martedì 22 settembre 2026

Premio Cinema Giovane 2026: La vita da grandi, Paternal Leave e La casa degli spiriti in concorso

Tre giorni dedicati agli esordi e ai nuovi protagonisti del cinema italiano. Dal 28 al 30 settembre 2026 il Cinema Caravaggio di Roma ospita la XXII edizione del Premio Cinema Giovane & Festival delle Opere Prime, manifestazione organizzata dall'associazione culturale Cinecircolo Romano e presieduta da Catello Masullo. Sono dieci i film selezionati, tutti in corsa per i premi tecnici assegnati dalla Giuria, mentre tre concorreranno anche per il Premio Cinema Giovane, attribuito dal pubblico e dagli studenti del Progetto di Educazione al Cinema d'Autore e dei FSL – Formazione Scuola Lavoro – e per il Premio Opera Preferita dagli Studenti. I tre titoli sono La vita da grandi di Greta Scarano, Paternal Leave di Alissa Jung e La casa degli spiriti di Luca Zingaretti.

Dieci film per raccontare il nuovo cinema italiano

Completano la selezione altri sette titoli, candidati ai premi tecnici della Giuria: Emilio Lussu – Il Processo di Gianluca Medas, Gioia mia di Margherita Spampinato, L'infinito di Umberto Contarello, L'arca di Giorgio Caporali, Nero di Giovanni Esposito, Breve storia d'amore di Ludovica Rampoldi e Anna di Monica Guerritore. Registi e artisti dei film selezionati hanno già confermato la loro presenza alla manifestazione. Tutte le dieci opere concorrono inoltre al Premio della Critica Italiana, nato nell'ambito del protocollo d'intesa tra SNCCI – Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani e AFIC – Associazione Festival Italiani di Cinema e attribuito da una giuria indipendente di tre critici designati dal Sindacato.

Tre film “donati” e il sostegno a Medicinema Italia

Una delle principali novità dell'edizione 2026 riguarda Emilio Lussu – Il Processo, L'infinito e L'arca, messi gratuitamente a disposizione del Festival dai rispettivi detentori dei diritti. Il Premio Cinema Giovane ha deciso di trasformare questa disponibilità in un'iniziativa solidale, effettuando una donazione di 450 euro a Medicinema Italia – Il cinema che cura. Nata nel 2013 e ispirata all'esperienza britannica di Medicinema UK, l'organizzazione no profit utilizza il cinema e la cineterapia in percorsi riabilitativi, realizzando proiezioni all'interno di ospedali e strutture di cura e attività rivolte anche alle persone fragili, alle famiglie e ai caregiver. È la prima volta nella storia della manifestazione che la valorizzazione delle opere prime viene legata direttamente a un'iniziativa di questo tipo.

Dalla regia agli interpreti, i premi della Giuria

Numerosi i riconoscimenti tecnici che saranno assegnati alle dieci opere. Accanto alla Menzione speciale della Giuria figurano il Premio Giorgio Fanara alla Migliore Attrice e al Migliore Attore, i premi per Migliore Regia, Fotografia, Scenografia, Costumi, Musiche, Trucco ed Effetti Visivi, il Premio Roberto Leoni alla Migliore Sceneggiatura e il Premio Mauro Bonanni al Migliore Montaggio. Saranno inoltre premiati il Migliore Produttore di Opera Prima e le Migliori Recensioni degli Studenti, rafforzando il rapporto tra il Festival e il suo progetto di educazione cinematografica.

La Giuria presieduta da Catello Masullo

A guidare il Comitato di selezione e la Giuria è Catello Masullo, critico cinematografico SNCCI e direttore artistico della manifestazione. Al suo fianco una giuria composta da professionisti provenienti da diversi settori del cinema e della cultura, tra cui Daniele Ciprì, Paola Dei, Roberto Petrocchi, Carlo Sarti, Cristian Scardigno, Paola Tassone, Franco Mariotti, Rossella Pozza e Marcello Zeppi. Una composizione multidisciplinare chiamata a valutare le diverse componenti artistiche e tecniche delle opere selezionate, mentre al pubblico e agli studenti spetterà il compito di decretare il vincitore del Premio Cinema Giovane 2026.



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lunedì 21 settembre 2026

John Woo compie 80 anni: 5 film in streaming per rendere omaggio a un cineasta rivoluzionario

Compie oggi 80 anni John Woo, il cineasta che prima a Hong Kong e successivamente a Hollywood ha contribuito in maniera fondamentale a cambiare il cinema d’azione. Ecco per voi cinque dei suoi migliori film in streaming, un “assaggio” parziale ma esaustivo della grandezza di questo autore. Buona lettura.

John Woo compie oggi 80 anni: rendiamogli omaggio con i suoi grandi film in streaming

  • A Better Tomorrow
  • Face/Off - Due facce di un assassino 
  • Mission: Impossible 2
  • Windtalkers
  • La battaglia dei Tre Regni 

A Better Tomorrow (1986)

Già con l'esordio dietro la macchina da presa John Woo consacra le regole dello sparatutto orientale con un film che mescola perfettamente una messa in scena vorticosa a una storia capace di dipingere personaggi complessi, stratificati. A livello estetico A Better Tomorrow detta le regole del cinema futuro del suo autore, grazie anche alla prova pazzesca di un Chow Yun-Fat e Leslie Cheung. Un lungometraggio a tratti travolgente, che ridefinisce un mondo di girare e montare il cinema commerciale ad Hong Kong. Woo non è stato il solo a produrre questa rivoluzione cinematografica, ma senza dubbio è stato il migliore. Disponibile su Amazon Prime Video.

Face/Off - Due facce di un assassino (1997)

Dopo un paio di film di successo ma rimaneggiati dalla produzione, lo stile di Woo si dispiega pienamente e con effetti roboanti in Face/Off - Due facce di un assassino, senza alcun dubbio il suo capolavoro hollywoodiano. Nicolas Cage incontenibile e John Travolta altrettanto prezioso si sfidano a colpi di recitazione istrionica, perfetti alfieri per supportare lo stile fantasmagorico del cineasta. Face/Off - Due facce di un assassino mette d’accordo critica e pubblico e scrive una pagina fondamentale di cinema mainstream, due anni prima che Matrix lo segua e cambi definitivamente le regole. Montaggio frenetico, regia cristallina, ritmo della narrazione vorticoso. Non c’è un attimo di pausa in questa riflessione sull’identità del Bene e del Male. Joan Allen come supporto è magnifica. Disponibile su Apple Itunes, NOW, Disney +.

Mission: Impossible 2 (2000)

Senza uno straccio di sceneggiatura o quasi, John Woo si inventa un film che è una danza cinematografica senza precedenti, a livello di visione ancora oggi il migliore della serie per enorme distacco. Tom Cruise si lancia in peripezie sfrenate (come sempre) per portare Mission: Impossible 2 a un altro livello di cinema, e ci riesce senza alcun dubbio. Thandiwe Newton è magnifica e primeggia nel suo ruolo, la partecipazione straordinaria di Anthony Hopkins è un fiore all'occhiello. Anche con un canovaccio di script, il lungometraggio è davvero un sinfonia d’azione a tratti irresistibile. Almeno cinque sequenze sono da capogiro. Il nostro preferito del franchise. Gioiello di Woo visionario. Disponibile su Rakuten TV, CHILI, Infinity +, Apple Itunes, TIMVision, Amazon Prime Video, NOW, Paramount +.

Windtalkers (2002)

Lo sfortunato film di guerra dal budget multimilionario vede Woo collaborare ancora una volta con Nicolas Cage in un film che il pubblico rifiuta, e la critica apprezza soltanto a metà. Poco importa, la costruzione delle sequenze di battaglia è come sempre eccellente, e a livello emotivo lo spessore è indiscutibile. Windtalkers pur nella sua imperfezione è un progetto notevole, serrato, il quale ha il difetto di essere arrivato quattro anni dopo Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg, opera spartiacque e onestamente inarrivabile quando si tratta di film di Guerra. Questo rimane comunque un lavoro magari squilibrato ma molto potente. Adam Beach, Mark Ruffalo e Peter Stormare a supporto sono efficacissimi. Da rivalutare. Disponibile su Google Play, Amazon Prime Video.

La battaglia dei Tre Regni (2008)

Tornato in patria, John Woo dirige un affresco di guerra che dimostra ancora una volta il suo grande occhio per le sequenze d'azione con le masse. Tony Leung Chiu Wai è come sempre una presenza scenica grandiosa, e contribuisce a fare de La battaglia dei Tre Regni  un’epopea visiva ineccepibile. Grandi momenti di cinema epico, ricostruzione storica che si poggia su costumi e scenografie di primissimo ordine. la versione estesa, divisa in duo capitoli monumentali, è anche migliore perché lavora maggiormente in profondità per quanto riguarda storia e personaggi. A noi questo film, come gli altri presentati in precedenza, a tratti ha davvero esaltato. Ultimo grande squillo di un autore di rottura, grandioso e a suo modo estremamente personale. Disponibile su Rakuten TV, Apple Itunes, Amazon Prime Video.



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La vittoria agli Oscar? Per Sandra Bullock è un ricordo sfocato: ecco cos'è successo davvero

Vincere un Oscar potrebbe sembrare un’esperienza indimenticabile, ma non per Sandra Bullock, che all’epoca era piuttosto distratta. Tra le attrici più amate in quel di Hollywood, tornata di nuovo al cinema con il sequel diretto di Amori & Incantesimi, in una recente intervista ha ricordato il momento in cui ha vinto il suo premio Oscar come migliore attrice per la performance in The Blind Side. Peccato che all’epoca fosse fin troppo stanca per rendersene conto. Perché?

