contemporanea sull'assurdità della famiglia patriarcale tradizionale", ma è un film furbetto ed estetizzante che strizza l'occhio ammiccando di continuo con provocazioni tutte di superficie invece di proporre davvero qualcosa capace di essere disturbante e di mettere alla berlina una qualunque forma di status quo.


Ci sono quattro fratelli: Edward (Callum Turner), che è il narratore della storia; Jack (Jamie Bell), il maggiore, che è l'unico che un po' si salva a dispetto del feticcio per il sangue mestruale, e che infatti vorrebbe uscire da quella gabbia di matti che è la sua famiglia; Robert (Lukas Gage), che è omosessuale e disperatamente innamorato di Jack; e Anna (Riley Keough), l'unica femmina, capricciosa e volubile e gelosa come solo le peggiori e misogine rappresentazioni delle donne possono essere, e che forse vorrebbe pure lei farsi il fratello. Sono ricchi, annoiati, vivono isolati in una villa in Spagna col padre-padrone cieco (Tracy Letts). La mamma (Pamela Anderson) è morta, o forse no. Jack è fidanzato con Martha (una Elle Fanning piena di lentiggini - vere - che le donano tantissimo) e vorrebbe andare a vivere con lei. Quando Ed scopre le perversioni del padre sopportate troppo a lungo da Jack, decide di aiutare il fratello elaborando un piano per far ammazzare a vicenda tutti gli altri.
Tu che guardi il film vorresti morire molto prima di loro. Se non fosse tutto così demenziale (questa volta non in senso buono) ci sarebbe quasi da gridare allo scandalo: non per le finte provocazioni sullo schermo, ma per lo scempio del cinema e del nostro tempo.



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