giovedì 29 marzo 2018

Il mistero del vero Donald Crowhurst

Tratto da una storia vera. Un ammonimento, talvolta una minaccia, sempre un valore aggiunto per il pubblico che sente un emozione diversa, più intensa, quando sa che quello che sta vedendo sullo schermo corrisponde a una vita reale, e straordinaria. Il regista britannico James Marsh lo sa meglio di tutti, dopo le cinque candidature all’Oscar portate a casa per La teoria del tutto, storia della giovinezza del già compianto scienziato Stephen Hawking. Lo dimostra, forse ancor di più, la sua carriera precedente di documentarista, suggellata dall’indimenticabile Philippe Petit sospeso su un cavo senza protezione fra le due torri gemelle negli anni ’70, in Man on Wire.

Ma non è di questo che parleremo, in questo spazio, quanto della vera vita di Donald Crowhurst, interpretato ne Il mistero di Donald C. da Colin Firth. Non preoccupatevi, non vi sveleremo la sorte della sua grande avventura, nessuno spoiler che possa viziare la visione del film.

Nato nello stato indiano dell’Uttar Pradesh nel 1932, quando il subcontinente faceva parte dell’Impero britannico, Crowhurst era un uomo d’affari e un velista rigorosamente dilettante, che decise di partecipare alla temibile Golden Globe Race, regata in solitario intorno al mondo, senza scalo. Il tutto con la speranza di portare a casa il premio in denaro offerto dal Sunday Times, per rimettere a posto le sue finanze assai scosse da alcuni investimenti poco accorti. Un uomo pronto a tutto, anche a mentire sulla sua posizione, per ottenere una vittoria da puro dilettante delle barche d’alto mare.

Il padre di Donald lavorava per le ferrovie indiane, mentre la madre era un’insegnante così vogliosa di partorire una bambina da vestire il nuovo nato, incautamente e cocciutamente maschio, come una femminuccia, almeno fino ai 7 anni. Con l’indipendenza del 1947, la famiglia abbandonò l’India per tornare in Inghilterra, perdendo i risparmi messi da parte per la pensione in seguito all’incendio di una fabbrica di articoli sportivi in cui avevano investito. Il padre morì nel 1948, incapace di superare il trauma del rientro in condizioni così brutali, come quelle finanziarie della famiglia, che costrinsero il giovane Donald ad abbandonare presto gli studi per cinque anni da apprendista nella Royal Aircraft. Sembrava il cielo la sua terra promessa, l’aria la superficie da fendere, ma come sappiamo il destino l’avrebbe portato verso le acque più pericolose del mondo.

Eletto localmente per il Liberal Party, vendette con un certo successo uno strumento per la navigazione, denominato Navicator; lui, marinaio della domenica. La fortuna durò lo spazio di pochi mesi, poi gli affari cominciarono a ristagnare e, per ottenere pubblicità, cercò degli sponsor che gli consentissero di partecipare alla celebre gara veliera, la Golden Globe Race. Un cero Stanley Best, nome beffardo, fu l’unico a credere in lui e nel suo business in via di fallimento. Iscritto alla corsa, Crowhurst ipotecò la sua azienda e la casa, tanto per partire per l’impresa sportiva con la serenità giusta.

Parlando della corsa, la Golden Globe fu ispirata dall’impresa di Francis Chichester, che per primo concluse il giro del mondo in solitario, con sosta a Sydney. Il grande impatto mediatico dell’evento portò molti esponenti del mondo della vela verso il naturale, successivo miracolo sportivo: un percorso in barca a vela, non stop, in solitaria.
La barca costruita da Crowhurst per la gara, il Teignmouth Electron, era un trimarano di 12 metri disegnato dal californiano Arthur Piver. Una barca mai provata per una competizione simile, uno dei tanti azzardi a cui il buon Donald si lasciò andare.

Una sfida disperata, contro se stesso prima che contro i venti di un mare sconosciuto e spesso implacabile. Un’avventura che ora James Marsh ha portato sullo schermo, in sala dal 5 aprile, ne Il mistero di Donald C, con Colin Firth, Rachel Weisz, David Thewlis.



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