Il film si intitola Marty Supreme. Il personaggio protagonista - quello interpretato da un Timothée Chalamet che ha sottratto il Golden Globe a gente come Leonardo DiCaprio, George Clooney e Ethan Hawke, e che ora corre verso l’Oscar - si chiama Marty Mauser. Quello che ne è stato l’ispirazione, che è vissuto e ha giocato, che ha scommesso e provocato, si chiamava invece Marty Reisman. Ne sono usciti tanti profili, da quando il film di Josh Safdie ha iniziato ad agitare il mondo degli appassionati di cinema: qui basti dire che è stato un vero campione, un personaggio sopra le righe, che aveva un’attitudine al gioco e alla vita, e un rapporto col suo ego, identici a quelli che vediamo sullo schermo nel film di Josh Safdie. È significativo che il celebre corrispondente del New York Times Matt Flegenheimer, che in carriera ha conversato con personalità del calibro di Mike Tyson, Nancy Pelosi e Donald Trump, a chi gli chiedeva chi fosse il personaggio più interessante che avesse mai intervistato ha sempre risposto “Marty Reisman”.
L’annotazione è importante, doverosa, ma non bisogna commettere l’errore di pensare a Marty Supreme come a un film biografico, sebbene magari “in incognito”, col nome del protagonista leggermente modificato. Perché su questo Josh Safdie è stato più volte esplicito, se non categorico. E se è vero come è vero che dentro a Mauser c’è tantissimo Reisman, è altrettanto vero che nel personaggio e nel film c’è tantissimo Chalamet; per tacere appunto di Safdie, regista e sceneggiatore assieme al fido Ronald Bronstein, sodale praticamente da sempre (e non sorprendano allora certe chiare analogie stilistiche e di canovaccio di Diamanti grezzi, che pure è un’altra storia ma ha la stessa frenesia, e fame di vita).
Safdie ha detto che l’autobiografia di Reisman è stata il suo punto d’ingresso sì, ma nella subcultura degli appassionati di questo sport, che è facile prevedere cresceranno di numero grazie a questo film. Per il resto, al regista interessavano altre cose. Per lui Marty è il simbolo della fiducia in sé, della spavalderia e dell’ambizione che il suo paese, gli Stati Uniti d’America, hanno espresso nel secondo dopoguerra, di quell’atteggiamento che è poi è andato sfumando nel corso degli anni Sessanta e Settanta e che Ronald Reagan ha riportato in primo piano negli Ottanta: ecco il perché di una colonna sonora cronologicamente dissonante, fatta di brani di Peter Gabriel (“I Have the Touch”), dei Tears for Fears (“Everybody Wants To Rule The World”), degli Alphaville (“Forever Young”) e dei New Order (“Bizarre Love Triangle”), che suonano un decennio sullo sfondo di un altro.
Marty Supreme: il trailer
Tolta la musica, la ricostruzione d’epoca di Marty Supreme è impeccabile. La New York dei primi anni Cinquanta, del 1952 per essere precisi, è un organismo vivente e tangibile tanto quanto lo sono i personaggi che lo animano: merito dello scenografo Jack Fisk (già amico fraterno e collaboratore di David Lynch), dei costumi di Miyako Bellizzi (abituale partner dei Safdie), della straordinaria fotografia (ovviamente in pellicola, 35mm ma anche un po’ di 16mm sparso) firmata da un gigante come Darius Khondji.
Chalamet al suo Marty presta, o prende in prestito, tutta la sua strafottenza, la fiducia nelle proprie possibilità, la voglia di farcela, di arrivare in cima, di essere ammirato. L'attore si è allenato ossessivamente e in gran segreto nel ping pong per mesi e mesi, e sul set ha giocato sempre davvero. Ma non c'è solo il giovane divo: perché Marty Supreme è il film anche che ha fatto tornare sul set Gwyneth Paltrow (non accadeva da cinque anni), che ha messo insieme talenti generazionalmente lontani come Tyler the Creator e un fenomenale Abel Ferrara, che ci ha fatto un regalo straordinario come Odessa A'zion, una bomba d’attrice, e che vede coinvolti tanto la Fran Drescher di La tata quanto Géza Röhrig, l’attore ungherese protagonista di Il figlio di Saul (tanto per sottolineare come la cultura ebraica e quella che Safdie ha definito “un’ansia latente” che vi scorre attraverso, qui, giochi un ruolo importante). E c’è pure un cammeo di David Mamet.
La critica ha risposto mediamente con entusiasmo, e il pubblico anche: negli Stati Uniti il film ha incassato più di 80 milioni di dollari, e più di 8 li ha raccolti in altri paesi del mondo in cui è giù uscito. Marty Supreme non è solo un film, è già un fenomeno, e non basta la presenza del divo Chalamet, né il marketing astuto e provocatorio di A24, a giustificarne la risonanza. C’è qualcosa nel film, nella storia e nei personaggi, che è più forte di tutto questo. Che cosa sia esattamente lo dovrete scoprirlo voi, singolarmente, perché la risonanza di Marty Supreme, ciò che lo rende un fenomeno, ha la magica capacità di adattarsi e diventare su misura per ognuno di voi.
Marty Supreme è nei cinema italiani dal 22 gennaio, distribuito da I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection.