L’altra mattina mi sono svegliato e sul telefono ho visto una notifica. Da casa mi avevano mandato il link a un reel di Instagram. Nel reel si vedevano Brad Pitt e Tom Cruise fare a botte sul tetto di un palazzo mentre parlavano di Epstein e dei files. La didascalia di commento al reel diceva: “Hollywood è ufficialmente fregata. Questo video è stato creato con poche parole grazie a Seedance 2.0”.
In effetti la qualità della creazione di questo nuovo modello di AI generativa è abbastanza impressionante, e i ragionamenti che ne possono scaturire abbastanza deprimenti, almeno per chi è nato e cresciuto nel Novecento.
Eppure, qui a Berlino è - anche giustamente - tutto un parlare di cinema. Non solo alla “Berlinale”, sulla quale tra poco torniamo, ma anche allo European Film Market, uno degli appuntamenti più importanti per l’industria. All’interno del Martin Gropius Bau, l’edificio neorinascimentale costruito nel 1881 dall’omonimo architetto che è a due passi dalla modernissima Postdamer Platz e che è il cuore dello EFM, non mi pare ci fosse grande preoccupazione per l’AI, brulicante com’era di produttori, distributori, venditori, compratori provenienti da tutto il mondo, di stand degli istituti cinematografici dei quattro angoli del globo, di tavolini su cui si improvvisano trattative e accordi commerciali (a ben vedere chi frequenta lo EFM appare anche più esteticamente gradevole, e più in salute, di chi invece frequenta la Berlinale, mediamente caratterizzato dal grigiore di chi passa troppo tempo della sua vita all’interno di una sala cinematografica).
Verbinski e l’AI
Siccome qualcuno qualche decennio fa ci ha insegnato che le coincidenze non esistono, al fischiettare fintamente distratto dell’industria cinematografica di fronte alla valanga dell’AI che si sta per abbattere su di lei ha risposto un film - presentato a Berlino fuori concorso - nei confronti del quale nutrivo un qualche vago interesse e una certa curiosità, ma che ha superato enormemente le mie tiepide aspettative. Perché Good Luck, Have Fun, Don’t Die, il film di Gore Verbinski scritto da Matthew Robinson e interpretato da Sam Rockwell, che segna il ritorno dell’americano alla regia a 8 anni da La cura del benessere è un apologo contro l’AI e i social e gli smartphone che ci stanno mandando in pappa il cervello un reel alla volta che è tanto esilarante e demenziale quanto spaventoso e disturbante. Del film ho scritto più diffusamente in questa recensione, ma qui lasciatemi dire che, se è nel programma della Berlinale, sospetto sia più perché dentro ci sono capitali tedeschi, e il film sta per uscire nelle sale, che per la lungimiranza artistica dei selezionatori. Manco a dirlo, al momento Good Luck, Have Fun, Don’t Die non ha una distribuzione italiana. Vabbe’.
Dara Van Dusen: segnamoci questo nome
Lo sto forse un po’ maltrattando, lo staff artistico della Berlinale, e allora è giusto sottolineare come sia solo merito loro se nella sezione Perspectives, quella nata sotto la direzione Chatrian e dedicata alle opere prime, ho visto un esordio davvero interessante. Si tratta di A Prayer for the Dying, adattamento del romanzo omonimo di Stewart O'Nan che è il primo lungometraggio di Dara Van Dusen, giovane regista che è nata a New York, ha studiato cinema in polonia, e risiede a Oslo.
Siamo nel Wisconsin del 1870, in una di quelle cittadine western dove ci sono una chiesa, un dottore, uno sceriffo, un emporio e una manciata di casa. Non c’è nemmeno un saloon. Jacob (Johnny Flynn, quello che è stato il Dickie della serie Ripley) è sia sceriffo che diacono, ha una moglie e una figlia poco più che neonata. Sembra sereno e felice, anche se è tormentato dai fantasmi della Guerra Civile, ma il suo mondo crolla quando il medico interpretato da John C. Reilly gli certifica che il tizio che hanno trovato stecchito nel bosco è morto di difterite. Sostanzialmente non succede granché, in termini di trama, in A Prayer for the Dying: tutto gira attorno all’epidemia, che inizialmente il dottore vuole tenere nascosta per non allarmare la popolazione, e alla successiva messa in quarantena della cittadina, il tutto mentre un incendio lontano sembra rappresentare un’ulteriore minaccia. Ma è in come questi pochi eventi vengono raccontati, che sta il valore del film. Fin dalle prime scene, che sono una sorta di anticipazione del finale, Dara Van Dusen dimostra la volontà di utilizzare una sorta di espressionismo minimalista che, unito a un uso radicale e intelligente dei movimenti di macchina, del sound design e del montaggio, fa del film una sorta di sogno - meglio: di incubo - a occhi aperti. Fatto con costumi curatissimi (che a volte ricordano le divise luride e stracciate del nostro Trinità: e lo dico con ammirazione), una recitazione attenta e un realismo che lascia costantemente il passo all’iperrealismo, A Prayer for the Dying è un film nel quale Dara Van Dusen sembra mescolare Georges Méliès, Nicolas Winding Refn e Kelly Reichardt. Per il senso di spaesamento e di angoscia che mette nel suo film, la regista mi ha anche fatto venire in mente un’altro talento al femminile che emerse dalla Berlinale anni fa, quello di Josephine Decker. Talenti, questi, tutti analogici, niente AI.
Sotto le stelle del jazz
Un lavoro sulla forma piuttosto notevole c’è anche in Everybody Digs Bill Evans, il film che corre per l’Orso d’oro (io il concorso l’ho finora trascurato, ma ai link ci sono le recensioni di Mauro Donzelli di À voix basse e di Yellow Letters). Diretto da Grant Gee e scritto da Mark O’Halloran a partire dal romanzo “Intermission” di Owen Martell, racconta con stile impressionista la crisi psicologica di uno dei più grandi pianisti jazz della storia avvenuta dopo la morte del bassista del suo trio Scott LaFaro, vittima di un incidente l’auto pochi giorni dopo quelle esibizioni che poi hanno partorito due dischi capolavoro come “Sunday at the Village Vanguard” e “Waltz for Debby”. Girato in bianco e nero con l’eccezioni di tre brevi flashfoward a colori saturi e caldi che ci portano in tre momenti altrettanto drammatici nella vita di Evans (nel 1973, poi nel 1971 e infine nel 1980, anno della sua morte), Everybody Digs Bill Evans racconta con grande discrezione e rarefazione narrativa i tormenti interiori del pianista, la sua dipendenza dall’eroina, il rapporto con il fratello geloso del suo talento e quello coi genitori a casa dei quali si rifugerà per superare la crisi e disintossicarsi, il rapporto non facile - tossico da più punti di vista - con la fidanzata Ellaine Schultz.
Gee, che è uno che di musica se ne intende, avendo diretto documentari su band come i Joy Division e i Radiohead, fa una scelta controintuitiva e intelligente, sottraendo quasi completamente la musica di Evans dal film ma lasciando che il tono e il ritmo del film rifletta il suo stile impressionista, intimo, malinconico e pulsante. Il racconto è quindi frammentato, fatto di lampi e situazioni che si legano con grande armonia e costruiscono - assieme all’ottimo lavoro di un sorprendente Anders Danielsen Lie - a un ritratto dolente e sfumato di un artista complesso. Notevole la fotografia di Piers McGrail e anche l’attrice nordirlandese Valene Kane, che interpreta Ellaine.
Confesso che in genere i film su personaggi reali di grande talento mi mettono un po' in crisi, giacché mi trovo a invidiare quella cosa speciale che a me manca; in questo caso devo dire che Gee non fa pesare questa cosa più di tanto allo spettatore, sebbene il fratello geloso di Evans finisca per suicidarsi.
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