Ci storie che, prima di arrivare sullo schermo, attraversano una vita intera. È il caso de La casa di Ninetta, opera prima di Lina Sastri. Tutto è nato da un libro dedicato alla madre, diventato poi spettacolo teatrale e infine film. Un percorso lungo, intimo, che porta sul grande schermo il rapporto tra una figlia e sua madre, ma anche la storia di una famiglia, di una casa e di una città, Napoli, osservata attraverso il filtro della memoria.
Il film, presentato anche al Tropea Film Festival 2026, è il risultato di un progetto maturato per anni e affrontato da Sastri non soltanto come attrice e autrice, ma per la prima volta anche come regista e produttrice. Un'opera profondamente personale che, ci racconta l'autrice, temeva potesse rimanere troppo legata a chi quella storia l’aveva vissuta. È successo invece il contrario: La casa di Ninetta ha incontrato il favore pubblico nel circuito dei festival, ottenendo riconoscimenti come il Cult Movie Award all'Ischia Global Film & Music Festival 2024 e il Premio per la Migliore Regia Docufilm a Primo Piano sull'Autore – Festival Pianeta Donna 2025.
Dal libro al palco, fino alla macchina da presa
Il passaggio dalla pagina al cinema non è stato una semplice trasposizione. Ogni linguaggio ha permesso a Sastri di raccontare un volto diverso della stessa storia. A teatro c'era maggiore libertà, la possibilità di contenere tutto ciò che apparteneva alla memoria e alla riflessione. Con la sceneggiatura, invece, è arrivata la necessità di scegliere.
Altrimenti sarebbe venuto fuori un film di otto ore.
Il libro conteneva infatti una sorta di voce fuori campo, una visione più profonda della famiglia e una componente più spirituale. Il cinema ha imposto una selezione, ma le ha restituito qualcosa che gli altri due linguaggi non potevano darle: la possibilità di vedere concretamente quella realtà e, soprattutto, di tornare nei luoghi della propria memoria.
La casa che vediamo sullo schermo è realmente quella che Sastri aveva preso per la madre, malata di Alzheimer. È rimasta la sua casa a Napoli, anche se oggi l'attrice vive a Roma. Anche per questo il tempo ha avuto un ruolo particolare nella lavorazione. Il film è stato girato circa due anni fa e oggi, osserva Sastri, Napoli è cambiata rapidamente: più turisti, più b&b, bar e bistrot, una città diventata quasi "un mercato a cielo aperto". Girare oggi quelle stesse scene, negli stessi luoghi, sarebbe probabilmente molto più complicato.

Tre attrici per una sola Ninetta
Uno degli elementi più delicati del film è la scelta di raccontare Ninetta attraverso tre età diverse, affidandola a Francesca Tizzano, Maria Pia Calzone e Angela Pagano. Tre corpi, tre sensibilità, tre momenti della stessa esistenza.
Per Sastri, però, il principio era semplice: scegliere l'interprete giusta. Angela Pagano, scomparsa a luglio 2024, era la grande attrice con la quale Lina Sastri ha debuttato da giovanissima in Masaniello. Affidarle il ruolo della Ninetta anziana significava dunque creare un ponte tra la propria storia artistica e quella della madre raccontata nel film.
Per Maria Pia Calzone, invece, la scelta nasceva anche da una somiglianza cercata non tanto nella riproduzione fisica, quanto nella presenza: i colori chiari, la grazia e la dolcezza, insieme a una necessaria maturità. Le scelte attoriali, spiega Sastri, sono state molto ponderate. Prima di dirigere gli interpreti ha voluto incontrarli, parlarci e capire se fossero davvero le persone giuste per abitare quel mondo.

