venerdì 31 agosto 2018

Venezia 75 - Why Are We Creative? - Giornate degli autori

Ci pensa il mai troppo compianto David Bowie, a inizio film, a dare le direttive di quella che sarà poi la struttura portante di Why are we creative?
Nel chiarire la sua sostanziale resistenza ai percorsi lineari, infatti, il duca bianco non risponde semplicemente alla domanda se si consideri più un artista narrativo o non sia invece più vicino a un linguaggio sperimentale, ma in qualche modo invita tanto l'autore quanto lo spettatore ad abbandonarsi al capriccio delle libere associazioni.
Ed è proprio una costellazione di accostamenti Why are we creative?, un film che ha origini lontane nel tempo, come lontana, appare, a fine proiezione, la sua stessa conclusione. Ma procediamo con ordine.

Hermann Vaske, creativo tedesco, produttore e anche regista di svariati documentari, comincia ad accarezzare il progetto di Why are we creative? almeno una trentina di anni fa, dopo una chiacchierata con gli amici intorno a un fuoco sul lavoro e le passioni di ciascuno. È lì che improvvisamente, guardando il cielo, arriva inaspettata un'illuminazione: perché perdersi dietro a tante piccole domande inutili? Perché non concentrare la propria attenzione sull'unica vera domanda che in fondo le contiene tutte? Perché quindi non cominciare a chiedere e a chiedersi perché siamo creativi?
Dalla domanda iniziale alla realizzazione il passo non è così breve come sembra.
In fondo - come emerge da alcune interviste - la scintilla della creatività alberga in ciascuno di noi. Altra cosa, invece, far sì che quella che è solo un'idea diventi "oggetto". Vaske ha bisogno di qualche incoraggiamento in questa direzione. Poi il lavoro prende il largo e l'autore di Why are we creative? comincia un suo personale viaggio in giro per il mondo con un paio di telecamere a chiedere a tutte le persone di un certo valore artistico il motivo della loro creatività.

Sotto l'occhio vigile di telecamere che, nel corso di trenta anni, passano dall'analogico al digitale con conseguente dislivello qualitativo tra una ripresa e l'altra, scorrono nomi di tutto rispetto: attori, cantanti, scrittori (in minor numero, a dirla tutta), fotografi, registi, disegnatori. Ognuno risponde come può alla domanda apparentemente banale. Qualcuno si avventura su sentieri di complessa filosofia. Qualcun altro si limita a una scrollata di spalle o a disegnare un buco nero con un evidenziatore giallo (è Sean Penn).

Why are we creative? non aspira a fornire una risposta. È piuttosto un invito a perdersi nella babele delle risposte possibili, anche se, in barba alla legge capricciosa del percorso associativo, una certa tentazione al lineare la garantisce il fatto che gli ultimi intervistati siano il Dalai Lama e Stephen Hawking.

Il viaggio, che è infinitamente più bello e sensato della possibilità di arrivare da qualche parte, è intrigante nella sua causalità casuale. Ed è proprio in questo binomio che risiede il maggior pregio e anche il limite di un'operazione del genere.
Perché al di là del fatto che una risposta risulta alla fine impossibile, quel che un po' dispiace di Why are we creative? è forse, proprio il fatto che non apra molto spazio anche ad altre possibili domande.
Così, se è vero che è un piacere ascoltare così tanti pareri, montati poi con estro e spirito divertito, è anche vero che poi il gioco sembra perdere per strada le dimensioni meno innocue che pure si intravedevano all'orizzonte per chiudersi, alla fine, nell'autoreferenzialismo.
In questo modo quell'ora e venti della proiezione sembra volare, ma ci lascia alla fine a terra con poco su cui riflettere davvero.

(Why Are We Creative?); Regia: Hermann Vaske; sceneggiatura: Hermann Vaske; fotografia: Evgeny Revvo, Patricia Lewandowska, Sasha Rendulic; montaggio: Marie-Charlotte Moreau; musica: Teho Teardo, Blixa Bargeld; produzione: Emotional Network Production; origine: Germania, 2018; durata: 82'



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