martedì 9 marzo 2021

Fulci Talks: dal 10 marzo su Chili il bellissimo autoritratto a 360 gradi dell'indimenticato maestro dei generi

Lucio Fulci, il geniale guastatore o terrorista dei generi, l'autore/artigiano snobbato dalla critica italiana ma apprezzato da sempre all'estero (pensiamo a registi come Quentin Tarantino, Eli Roth e Nicolas Winding Refn ma anche ai Cahiers du Cinéma) e idolatrato nel mondo intero e purtroppo anche in Italia per una sola porzione del suo lavoro, ovvero i suoi ultimi horror, ci ha lasciato prematuramente nel 1996. Chi ha avuto il piacere di sentirlo parlare (come la sottoscritta) ne ricorda l'intelligenza, l'acume e l'ironia a volte anche feroce con cui si esprimeva e che, in un mondo attento alla forma e anche parecchio ipocrita come quello del cinema italiano, gli è costato molto in termini di carriera. Sceneggiatore e regista di una sessantina di film – dalla collaborazione con Steno, Totò, Un americano a Roma, i musicarelli e le esilaranti commedie con Franco e Ciccio, ai gialli, i western, l'avventura, il film storico, l'erotico e gli horror feroci – Fulci è stato un uomo di cinema a 360 gradi, che di e per il cinema ha sempre vissuto e che sofferto della sottovalutazione di chi non si chiedeva nemmeno “e se fosse bravo?”, ma dispensava pigramente stroncature ai suoi film in nome di una malintesa distinzione tra alto e basso, tra cinema d'autore e genere commerciale. Mentre, come sa chi ama davvero questa forma artistica, si tratta di un luogo meraviglioso dove tutto può coesistere e coabitare e un uomo di grande cultura com'era Lucio Fulci, cui la vita non ha risparmiato dolori e tragedie, era in grado di esprimere la sua poetica del peccato e del dubbio sotto forma di generi popolari e dunque disprezzati dalla nomenclatura.

Fulci Talks: il film

L'occhio – altro topos del cinema di Lucio Fulci – capace o meno di rintracciare un percorso autoriale nel complesso del suo lavoro (e dei suoi scritti), è stato al tempo stesso la sua condanna e la sua fortuna, visto che grazie a una nuova generazione di critici ha fatto in tempo a ricevere in vita l'apprezzamento che non aveva avuto prima, per la miopia dei precedenti. Eccessivo, irriverente, a volte decisamente fuori e sopra le righe, in morte Lucio Fulci è stato oggetto di una miriade di studi, saggi, e documentari (del penultimo, Fulci for Fake, vi avevamo parlato in questo articolo) ma solo con Fulci Talks di Antonietta De Lillo, a nostro avviso, riceve finalmente giustizia. L'idea di riportarlo letteralmente in vita e di lasciarlo parlare nel film nasce da una conversazione tra la regista, il critico e amico di Fulci Marcello Garofalo e la figlia del regista, Antonella, che ricordano una lunga intervista realizzata da entrambi nel 1993 a casa di De Lillo, una parte della quale è confluita nel corto di trenta minuti La notte americana del dr. Lucio Fulci, sempre diretto da lei nel 1994. Da quel girato perfettamente conservato nasce un lungometraggio di circa 80 minuti, un film intervista in cui, senza interventi esterni che non siano le “sporcature” e le code aggiunte a simulare un invecchiamento di un materiale nitido e presente, Fulci risponde alle domande dei due intervistatori, si interrompe al suono di un campanello, si mostra a suo agio come non sempre è stato, nel raccontare se stesso e il suo rapporto col cinema, con la vita e con la morte.

