In un imprecisato pomeriggio del marzo 1994, nella vecchia saletta di proiezione UIP di via Bissolati a Roma, c’era un’atmosfera palpabile di emozionata attesa nell’aria, insolita per un’anteprima stampa (allora non affollate come quelle di oggi): di lì a poco avremmo assistito alla proiezione di Schindler’s List, un film uscito in America l’anno precedente e di cui si era parlato tantissimo. Per chi amava Steven Spielberg era finalmente la prova della sua maturità di uomo e di regista, a dispetto dei non pochi che guardavano con diffidenza al suo successo commerciale e lo consideravano da sempre indegno di stare in mezzo ai grandi della settima arte. Nemmeno Il colore viola e L’impero del sole li avevano convinti che l’enfant prodige di Hollywood era capace di ben altro. Ma anche noi che lo amavamo non eravamo comunque preparati a quello che avremmo visto in quelle tre ore e un quarto, nello splendido bianco e nero di Janusz Kaminski. Quando si riaccesero le luci ognuno aveva in mano un kleenex bagnato e qualcuno si sforzava di nascondere gli occhi rossi. Spielberg si era conquistato sul campo i gradi di vero, serio regista, con una storia che pochissimi all’epoca conoscevano, se non coloro che ne erano stati protagonisti.
Eppure quel film straordinario e impietoso - che chi non era abbastanza grande quando uscì avrà la fortuna di vedere nei cinema italiani 25 anni dopo la sua uscita, dal 24 al 27 gennaio 2019, in occasione della Giornata della Memoria - era stato offerto a Steven Spielberg molti anni prima, nel 1982. Ma a 36 anni, fresco del successo di E.T., non si sentiva pronto per una storia del genere. A raccogliere in un libro la storia di Oskar Schindler, l’industriale nazista donnaiolo e viveur che aveva finito per salvare oltre 1000 ebrei, impiegati a vario titolo nelle sue fabbriche, era stato lo scrittore australiano Thomas Keneally, che dovendo acquistare una valigia era capitato per caso a Los Angeles nel negozio di Leopold Page (nato Poldek Pfefferberg), uno degli uomini salvati da Schindler. Page aveva già tentato senza successo di far conoscere la storia di questo Giusto, ma in Keneally trovò un ascoltatore più sensibile. “Schindler’s Ark” fu il libro che ne nacque, vinse il Booker Prize e fu quello che Spielberg lesse.

A convincere Keneally a raccontare questa incredibile storia dell’Olocausto era stato, disse, “il fatto che non si capiva dove finiva l’opportunismo e iniziava l’altruismo. E mi piace il fatto sovversivo che lo spirito trova respiro dove vuole. E cioè che il bene emerge dai luoghi più improbabili”. Continuando a rimandare, Spielberg lo propose prima a Roman Polanski, che rifiutò (fuggito ragazzino dal ghetto di Varsavia, trovò la storia troppo personale e dolorosa), poi cercò di convincere Sydney Pollack e infine Martin Scorsese, che nel 1988 stava quasi per realizzarlo. Fu a quel punto che il regista ebbe un ripensamento e decise di dirigerlo in proprio, offrendogli in compenso la regia del remake Cape Fear. A spingerlo ad impegnarsi in prima persona in un progetto che aveva finito per interessare anche Billy Wilder (che fu il primo a complimentarsi con lui dopo l’uscita del film), fu la crescente attenzione che ottenevano sui media i negazionisti dell’Olocausto. Prima, però doveva girare Jurassic Park, di cui – in un’impresa titanica nonché schizofrenica - affrontò la complessa post-produzione in orari serali, durante le riprese in Polonia.
Quella di Schindler’s List fu una lavorazione epica; 126 ruoli con battute, 20.000 comparse, alcuni esterni reali come la vera fabbrica di Schindler a Brunnlitz, la ricostruzione del ghetto di Plasznow e dell’esterno di Auschwitz, ma anche purtroppo l’incontro, che rese il film ancora più importante, con un antisemitismo ancora rampante in Polonia: Ben Kingsley venne alle mani con un energumeno che aveva insultato un attore ebreo, mentre le donne applaudivano gli interpreti dei nazisti. D’altro canto la moglie di Pfefferberg, Mila, un’altra salvata dalla lista di Schindler, quando si trovò di fronte Ralph Fiennes con gli abiti di scena, iniziò a tremare in modo incontrollabile, per la sua somiglianza col sadico aguzzino del campo, Amon Goeth. Fu una lavorazione psicologicamente tanto pesante che ogni sera Robin Williams chiamava Steven Spielberg e gli improvvisava un quarto d’ora di stand-up comedy telefonica per dargli sollievo.

