Il sole è durato poco, nel cielo sopra Berlino. Tutto è di nuovo grigio ma almeno non piove (semmai nevica). Fa freddo, e si starebbe meglio in sala che fuori, non fosse che spesso i film non aiutano. A proposito di sale. Io sto vedendo praticamente tutto quello che vedo dividendomi tra i due cinema dove si svolgono le proiezioni per la stampa: il primo è quello del Berlinale Palast, che chiaramente cinema puro non è, e che - come nell’Auditorium romano - ci si deve sedere su scomodi sediolini rossi: non ho mai capito per quale motivo teatro e concerti classici si debbano fruire stando scomodi. Tutto il contrario il secondo cinema, che sta a pochi passi e si chiama CinemaxX: un cinema già nuovo, sorto con tutto il quartiere di Potsdamer Platz di cui si parlava ieri, ma che un paio di anni fa hanno rifatto sostituendo le poltrone già comode e ampie ma tradizionali con delle poltrone in pelle con schienale reclinabile regolabile elettricamente e con tanto di poggiapiedi. Comode per dormire in caso di fregatura cinematografica, certo, ma quelli della programmazione della Berlinale sono furbi, e i film soporiferi li mettono al Palast, mentre al CinemaxX ci sono le cose che tendenzialmente ti tengono sveglio. Per esempio i due film di cui vi parlo oggi li ho visti rispettivamente al CinemaxX e al Palast.
The Blood Countess
La chiamavano “La contessa di Dracula”, o “La contessa di sangue”, e infatti il film si chiama The Blood Countess, e racconta Erzsébet Báthory come una vera e propria vampira. Ma se nella realtà la Báthory è stata una nobildonna ungherese dai tratti sadici e psicopatici, che ha ucciso centinaia di giovani ragazze e che si dice facesse il bagno nel sangue delle vergini come cura di bellezza, e se nella cultura di massa - nella musica, come nei romanzi, nei videogame e nei film - è sempre stata una figura oscura, perversa e crudele, in questo film di Ulrike Ottinger appare sotto una luce decisamente diversa. The Blood Countess è una commedia, una farsa, una rilettura del mito in chiave camp che pare mescolare Fassbinder col Rocky Horror Picture Show.
Isabelle Huppert, impeccabile nonostante la protesi per i denti aguzzi che di tanto in tanto le crea qualche problema, è una Báthory vagamente decadente e amante della bella vita, delle ragazze e del sangue che si risveglia da un lungo sonno per apparire in una Vienna senza tempo, nella quale le stratificazioni della storia collassano l’una nell’altra, con lo scopo di rintracciare un libriccino dalle copertina di pelle rossa marocchina che, se letto, porterebbe alla morte di tutti i vampiri del mondo. Al suo fianco, con grande piacere, la sua fida cameriera Hermine (Birgit Minichmayr), personaggio alla Magenta; e, più malvolentieri, il suo nipote più giovane, vampiro anche lui come tutta la famiglia ma vegetariano e goloso di dolci, di nome Rudi Bubi von Strudel (Thomas Schubert). Contro o attorno a loro, due anziani vampirologi, poliziotti che sembrano usciti dal P’tit Quinquin di Bruno Dumont, lo psicoterapeuta di Bubi (Lars Eidinger) e perfino Conchita Wurst (in vari ruoli compreso quello di sé stessa).
Si sarà capito che The Blood Countess è un film strampalato, demenziale e colto assieme (i dialoghi sono stati scritti dalla regista assieme alla Premio Nobel Elfriede Jelinek, che ha curato in particolare i tanti riferimenti alla storia e alla cultura di Vienna e dell’Austria tutta), dove tutto è barocco e un po’ visionario, spesso anche sgangherato oltre le intenzioni dell’autrice. Forse Ottinger voleva dire anche qualcosa sul presente, ma se è così, non si è ben capito. Ma con tutti i suoi limiti, e con l’essere forse un po’ senile, The Blood Countess ha comunque il merito di essere anche piuttosto divertente, e decisamente pagliaccione.
At the Sea
Se Ulrike Ottinger non si prende troppo sul serio, chi si prende sempre tantissimo sul serio è l’ungherese Kornél Mundruczó (quello, per dire, di Pieces of a Woman), per la prima volta in concorso al Festival di Berlino con il suo nuovo film che si intitola At the Sea. Anche in questo caso la protagonista è una donna, la Laura di Amy Adams, appena tornata dalla sua famiglia nella casa di Cape Cod che era stata di suo padre dopo sei mesi di assenza. Il padre di Laura era un famoso coreografo con una grande inclinazione per l’alcool e le droghe e poca attenzione per la figlia; da lui Laura ha ereditato passione e talento per la danza, ma anche quello per il bere, e quei sei mesi di assenza li ha passati a disintossicarsi dopo un brutto incidente d’auto. Ma iniziare un nuovo capitolo della sua vita, tra i fantasmi del passato, le pressioni del presente e le incertezze del futuro non sarà per lei facile: più facile tenersi lontano dalla bottiglia che altro.
Amy Adams, per carità, è brava come al solito (anche se la preferisco in ruoli meno depressi), ma il melodramma di Mundruczó, infarcito di insistenze, momenti inutilmente pensosi, flashback languido-traumatici e - ovviamente - goffi e inappropriati momenti di danza, non riesce mai a conquistare o a emozionare. A dirla tutta, non si capisce bene per qualche motivo si dovrebbe empatizzare con Laura, una che peraltro giustamente cerca pure di non essere compatita da amici e familiari di dubbia simpatia, visto che non c’è nulla nella sua storia di così personale o così ben raccontato da farcela sentire vicina. Non sarà senile, At the Sea, ma è cinema stanco, già visto, predigerito, omogeneizzato, perfino prescrittivo: perché lo spettatore non lo accompagna da qualche parte ma lo spinge verso un’emozione precotta e processata che è senza sapore.
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