sabato 25 maggio 2019

Cannes 2019 - Ang Hupa

Un dittatore caricaturale, pervertito e fuori di testa, che travestito da donna lavora di cucito, parla con gli struzzi nel parco del Palazzo Presidenziale e dà in pasto ai coccodrilli i suoi oppositori, tiene sotto scacco, con l'ausilio di due colonnelle lesbiche, una Nazione immersa in una buia notte perenne in seguito a un'eruzione vulcanica, e infestata da una febbre nera che ne ha decimato la popolazione. Siamo nel 2034, ma tutto è rimasto fermo e identico al 2024, forse anche al 2014 o al 2004. Nessuno lo ricorda più, perché il regime totalitario ha impedito ogni crescita e sviluppo di un paese 'senza memoria', come recita il titolo di un'opera letteraria che ispira il movimento della resistenza armata al governo del dittatore. In cielo, sibilanti e minacciosi, sfrecciano uccelli-droni che controllano le identità dei cittadini, nell'attesa che in agosto, nell'anniversario dell'atomica su Hiroshima, scatti l'OBR, l'Operazione Black Rain, quando cioè metà della popolazione verrà sterminata dalle armi di distruzione di massa dell'esercito. Tutto sembrerebbe tranne che l'argomento di un film di Lav Diaz, tra i giganti del cinema mondiale, autore di opere di consistente durata (dalle quattro alle otto ore), liriche, disperate, politicamente molto critiche verso chi tiene le redini del suo Paese (è nato a Datu Paglas, nel Sud delle Filippine), girate, salvo casi rarissimi, in un bianco e nero di lucore vivido e contrastato la cui incisività è mutata negli anni insieme all'evoluzione della videotecnologia digitale. Un autore che impone l'obbligo di un'attenzione fuori del tempo, in questa epoca di fruizione istantanea e sbocconcellata, scandita da un'ossessiva digitazione sulla tastiera di cellulari e tablet. Anche per i non credenti, interrompere ogni attività per quattro o sette ore e chiudersi in una sala cinematografica insieme a una platea di sconosciuti per vedere un film di Lav Diaz somiglia a quelle ritualità religiose cui si sottopongono gli adepti di una fede cui si consegna la propria volontà di un assoluto difficilmente rintracciabile nella prosaicità del quotidiano. Così è stato anche per Ang Hupa, visto a Cannes nella Quinzaine des Réalisateurs, dove Lav Diaz è stato invitato a presentare la sua nuova opera, innovativa, spiazzante, ma sempre in linea con una visione del mondo e una concezione del cinema che lo pone tra i massimi autori viventi, naturalmente distante e inattingibile dalle popolose e paganti platee del cinema dell'intrattenimento spettacolare, riservato ai più volenterosi tra gli accreditati ai festival, che nei suoi lavori ritrovano il metro di un cinema primitivo, rigoroso, solenne, ad altissimo tasso di umanesimo e densità emotiva. L'umanesimo è infatti il dato eminente di un autore cui per fortuna, tra un premio prestigioso e l'altro, viene ormai unanimemente riconosciuta una statura pari a quella di ‘antichi' maestri come Rossellini, Mizoguchi o Jena Renoir. Smussando un pessimismo che da sempre segnava i suoi grandi ‘romanzi' cinematografici, fortemente e politicamente critici nei confronti delle sue native Filippine, in Ang Hupa, che pure dipinge la disperata condizione esistenziale di un popolo antico e nobile ridotto allo stremo di una povertà inaccettabile e all'umiliazione dell'azzeramento di una memoria di sé e delle proprie radici che ne compromette l'identità etnica e culturale, Lav Diaz sembra compiere un decisivo passo in avanti rispetto ai desolanti panorami illustrati nei suoi film precedenti (si pensi al dostojevskiano e abissale The Woman Who Left, con cui ha vinto il Leone d'oro a Venezia nel 2016), per giungere addirittura all'enunciazione di un appello, che suona come un manifesto ideologico vivificato di nuova speranza, pronunciato verso il finale del film, in cui uno dei protagonisti del movimento della resistenza al regime rinuncia definitivamente alla lotta armata per concentrarsi sulle nuovissime generazioni: quegli orfani presi in consegna da associazioni di volontari che provvedono a ridar loro un tetto, cibo, vestiti e il perduto affetto dei genitori, uccisi dalla febbre nera o dai soldati del feroce dittatore, che assistono quotidianamente ai roghi dei piccoli cadaveri dei loro coetanei colpiti dall'epidemia, ma che in virtù del cuore puro e incontaminato dell'infanzia possono ancora coltivare sentimenti positivi di solidarietà e aggregazione sociale. Occuparsi di loro, aiutarli a formarsi una mentalità inclusiva, generosa e solidale (dunque modificando radicalmente lo spirito di una società corrotta, imbastardita e impigrita moralmente e sentimentalmente), sarà l'unico metodo per ritrovare una dignità popolare e identitaria cancellata dalla cieca follia di un Potere incontrollato e impazzito.

Ma come in ogni nuovo lavoro Lav Diaz aggiorna il proprio messaggio autoriale e poetico, così anche il suo cinema conosce sempre nuove incursioni in generi e modalità da lui riadattate e reinterpretate secondo il proprio sguardo personalissimo e riconoscibile di cineasta contemporaneo. Inedite, per lui, sono le numerose sequenze di azione di Ang Hupa, così come le iniziali scene di massa, o la rappresentazione di un erotismo disturbato e malato perché imbastito sulle innaturali trame dell'obbedienza ad un inumano potere totalitario; ma pure gli stacchi più rapidi del solito, rispetto ai consueti campi fissi estesi anche fino a dieci minuti, o certe atmosfere Noir che serpeggiano con frequenza lungo le quasi quattro ore e quaranta tante quante ne dura il film. Eppure, anche chi dovesse accostarsi per la prima volta al suo cinema, e dunque senza avere idea della cifra di quanto da lui fatto in precedenza, si accorgerà del pondo, altrove inavvertibile, di un senso di cosmica tragedia e di ecumenica speranza che pervade Ang Hupa, e a lungo porterà negli occhi e in cuore la lunga suggestione di alba rosselliniana che lo conclude, come la scena finale di qualcosa che era già un classico, e che platonicamente il cinema è andato a risvegliare nella caverna dei propri primordiali ricordi.

(Ang Hupa); Regia: Lav Diaz; sceneggiatura: Lav Diaz; fotografia: Daniel Uy; montaggio: Lav Diaz; interpreti: Hazel Orencio, Joel Lamangan, Piolo Pascual, Shaina Magdayao; produzione: Sine Olivia Pilipinas; distribuzione: ARP Sélections; origine: Filippine, 2019; durata: 236'



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