La voce di Fulci

Chi è il regista? chiede Fulci e si risponde “è quello a cui si fanno le domande” e si definisce nel corso dell'intervista “scrittore e muratore”, un “anarchico mite”, un bugiardo salvato dal cinema e dalle barche e rivendica il diritto all'incoerenza e all'espressione della fantasia. Racconta i suoi inizi, cita ripetutamente i registi che ammira, i suoi film preferiti (che non vi riveliamo), sottolinea più volte la differenza del suo cinema da quello di Dario Argento, dimostra la sua profonda conoscenza e ammirazione per il lavoro dei colleghi più paludati, che non invidia e di cui è amico: Fellini, Petri, Antonioni, Rosi, Zurlini, Lattuada, De Sica, Bava, Moretti, Leone, Steno, Bertolucci, Scorsese, Spielberg... Dichiara il suo amore per loro, per tutto il cinema senza distinzioni. Parla anche, ovviamente, dell'horror, su cui lo stimola Marcello Garofalo, definendolo un cinema che è “pura idea”. E se per George A. Romero gli zombi siamo noi, per lui, così contro il sistema, la politica, l'establishment e l'ipocrisia, non possono che essere “gli uomini di potere”. È una bellissima operazione questo documentario di Antonietta De Lillo, dove gli unici documenti sono alcune foto nel finale, accompagnate da un brano di musica del collaboratore di Fulci Fabio Frizzi. Il suo pregio principale sta nello sguardo esterno che c'è, come vedremo, ma che non si fa notare e lascia campo libero a un autentico affabulatore che è l'unico a poter parlare di sé con cognizione di causa e nel riportarcelo vivo, attuale e profetico come lo ricordavamo. Sembra davvero, come ha detto la figlia Antonella Fulci, che da un momento all'altro possiamo ritrovarcelo davanti in carne e ossa, nella vita di tutti i giorni e nei suoi divertentissimi, imprevedibili e a volte imbarazzanti exploit che amici e colleghi ancora ricordano. Sono passati quasi 30 anni dall'intervista e il 13 marzo saranno 25 dalla sua scomparsa, ma Lucio Fulci, da morto, appare molto più vivo e consapevole di tanti dei suoi colleghi ancora vivi e questa potrebbe essere la sua beffarda rivincita dall'Aldilà.

Antonietta De Lillo, che nel 2013 ha firmato anche l'apprezzato La pazza della porta accanto. Conversazione con Alda Merini, ha scelto di lasciar parlare Fulci (“uno spirito libero”, come lo definisce Antonella, “impossibile da inquadrare a parole”) senza inserire documenti di repertorio e immagini dei suoi film, per un motivo ben preciso, come ci ha raccontato:

Se Lucio era un terrorista dei generi io sono una terrorista dei ritratti, nel senso che sono una persona assolutamente estrema. Per me il cinema è un corpo, come una grande orchestra, dove a volte parlano le immagini e a volte le parole, e altre volte ancora gli assoli. Sono sempre andata controcorrente, ho sempre pensato che una persona che si raccontasse potesse essere un grande film e l'ho fatto con grande passione. Questo lavoro ha richiesto un anno e mezzo di montaggio e di post produzione. Tutto il materiale è stato scelto pezzo per pezzo e messo insieme in modo che ci sia una presentazione, uno svolgimento, dei colpi di scena e delle situazioni emotive, quindi è assolutamente pensato e poi composto con effetti speciali per imbruttire il materiale, per dargli un decor. È una scelta che rivendico. Alcuni mi dicono che si aspettavano le immagini dei film ma secondo me il cinema serve per immaginare, quindi quando si vedono delle cose non si devono sentire e quando si sentono non si devono vedere, in modo che l'altro senso che non è chiamato ad agire sia chiamato a immaginare.

