venerdì 23 febbraio 2018

Museo

Nel 1957, a nord est di Città del Messico, fondarono una città battezzata con un nome che era tutto n programma, ossia Ciudad Satélite, una promessa (di fatto mai mantenuta) di modernità, il cui monumento principale è costituito da cinque prismi triangolari denominati appunto Torres de Satélite, più volte in lizza, seppur senza successo, per diventare patrimonio UNESCO. Le Torres si vedono anche nel mitico La montagna sacra di Alejandro Jodorowsky. Qui, a Ciudad Satélite, crescono i due protagonisti del film di Alonso Ruizpalacios intitolato Museo, presentato oggi in concorso alla Berlinale. Si chiamano Juan e Benjamin, il primo lo interpreta il bravissimo e molto noto Gael Garcia Bernal, il secondo lo interpreta il bravo e meno noto Leonardo Ortizgris. Svogliati studenti di veterinaria, vengono l'uno – Juan - da una famiglia borghese molto numerosa, la cui figura principale è il padre medico, interpretato da Alfonso Castro, una figura ingombrante quasi quanto le Torres de Satélite; riguardo all'altro – Benjamin -sappiamo che è rimasto solo il padre, vecchio e malandato, con sempre addosso la maschera d'ossigeno e che infatti nel corso del film morirà. Sul piano narrativo c'è una voce fuori campo, che è quella di Benjamin, che fin dall'inizio tradisce la sua ammirazione e la sua devozione nei confronti di Juan. Che fare a Ciudad Satélite per movimentare la propria vita non particolarmente attraente? Perché, per esempio, non approfittare della chiusura del museo antropologico, dovuta a lavori di ristrutturazione, assenza di allarmi funzionanti e con una vigilanza che lascia piuttosto a desiderare, introdursi dentro l'edificio e rubare un bel po' dei reperti precolombiani, o anzi come si dice in modo politicamente corretto “meso-americani”? Detto fatto, i due giovanotti rubano senza troppi intralci una discreta quantità di oggetti e scappano a sud con la macchina del padre di Juan a cercare di trovare qualcuno che glieli compri quegli oggetti così importanti per, come direbbero i protagonisti de La terra dell'abbastanza, svorta'. Questa è la prima parte del film, molto intrigante anche sul piano cinematografico, e soprattutto molto dialettica, in più di un'occasione si ha la sensazione che il furto non sia solo una ragazzata e una prova di forza ma che ci sia dietro un profondo intento etico-politico: il furto sembra diventare un atto simbolico contro il museo come istituzione volta sì alla conservazione ma in primo luogo all'espropriazione colonialista. Soprattutto Juan sembra mosso in particolare da questo intento, avendo lavorato al museo fin da ragazzino per pagarsi le canne e avendone toccato con mano la struttura in fondo coercitiva. Il furto, almeno per Juan, è altresì un gesto di ribellione e di – seppur criminale – affermazione identitaria nei confronti del padre che lo considera un buono a nulla. Il punto è che – la seconda parte del film lo conferma in abbondanza – il padre aveva proprio ragione: Juan e l'amico, in giro per lo Yucatán prima e poi fra gli scogli e la spiaggia di Acapulco, sono davvero due balordi che oltre a rischiare più di una volta di perdere la borsa che contiene i preziosissimi reperti, non hanno la più pallida idea del valore simbolico e reale di quegli oggetti, di fatto invendibili su cui il governo messicano ha messo in palio una strabiliante ricompensa. E al pari delle peripezie dei balordi anche il film diventa un po' caotico, privo di un autentico filo conduttore, affastellamento di episodi, alcuni divertenti altri meno, con citazioni felliniane e almodovariane, ammiccamenti postmoderni (quando un poliziotto “riconosce” Garcia Bernal e gli chiede un autografo) e una conclusione – la restituzione della refurtiva – che chiude un cerchio un po' zoppicante sul piano della sceneggiatura - a meno che la scrittura non abbia proprio voluto mimare la fase ascendente e coerente del plot prima e quella discendente e sfrangiata dopo. A pelle verrebbe da dire di no. La vicenda si basa su un episodio realmente accaduto, per l'appunto il furto milionario da parte di due giovani dilettanti nel 1985 che fu per i messicani un affronto alla propria identità nazionale, ma, come hanno asserito regista, produttori e sceneggiatori, tutto è stato completamente inventato, i personaggi nulla hanno a che fare con i loro omologhi reali.

(Museo). Regia: Alonso Ruizpalacios; sceneggiatura: Alonso Ruizpalacios, Manuel Alcalá fotografia:Damian Garcia; montaggio: Yibran Assuadinterpreti: Gael Garcia Bernal (Juan), Leonardo Ortizgris (Benjamin), Alfonso Castro (il padre di Juan) produzione: Panorama Global, Città del Messico, Ring Cine, Città del Messico origine: Messico 2018; durata: 128'.



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