mercoledì 18 dicembre 2019

La Top 10 dei migliori documentari usciti nel 2019

Un viaggio nel mondo di un genere sempre più seguito e apprezzato.

Il cinema gode di buona salute, fatecelo dire senza dare troppo peso ai soliti profeti di malanni e sventure. Lo dimostra anche il documentario, che rimane uno dei generi più eclettici e appassionanti, capace come nessun altro di raccontare la contemporaneità. Abbiamo pensato, allora, di proporvi la classifica dei nostri migliori dieci documentari arrivati in Italia nel 2019, nelle sale, in televisione o in streaming. Una selezione che rende omaggio, speriamo, alla varietà di cui sopra, presentando performance incredibili, storie vere memorabili, ritratti sociali e politici capaci di farci conoscere meglio l’indecifrabile mondo di oggi, ma anche ballare al ritmo di una musica antica. Come ogni classifica è figlia del gusto, e di centinaia di visioni, di chi l’ha compilata. A voi la possibilità di commentare e rilanciare con altri film, per dare occasione a tutti di recuperare documentari che meritano, approfittando di qualche ora in più durante le vacanze.

La nostra Top 10 dei migliori documentari usciti nel 2019

Free solo

La passione che diventa ossessione, la consapevolezza di essere infallibile. Protagonista è Alex Honnold, scalatore e arrampicatore, uno dei fenomeni mondiali del free solo, per l’appunto, specialità che consiste nel salire su una parete rocciosa senza alcuna protezione: soli contro la natura. Il documentario firmato National Geographic lascia più volte senza fiato, con immagini splendide, la tensione della vera sfida mortale in atto e un ritratto profondo su Alex, e sulla sua difficoltà di relazionarsi con gli altri, anche con la fidanzata, senza rischiare di perdere efficacia, quindi rischiare di più nelle sue imprese in montagna. A proposito di imprese, il film si concentra sul suo tentativo di scalare in solitario El Capitan, una parete di mille metri nel parco di Yosemite. Perfezione o morte, non c’è alternativa per chi affronta questa pratica dal fascino, ma anche dalla brutalità, ancestrale.

Of Fathers and Sons

In classifica inseriamo anche un ottimo lavoro che rappresenta il filone più politico del documentario, quello che con elmetto e coraggio si precipita in zona di guerra per raccontare in maniera più profonda del giornalismo quello che accade in prima linea. Siamo in Siria, dove Talal Derki ci conduce a conoscere alcuni bambini figli di un padre che combatte il regime e sogna il Califfato islamico da tempi meno sospetti di quello odierno. Per una volta siamo embedded dall’altra parte, quella “sbagliata”, quella di chi crede sinceramente nell’ISIS e nella lotta fondamentalista per rivoluzionare il mondo. Alcune scene sono francamente difficili da guardare, specie per chi ha in mente (e negli occhi) le stragi compiute in nome di Allah nell’Europa degli ultimi anni. Cosa succederà ai bambini figli del Jihad? In maniera quasi biblica qui seguiamo le diverse nature di due figli del combattente: da una parte Osama, che vuole seguire la via della guerra santa, dall’altra Ayman, che sogna di tornare a scuola. Due fratelli che potrebbero diventare Caino e Abele in uno scontro che sembra concluso, ma non lo è di certo


 

John McEnroe l'impero della perfezione

Il cambiamento epocale e tecnologico degli anni ’80 visto attraverso dei filmati d’archivio sulle imprese al Roland Garros di uno dei geni dello sport del Novecento, John McEnroe. Girato in pellicola a 16mm, crea un’ambiguità legata al soggetto: delle riprese sportive. Chi filma e chi è filmato sono in campo, così come i microfoni che diventano anche protagonisti delle lamentele del  tennista, in un lavoro che diventa profondamente teorico sul cinema, i suoi limiti, letteralmente, e le sue prospettive. Vediamo immagini di McEnroe o un film girato su di lui? Un documentario ipnotico che ci racconta anche l’uomo, uno dei più interessanti e problematici dello sport del secolo scorso. Da non perdere, specie per chi ama la fisicità in via d’estinzione del supporto, ma anche della terra rossa, quella che rimane appiccicata alle scarpe di chi gioca e nell’anima di chi vede all'opera uno sportivo di questa grandezza.

