Nonostante quel che diceva Adolfo Celi al povero Alessandro Haber, ovvero che “Non si deve mai andare in Germania”, siamo di nuovo qui (o lì, per voi) per una nuova edizione della Berlinale (che forse, prendendo esempio da Emerald Fennell, di qui in avanti chiamerò “Berlinale”, con le virgolette, perché di questo festival un tempo glorioso darò una lettura inevitabilmente personale).
Se questo incipit vi pare poco entusiasta, sappiate che nel viaggiare in Germania ci sono anche i lati positivi. Per esempio, per andare da Roma Termini all’aeroporto di Fiumicino con il trenino espresso ho speso 14 euro, mentre una volta atterrato, l’analogo mezzo di trasporto che mi ha condotto dall’aeroporto di Berlino Brandeburgo alla centralissima Potsdamer Platz è costato soli 4,50 euro.
Una Berlinale che deve ritrovare smalto
La “Berlinale”, dicevamo. Se Berlino non è più la città di una volta, se anche qui i prezzi salgono, la crisi si fa sentire, e la voglia di uscire, fare, divertirsi appare meno ardente di una volta, il festival che qui si svolge - uno dei maggiori sul piano internazionale, considerato uno di quelli di fascia A - sembra un po’ involuto.
Già da qualche anno questioni legate alla promozione e allo spostamento della data degli Oscar aveva reso quello di Berlino un festival poco interessante per gli americani, ma mai come in questo 2026 la loro presenza è addirittura marginale. E se da sempre la Berlinale è stata un festival dove l’aspetto politico dei film contava più che altrove, con le rivoluzioni e le battaglie culturali degli ultimi anni (dal #MeToo al Woke, passando per l’esplosione delle questioni legate alla galassia LGBTQ+, in una città che di quella galassia è l’epicentro europeo) la cosa si è accentuata ulteriormente. Non che ci sia nulla di male, intendiamoci: è una dinamica che si vede anche altrove, e questo è un bene; il problema nasce se e quando i film vengono scelti in base alle etichette radicali e progressiste che ci si possono appiccicare sopra e non in base alla loro effettiva qualità.
Se Carlo Chatrian, che a Berlino ha lavorato come direttore in un quadriennio complicato come quello che è andato dal 2020 della pandemia al 2024, ha cercato con la sua competenza e il suo sguardo di contenere una visione ultra-politica (e le sue ultime due edizioni sono state davvero buone), da quando direttrice artistica è Tricia Tuttle le cose non è che stiano andando benissimo: l’edizione 2025 è stata davvero deludente, e non è che sulla carta questa 2026 si presenti meglio (senza contare che il cinema italiano, per Tricia Tuttle, sembra non esistere, a dispetto dell’asse Meloni-Merz).
Scorrendo il programma ci si accorge subito, per esempio, che a mancare sono i nomi, gli autori e i titoli di primo piano sia cinefili che glamour che - piaccia o meno - sono indispensabili oggi a un festival internazionale della dimensione di Berlino; ha fatto sorridere alcuni addetti ai lavori un comunicato stampa un po’ magniloquente che evidenziava la presenza delle star al Festival, lì dove i nomi elencati erano quelli di Sean Baker (che peraltro è qui con un corto), Chloé Zhao (che terrà un incontro ma non presenta film), Pamela Anderson, Ethan Hawke, Sophie Okonedo, Bella Ramsey, Callum Turner, John Turturro e Sandra Hüller: tutti singolarmente bravissimi e apprezzabili, per carità, ma non esattamente quel che oggi i giornali mettono in pagina. Abbondano, invece, titoli e autori poco noti o sconosciuti, film terzomondisti, anti-colonialisti, a tema queer, diretti da donne e autori non binari. Speriamo oltre al tema ci sia di più, parafrasando una canzone che - a proposito - tentava goffamente di essere femminista.
No Good Men, il film d'apertura
Ma quel che fa capire più di ogni altra cosa l’aria che tira a Berlino è stata la scelta del film di apertura. Il film di apertura di un festival di solito è un titolo di grande richiamo, se non artistico almeno commerciale, vuoi per i temi, vuoi per i nomi coinvolti, vuoi per la capacità di parlare al pubblico almeno quanto agli addetti ai lavori. Ecco, la “Berlinale” 2026 ha deciso di aprire con No Good Men, terzo film di una regista afghana di nome Shahrbanoo Sadat, che sì è stata due volte alla Quinzaine di Cannes coi suoi primi due film, ma che insomma non è esattamente un nome noto. Ma evidentemente, siccome nel film si parla di donne, di Afghanistan e di Talebani, Tricia Tuttle – che l’anno scorso aveva aperto il festival con l’osceno (da più punti di vista) Das Licht di Tom Tykwer - va bene così.
Ma com’è No Good Men, presentato fuori concorso nella sezione Berlinale Special e di cosa parla?
Parla di una donna di nome Naru (interpretata dalla stessa regista) che lavora come operatrice nel canale tv Kabul News. Siamo nell’Afghanistan del 2021, i Talebani stanno alzando la testa, gli americani stanno per andare via. Il film inizia come un’amara commedia sul ruolo della donna nella società afghana, con Naru - convinta appunto, non certo a torto, che nel suo paese non esistano maschi buoni - che da un lato lotta per i suoi diritti e per il cambiamento della società dall’altro fa professionalmente passi avanti perché lei riesce a intervistare le donne e i colleghi maschi invece no. Poi si tramuta in una sorta di rom-com con una quasi storia d’amore tra lei e il giornalista più in vista del canale, che si dimostrerà, pur con i suoi difetti, l’unico maschio buono nella vita di Naru. E poi va finire nel dramma con l’arrivo dei Talebani nella capitale e la fuga precipitosa dei protagonisti verso l’aeroporto come in Un anno vissuto pericolosamente.
Un po’ cinema vérité, un po’ cinema ingenuo, un po’ cinema goffo nel tentativo di strutturare una sorta di parodica struttura hollywoodiana, No Good Men ha molti limiti, ma tutto sommato è meno peggio di quanto le premesse lasciassero supporre: dove per premesse intendo che, prima della proiezione per la stampa, tra i critici presenti girava con preoccupazione una voce: “’sto film l’hanno rifiutato tutti gli altri festival prima di arrivare qui”.
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