Sandra Bullock aveva la testa da un’altra parte la notte in cui ha vinto l’Oscar: il retroscena che forse nessuno sa

Nel 2010 Sandra Bullock ha partecipato alla cerimonia degli Oscar dov’era candidata come migliore attrice per The Blind Side, film diretto da John Lee Hancock la cui performance le ha permesso di portare a casa quell’ambito riconoscimento. Quella gioia, però, è stata in parte oscurata dalla stanchezza, come ha raccontato di recente.

L’attrice ricorderebbe a malapena la notte in cui ha vinto l’Oscar, ma per una ragione molto valida, che ha affrontato durante la trasmissione Live with Kelly and Mark. Il motivo è da ricondursi alla maternità: all’epoca aveva da poco accolto in famiglia il suo primogenito Louis prendendosi cura di lui, una novità che l’attrice aveva preferito tenere per sé senza sbandierarlo ai media. In particolare, quella sera ricorda di aver dormito forse “due ore”, motivo per cui non ha prestato molta attenzione a quello che accadeva attorno a sé.

The Blind Side ha ottenuto anche un’altra candidatura, quella di miglior film, per cui i riflettori quell’anno erano particolarmente puntati sul cast. Sandra Bullock, però, ha ammesso scherzando di non ricordare niente di quella notte. “Avrò dormito forse due ore. Stavo nascondendo un neonato! Nessuno sapeva che avevo avuto Lou, e soffriva di reflusso gastroesofageo, quindi dormiva solo due ore alla volta. Per questo non ricordo molto di quella sera”.

Nonostante riconoscesse l’importanza della serata e del riconoscimento poi ottenuto, il suo unico pensiero era tornare a casa per stare con suo figlio. “Ma so che volevo tornare a casa perché volevo dargli da mangiare, perché sapevo che chi era lì con lui probabilmente era in difficoltà”. Una volta rientrata a casa, ricorda di non aver neppure rimosso l’abito bianco: “Ero lì fasciata in quell’abito, non riuscivo a toglierlo, quindi mi sono seduta e ho preso Lou. L’Oscar era a terra, mentre mio figlio era ben saldo in braccio. È stato il modo migliore per trascorrere quella serata, perché era stata davvero travolgente. Credo che sarebbe stata ancora più travolgente se non fossi stata così stanca. E volevo solo tornare a casa”.

Tornare a casa non è stato poi così semplice o veloce: l’attrice ha ammesso di aver partecipato anche all’after-party e atteso che il nome venisse aggiunto alla lista, dopodiché è fuggita. “Tutti pensavano che fossi stanca e lo ero davvero. Ma volevo tornare a casa da quella piccola persona di cui nessuno sapeva nulla”. All’epoca l’attrice aveva preferito tenere per sé l’informazione relativa all’adozione e all’arrivo in famiglia di Louis.



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Resident Evil debutta primo al boxoffice italiano del weekend, supera le aspettative negli USA

Resident Evil, personale punto di vista del regista Zach Cregger sulla celebre saga videoludica horror, ha confermato le aspettative della vigilia e almeno negli USA le ha superate: al boxoffice italiano del weekend ha debuttato primo con 1.440.850 euro (fonte Cinetel), mentre nel mercato americano ha raccolto 60 milioni di dollari in tre giorni, diventando non solo la più remunerativa partenza per il marchio al cinema, ma anche per l'autore di Barbarian e Weapons. In tutto il mondo il lungometraggio Sony Columbia Pictures è già a quota 108.300.000 (fonte Boxofficemojo). Il budget rivelato da Variety aleggia sui 75 milioni, per cui c'è ancora della strada da fare per rientare nei costi, ma siamo partiti col piede giusto... a meno che i fan più oltranzisti, a digiuno dei loro personaggi amati, non pesino sulla lunga distanza più della critica e del pubblico non edotto. Quest'ultimo è però in grado però di apprezzare il racconto proprio per la scelta di Cregger di creare un protagonista ad hoc per la sua storia.

Al secondo posto... chi si rivede: in una riedizione per il suo ventennale è tornato al cinema Cars - Motori Ruggenti (2006) targato Pixar, diretto da John Lasseter (ora alla Skydance Animation). Anche se all'epoca per la critica segnò una battuta d'arresto per la casa di Emeryville, dopo una sequenza di film di animazione perfetti, il pubblico si è sempre dimostrato affezionato all'automobile da corsa senziente Saetta McQueen... e di sicuro la saga, che ha visto altri due capitoli più svariate miniserie anche su Disney+, rimane molto remunerativa sul piano del merchandising. Cars ha incassato nel fine settimana 834.400 euro.
Esordio in terza posizione per la commedia caustica The Invite - Il piacere è tutto nostro, diretto e cointerpretato da Olivia Wilde, con Seth Rogen suo marito e Penélope Cruz & Edward Norton che interpretano dei vicini sessualmente disinibiti, detonatori di una crisi dei due protagonisti. L'incasso in cinque giorni è di 716.530 euro (560.200 nel solo fine settimana). Nel mondo il film ha raccolto finora 55.735.630 dollari, un eccellente esito per una produzione accorta da 15 milioni, come riportato da Deadline.
Cade dal primo al quarto posto il film satirico a tecnica mista Coyote vs. Acme, inno al surrealismo comico del Looney Tunes: salvato dalla cancellazione, il gioiellino diretto da Dave Green è arrivato in Italia a 3.710.200 euro (504.600 nel weekend). Il responso mondiale è di 79.825.100 dollari, non ancora sufficienti a giustificare l'enorme regalo che Ketchup Entertainment ci ha fatto, rilevando il film da Warner Bros. per 50 milioni.
Scivola dalla seconda alla quinta posizione Odissea di Christopher Nolan, opera sulla quale non è rimasto molto da dire: altri 482.150 euro confluiscono nei magnifici 57.841.100 di incasso italiano (il più alto dell'anno solare, senza concorrenza). L'impegno da 250 milioni di dollari di budget da parte di Universal è stato premiato con un trionfo mondiale da 1.721.314.740 dollari.

Il box office completo del weekend



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domenica 20 settembre 2026

Buon compleanno Bill! Ecco i migliori film in streaming del genio comico Murray

Compie oggi 76 anni l’intramontabile Bill Murray, genio della commedia contemporanea. A questo attore unico vogliamo dedicare i nostri odierni cinque film in streaming, i quali dimostrano quanto la sua carriera sia stata assolutamente inimitabile. Buon compleanno Bill! E a voi come sempre buona lettura. 

I migliori film in streaming interpretati da Bill Murray

  • Tootsie 
  • Ghostbusters - Acchiappafantasmi 
  • Ricomincio da capo
  • Lost in Translation - L’amore tradotto 
  • Broken Flowers 

Tootsie (1982)

Dopo aver sfondato grazie a commedie quali Meatballs e Stripes - Un plotone di svitati, Murray viene chiamato ad affiancare Dustin Hoffman in un capolavoro che racconta la battaglia tra i sessi nell’ambiente dello show business con una vena pungente e sardonica. Insieme ai due attori troviamo anche Teri Garr, Jessica Lange, Charles DurningDabney Coleman, Geena Davis. Tootsie diventa immediatamente uno dei film dell’anno, ottiene una valanga di candidature all’oscar e si porta a casa quella per la miglior attrice non protagonista, una bravissima Lange. Le sequenze di culto sono innumerevoli, il tono sofisticato ma anche mainstream, i momenti di scrittura poliedrici. E poi Hoffman domina con una delle prove migliori della sua carriera. Alla regia un Sydney Pollack mai così fluido e spensierato. Film di efficacia assoluta. Disponibile su Rakuten TV, Apple Itunes, Amazon Prime Video.

Ghostbusters - Acchiappafantasmi (1984)

La commedia fantastica con cui Bill Murray, Dan Aykroyd, Harold Ramis, Ernie Hudson, Sigourney Weaver, Rick Moranis e il regista Ivan Reitman si sono guadagnati un posto particolare nell’Olimpo del cinema fantastico. Ghostbusters - Acchiappafantasmi e un film come nessun altro mai realizzato in precedenza o dopo: scatenato, goliardico, intelligente, graffiante. Battute al fulmicotone, sceneggiatura che funziona a pennello, regia eclettica, interpretazioni che dimostrano di aver capito perfettamente i personaggi. Il successo di pubblico è incredibile, alcuni sequel sono intelligenti e toccanti, come quello diretto dal figlio Jason. Ma l'originale è un congegno a orologeria comica inarrivabile. Disponibile su Rakuten TV, Apple Itunes, Amazon Prime Video, NOW.

Ricomincio da capo (1993)

Harold Ramis dietro la macchina da presa e soprattutto alla sceneggiatura inventa questo loop temporale perfetto per le possibilità istrioniche di Murray, il quale da uomo delle previsioni cinico e donnaiolo si trasforma in innamorato credibile della dolcissima Andie MacDowell. Ricomincio da capo sfrutta al meglio lo spunto fantastico per trasformarsi in una riflessione sull’importanza delle piccole cose e dei gesti quotidiani. Momenti di ilarità assoluta, romanticismo soffuso, un paio di trovate comiche di effetto. Un piccolo grande film che ha fatto innamorare critica e grande pubblico, nel quale Murray si conferma attore raffinato tanto quanto istrionico. Disponibile su Rakuten TV, Apple Itunes, Amazon Prime Video.

Lost in Translation - L’amore tradotto (2003)

Golden Globe come attore comico, nomination all’Oscar per Murray, il quale interpreta un attore perso per le strade al neon di Tokyo che incontra e stringe un’amicizia speciale con l'altrettanto brava Scarlett Johansson. Ambientato in un mondo “finto”, Lost in Translation - L’amore tradotto racconta invece emozioni verissime, anime perse dentro una cornica sgargiante. Momenti che stringono il cuore, un finale da storia del cinema, atmosfere rarefatte eppure capaci di toccare nel profondo. Arriva l'Oscar per la sceneggiatura originale a Sofia Coppola, e le candidature per film e regia. Murray e la sua grande protagonista scrivono una pagina fondamentale di studio delle relazioni umane. Bellissimo, struggente, ancora oggi degnissimo di essere amato. Disponibile su Apple Itunes, Amazon Prime Video.

Broken Flowers (2005)

Murray mette al servizio di un Jim Jarmusch sardonico come sempre il suo humour compresso e il suo volto di gomma. Il protagonista di Broken Flowers deve attraversare il suo inferno personale fatto di ex per capire meglio il proprio passato. Momenti esilaranti, altri profondi, altri addirittura respingenti in questo percorso a tappe che vince il Gran Premio della Giuria a Cannes e ci regala ancora una volta un Murray eccezionale, in questo caso più contenuto ma sempre ficcante. A supporto vogliamo segnalare la presenza di una Sharon Stone coi fiocchi. FIlm dal ritmo interno personalissimo, uno dei migliori di Jarmusch come compattezza narrativa. Antieroe imbolsito, in tuta, pessimista ma sempre irresistibile, Un gioiello di cinema "alternativo".disponibile su Apple Itunes, Amazon Prime Video.



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Batman v Superman, Zack Snyder aveva in mente un ruolo diverso per Jesse Eisenberg

Jesse Eisenberg avrebbe potuto interpretare un personaggio diverso in Batman v Superman: Dawn of Justice, se soltanto Zack Snyder avesse portato a termine il suo piano iniziale. La star di Now You See Me è stato coinvolto nel film del DCEU come interprete di Lex Luthor, nemesi di Superman, ma in un primo momento il regista aveva preso in considerazione un’idea controcorrente.

Batman v Superman: Dawn of Justice, Zack Snyder aveva pensato ad un ruolo diverso per Jesse Eisenberg inizialmente

Zack Snyder ha deciso che Jesse Eisenberg avrebbe interpretato una versione poco convenzionale di Lex Luthor, dotato persino di capelli folti. Eppure, in principio, il regista aveva preso in considerazione anche un altro ruolo da assegnare all’attore e che avrebbe sicuramente colpito il pubblico.

E se Jesse Eisenberg avesse interpretato Jimmy Olsen? Il personaggio in questione in Batman v Superman non è esattamente memorabile, poiché dura pochi istanti e viene fatto fuori senza tanti complimenti mentre scorta Lois Lane in Africa. Ad interpretarlo in questo caso è stato Michael Cassidy, ma inizialmente Snyder aveva pensato di affidare quella breve parte proprio a Jesse Eisenberg.

Una decisione rischiosa, ma sensata ai suoi occhi. Snyder aveva compreso sin da subito che la storia non avrebbe ceduto molto spazio a Jimmy Olsen, ma desiderava usarlo per giocare con le aspettative del pubblico scegliendo un attore famoso e conosciuto che potesse depistare. Scegliendo Jesse Eisenberg, nessuno avrebbe mai sospettato una morte tanto precoce per il personaggio, cosa che poi è accaduta. “Ho pensato: se fosse Jesse Eisenberg e uscisse di prigione dicendo 'Sono Jimmy Olsen', pensereste 'Oh mio Dio, avremo Jimmy Olsen in tutto il film, vero?'. E poi, se venisse colpito da un proiettile, pensereste 'Cosa?! Non si può fare'”, aveva raccontato tempo fa a Entertainment Weekly.

Quando, poi, Zack Snyder ha raccontato la sua idea al diretto interessato, Eisenberg ha iniziato a ragionare ad alta voce e a quel punto il regista ha pensato che avrebbe voluto coinvolgerlo per una versione inedita di Lex Luthor. Ed è così che poi il ruolo è stato assegnato ad un altro attore, coinvolgendo Eisenberg come Lex Luthor.



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Sandra Bullock e la svolta con Crash: "Sentivo il bisogno di mettermi alla prova"

Sandra Bullock ha recitato in tante commedie romantiche, ma ad un certo punto ha deciso di provare anche altro, lanciandosi verso un nuovo genere cinematografico. Difficile dimenticarla in film come Un amore tutto suo, Ricatto d’amore, Miss Detective e Amori & Incantesimi, eppure c’è stato un momento in cui l’attrice ha deciso di provare anche altro, cogliendo al volo un’opportunità che risponde al titolo di Crash.

Crash, Sandra Bullock ricorda di quando ha accettato quel ruolo per cimentarsi in qualcosa di diverso per la sua carriera

Con un cast corale composto da Brendan Fraser, Don Cheadle e Matt Dillon, Crash – Contatto fisico ha ottenuto sei candidature agli Oscar del 2006 vincendo poi in tre categorie incluso miglior film. A distanza di anni, Sandra Bullock ha ricordato quell’esperienza con piacere raccontando cos’ha imparato sul set.

Lavorare nel cast di Crash nel 2004 ha permesso a Sandra Bullock di mettersi in gioco e acquisire delle capacità diverse rispetto a quelle che ha utilizzato in altri film come le commedie romantiche. In Crash ha interpretato Jean Cabot, moglie del procuratore distrettuale del film e, ai microfoni di Interview in una recente intervista di coppia con Jennifer Aniston, ha ricordato di aver accettato quel ruolo perché “è stata l’unica volta in cui ho preso decisioni consapevoli sulla mia carriera”.

Ha poi specificato che all'epoca viveva a New York e lavorava anche come cameriera mentre faceva diversi provini: "Mi stavo facendo strada. Ogni attore in attività pensa che non lavorerà mai più, quindi prendi quello che capita e cerchi di sfruttarlo al meglio. L'unica volta in cui sono stata intenzionale riguardo alla mia carriera è stato quando ho detto: ‘Devo smetterla subito con le commedie romantiche’, perché ne stavo subendo di tutti i colori. E ho accettato un ruolo in questo film intitolato Crash. È stato un film geniale. Volevo iniziare ad allenare altri muscoli”.

Anche Jennifer Aniston ha partecipato alla conversazione ammettendo: “È qualcosa di molto rischioso dire: ‘Abbandonerà quella che considero la mia comfort zone, ovvero le commedie, e vediamo se mi prenderanno sul serio nel mondo dei film drammatici’. L'industria tende a snobbare le commedie, ma non sono così facili come sembrano”. A tale proposito, la Bullock ha confessato: “Ora più che mai ne avverto la mancanza. Non voglio fare altro che quello adesso”. Per fortuna è di nuovo al cinema con Amori & Incantesimi 2.



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I classici Disney si vedono davvero peggio su Disney+? Ecco perché sembrano diversi

In che senso i classici Disney si vedono male su Disney+? La domanda può sembrare provocatoria, soprattutto perché siamo abituati a pensare alle versioni digitali come a quelle più nitide, pulite e fedeli all'originale. Eppure un nuovo confronto tra le versioni in 35 mm e quelle oggi disponibili in streaming mostra qualcosa di sorprendente: alcuni film del cosiddetto Rinascimento Disney hanno colori, contrasti e luci sensibilmente diversi da quelli che il pubblico vedeva al cinema negli anni '90.

Non è, però, una conseguenza dei recenti problemi di Disney+ con la qualità dello streaming. La piattaforma ha effettivamente dovuto sospendere temporaneamente il supporto al 4K UHD e all'HDR in Italia a causa del contenzioso con InterDigital, per poi iniziare a ripristinare il 4K su alcuni dispositivi attraverso una tecnologia alternativa. HDR e Dolby Vision, invece, sono rimasti esclusi dal primo ripristino.

La questione sollevata da Animation Obsessive è un'altra e riguarda un momento particolare della storia dell'animazione: quello in cui Disney aveva già portato la produzione sul computer, ma continuava a realizzare i film pensando alla proiezione su pellicola.

I Classici Disney non erano pensati per essere visti sul computer

Per capire perché oggi Hercules, Mulan o Il gobbo di Notre Dame possano apparire diversi, bisogna tornare agli anni '90 e al sistema CAPS, la tecnologia sviluppata da Disney insieme a Pixar che portò la produzione dell'animazione sul digitale.

Bianca e Bernie nella Terra dei Canguri del 1990 fu il primo lungometraggio Disney realizzato interamente con CAPS. Ma "digitale" non significava ancora che il film sarebbe arrivato direttamente dal computer allo schermo del cinema. Le immagini venivano registrate, fotogramma per fotogramma, su pellicola cinematografica da 35 mm. Da lì passavano attraverso sviluppo, bilanciamento del colore e montaggio prima di arrivare nelle sale, ed è qui che si trova il cuore della questione. La pellicola non era semplicemente il contenitore finale del film: contribuiva al suo aspetto.

Computer e pellicola, infatti, non restituivano colori e luminosità nello stesso modo. Gli animatori e i tecnici dovevano quindi tenere conto di come ogni colore avrebbe reagito una volta trasferito sul 35 mm e questi aggiustamenti facevano parte del processo creativo. Don Hahn, produttore di diversi Classici Disney, ha ricordato per esempio che, con La Bella e la Bestia, un colore pensato come un rosso acceso era inizialmente arrivato sulla pellicola con una tonalità molto più vicina al ruggine. Il risultato che il pubblico vedeva al cinema, dunque, non era semplicemente quello che gli animatori avevano davanti al monitor: era l'immagine dopo essere passata attraverso la pellicola.

Perché Hercules, Mulan e Il gobbo di Notre Dame sembrano diversi

Animation Obsessive ha messo a confronto alcune versioni in 35 mm con le versioni digitali oggi disponibili, concentrandosi proprio sui film del Rinascimento Disney. Il risultato è particolarmente evidente in Hercules. Nella versione in 35 mm i contrasti sono più profondi e le luci molto più morbide. Anche Il gobbo di Notre Dame cambia parecchio. Le luci e gli effetti luminosi acquistano sulla pellicola una consistenza diversa, tanto che alcune scene sembrano quasi utilizzare effetti fotografici ottenuti direttamente durante la ripresa.

Con Mulan la differenza riguarda soprattutto la resa dei colori. Nella versione in 35 mm le tonalità sono più morbide e si avvicinano maggiormente all'estetica dei dipinti e dei concept realizzati per il film da Hans Bacher, ispirati anche alla pittura tradizionale cinese. Guardando le due versioni una accanto all'altra, quindi, non si tratta semplicemente di dire che una è "più bella" dell'altra. Sono immagini costruite secondo logiche diverse.

Il digitale ha eliminato qualcosa che prima sembrava un difetto

Partiamo da un presupposto piuttosto ovvio: il passaggio alle versioni digitali non nasce per peggiorare l'aspetto dei film. Anzi, all'epoca il digitale sembrava rappresentare un miglioramento. La pellicola poteva introdurre grana, graffi e una certa perdita di nitidezza. Per molti spettatori, poter finalmente vedere un film attraverso un trasferimento digitale più pulito e definito significava liberarsi di quelle imperfezioni.

Don Hahn ha raccontato di non amare l'aspetto "fangoso e graffiato" che i film potevano assumere sulla pellicola. Anche in casa Pixar, l'arrivo dei trasferimenti digitali venne accolto come la possibilità di mostrare agli spettatori un'immagine più nitida e vicina a quella che gli artisti vedevano sui monitor durante la lavorazione.

Il problema, secondo l'analisi di Animation Obsessive, è che quelle che sembravano imperfezioni erano diventate parte dell'immagine finale. Quando le nuove versioni hanno iniziato a utilizzare direttamente i dati digitali prodotti durante la lavorazione, si è quindi eliminato anche quel passaggio sulla pellicola che aveva contribuito a definire colori, contrasti, luci e texture. Il risultato è un'immagine più pulita, ma non identica a quella che il pubblico aveva visto al cinema.

Quindi Disney+ mostra una versione "sbagliata"?

Qui è importante non semplificare troppo. Non esiste una singola versione assoluta di questi film. Ogni copia in 35 mm poteva presentare piccole variazioni e anche le diverse edizioni home video hanno avuto caratteristiche proprie. La stessa Animation Obsessive sottolinea che non è possibile stabilire con certezza che ogni differenza dipenda da una precisa scelta deliberata di Disney. Ma c'è un dato difficile da ignorare: i film del Rinascimento Disney furono progettati in un'epoca di transizione e il risultato finale era pensato anche per la pellicola.

Le versioni moderne che bypassano quel passaggio mostrano quindi qualcosa di molto vicino ai dati digitali originali, ma non necessariamente all'immagine che arrivava sul grande schermo. È una distinzione fondamentale, perché siamo abituati a considerare il digitale come sinonimo di fedeltà. In questo caso, invece, la versione più "pura" dal punto di vista digitale può essere anche quella che si allontana maggiormente dall'esperienza originale.

La magia che ricordiamo era anche nella pellicola

Quando riguardiamo oggi un film che amavamo da bambini, è facile pensare che i colori più caldi, le immagini più morbide o certe luci particolari siano semplicemente il risultato della memoria. Abbiamo visto quel film su vecchi televisori, VHS e DVD, e il nostro cervello ha inevitabilmente conservato un ricordo diverso dalla versione disponibile oggi. Ma nel caso di diversi Classici Disney degli anni '90, quel ricordo sembra avere una base concreta.

Le versioni in 35 mm mostrano effettivamente un'immagine diversa da quella dei trasferimenti digitali moderni. Non significa che Disney+ stia "rovinando" i film, né che ogni vecchia copia rappresenti automaticamente la versione definitiva. Significa però che una parte dell'aspetto che associamo alla magia Disney nasceva proprio dal modo in cui quei film venivano trasformati da immagini digitali in pellicola. È quasi un paradosso: per anni abbiamo considerato la grana, la morbidezza e le piccole imperfezioni della pellicola come qualcosa da eliminare. Oggi, riguardando quei film attraverso immagini digitali perfettamente pulite, ci accorgiamo che quello era uno degli ingredienti che li faceva sembrare così belli.



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sabato 19 settembre 2026

Spider-Man: Brand New Day, Hulk nel film? Il regista ha dovuto chiedere il permesso

Il coinvolgimento di Hulk in Spider-Man: Brand New Day non è stato scontato. Il regista Destin Daniel Cretton ha raccontato di aver dovuto chiedere il permesso al presidente dei Marvel Studios per poter coinvolgere Bruce Banner nel quarto film dedicato a Spider-Man, ma come si è svolta la richiesta?

Spider-Man: Brand New Day, il regista racconta di aver chiesto il permesso a Kevin Feige per poter coinvolgere Hulk nella trama

Mark Ruffalo è tornato nel MCU, apparendo brevemente in Spider-Man: Brand New Day dapprima come Bruce Banner e successivamente come Hulk. Stuzzicato da Jean Grey, Hulk è tornato alla sua furia selvaggia, privo dei vincoli imposti dalla convivenza con Bruce Banner rendendosi protagonista di una sequenza alquanto movimentata che ha scatenato il panico. Peter Parker ha cercato di frenare Hulk facendo leva sull’emotività di Bruce ed è riuscito a contenere i danni; eppure, per arrivare a quel punto della trama, il regista ha dovuto lottare dietro le quinte.

Dopo essere apparso in She-Hulk: Attorney at Law, Bruce Banner è tornato al cinema grazie a Spider-Man: Brand New Day, ma la furia scatenata di Hulk ha reso il suo cameo decisamente turbolento, concludendosi con un ricovero forzato di Banner che potrebbe giustificare la sua assenza in Avengers: Doomsday (film che non ha ancora confermato Ruffalo nel cast).

Eppure la presenza di Hulk non è stata data per scontato in Brand New Day. Il regista Daniel Destin Cretton ha dovuto interpellare Kevin Feige per poter coinvolgere Banner nel film: “Kevin non ci impone mai nulla. Una volta che sappiamo cosa vogliamo, dobbiamo soltanto andare da lui e chiedergli se funzionerà o se possiamo usare un determinato personaggio nel film. Lo stesso vale per Hulk. Abbiamo dovuto chiedere a Kevin. Aveva senso per il nostro film avere Hulk, ma non era un obbligo. Abbiamo dovuto fare una richiesta e Kevin ci ha permesso di farlo”, ha spiegato ai microfoni del podcast Fresh Air di NPR.



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The Mandalorian and Grogu, la scena "più importante" per il regista coinvolge anche Rotta the Hutt

Jon Favreau è particolarmente affezionato a The Mandalorian, avendo ideato la Serie TV per poi accompagnare quei personaggi anche al cinema con un sequel diretto intitolato The Mandalorian and Grogu. Dopo tre stagioni in streaming su Disney+, Din Djarin e suo figlio hanno proposto una nuova avventura al pubblico che ha coinvolto anche gli Hutt e, a detta dell’esperto d’animazione, proprio questi ultimi hanno giocato un ruolo interessante. Una delle scene preferite del regista, infatti, coinvolgerebbero proprio Rotta the Hutt. Ma di quale si tratta?

The Mandalorian and Grogu, l’esperto d’animazione svela qual è stata la scena più preziosa agli occhi del regista

Dopo aver trascorso tre stagioni come cacciatore di taglie, in The Mandalorian and Grogu Din Djarin ha prestato servizio nella nascente Nuova Repubblica offrendosi di recuperare i vari signori della guerra imperiali sparsi per la galassia. Durante una delle sue missioni, Din Djarin è costretto ad interfacciarsi con gli Hutt e finisce per incontrare Rotta the Hutt, prigioniero sul pianeta Shakari ed erede di Jabba the Hutt. I gemelli Hutt chiedono a Mando di liberarlo in cambio di informazioni, ma molto presto scoprirà che avrebbe dovuto ascoltare il proprio istinto e non fidarsi di loro.

Una delle scene preferite di Jon Favreau ha coinvolto proprio Rotta the Hutt, un personaggio che ha lottato per tutta la vita cercando di allontanarsi dalla cattiva fama di suo padre. A detta di Hal Hicker, supervisore d’animazione presso Industrial Light & Music, la scena preferita del regista è quella in cui Rotta e Grogu giocano insieme sulla spiaggia. Agli occhi di Favreau, quella scena è stata particolarmente significativa: “Quella è stata forse la scena più importante per Jon. Per lui è il cuore dell'intero film”, ha rivelato a StarWars.com.

Quella scena arriva dopo che Rotta è stato quasi eliminato, ma salvato dall’intervento tempestivo di Mando. Nella scena in questione, Rotta e Grogu giocano insieme, si passano la palla sulla spiaggia e sembra che il peggio sia passato, ma serve anche a sottolineare come Rotta non abbia mai avuto un’infanzia normale, privato della possibilità di giocare come tutti i bambini a causa della sua famiglia. Dopo quanto accaduto nel film, non sappiamo quando o dove rivedremo Rotta the Hutt né in quale veste.



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Su Netflix c'è un anime folle con una sedia parlante, ma dietro c'è una tragedia reale

Se avete voglia di recuperare un anime capace di mescolare fantasy, avventura, romanticismo e una storia profondamente legata alla memoria del Giappone, su Netflix c'è Suzume, uno dei film più ambiziosi di Makoto Shinkai, il regista di Your Name. Il film è disponibile in streaming in Italia anche su Crunchyroll.

La storia segue Suzume Iwato, una studentessa di 17 anni che vive nel Kyushu. La sua vita cambia quando incontra Souta Munakata, un ragazzo misterioso che sembra avere un compito molto particolare: viaggiare per il Giappone alla ricerca di porte capaci di provocare terribili disastri e richiuderle prima che sia troppo tardi. La situazione diventa però decisamente più assurda quando Souta viene trasformato in una piccola sedia a tre gambe.

Da quel momento, Suzume si ritrova coinvolta in un viaggio attraverso il Paese insieme al ragazzo-sedia, cercando di chiudere tutte le porte rimaste aperte e impedire che altre calamità si abbattano sul Giappone. È una premessa completamente folle ma, dietro l'apparente leggerezza del film, si nasconde una storia molto più dolorosa.

La vera storia dietro le porte di Suzume

Le porte sono molto più di un semplice espediente fantastico. Ognuna conduce verso posti abbandonati, spazi che un tempo erano pieni di vita e che sono stati lasciati indietro. Scuole, abitazioni, parchi e intere comunità diventano così parte di un viaggio che parla soprattutto di persone, ricordi e perdita. È qui che Suzume rivela il suo lato più malinconico. I luoghi non sono semplicemente scenari spettacolari: rappresentano ciò che rimane quando una comunità scompare e quando il tempo sembra essersi fermato.

Suzume impara progressivamente che dimenticare non è l'unico modo per andare avanti e che alcuni ricordi possono continuare a far parte della nostra vita senza impedirci di proseguire. Questa componente non è casuale. Il film è infatti profondamente legato al terremoto e allo tsunami che colpirono il Giappone nel 2011, una tragedia che, nella storia personale di Suzume, assume un significato fondamentale. La protagonista ha perso la madre durante il disastro e il lutto continua a influenzare il suo rapporto con il passato.

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Shinkai trasforma quindi una storia fantastica in un racconto sulla capacità di convivere con una ferita che non può essere semplicemente cancellata.

Perché Suzume ha fatto discutere

È proprio questo aspetto ad aver generato alcune delle discussioni più interessanti intorno al film. Suzume è stato apprezzato per l'animazione, la musica, i personaggi e la capacità di alternare momenti divertenti a sequenze molto emotive, ma affrontare una tragedia reale come quella del 2011 attraverso una storia fantasy comportava inevitabilmente dei rischi. Per alcuni spettatori, la scelta di Shinkai permette di parlare del trauma attraverso una prospettiva accessibile e persino speranzosa.

Per altri, invece, trasformare una tragedia nazionale di questa portata in un'avventura fantastica può risultare problematico, soprattutto quando il dolore collettivo viene filtrato attraverso la storia personale di una sola ragazza. Sotto le porte misteriose, i disastri soprannaturali e perfino una sedia parlante, c'è però una riflessione molto più profonda sulla memoria e sul modo in cui una persona può imparare a convivere con ciò che ha perduto.

Un successo enorme per Makoto Shinkai

Il film è arrivato al cinema nel 2022 e ha confermato la capacità di Shinkai di trasformare storie profondamente giapponesi in fenomeni internazionali. Suzume ha incassato oltre 221 milioni di dollari nel mondo, diventando uno dei maggiori successi della carriera del regista. Ha inoltre consolidato la posizione di Shinkai tra i nomi più importanti dell'animazione giapponese contemporanea, dopo il successo mondiale di Your Name. e Weathering with You.

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Se vale la pena recuperare Suzume su Netflix è proprio perché a prima vista sembra la classica avventura anime piena di colori, creature bizzarre e situazioni impossibili. In realtà, dietro quella superficie spettacolare c'è un film che parla di lutto, terremoti e della necessità di continuare a vivere anche quando alcune ferite non scompaiono mai del tutto.



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venerdì 18 settembre 2026

Musk, Universal blocca il documentario dopo le minacce legali di Elon Musk?

Presentato fuori concorso al Festival di Venezia, il documentario Musk di Alex Gibney sta facendo preoccupare Universal, che dovrebbe occuparsi della sua distribuzione fuori dagli USA e che ora si trova con la (prevedibile) spada di Damocle di un torchio da parte dei legali di Elon Musk. Hollywood Reporter, che aveva rivelato il dilemma, ci fa adesso sapere come si stia orientando la major, in un guado molto pericoloso dal quale però uscire è più difficile di quanto si immagini.

Universal sarebbe orientata a distribuire Musk ugualmente, nonostante le minacce

È andata così: un precedente scoop di Hollywood Reporter aveva rivelato che Universal stava pensando di scaricare il documentario Musk di Alex Gibney, onde evitare gli attacchi legali che si profilano puntualmente all'orizzonte (era in effetti utopistico sperare che Elon chiudesse un occhio su quasi quattro ore che ne mettono in discussione l'immagine pubblica). In questi casi si dovrebbero restituire tutti i diritti del film alla produzione, che poi sarebbe libera di cercare un altro distributore: non solo però l'operazione non è economicamente indolore, perché ci sarebbe una penale da pagare alla suddetta produzione, ma la rivelazione sta danneggiando la major a livello comunicativo, giudicata poco coraggiosa nel tirarsi indietro. Non è la prima volta che si creano conflitti di questo tipo: ricordiamo per esempio che Artificial di Luca Guadagnino, biopic del Sam Altman di ChatGPT, è stato venduto dagli Amazon MGM Studios a Neon, dopo che Amazon aveva stretto un accordo commerciale con OpenAI. In questo caso però in effetti non ci sarebbe un vero conflitto di interessi, quanto un... quieto vivere. La novità è che, proprio come conseguenza della reazione pubblica allo scoop di Hollywood Reporter, qualcuno ci starebbe ripensando, perché il responsabile delle comunicazione Universal dichiara adesso alla testata: "Lo studio rimane deciso a distribuire il film nei cinema internazionali. Stiamo al momento lavorando su una strategia per la sua diffusione."
Insomma, i legali Universal e quelli di Elon Musk si preparano a darsi battaglia sul serio, in uno di quegli scontri senza esclusione di colpi, dei quali si fantasticava però scherzosamente, quando gli sfidanti sarebbero stati Musk e Zuckerberg. Musk sarà distribuito nelle sale americane dall'etichetta indie Bleecker Street, mentre HBO ne ha già acquisito i diritti nel 2023 per tv e streaming. Leggi anche Musk distrutto da Elon Musk, la reazione feroce del magnate al documentario che lo riguarda



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1997 Fuga da New York, l'ambientazione del remake spiegata da Zack Snyder

Da giugno sappiamo che Zack Snyder dirigerà per Studiocanal il remake di 1997: Fuga da New York di John Carpenter con Kurt Russell: un'impresa delicata che farebbe paura ai più, ma non a Snyder, che ha da poco presentato a Toronto il suo (pare) violentissimo dramma bellico The Last Photograph. Intervistato nel podcast Happy Sad Confused, il regista di 300, Watchmen e Justice League ha rivelato a mezza bocca qualcosa del suo approccio a questo materiale di culto. Cosa ha in mente per riproporre il mito di Jena Plissken? Leggi anche Zack Snyder è fascista? Smentisce con una prova inconfutabile

Zack Snyder, il suo 1997 Fuga da New York non cambia l'ambientazione

Occupandosi del remake di 1997: Fuga da New York, per Zack Snyder non c'è alcuna necessità di modificarne la collocazione temporale distopica: "Il film sarà ambientato nel '97, dalla prospettiva del 1981. Ambienterò quello che accade, l'inizio della guerra tra le forze di polizia USA e i criminali, il 9 luglio del 1981, che poi è la data in cui uscì il film originale. Per il resto vedrete Fuga da New York." Nessuna particolare rilettura in vista nemmeno nei contenuti del copione che fu scritto da John Carpenter e Nick Castle: "Parliamo di un film che è la perfetta combinazione di kitsch e camp. È tutte queste cose insieme, per questo lo amo. Ma è pure in un certo senso una satira, funziona anche per noi oggi. Possiamo parlare del governo, dello spingersi troppo oltre o come lo vogliamo chiamare, c'è il Fronte per la Liberazione del Popolo Americano, tutta quella roba lì è... è nelle notizie di oggi, si può dire che sia proprio sul pezzo." Nel corso del podcast Snyder ha saggiamente eluso le domande riguardanti il protagonista, perché vestire i panni di Jena Plissken, divenuti mitologici grazie alle fattezze e all'ironia inimitabile di Kurt Russell, è un'altra impresa a sé: potrebbe avere già in mente la persona giusta, ma non si vuole sbottonare. Ammette tuttavia di essere tampinato dal suo amico Jeffrey Dean Morgan, che fu per lui il Comico in Watchmen, ma se lo coinvolgesse non sarebbe necessariamente per fargli interpretare Jena. Bisognerà attendere per saperne di più, ammesso che non siate comprensibilmente tra i cultori dell'originale e la sola idea di questo azzardo non vi faccia tremare.