De Lillo ci ha poi parlato anche del criterio di scelta per il montaggio e del filo che ha guidato la sua scelta di cosa tenere da una quantità così ricca di materiale:

Il primo montaggio, senza le domande, durava quattro ore e mezzo e quindi molto è rimasto fuori, ma non è detto che se ritorniamo ai vecchi dvd o a una collection speciale non avremo un extra dell'extra di questa versione uncut. In ogni mio ritratto c'è un filo, una sceneggiatura e un percorso soprattutto emotivo. Io amo la vita degli altri, amo conoscere persone, artisti diversi da me e non simili a me, quindi quando li conosco lo faccio direttamente con la macchina da presa, non faccio una cosa tipo “prima devo conoscerlo e capisco cosa devo riprendere, mi metto d'accordo con lui”, no, io ho conosciuto Fulci con la macchina da presa e ho ripreso tutta la nostra conoscenza, tutta la nostra conversazione. E poi, come uno sceneggiatore, come uno scrittore, ho messo insieme i pezzi, non tanto quelli che mi piacevano, ma quelli che componevano il puzzle di un personaggio e di una persona che ho avuto davanti e che ho conosciuto. Quindi ho fatto un lavoro lunghissimo e voglio citare la giovanissima montatrice, Elisabetta Giannini, che ha fatto anche gli effetti - anche se non si nota ma i tagli che ci sono sono tutti effetti, c'è stato un lavoro anche filologico molto faticoso nel recuperare le code -, la società da me fondata Marechiaro Film e il produttore esecutivo Alice Mariano di questa piccola ma resistente realtà, senza i quali questo lavoro non si sarebbe potuto fare.

Marcello Garofalo e la sua amicizia con Lucio Fulci

Vero e proprio motore dell'operazione Fulci Talks, stando anche alle parole di Antonietta De Lillo, è uno dei due intervistatori, nel film, Marcello Garofalo, critico cimematografico, regista, scrittore, curatore di mostre, colonna portante della rivista SegnoCinema e grande esperto del cinema di genere da tempi non sospetti, nonché molto stimato da Lucio Fulci, che ci ha raccontato tra le altre cose la nascita del suo rapporto con lui:

Ho incontrato Lucio Fulci la prima volta nel 1993 all'Istituto francese Grenoble di Napoli dov'era intervenuto a un incontro sul cinema noir. Era sempre stato un regista che anche da ragazzo mi aveva molto incuriosito, non solo per il fatto che fosse così bravo a scivolare all'interno dei vari generi cinematografici, cosa oggi ovvia a chiunque conosca il suo cinema, ma a me quello che affascinava tanto è che lui era in una zona di confine tra il regista di genere e il regista/autore e quindi era un unicum perché doveva sempre spostare in qualche modo un pochino più avanti l'asse del visibile, del mostrabile, forse anche perché era un modo di farsi notare, all'interno di una produzione che all'epoca era vastissima. Io avevo assolutamente voglia di chiacchierare con un uomo che aveva dimostrato attraverso i suoi film molta intelligenza, molto humour, molta verve, molta tecnica e molta conoscenza del vero cinema. Gli dedicai una lunghissima intervista che apparve divisa in due parti su SegnoCinema. Da allora iniziò una bellissima amicizia, lui mi chiamava spesso, parlavamo di tutto, perché con lui era possibile parlare di qualsiasi cosa. Io credo che lui volesse essere storicizzato, studiato, prima di essere giudicato. Invece la critica superficiale dell'epoca, i gazzettieri che facevano i vice dei critici cinematografici e recensivano le pellicole di genere,  liquidavano il suo come un cinema d'intrattenimento nel migliore dei casi, ma non erano attenti a quello che vedevano. Forse, anche se non lo dico per giustifare una categoria alla quale appartengo, anche perché l'offerta era talmente vasta all'epoca che il rischio di confondersi c'era.

E qua si potrebbe benissimo aggiungere che molti nella stessa categoria, per fortuna, non si sono affatto confusi sul talento di quest'uomo che sfuggiva a tutte le categorizzazioni. Potremmo andare avanti per ore a scrivere e a sentir parlare di Fulci Talks, ma l'unico a cui vale la pena di lasciare davvero la parola è Lucio Fulci, in questo bellissimo (auto) ritratto che potrete trovare dal 10 marzo su Chili e, come si augurano gli autori, in qualche arena estiva prossimamente. Vi assicuriamo che ne uscirete colpiti e convinti, anche se non conoscete il cinema di Lucio Fulci. Se poi siete già fan, è un vero e proprio regalo.



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