
Un'annata altalenante per il nostro amato cinema di paura, con qualche vetta d'autore e alcune sorprese.
Ecco, ci risiamo. È di nuovo quel periodo dell'anno in cui tutti stilano a tutto spiano classifiche col meglio di questo e di quello, tutte rigorosamente soggettive e discutibili, e - nonostante la nostra allergia per i giudizi di merito - ovviamente non ci possiamo esimere dal dire la nostra. Cominciamo con una premessa, probabilmente nota a chi mi legge già: amare l'horror significa esporsi a molte delusioni, soprattutto se l'asticella di riferimento è settata sui classici. Quest'anno, tra cinema e le ormai imprescindibili piattaforme digitali, risultano usciti nel nostro Paese una quarantina di film, e vi assicuro che trovarne 10 da poter definire migliori è stata una fatica improba, anche perché – siamo onesti – ho dovuto far riferimento a quelli che ho visto. Sempre per amor di trasparenza, però, vi dico che titoli come Midsommar, It: Capitolo 2 e Pet Sematary, che magari troverete altrove, non ci sono per scelta. Tra i primi cinque ce ne sono però alcuni che per me sfiorano il capolavoro e mi consolano delle amarezze che a volte mi dà uno dei miei generi preferiti.
I 10 Migliori Film horror del 2019
Noi
Il secondo film di Jordan Peele, è più serio e più ambizioso, meno ironico del suo folgorante debutto con Scappa - Get Out. Ma se parliamo di horror serio, metaforico e contemporaneo, il suo cinema è ancora una volta quello che offre le immagini e le riflessioni migliori. Stavolta confeziona in modo originale una storia di doppi che diventa il ritratto di quello che siamo diventati (si parla dell'America, ma nel mondo capitalista globalizzato non ha più senso fare di queste distinzioni). Una storia complessa, a più livelli di lettura, che instilla una genuina ansia nello spettatore, a tratti fa proprio paura e svolge la funzione che i migliori horror hanno sempre ricoperto: lasciare addosso allo spettatore un'inquietudine che lo costringe a riflettere sui suoi significati.
La casa di Jack
L'attesissimo horror di Lars Von Trier è finalmente arrivato davanti alle nostre bramose pupille, e, come le forbici di Jordan Peele, ha inciso senza pietà le carni delle sue vittime. Ma prima ancora, il nostro regista tormentato e frainteso preferito ha operato con questo mirabile e ricercatissimo film una vera e propria vivisezione su se stesso, rappresentandosi sotto il travestimento di uno straordinario Matt Dillon come un serial killer che aspira a fare del suo “mestiere” un'arte, ma si accorge alla fine che la sua casa lo porta dritto agli inferi, dove colloquia con l'ironico Virgilio di Bruno Ganz rivivendo le sue sanguinarie imprese. Un film densissimo, ansiogeno e difficilmente etichettabile (l'horror è la veste scelta per raccontare altro), a cui all'estero sono state dedicate intere monografie. Una vetta nella filmografia di un artista beffardo e sinceramente sofferente, unico al mondo, che ottiene sempre il meglio dagli attori a cui offre ruoli tanto insoliti E l'angoscia – nonostante l'ironia che ti strappa la risata tra una carneficina e l'altra – ti si appiccica addosso come un sudario.
Doctor Sleep
A sorpresa, il film di Mike Flanagan mette insieme lo Shining di Stephen King, il suo sequel letterario e il capolavoro imprescindibile di Stanley Kubrick in un'operazione azzardata ma riuscita perché fatta col cervello, oltre che col cuore. Ne nasce un'opera audace e originale che ripesca gli elementi fondamentali di entrambi i mondi per diventare, alla fine, anche una riflessione metaletteraria e metafilmica sul tempo trascorso e sulla persistenza nella nostra mente di certe immagini, simili ai fantasmi che Danny vede da piccolo e continua a vedere da grande, quando smette di bere. Da un un romanzo non indimenticabile Flanagan trae un horror per adulti che diventa anche una riflessione sul rapporto tra media diversi, tanto che King dopo averlo visto ha confessato di esser riuscito dopo anni a guardare al film di Kubrick con meno ostilità. Merito di un regista e sceneggiatore che ha saputo conciliare in Doctor Sleep le differenze tra due opere che hanno segnato il nostro immaginario horror, grazie a una passione indiscutibile per il genere.
Il Signor Diavolo
Il ritorno di Pupi Avati all'horror è già di per sé una bella notizia. Per chi poi ha amato il gotico padano delle sue prime incursioni nel genere è un piacere ritrovarlo immerso di nuovo in atmosfere vintage con una storia, tratta da un suo romanzo, in cui il demoniaco fa ancora paura. Chi non ha dimenticato La casa dalle finestre che ridono proverà una vera emozione nel rivedere Lino Capolicchio e Gianni Cavina coinvolti in una di quelle vicende di cui il regista bolognese è maestro. Avati a 80 anni torna alle origini chiudendo il cerchio con un film sorprendente, che ci intrappola in una storia da incubo, dove i particolari che vengono rivelati man mano ci convincono di trovarci nello stesso mondo arcaico che ci aveva tanto spaventato qualche decennio fa. Penalizzato da una distribuzione in piena estate, Il Signor Diavolo non ha ottenuto l'attenzione che meritava.