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giovedì 17 settembre 2026

Wicker, la trasformazione di Alexander Skarsgård: ecco cosa lo ha messo davvero alla prova

Quando Alexander Skarsgård tornerà sul grande schermo, probabilmente dovrete impegnarvi per riconoscerlo poiché sarà ricoperto di vimini, come richiede il personaggio che interpreta. Di fatto è il protagonista di Wicker, una storia d’amore fantasy diretta da Alex Huston Fischer ed Eleanor Wilson tratta dal racconto The Wicker Husband di Ursula Wills dove interpreta proprio un uomo fatto di vimini. Per combattere l’attesa, Alexander Skarsgård ha rivelato come ha tirato fuori il suo Tom Hanks interiore per la parte.

Wicker, Alexander Skarsgård racconta qual è stata la sua sfida più grande nell’interpretare il marito di vimini: ma cosa c’entra Tom Hanks?

Ancor prima di raggiungere le sale cinematografiche, Wicker è diventato virale sul web, prontamente protagonista di numerosi meme che hanno catturato anche l’attenzione del cast. La storia racconta di una Pescatrice, interpretata da Olivia Colman, che stufa di essere presa in giro dagli abitanti del suo villaggio chiede al cestaio di realizzarle un marito di vimini, che avrà le fattezze di Alexander Skarsgård.

Ai microfoni di Entertainment Weekly, Alexander Skarsgård ha raccontato che la sfida più grande nel dover interpretare il suo uomo di vimini è stata rappresentarlo come un vero gentiluomo: “Interpretare un personaggio positivo è stato terrificante. Per riuscire a girare le scene, chiudevo gli occhi e pensavo: 'Cosa farebbe Tom Hanks?'”. Anche i registi e sceneggiatori Alex Huston Fischer ed Eleanor Wilson hanno affrontato la scelta della star di True Blood, riflettendo nello specifico su quella scena del trailer in cui la Pescatrice osserva, insieme al pubblico, il suo marito di vimini. L’attore è riuscito a rappresentare quell’uomo “alto, dalle spalle larghe e meraviglioso” descritto nella sceneggiatura? A quanto pare sì: “Avevamo aspettative altissime. In qualche modo sono state superate. L'obiettivo era: come possiamo renderlo più attraente? Pensate a come la trama dei capelli accentua gli zigomi. Le sopracciglia, la forma dei pettorali. Ho scoperto che si chiama cintura di Adone, quella piccola zona sopra l'anca che ha proprio questo effetto: la V. Era un'oggettivazione totale, non solo di Alex, ma della forma maschile in generale”, ha rivelato Fischer.

I registi non hanno voluto svelare troppo sul costume di scena di Alexander Skarsgård, ma l’attore ha ammesso che non è stato poi così complicato interpretare un personaggio dalla rigidità fisica così evidente, anzi, a suo dire è stata forse “la parte più facile” del lavoro. Ha aggiunto: “Mi sto avvicinando rapidamente alla terza età; ogni mattina, quando cerco di alzarmi dal letto, ho la sensazione che tutto il mio corpo sia fatto di vimini”. L’idea dell’attore era presentare il suo marito di vimini estremamente rigido inizialmente per poi vederlo “sciogliersi” nel corso del film. A detta dei registi, l’attore è stato davvero “sportivo” nel corso delle lunghe riprese trascorse con indosso quel costume: “Una cosa che abbiamo imparato è che non possiamo esporlo alla luce diretta del sole perché è una tortura. Il problema era il surriscaldamento”, ha confessato Fischer.



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Furti d'auto e innamoramenti: arriva al cinema Dov'è la Fiesta?, commedia sospesa tra le sitcom di oggi e il cinema di ieri

Partiamo dal titolo, da quel titolo che gioca con le parole, anzi, con la parola, con l’ambiguità semantica che coinvolge il termine italiano per party e il nome di uno storico e vendutissimo modello di automobile. Se millenni fa il giovane Jovanotti cantava “È qui la festa?”, il Leo di Francesco Carril (l’attore italo-spagnolo di Dieci capodanni di Sorogoyen, serie tirata in ballo in questo film in una battuta molto meta) si domanda dove diavolo sia la sua macchina, che aveva malamente parcheggiato sotto casa di Irene, interpretata da Linda Caridi.
Partiamo dal titolo, quindi: per raccontare come Dov’è la Fiesta? sia sì una commedia romantica incentrata sulle difficoltà di relazione tra Millennials che però non dimentica di parlare del resto delle cose della vita e del mondo, ma anche perché questo titolo sembra suggerire “le parole sono importanti”, come lo sono in un film in cui i dialoghi sono tanti, studiatissimi e brillanti, la vera ossatura del racconto. Come se - senza nulla togliere - Dov’è la Fiesta? fosse un lungo episodio di una sitcom; o forse - e qui di nuovo si torna al titolo, che a modo suo è felicemente old style - come se questo esordio alla regia di Niccolò Gentili, che ha pure sceneggiato a quattro mani con Lisa Nur Sultan, abbia preso in qualche modo a modello certa commedia italiana degli anni Settanta o dei primi anni Ottanta, quella considerata magari “commerciale” ma che infarciva le sue vicende di dialoghi e battute capaci di diventare tormentoni e di entrare a pieno titolo nella cultura popolare.

Dov’è la Fiesta?: la trama e il trailer

Leo e Irene si frequentano da tre mesi, dopo un colpo di fulmine in tangenziale. Ma non hanno ancora affrontato quel momento, quello in cui ci si chiede: “Noi due cosa siamo?”. Proprio la sera in cui, finalmente, si vedono per parlarne, a lui rubano la macchina nuova sotto casa di lei. Fiesta finita. Un furto che li catapulterà in una settimana concitata e folle, tra commissariati, assicurazioni, uffici pratiche auto, coinquilini, guardie, ladri, padri e suore. La settimana in cui persero una macchina ma – forse – trovarono l’amore.

Gentili, fiorentino classe 1991, premiato autore di corti, sceneggiatore, spesso anche attore (qui è l’amico e coinquilino di Leo, uno che - a proposito di feste - propone sempre di andare di qua e di là per incontrare corregionali come Benigni o Pieraccioni), ha dichiarato di aver preso spunto da fatti - a lui - realmente accaduti: una macchina rubata appena messo piede a Roma, una lunga serie di peripezie che hanno portato alla nascita di un amore. La trama del suo film, appunto. Ma lo spunto, perdonate la rima, è chiaramente anche quello di un cinema che cita, di modelli sì magari toscani ma anche napoletani: sono svariati, in Dov’è la Fiesta?, gli omaggi all’immenso Massimo Troisi.
A dargli man forte (e che mano) nella scrittura, come detto, Lisa Nur Sultan, che non da oggi è una delle migliori sceneggiatrici che abbiamo in Italia, e che tra i suoi crediti ha film come Sulla mia pelle (quello con Alessandro Borghi sul caso Cucchi) ma anche 7 donne e un mistero di Alessandro Genovesi, libero remake dell’8 donne e un mistero di Ozon, senza contare serie come Studio Battaglia, Circeo e soprattutto Call My Agent.
E poi c’è il cast: perché sì, tutto ruota attorno a Leo e a Irene, a Carril e Caridi, che funzionano benissimo, ma poi ci sono ruoli più o meno piccoli per Paola Michelini (la migliore amica di Irene), Cristiano Caccamo (uno psicologo piacione), Valentino Campitelli (un ispettore di Polizia) e, soprattutto, un vulcanico Sergio Pierattini nel ruolo del padre di Leo, giunto a Roma per indagare a modo suo sul furto della macchina, e Giorgio Tirabassi, che apre il film nel ruolo di una sorta di Cupido narratore ma che alla fine - no spoiler - si rivela un personaggio decisamente diverso.
Buon divertimento: non mancherà.
L'appuntamento al cinema con Dov'è la Fiesta? è dal 17 settembre, con Vision Distribution.



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mercoledì 16 settembre 2026

Una cena, due coppie e una proposta indecente: The Invite di Olivia Wilde arriva al cinema

Immaginate di avere dei vicini che fanno sesso così rumorosamente da impedirvi di dormire. Immaginate poi che, invece di continuare a imprecare contro il soffitto, decidiate di invitarli a cena. Ma il bello arriva quando quei nuovi amici, sexy e disinibiti, vi propongono di trasformare quella serata in qualcosa di decisamente più interessante di un aperitivo.

È da qui che parte The Invite - Il piacere è tutto nostro, il nuovo film di Olivia Wilde, che torna dietro la macchina da presa dopo La Rivincita delle Sfigate e Don't Worry Darling e, per la prima volta, recita in un film da lei diretto. La piccante commedia, prodotta da A24, è stata presentata in anteprima mondiale al Sundance Film Festival lo scorso gennaio, conquistando una standing ovation e recensioni molto positive.

In Italia arriva al cinema il 16 settembre distribuita da I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection in collaborazione con WISE Pictures, dopo le anteprime dell'1 e 2 settembre.