La fattoria dei nostri sogni

Sorprendente racconto di una coppia che si trasferisce dalla costa californiana, a Santa Monica, fino in un appezzamento di terreno agricolo nell’entroterra, ormai esausto a causa di troppi anni di monocoltura. La storia di una fattoria che nasce cercando un nuovo (vecchio) equilibrio, totalmente naturale e in cui il concetto di bio, organic, come si dice da quelle paerti, per una volta assume un reale significato. Per ogni problema c’è una soluzione, se ci si guarda intorno e ci si ingegna con le regole della natura. Troppe lumache rovinano gli alberi da frutta? Ecco le anatre che ne vanno ghiotte. I Coyote uccidono i polli? Basta mettere un cane a fare da guardia, capace di non mangiarseli a sua volta, e i coyote si indirizzeranno verso le marmotte, che rischiano di essere troppe e di prendersela con le verdure. Un percorso faticoso lungo otto anni, anche doloroso, per la perdita di chi ha guidato la “conversione” dei due neo contadini, ma anche perché la natura ha delle regole talvolta spietate. Una sorpresa di gran gusto, per deliziare tutta la famiglia, perché no; un’occasione per riavvicinare i più piccoli a una realtà fatta di terra, vento, fiamme e con zero pixel, senzaq digitale in vista. Il cerchio della vita, senza re leoni e con il regalo finale di un nuovo piccolo cucciolo, umano,  a far compagnia agli 850 altri abitanti della Fattoria degli animali.

Il venerabile W

Barbet Schroeder si conferma uno dei più acuti documentaristi, un indagatore delle perversioni e della malvagità nascoste nelle pieghe della storia, più o meno recente. Questa volta conclude una sua trilogia ideale sul male, dopo Idi Amin Dada, suo lavoro degli anni ’70 sul presidente e dittatore dell’Uganda, e L’avvocato del terrore (2007), con un viaggio in Birmania. Al centro del racconto c’è una situazione di ordinario, ma imprevedibile razzismo, in una realtà dall’immagine pacifica, costruita su uno stile di vita tollerante e non violento come quello buddista. Un attualissimo e implacabile resoconto su come i discorsi d’odio, in questo caso contro i musulmani, si trasformino in violenza quotidiana, morte e distruzioni. Un’altra figura inquietante, che rimane sotto pelle, quella del predicatore Ashin Wirathu, che è arrivato nelle sale in primavera, ma è stato prodotto un paio d’anni fa, capace di anticipare la tragica sorte della minoranza Rohingya in Birmania, con il vergognoso sostegno del premio Nobel Aung San Suu Kyi.

The Edge of Democracy

Il Brasile di oggi sembra un paese in cui il sogno di un mondo migliore, quello rappresentato dalle promesse di Lula, si è tramutato nell’incubo di un presidente ancora più incolto e razzista, populista e reazionario di Trump: Bolosonaro. Petra Costa narra, grazie a un accesso unico agli ex presidenti Lula e Dilma Rousseff come siamo giunti alla crisi morale, oltre che politica, di uno dei paesi più promettenti e in crescita di alcuni anni, sul traino dei mondiali di calcio e delle Olimpiadi di Rio de Janeiro. Una società polarizzata, riunita sempre più agli estremi, che in questo rappresenta un caso scuola interessante a tutte le latitudini, anche europee. Presentato al Sundance, è una produzione Netflix Original di spessore, appassionante e ben documentata, capace di far innervosire come le migliori opere civili, ma non privo di qualità strettamente cinematografiche. Come quel luogo incredibile e surreale che è Brasilia, una capitale inventata e dall’architettura unica costruita nel mezzo del paese