Finché morte non ci separi
Davvero una bella sorpresa questa horror comedy diretta a quattro mani da Matt Bettinelli-Olpin, fondatore della band punk Link 80, e Tyler Gillett, che aveva già partecipato all'horror collettivo V/H/S. A scriverla sono stati due autori semisconosciuti prevalentemente televisivi e il risultato è una divertentissima sarabanda splatter, che parte da una premessa da murder mystery – una vittima ignara che entra in una famiglia di eccentrici sconosciuti – per virare in un horror tutti contro una, in cui facciamo un tifo sfegatato per una protagonista – Samara Weaving, nipote dei più noto Hugo Weaving – che è una vera e propria forza della natura. Nella storia della ignara sposa che per amore e per entrare a pieno titolo nella ricca famiglia dell'amato si trova costretta a giocare a un gioco mortale c'è una vena satirica che ricorda un classico come Society di Brian Yuzna. Pieno di sorprese e godibile fino alla fine, è un film che si inserisce di diritto tra i titoli migliori della recente tendenza anti establishment (poveri contro ricchi) del nuovo horror americano.
L'angelo del male - Brightburn
Prodotto da James Gunn, che dopo l'inizio di carriera alla gloriosa Troma ci aveva regalato quel gioiellino di Slither, e sceneggiato da suo fratello e suo cugino, questo divertente horror “in famiglia” unisce il tema sempre popolare dei ragazzini inquietanti al totale rovesciamento di prospettiva del mito di Superman. Da questo incontro viene fuori un teso e violento B-movie in cui con l'arrivo della pubertà il bambino caduto dallo spazio e adottato da una coppia senza figli si scopre non solo onnipotente ma anche supercattivo. Cosa può esserci di meglio di una storia che riporta alla mente il piccolo assassino di Ray Bradbury in un'ottica tipicamente nerd, dove si preme sull'acceleratore senza timore di esagerare? Si parla già di un possibile sequel, che, per una volta, ci potrebbe stare.
b
La bambola assassina
Con mia grande sorpresa, dopo aver recuperato in sala questo film, che non ha avuto neanche un'anteprima stampa e da cui non mi aspettavo nulla o quasi, mi sono dovuta ricredere: anche se le perplessità sul nuovo look di Chucky in parte permangono, va detto che è un remake sensato, che non ricalca pedissequamente l'originale o i suoi sequel ma cambia la premessa e lo modernizza, oltre a condire la storia con scene splatter di buon livello. Uno di quei gustosi, feroci horror per ragazzi di cui oggi si sente spesso la mancanza, capace di intrattenerci per tutta la durata, aiutato anche da effetti speciali che non si affidano solo al digitale. Del norvegese Lars Klevberg mi ero persa Polaroid, che conto a questo punto di recuperare.
Eli
Non è uscito al cinema ma è passato solo su Netflix il film dell'irlandese Ciaràn Foy, che aveva già diretto The Citadel e Sinister 2. Un altro ottimo b-movie che parte con una storia che trae in inganno e beffa tutti nel finale diventando un'altra cosa (che non vi sveliamo, se non l'avete ancora visto). Il ragazzino (un altro creepy kid) si chiama Charlie Shotwell, l'abbiamo visto in film non di genere come Captain Fantastic e Il castello di vetro, ed è davvero bravissimo. In più ci sono Kelly Reilly, Lily Taylor e la rossa Max di Stranger Things, Sadie Sink. Non è certo un film memorabile ma io - non so voi - ho sempre avuto un debole per gli horror che mi sorprendono con un rovesciamento improvviso di prospettiva. Merita davvero una visione.
Hole - L'abisso
Ancora dal'Irlanda, stavolta anche come produzione, arriva un altro film del genere creepy kid, coniugato in questo caso col tema del doppio e dei sensi di colpa tipici della maternità. Una madre in fuga da (intuiamo) una relazione violenta cambia residenza e va a vivere col figlio in una casa vicino a una foresta, dentro la quale c'è un'enorme voragine. Metaforico, atmosferico e genuinamente inquietante in alcuni momenti, è interpretato benissimo dal piccolo James Quinn Markey. A quanto pare nessuno sa dirigere così bene i bambini come i registi di film horror ed è bravo Lee Cronin alla sua opera prima a mantenere alta la tensione.
The Prodigy - Il figlio del male
Per esclusione, e perché un decimo posto non poteva restare scoperto, ho scelto non del tutto convinta un altro film Netflix, in cui a concludere il nostro trio di giovani attori che interpretano ragazzini “particolari” è Jackson Robert Scott, il piccolo Georgie di It. La perplessità viene dalla premessa completamente assurda (perfino per un horror), ma la regia di Nicholas McCarthy riesce a creare una certa tensione, a sfoderare un paio di belle scene, prima di chiudere col prevedibile, tipico unhappy ending del genere. Per sua fortuna, se non lo aiuta la sceneggiatura di Jeff Buhler (che ha scritto anche il remake di Pet Sematary), ha scelto bene il suo piccolo protagonista, che con quegli occhioni e quel bel faccino risulta a tratti davvero disturbante.
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