The Invite: la trama del film con Seth Rogen e Penélope Cruz

Al centro della storia ci sono Joe e Angela, interpretati da Seth Rogen e Olivia Wilde: una coppia sposata che sembra aver dimenticato cosa vuol dire essere felici insieme. Lui insegna musica al conservatorio senza entusiasmo, lei è una casalinga con una strana ossessione per i tappeti. Il loro love language è ormai la passivo-aggressività e le loro interazioni sono fatte di continue frecciatine e risentimenti accumulati. Non serve che litighino apertamente per capire che, tra loro, il rancore si è infilato anche nelle piccole cose quotidiane, al punto che basta una parola sbagliata per farlo esplodere.

Poi arrivano i vicini del piano di sopra, Piña e Hawk, una psicologa e un pompiere che hanno i magnetici volti di Penélope Cruz ed Edward Norton. Sono belli, sicuri di sé e apparentemente capaci di vivere il rapporto di coppia con una libertà che Joe e Angela hanno perso da tempo. Quando i loro ospiti gli propongono di unirsi a loro sotto le lenzuola, la cena di buon vicinato prende una piega decisamente inaspettata. E la vera sorpresa è che The Invite non è tanto interessato allo scambio di coppia quanto a quello che la proposta fa emergere: rimpianti, insicurezze e, soprattutto, tutte le cose che Joe e Angela hanno smesso di dirsi.

 

Una proposta indecente fa saltare tutti gli equilibri

È proprio quando il film entra nella sfera più intima dei suoi protagonisti che Olivia Wilde trova il tono più interessante. Sotto le battute serrate e le situazioni paradossali emergono ambizioni messe da parte, frustrazioni cresciute nel tempo e ferite che sono diventate veri e propri macigni. Joe e Angela vivono da anni una sorta di guerra fredda domestica: lui era il leader di una band, lei la sua musa, eppure entrambi hanno finito per rinunciare proprio a quelle passioni che un tempo li rendevano felici. Quella rinuncia, però, non è rimasta una scelta personale: ciascuno dei due è convinto di aver sacrificato i propri sogni per l'altro e lo incolpa per questo.

Si conoscono da sempre e sono convinti di sapere tutto l'uno dell'altra. Ma quanto può essere vera questa convinzione quando, nel frattempo, si è cambiati così tanto? È qui che The Invite fa emergere il suo lato più malinconico: dietro il sarcasmo, i dispetti e persino gli acciacchi di Joe e Angela c'è una coppia che forse non ha smesso di amarsi, ma ha perso la capacità di riconoscersi davvero. Perché si può passare una vita accanto a qualcuno e, a un certo punto, ritrovarsi quasi estranei.

 

La parte più piccante non è il sesso, ma tutto il resto

The Invite, naturalmente, non rinuncia alla sua componente piccante. Piña e Hawk raccontano con un entusiasmo quasi didattico le loro affollate avventure sessuali, mentre le reazioni di Joe fanno da esilarante contrappunto comico. E Penélope Cruz, del resto, mette in campo tutta la sua magnetica sensualità, dando vita a una Piña perfettamente a suo agio con il proprio desiderio: non ha bisogno di provocare, perché emana eros con una naturalezza quasi disarmante e un'eleganza che la rende ancora più affascinante.

Il gioco funziona però ancora meglio quando la disinvoltura dei vicini finisce per far emergere anche i piccoli desideri inconfessabili di Joe e Angela. Sono gag che fanno ridere, ma servono anche a ricordare che nessuna delle due coppie è davvero quella che sembra. Mentre Joe e Angela sono soffocati di routine, rancore e recriminazioni, anche Piña e Hawk iniziano a dimostrare che essere sessualmente liberi non è la formula magica per una coppia perfetta. Basta infatti che la conversazione abbandoni per un attimo il sesso e si faccia più personale perché anche loro smettano di sembrare indistruttibili.

 

Dal teatro a Hollywood, passando per l'Italia

Prima di diventare The Invite, questa storia era già passata dal teatro e dal cinema. Cesc Gay ha scritto e diretto Los vecinos de arriba, l'opera teatrale da cui è nato Sentimental, la commedia spagnola del 2020 con Javier Cámara, Griselda Siciliani, Belén Cuesta e Alberto San Juan. Da lì sono arrivati diversi remake internazionali: in Italia, nel 2022, ci ha pensato Paolo Costella con Vicini di casa, interpretato da Claudio Bisio, Vittoria Puccini, Vinicio Marchioni e Valentina Lodovini. The Invite riparte dalla stessa premessa e la affida a un quartetto di attori che funziona alla perfezione. Seth Rogen, Olivia Wilde, Penélope Cruz ed Edward Norton hanno quattro energie molto diverse, e sembra quasi che la stanza non sia abbastanza grande per contenerle.

Si parlano addosso, si interrompono, si lasciano travolgere dalla tensione e, quando la conversazione si fa più intima, le confessioni spiazzanti cambiano improvvisamente il tono della serata. In questo continuo oscillare tra comicità, imbarazzo e sincerità, tutti e quattro gli interpreti seguono perfettamente le montagne russe emotive dei loro personaggi. Passano dalla battuta fulminante alla nevrosi, dalla provocazione alla vulnerabilità, mentre la situazione sfugge loro progressivamente di mano. Nessuno dei quattro ha davvero il controllo della serata, e proprio questo rende ogni scambio sempre più imprevedibile. Il risultato è una commedia da camera che gioca con una proposta indecente per poi portarci da tutt'altra parte.

 

Non è un caso che, tra i riferimenti cinematografici di Wilde, ci siano film come Hannah e le sue sorelle, Chi ha paura di Virginia Woolf? e Scene da un matrimonio: relazioni raccontate attraverso conversazioni, tensioni e personaggi che, spesso, riescono a ferirsi proprio perché conoscono molto bene i punti deboli degli altri. La regista ha citato anche La parola ai giurati e Il verde prato dell'amore tra le opere che hanno contribuito a ispirare il film.

E poi c'è la magnifica Diane Keaton, a cui The Invite è dedicato. Wilde ha lavorato con lei in Natale all'improvviso e l'ha indicata come una delle figure che più hanno influenzato il suo modo di guardare alle donne e alla commedia. Un omaggio che dice molto anche sul tono del film, che sfrutta l'ironia per portare i suoi personaggi in territori molto più scomodi. E allora la curiosità diventa una sola: non se Joe e Angela accetteranno la proposta dei vicini, ma cosa resterà di loro quando questa serata sarà finita?



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martedì 15 settembre 2026

Un anno far scompariva Robert Redford: ricordiamo l'icona di Hollywood con cinque film in streaming

Esattamente un anno fa ci lascia l’icona Robert Redford all’età di 89 anni. Attore carismatico e intelligente, regista capace di enorme introspezione psicologica, Redford ci ha regalato una serie di capolavori che dagli anni ‘60 arrivano fino ai nostri giorni. In mezzo a questi titoli indimenticabili abbiamo selezionato cinque film in streaming che possono raccontare una carriera come nessun’altra. Buona lettura.

Ricordiamo l’icona Robert Redford con cinque grandi film in streaming

  • Butch Cassidy 
  • Il candidato
  • I tre giorni del Condor 
  • Tutti gli uomini del presidente
  • All Is Lost - Tutto è perduto

Butch Cassidy (1969)

Il capolavoro firmato George Roy Hill è un western malinconico ed esteticamente prezioso, incorniciano dalla grande fotografia di Conrad Hall. Ma soprattutto è la prima grande collaborazione con il grande amico Paul Newman, con cui firma questo film indimenticabile. Butch Cassidy parla di un’epoca che sta passando con onestà intellettuale, sentimento e potenza narrativa. La sequenza della caccia ai due protagonisti che poi devono per forza gettarsi nel fiume è un capolavoro di ritmo rallentato e montaggio. Quattro premi Oscar tecnici per un lungometraggio che non si dimentica. Il trio vincerà la statuetta più ambita quattro anni dopo grazie a La stangata, altro titolo extralusso. Disponibile su Rakuten TV, Apple Itunes.

Il candidato (1972)

La commedia politica diretta da Michael Ritchie è quel tipo di lungometraggio che in quel periodo si poteva fare, oggi sarebbe impensabile organizzare una satira di questo spessore, di tale fattura caustica. Redford è protagonista frizzante e potente de Il candidato, che vince addirittura l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale. Accanto a lui Peter Boyle, Allen Garfield, Natalie Wood, il grande veterano Melvyn Douglas. Si ride, si partecipa alle avventure tragicomiche di BIll McKay, ci si emoziona per quel finale aperto e purtroppo utopico. Film magnifico, appassionato e serissimo dietro la confezione più leggera. Da incorniciare. Forse la miglior prova di Redford come attore “leggero”. Disponibile su CHILI.

I tre giorni del Condor (1975)

Il miglior film di Sydney Pollack insieme a Tootsie, una sceneggiatura da spy-story che parte con una sequenza di massacro leggendaria, comandata da un magnifico Max von Sydow. Poi un thriller che prosegue raccontando l’America oscura, quella dei complotti del potere in maniera certosina e inarrivabile. I tre giorni del Condor è il miglior esempio possibile di come il genere possa essere adoperato per attaccare le contraddizioni politiche e civili del presente. Oltre a un Redford stratosferico anche Faye Dunaway, Cliff Robertson e una serie di grandi caratteristiche  sostegno. Film uscito in un anno di cinema graziato dalla grandezza della Settima Arte. E questo è forse addirittura il suo film migliore. Fantastico, angosciante, tesissimo. Il meglio del meglio. Disponibile su Infinity +, Amazon prime Video.