Tutto quello che si vede nel film è vero, incluso il tanto criticato (da Michael Haneke, ad esempio) episodio delle docce: una delle donne sopravvissute, inviate per errore ad Auschwitz e ricomprate, dopo qualche orribile settimana, da Oskar Schindler, che andò a recuperarle al campo, lo racconta nel documentario che ha accompagnato una delle edizioni speciali del film in dvd, parte del lavoro della Fondazione creata dal regista per raccogliere, indicizzare e rendere disponibili le testimonianze di tutti i sopravvissuti della Shoah, la Shoah Visual Story Foundation, a cui Spielberg devolvette tutti gli utili che gli sarebbero spettati e che considerava, come quello dato a Giuda, “denaro maledetto”. L’unica licenza poetica che Spielberg e lo sceneggiatore Steven Zaillian si prendono è quella di unire tre personaggi vicini a Schindler nell’unico ruolo del contabile Itzak Stern, interpretato con magistrale adesione da Ben Kingsley (a quanto pare a compilare la lista fu invece Marcel Goldberg, un uomo di cui gli stessi sopravvissuti non hanno un bel ricordo).
Per un film ambientato in Polonia, Spielberg vuole attori europei: nei panni di Goeth l’ancora sconosciuto Ralph Fiennes, che aveva solo due film all’attivo, offre una performance impressionante. Ingrassato di 13 chili per il ruolo, è capace di rendere la follia e la malvagità del personaggio svuotando completamente lo sguardo di ogni umanità, emanando con la sua presenza la minaccia letale, tangibile, fisica, di un essere che sa di essere impunito e onnipotente. Il suo “dialogo” con la ragazza ebrea che prende a servizio, l’odio con cui la maltratta perché lo attrae, la violenza che lei (e soprattutto la vera, giovanissima Helen Hirsch) è costretta a sopportare, sono alcuni dei momenti più riusciti e difficili da sopportare in un film che di scene terribili e indimenticabili ne ha in abbondanza: lo sterminio degli abitanti del ghetto, il bambino che cerca rifugio trovandoli tutti occupati e finendo all’interno dei gabinetti comuni, disperato e ovunque respinto, i camion coi ragazzini che partono cantando e che i genitori non vedranno mai più.

In quest’inferno in bianco e nero, dove una bambina col cappottino rosso si aggira tra morte, violenza e devastazione, fino a restarne vittima (anche questo simbolo fa riferimento a una persona reale), nello scenario aperto dal cero dell’ultimo shabbat di pace e chiuso con quello della pace ritrovata, in cui a fare da trait d’union è il fumo (delle sigarette, dei corpi bruciati, dei forni crematori) in una serie di corrispondenze di grande maestria cinematografica, svetta la figura di Liam Neeson. All’epoca l’attore gallese era apparso in qualche film ed era stato protagonista di Darkman di Sam Raimi, ma non era una star e come Fiennes era pressoché sconosciuto al grande pubblico americano.
Al personaggio portò la sua naturale eleganza e il suo fascino e conferì grande credibilità alla trasformazione graduale di un uomo che non era uno stinco di santo, e che dai Sudeti era arrivato in Polonia per sfruttare l’ingordigia e la corruzione dei gerarchi nazisti nel grande affare che era per lui la guerra, e finì invece per investire tutto quello che aveva guadagnato per comprare le vite di quelli che finirono per considerarsi i “suoi” ebrei e che grazie a lui si sono moltiplicati, dando vita a una numerosa discendenza, dimostrazione vivente delle parole del Talmud, “chi salva una vita salva il mondo intero”. E furono proprio coloro a cui aveva ridato vita e dignità di uomini a prendersi cura di lui nei suoi ultimi anni, vissuti in povertà.

Nel ruolo del contabile Stern, Spielberg sceglieBen Kingsley, che aveva già dimostrato le sue doti di meraviglioso trasformista vincendo l’Oscar per Gandhi, ma la sua capacità di rendersi irriconoscibile fa sì che, pur essendo l’attore più famoso, si metta totalmente a servizio della storia, senza un dettaglio di troppo, creando un personaggio di grande forza grazie a un lavoro di sottrazione. Nel cast, nel ruolo della giovane amante di Schindler, Ingrid, c’era anche la nostra Beatrice Macola, una giovane e bravissima attrice, purtroppo stroncata da un ictus a soli 36 anni.
Candidato a 12 Oscar, Schindler’s List ne vinse 7, inclusi quello come miglior film e miglior regista, miglior sceneggiatura non originale, miglior fotografia e migliore colonna sonora. John Williams, il veterano e celeberrimo compositore, collaboratore di Spielberg da anni, vinse il quarto Oscar proprio per il suo lavoro per questo film. Dopo aver visto il primo montaggio, visibilmente scosso, si era allontanato per riprendersi. Al ritorno, aveva detto al suo regista che ci sarebbe voluto un compositore migliore di lui per renderei giustizia al film, ricevendo una risposta che lo convinse: “è vero, ma sono tutti morti”. Incredibilmente. non vennero premiati Fiennes e Neeson: quell’anno vinsero Tom Hanks per Philadelphia e Tommy Lee Jones per Il fuggitivo.

Ma con Schindler’s List, Steven Spielberg si riappropriò con orgoglio della sua eredità e offrì al mondo una delle visioni artistiche più potenti di quell’immenso, inconcepibile crimine contro l’umanità che è stato l’Olocausto, con un film quasi perfetto, sincero, e con un messaggio positivo, in linea col suo carattere di ottimista americano. In seguito avrebbe realizzato altri film belli e significativi, ma per noi Schindler’s List resta la vetta tutt'ora insuperata della sua carriera, che vi invitiamo a scoprire o riscoprire in sala. Per meditare, con le parole di Primo Levi, “che questo è stato” e stare in guardia perché non accada mai più e perché ci ricordiamo di avere il cuore dalla parte giusta, come l’industriale nazista Oskar Schindler, che rinunciò alle ricchezze materiali per dare ascolto alla sua coscienza di essere umano.
Il Trailer per il 25esimo anniversario di Schindler's List:
from ComingSoon.it - Le notizie sui film e le star http://bit.ly/2FW00h5
via Cinema Studi - Lo studio del cinema è sul web
Nessun commento:
Posta un commento