lunedì 8 gennaio 2018

La serata che ha cambiato Hollywood


Hollywood non cambierà in un giorno, ma una notte, quella scorsa, ha dato una bella spallata. L’edificio magari rimarrà intatto nelle mura esterne, come amano fare da quelle parti, ma la vera scommessa è rivoluzionare completamente gli spazi interni, ridisegnando ruoli di potere e i criteri di via libera ai progetti. Sono stati mesi sconvolgenti, dalle parti della California meridionale, inutile negarlo. Lo scandalo molestie, partito dalle accuse contro Harvey Weinstein, diventato vero orco del favoloso mondo del cinema, ha dato voce e forza a molte donne, per raccontare eventi privati all’insegna dello slogan #MeToo, ma anche per pretendere una pari retribuzione e una presenza ben più massiccia di quella attuale nei ruoli dirigenziali degli studios, così come dietro la macchina da presa; “ecco i candidati solo uomini per miglior regista”, ha sintetizzato con semplicità a suo modo inaudita Natalie Portman, chiamata a presentare quella categoria.

Sì, perché ieri sera abbiamo assistito, prima che alla serata di premiazione dei 75° Golden Globe Awards, a un momento storico, una rivoluzione in cammino, in cui la protesta, la battuta diretta e anche spietata è stata una costante. Tutti e tutte con la spilletta “Time’s Up”, il tempo è arrivato di pretendere il cambiamento, non più di chiederlo per favore. Una ribellione contro il protocollo e il conformismo di una serata di premiazione che si conferma più avvincente e interessante degli Oscar, non fosse che per l’abilità del centinaio di abili membri della stampa estera di nominare col bilancino tutte le star possibili.

A Seth Meyers è bastato recitare con bravura un divertente e schietto monologo iniziale, per poi lasciare spazio alle tante donne che per una notte si sono prese Hollywood, segnando un cambio generazionale nei posti di avanguardia, quantomeno carismatica. Una sintesi è stata la presenza secondaria, per una volta, della maestra di cerimonia consueta di queste serate: Meryl Streep. Ha pagato un silenzio criticato da molte colleghe sulle pratiche di casa Weinstein e si è limitata a annuire convinta in mille piani d’ascolto regalati dalla regia, mentre sul palco una sequela di grandi donne inneggiavano alla rivoluzione. Forse da oggi non è più la ‘role model’ per eccellenza delle giovani attrici, sostituita dal coraggio molto vocale delle varie Jessica Chastain & co.
Altrettanto silente, ma con un significato ben diverso, è stata la protagonista simbolica della serata, Ashley Judd, seduta a pochi metri dalla Streep. Una delle prime a parlare delle storture negli uffici e nelle suite del potere, anch’essa inquadrata tante volte, ma per ricevere le parole al miele delle sue colleghe, pronte a elogiare il suo coraggio e a risarcirla in visibilità per una carriera stroncata dai veti weinsteniani seguiti al suo rifiuto di cedere alle sue molestie.

Per una volta il glamour è passato in secondo piano, frenato da un total black solidale, con il trionfo di una serie anch’essa simbolica di questi tempi: The Big Little Lies. Come ha ricordato una delle protagoniste, e produttrici, Reese Whiterspoon, "la storia di un gruppo di persone che non accetta più di vivere una vita perfetta in superficie, ben diversa da quella violenta subita dentro le mura di casa". Parlando di cinema drammatico, al centro della scena Tre manifesti a Ebbing, Missouri: la storia di una madre (Frances McDormand) che pretende la verità sullo stupro e assassinio della figlia.

Il conduttore, il sempre bravo Seth Meyers, ha avuto il compito di citare “gli elefanti nella stanza”, Harvey Weistein e Kevin Spacey, divertendo con un’apertura dal giusto grado di scorrettezza, anticipando una serata senza peli sulla lingua. “Ladies and remaining gentleman”, non ha bisogno di traduzione il suo attacco. “È un buon anno, la marijuana è permessa e finalmente le molestie non lo sono”, ha poi aggiunto mirabilmente, “per una volta non sarà terrorizzante per i maschi candidati sentire il proprio nome pronunciato ad alta voce”. Senza freni contro Weinstein, quindi, con un lugubre “Harvey non è qui stasera, ma tornerà fra vent’anni quando sarà la prima persona mai fischiata durante il video in memoriam”. Altro obiettivo previsto delle sue battute, il presidente Trump. Rivolto a Seth Rogen: “vi ricordate quando era lui a fare casino con la Corea del Nord?”.

Come al solito i nominati erano presenti praticamente tutti, con qualche sporadica e giustificata assenza, la più ‘rumorosa’ delle quali è stata quella di Geoffrey Rush, coinvolto in una denuncia per “comportamento inappropriato” da lui violentemente respinta. Molte standing ovation, come quella per Kirk Douglas e i suoi 101 anni, che ha presentato un premio insieme alla nuora Catherine Zeta-Jones, per la non protagonista dell’anno, Allison Janney per I, Tonya, o per Barbra Streisand, che ha ricordato come siano passati ben 34 anni dalla sua vittoria come (prima) donna regista. "Diamoci una mossa", ha tenuto a dire, e va detto che quest'anno c’erano pronte due possibili nomination femminili: Greta Gerwig per l'ottimo Lady Bird, prontamente inquadrata sulle parole della Streisand, e la Bigelow del sottovalutato Detroit.

Assente l’Italia, se non nel ringraziamento “al cibo meraviglioso mangiato nel corso delle riprese della seconda stagione” da parte di Aziz Ansari, migliore attore in una serie tv comedy, seduto vicino a una delle interpreti di Master of None, Alessandra Mastronardi. Francamente deludente la scelta di premiare Oltre la notte di Fatih Akin come miglior film straniero: conferma della ormai radicata difficoltà di Academy e HFPA nel premiare il migliore cinema non di lingua inglese.

Quindi è stato il momento di Oprah Winfrey, del suo premio intitolato a Cecil B. DeMille, di cui ci occupiamo più diffusamente altrove, e delle sue parole lucide: “dire la verità è lo strumento più potente che abbiamo, noi qui siamo celebrate per le storie che raccontiamo, ma quest’anno siamo diventate noi la storia”. Oltretutto la storia l’hanno scritta realmente, stanotte, le molte e coraggiose paladine del “Time’s Up”, ponendosi in prima fila per guidare una rivoluzione che la cerimonia dei Globes ha confermato essere già in atto. Per citare la deliziosa eccentrica Frances McDormand, “queste donne stasera non sono venute qui per il cibo”.



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