giovedì 1 febbraio 2018

The Post

Questa recensione sarà un entusiastico e ininterrotto inno di lode in favore di The Post, il nuovo film di Steven Spielberg, che dopo l'incidente del Grande Gigante Gentile (boiatina ahimè pesante come un macigno in una filmografia che alterna punte di eccellenza a prove certamente meno eclatanti, ma mai così inerti) rinnova i fasti di Il Ponte delle Spie, e anzi li supera. Sorta di prequel di Tutti gli uomini del Presidente, il film di Alan J. Pakula che raccontò sul grande schermo lo scandalo del Watergate, The Post illustra come da giornale locale destinato prevalentemente a un pubblico di lettrici, il Washington Post riuscì ad imporsi sulla concorrenza e a diventare uno dei principali quotidiani statunitensi (tanto da poter in seguito supportare l'inchiesta dei due giovani cronisti Bernstein e Woodward, Dustin Hofmann e Robert Redford nel film del 1976, che costrinse alle dimissioni l'allora Presidente Richard Nixon). Altri analizzeranno meglio e più approfonditamente gli aspetti politici di un film che spunta come un magnifico fiore colorato e rigoglioso sul melmoso prato attuale dell'informazione statunitense, nel momento forse più triste della sua storia recente, quando proprio un cronista del Washington Post - il cui nome non vale la pena citare - ha ritenuto di poter sputare fango su Woody Allen, formulando maliziose insinuazioni dedotte dalla lettura di uno scatolone di diari e appunti per sceneggiature ceduti dallo stesso Woody alla Princeton University, che hanno scatenato contro il Mozart dei nostri tempi la squallida gogna di cui siamo impotenti testimoni. Quel che invece preme nello stilare queste righe è evidenziare la stupefacenza di una delle regie più mobili e ispirate di Steven Spielberg, maneggiata con la perizia di un grande direttore d'orchestra in grado di seguire, senza tralasciare alcuno dei righi pentagrammati della partitura musicale di un intricato e complesso contrappunto, il fluido incedere di questa grandiosa 'Sinfonia Rotativa': avete presente il modo in cui una volta si stampavano i giornali? Ecco, quei fiumi di carta che scorrevano sotto il piombo della linotipia come torrenti in piena grondanti inchiostro fresco come le notizie annunciate sulla prima pagina, rendono perfettamente l'idea del respiro, del passo e del dinamismo dell'impostazione registica di un film che non concede un attimo di tregua, che entra ed esce in continuazione insieme ai suoi protagonisti da corridoi affollati in stanze e stanzoni dove gli uomini, nel senso di maschi, esercitavano un potere che escludeva di default anche soltanto l'idea della presenza femminile se non in ruoli subalterni, e a meno che non fosse, come nel caso di Katharine Graham, la proprietaria del giornale, ingombrante eredità del marito morto suicida anni addietro (poco più avanti se ne comprenderà il motivo, quando via via verranno a galla le menzogne delle amministrazioni presidenziali da Lyndon Johnson a Richard Nixon, JFK compreso, sulla Guerra in Vietnam), alla quale tuttavia viene concesso il fittizio potere di prendere decisioni indotte, manipolate e messe in atto da altri uomini, relegando l'editrice a figura essenziale e rispettabile, ma sostanzialmente marginale e ininfluente.

Come un torrente in piena, si diceva, che avanza per anse e curve nervose, trascinandosi dietro lo sguardo di una macchina da presa spesso e volentieri a mano libera, per caricare di maggior tensione con lo scarto di un anacronismo stilistico i momenti più critici e concitati (The Post illustra fatti accaduti nel 1971, quando al cinema la macchina a mano veniva usata di rado e mai in film dal passo 'classico'), la regia di Spielberg tesse un capolavoro di trame e sottotrame e costruisce il senso stesso di una storia, di un'epoca e della sua etica, accumulando tensioni ed emozioni di un grande coro di personaggi dove talvolta una voce, talvolta un'altra, emergono con una linea di canto nell'ottava superiore, e rubano quell'indimenticabile attimo di attenzione che contribuisce a definire i dettagli dell'affresco di un'umanità così vasta e complessa come la società americana scossa dalle allora recenti rivoluzioni sociali, politiche e sessuali del '68: la ragazzina che vende ai collaboratori del quotidiano la limonata fatta in casa e fa un mucchio di soldi, il redattore che si vede recapitare da una sconosciuta il pacco che contiene i documenti decisivi per l'inchiesta in corso e va a consegnarli nella stanza del direttore del giornale, la ragazza che in tribunale accoglie Mrs Graham e la accompagna in aula, o la bionda che per un brevissimo, luminoso istante, in mezzo ai manifestanti assiepati sulle gradinate del Palazzo di Giustizia, alza la mano stretta in pugno politicamente eloquentissimo (in un film di Spielberg!)...