Una regia senza formule
L'esordio dietro la macchina da presa è arrivato dopo decenni trascorsi davanti all'obiettivo. Nel corso della sua carriera, Lina Sastri ha lavorato con registi come Nanni Moretti, Pupi Avati, Giuseppe Tornatore e Woody Allen. Un'esperienza che avrebbe potuto trasformarsi in un bagaglio di regole da applicare alla prima regia.
È accaduto invece qualcosa di diverso. Sastri racconta di non essersi chiesta se dovesse riprodurre ciò che aveva osservato sui set o, al contrario, fare tutto diversamente. Non ha cercato una formula. Ha cercato ciò che voleva vedere.
L'ho girato veramente come se fosse già montato.
È forse questa una delle chiavi del film: la macchina da presa non doveva interpretare la memoria al posto suo, ma darle una forma precisa. La regia nasce da una visione che, in qualche modo, era già presente nella mente dell'autrice.

Una storia privata che è diventata di tutti
Il timore iniziale era comprensibile. Raccontare la propria madre e la propria famiglia significava esporsi alla domanda più difficile: perché dovrebbe interessare agli altri? Lina Sastri confessa di aver avuto proprio questa paura. La storia di Ninetta è quella di una madre, di una moglie alle prese con un marito difficile, con il passato e con la malattia. Una vicenda particolare e, allo stesso tempo, profondamente comune.
La risposta è arrivata dal pubblico. Chi ha visto il film ha iniziato a restituirle letture diverse, riconoscendo nella vicenda qualcosa di proprio. Persino interpretazioni che l'autrice non aveva inizialmente immaginato: in un'occasione, uno spettatore ha letto nel film anche la possibilità di interrogarsi sul tema dell'eutanasia.
Tra i temi emersi dalla nostra conversazione c'è anche quello della rappresentazione femminile. Alla domanda sulla presenza nel cinema italiano di personaggi femminili ancora poco raccontati, Sastri allarga immediatamente il campo: non soltanto le donne anziane, ma quelle "dai 40 in su", arrivando persino a spostare il confine ai 35 anni. È un tema che attraversa anche La casa di Ninetta, con una donna raccontata non soltanto in relazione alla propria età, ma attraverso la complessità di una vita, dei sentimenti, delle relazioni e della memoria.
Da Napoli a Tropea, i sentimenti parlano a tutti
Portare La casa di Ninetta in Calabria significa anche mettere in dialogo due territori del Sud apparentemente diversi, ma accomunati da una forte centralità dei legami familiari e dei sentimenti. Sastri vede una differenza di carattere tra Campania e Calabria, ma ritiene che esista un terreno comune che va oltre le appartenenze geografiche: l'amore tra una madre e una figlia, il tradimento, il dolore.

I sentimenti basilari nella vita non cambiano mai.
Il percorso dell'artista, ad ogni modo, è ben lontano dall'essere concluso. Anche il cortometraggio La mancanza, proiettato al Tropea Film Festival, nasce da una vicenda personale: quella del Covid e della morte del fratello. Parallelamente, l'attrice e regista ha già scritto una nuova storia, questa volta una commedia leggera, ed è alla ricerca di una produzione che possa portarla sullo schermo.
Ma anche cambiando registro, secondo Sastri, si finisce spesso per tornare allo stesso punto. "Gli autori raccontano sempre la stessa cosa", dice, citando anche i poeti: la stessa tematica prende forme diverse, perché "ognuno di noi ha un nodo del cuore". Forse è proprio quel nodo ad aver permesso alla sua opera prima di superare i confini del racconto autobiografico. Il film parte da una storia precisa, quella di Lina e di sua madre, ma nel momento in cui arriva agli spettatori smette di appartenere soltanto a chi l'ha vissuta.
E tra le cose più belle che Lina Sastri racconta di aver ricevuto dal film c'è proprio questa trasformazione: incontrare a Napoli persone che ancora ricordano Ninetta. Scoprire che quella storia non è rimasta soltanto sullo schermo, ma è entrata nella memoria di chi l'ha guardata. Non c'è più soltanto la mamma di Lina. C'è Ninetta, un personaggio capace di lasciare una traccia nella memoria degli altri.
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