Che fare quando il mondo è in fiamme

Un nuovo capitolo del viaggio di Roberto Minervini nelle ferite più nascoste e nauseabonde della società americana di oggi, quella popolata dagli elettori di Trump e da chi non è mai uscito dal suo ambiente. Parlando di documentari, quando si parla dell’autore marchigiano i confini sono labili fra quello che è cinema reale o di finzione, ma è interessante anche per il suo essere più semplicemente, e in maniera meticcia, cinema. Dalla campagna si sposta nella metropoli, seguendo le vicende di due ragazzi in un quartiere difficile, con il padre in prigione, oltre a una donna che gestisce un bar minacciato dall’avanzare dei nuovi borghesi, con la presenza incombente delle nuove Black Panther, alle prese con il linciaggio di due ragazze nel Mississippi che sembra rimandarci a qualche decennio fa. Potente e doloroso, forse meno fluido e un pizzico già meccanico degli altri suoi film, conferma lo spessore di un autore a parte del cinema di oggi come Minervini.

Selfie

Candidato agli European Film Awards, questo lavoro di Agostino Ferrente è un esempio di come la forma documentario si presti alla sperimentazione, in un’epoca di grandi cambiamenti tecnologici come questo, e sia pronta a dire cose molto importanti anche nel futuro. Per raccontare un quartiere cuore dello spaccio napoletano, il regista sceglie due ragazzi, uniti dall’amicizia e dal lutto per la morte del loro amico del cuore, ucciso senza colpe e per errore da un carabiniere. Li segue appena fuori dall’inquadratura, dandogli uno smartphone per riprendere e per specchiarsi. Un ritratto sincero e toccante sulle marginalità delle nostre metropoli, con un linguaggio sempre più universale che ha permesso a tante persone, nei festival in giro per il mondo, di identificarsi in questa realtà della periferia napoletana.

Le grand bal

Musica, maestri. Perché sono tanti i musicisti che ogni anno fanno ballare migliaia di persone nelle giornate e nottate del Gran bal, nella campagna francese. Sono brani spesso provenienti dal folklore locale, che uniscono tradizione e modernità, oltre a generazioni molto diverse, che per qualche momento tornano a sentire la magia di perdersi nelle note musicali e nei passi istintivi di danza, in quel moto perpetuo per tante culture antiche perfino mistico, in un vortice sanamente edonistico, in cui si sentono in pace con se stessi e con il proprio vicino. Energia, vitalità, speranza, in un mondo sempre meno capace di comunicare col corpo, una boccata d’aria che trascina e commuove. Un film che asseconda “il bisogno imperioso, essenziale degli esseri umani di essere toccati”.

Fye la più grande festa mai avvenuta

Un altro film disponibile sulla piattaforma di Netflix, che l’ha prodotto, è la storia più incredibile, eppure vera, del documentario di quest’anno. Un ritratto perfetto della realtà di oggi, in cui vale quello che si vede sui social, specie su Instagram, mentre quello che c’è intorno - e la verità - sembrano contare sempre meno. Fyre è la storia della più grande festa mai avvenuta, come dice il titolo. La storia di un’app che ha puntato tutto sul coinvolgimento marketing di celebrità e influencer in tutto il mondo, dimenticandosi di quello che c’era da fare, al di là del fumo patinato. Un’app in cui poter prenotare un listino di grandi cantanti e performer, disponibili anche a venire a suonare al vostro compleanno, naturalmente per il giusto compenso. Per lanciarla il giovane imprenditore più trendy di Manhattan, Billy McFarland, in compagnia del suo socio, il rapper Ja Rule, e di molti altri cervelli del mondo della comunicazione lautamente ingaggiati, pensò di organizzare un evento musicale mai visto, esclusivo e indimenticabile. Un concerto in un’isola dalle acque cristalline delle Bahamas, con la possibilità di comprare a costi folli pacchetti con ville, arrivo in jet privati e yacht a disposizione. Peccato che si dimenticò di organizzarla, questa festa mai avvenuta. Si segue come un thiller, ma è la caduta agli inferi di un Icaro ambizioso e arrogante che si è spinto così in alto da non poter che cadere pesantemente al suolo. 



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