Perdersi in ciascuno di questi piccoli e grandi cammei condisce il già sapidissimo piacere fisico e intellettuale di ammirare sullo schermo una delle opere più riuscite, per equilibrio e maturità, dell'intera filmografia di Spielberg, che riesce a riconciliarci con una cinematografia da tempo non più così capace di regalare in un'unica soluzione impegno morale e grande spettacolo come quella statunitense. La vicenda dei Pentagon Papers, notissima, ma su cui è bene non spendere troppe parole per non togliere a chi ha la memoria corta il piacere di seguirne fasi e sviluppi in questa straordinaria ricostruzione per lo schermo, fa quindi da sfondo al magnifico duetto di Meryl Streep, una Katharine Graham di solida grazia muliebre e squisitamente determinata nell'opporre quel minimo di saggia follia femminile al pragmatismo dei suoi consiglieri uomini, e Tom Hanks, il tenace direttore del Post Ben Bradlee, figure contrapposte dalla stessa natura dei loro ruoli, ma in realtà intimamente complici nel naturale e nobile proposito di perseguire la verità nel duplice rispetto della legalità e del diritto di informare, figure simbolo di un'America franca e leale, che ci piace, o meglio ci piaceva, prima che l'attuale esplosione di fosche e ambigue rivendicazioni all'insegna di una giustizia sommaria fondata sul sentito dire la risprofondassero in quei climi che sembravano estinti per sempre dal DNA di un popolo evidentemente bisognoso di tornare a darsi la zappa sui piedi.

Partitura nella partitura, ad esaltare con ritmi e armonie sonore la gamma delle luci verdine e azzurrine del direttore della fotografia Janusz Kaminski, la colonna musicale del fedelissimo John Williams è incalzante e fluida come i movimenti della macchina da presa, e fornisce una griglia perfetta su cui imbastire la folgorante antologia di corridoi, scrivanie, interni ed esterni newyorchesi tra ascensori, redazioni, aule, scaloni, androni, sale riunioni, sale consiglio, bar, ristoranti di lusso, strade, marciapiedi, taxi, pulmini, semafori, telefoni pubblici, in un tripudio di nostalgia per la pasta, la grana e il sapore dell'immaginario di un'America buona, giusta, faro di etica e di giustizia, che in quegli anni il cinema, attraversato dai brividi febbrili della modernità, restituiva con vividezza immediata fornendo modelli aggiornati di eroi ed eroine in cui immedesimarsi e da prendere come esempio; oggi, a sogno terminato e a ormai consunta post-modernità, non resta che il cinema per distrarci dalla volgarità di un Presidente impresentabile, dalle destabilizzanti rivendicazioni di donne ridotte alla categoria di specie protetta, dalle derive di un puritanesimo ipocrita, dallo spettacolo, insomma, di un'America svilita e svenduta, che solo la suprema qualità di un cinema come quello di Sua Maestà Steven Spielberg è in grado di riscattare regalandoci l'illusoria speranza di una possibile redenzione dell'Occidente. Almeno per le due ore, esaltanti, della durata della visione.

(The Post); Regia: Steven Spielberg; sceneggiatura: Liz Hannah, Josh Singer; fotografia: Janusz Kaminski; montaggio: Michael Kahn, Sarah Broshar; musica: John Williams; interpreti: Meryl Streep, Tom Hanks; produzione: Amblin Entertainment, Dreamworks, 20th Century Fox; distribuzione: 01 Distribution; origine: USA, 2017; durata: 115'



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