Tutti gli uomini del presidente (1976)

La vicenda dei due giornalisti del Washington Post che fecero esplodere lo scandalo Watergate viene messa in scena da Alan J. Pakula con taglio documentaristico, evitando quasi del tutto la tensione del thriller in favore della potenza dell’indagine giornalistica. Tutti gli uomini del presidente diventa allora un film spartiacque, preciso anche quando ostico. Quattro Oscar tra cui quelli per la sceneggiatura e a un magnifico Jason Robards Jr., come non protagonista. Accanto a Redford un Dustin Hoffman ispiratissimo. Lungometraggio che definisce un’epoca, che scandisce il modo di fare cinema investigativo. I momenti di tensione drammatica sono enormi, complessi, magnetici. Con un finale aperto che ci racconta ancora oggi come non si può abbassare la guardia quando si guarda verso il potere...Disponibile su Rakuten TV, CHILI, Apple Itunes, Amazon prime Video. 

All Is Lost - Tutto è perduto (2013)

All’epoca redford se la prese molto per la mancata candidatura all’oscar per questo dramma diretto da J.C. Chandor. E aveva ragione, in quanto la sua prova quasi totalmente in silenzio è di quelle che non possono essere dimenticate. All Is Lost - Tutto è perduto è un dramma che vede il singolo individuo schiantarsi contro il mare in tempesta, in una prova di tenuta narrativa che solo una grande interpretazione poteva sorreggere. Una sorta di testamento spirituale per Reford, il quale ci mette il volto rugoso ma sempre affascinante e il corpo sorretto dalla grandezza. Un one-man show doloroso e coinvolgente, che avrebbe meritato ben altra attenzione al botteghino e da parte della critica. Senza dubbio una delle migliori interpretazioni di un attore che che è stato una leggenda intramontabile di Hollywood. Disponibile su  Rakuten TV, CHILI, Apple Itunes, Amazon prime Video.



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Sappiamo tutti come finisce, ma continuiamo a guardarlo: l'horror del 1999 è tra i più visti su Netflix

C'è un problema, almeno in teoria, con Il Sesto Senso: ormai sappiamo tutti come finisce. Non è uno spoiler per pochi appassionati. È probabilmente uno dei più famosi colpi di scena della storia del cinema. Bruce Willis è morto. Lo è dall'inizio del film. Malcolm Crowe non se ne rende conto, noi nemmeno, e M. Night Shyamalan costruisce tutto il racconto intorno a questa enorme bugia che ci raccontiamo praticamente da soli.

Eppure, a quasi trent'anni dalla sua uscita, Il Sesto Senso è tornato a essere uno dei film più visti su Netflix nel mondo, entrando nella Top 10 globale. La cosa interessante è proprio questa: come può un film basato su un colpo di scena continuare a funzionare quando il colpo di scena, ormai, lo conoscono tutti? Forse perché Il Sesto Senso non è mai stato soltanto il film con “Bruce Willis che in realtà è morto”.

Il finale non rovina il film, lo migliora

La prima volta che lo guardiamo, tutto è costruito per portarci verso quella scioccante rivelazione. La seconda volta succede qualcosa di completamente diverso. Cominciamo a vedere quello che Shyamalan ha disseminato davanti ai nostri occhi fin dall'inizio. La moglie di Malcolm (Olivia Williams) non gli parla mai davvero, le persone sembrano ignorarlo e il famoso ristorante, con quella conversazione apparentemente dolorosissima tra marito e moglie, diventa un piccolo manuale di regia.

Noi vediamo Malcolm sedersi davanti ad Anna e immaginiamo che lei lo stia trattando con freddezza, quando in realtà non sta parlando con lui. È una costruzione narrativa che, una volta svelata, acquista un significato completamente diverso. E questo è probabilmente il motivo per cui Il Sesto Senso regge così bene alla seconda, alla terza e anche alla decima visione: non smette di funzionare quando scopri il trucco, ma ti invita a tornare indietro per capire come abbia fatto a ingannarti.

Non dimentichiamo, poi, che sotto il thriller soprannaturale, sotto i fantasmi e sotto il celeberrimo “Vedo la gente morta”, Il Sesto Senso è soprattutto una storia sulla perdita. Malcolm deve aiutare Cole (Haley Joel Osment), certo. Ma quando finalmente comprende di essere morto, capisce anche che il suo ultimo compito non riguarda più il bambino, bensì sua moglie. Bruce Willis è sorprendentemente lontano dall'immagine dell'eroe d'azione che lo ha reso una superstar. Per quasi tutto il film è trattenuto, malinconico e ascolta più di quanto parli. E quando capisce cosa gli è successo, il colpo di scena smette di essere un semplice esercizio di suspense e diventa una storia d'amore interrotta dalla morte.

Haley Joel Osment è straordinario

C'è poi un'altra ragione per cui il film continua a funzionare: il rapporto tra Cole e sua madre. La scena in macchina in cui il bambino decide finalmente di raccontarle la verità è ancora oggi una delle più belle del film. Cole le parla della nonna morta, Lynn (Toni Collette) ascolta e passa lentamente dall'incredulità alla comprensione, dal dolore alla possibilità che quello che sta sentendo sia vero. L'allora giovanissimo Haley Joel Osment riesce a rendere credibile un bambino terrorizzato che non sa se raccontare la verità alla persona che ama di più, perché teme di essere considerato pazzo. Non a caso, sia Osment che Collette sono stati candidati al Premio Oscar per le rispettive performance.

Leggi anche Il Sesto Senso, Bruce Willis è sempre rimasto in contatto con Haley Joel Osment: "Mi chiamava spesso, ora non lo sento più"

Uscito nel 1999, Il Sesto Senso fu un fenomeno enorme. Incassò circa 672 milioni di dollari nel mondo e trasformò praticamente da un giorno all'altro M. Night Shyamalan nel regista dei colpi di scena. Da quel momento in poi, ogni suo film sarebbe stato accompagnato dalla stessa domanda: qual è il twist? A volte ha funzionato, altre decisamente meno, ma nessuno dei suoi successivi colpi di scena è riuscito davvero a replicare l'effetto di quello di Il Sesto Senso. Anche perché quel finale arrivava in un'epoca in cui gli spoiler non viaggiavano alla velocità di oggi e il marketing non aveva ancora trasformato necessariamente il twist nella propria principale attrazione.

Oggi è quasi impossibile immaginare un film del genere: basta fare un giro sui social per trovare il finale spiegato in un meme, in un video o in un commento sotto un post di trent'anni dopo. Ma allora perché Il Sesto Senso continua a essere un successo in streaming? Forse perché alcuni film non si guardano solo per sapere cosa succede, e questo è uno di quei rari casi in cui conoscere il finale non cancella la magia. La sposta semplicemente.



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lunedì 14 settembre 2026

I migliori film in streaming di Tommy Lee Jones, grande veterano del cinema che compie oggi 80 anni

Compie oggi 80 anni Tommy Lee Jones, uno dei più grandi attori del cinema americano contemporaneo. Vincitore dell’Oscar come miglior attore non protagonista grazie a Il fuggitivo, candidato in altre tre occasioni, questo artista ha dimostrato il suo valore anche dietro la macchina da presa, dirigendo due “western” atipici e di indubbio valore. Ecco i cinque film in streaming con cui vogliamo celebrare la sua carriera ammirevole. Buona lettura.

Cinque film in streaming di Tommy Lee Jones, il quale compie oggi 80 anni

  • JFK - Un caso ancora aperto 
  • Space Cowboys
  • The Hunted - La preda
  • Non è un paese per vecchi
  • Lincoln

JFK - Un caso ancora aperto (1991)

Dopo una serie di ruoli di contorno che iniziano dagli anni ‘70, Tommy Lee Jones ottiene la sua prima nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista grazie al capolavoro di Oliver Stone chette in discussione le conclusioni sull’assassinio del Presidente Kennedy. JFK - Un caso ancora aperto cambia la storia del cinema con un montaggio mai visto prima, uno stile di riprese che mescola verismo della diretta con messa in scena potente. Kevin Costner è un protagonista prezioso e carismatici, attori di contorno come Donald Sutherland, Walter Matthau, Jack Lemmon sono impagabili. Svariate altre nomination all’Oscar, vincitore di due statuette tra cui quella per il montaggio di Pietro Scalia. Film indimenticabile. Disponibile su Rakuten TV, Apple Itunes.

Space Cowboys (2000)

Il film su quattro astronauti “attempati” che hanno la prima possibilità di andare sulla Luna diventa nelle mani di Clint Eastwood un film mainstream e una storia di redenzione e amicizia virile. Oltre al regista, Tommy Lee Jones, un Donald Sutherland maestoso e James Garner compongono il cast principale di Space Cowboys, film scoppiettante e riuscito che ottiene un grande successo al botteghino e l’applauso della critica al Festival di Venezia. I duetti tra Eastwood e Jones sono effervescenti, grande studio di caratteri e relazioni complicate. Un piccolo gioiello del regista in versione maggiormente mainstream. Disponibile su CHILI, Apple Itunes, TIMVision, Amazon Prime Video.

The Hunted - La preda (2003)

Un film d’azione senza quasi sceneggiatura, ma con una regia che lo fa diventare una vera e propria perla cinematografica. Tommy Lee Jones contro Benicio Del Toro in un duello fisico, psicologico, umanissimo nella giungla. William Friedkin dirige The Hunted - La preda con il suo stile che riesce a trascendere magnificamente il realismo di fondo dell’ impostazione iniziale. Davvero una prova maiuscola e un duello tra due interpreti in stato di grazia. I momenti di silenzio sono carichi di significazioni, e quando la violenza esplode è letale e stilizzata. Film stringato e preciso, che espone senza raccontare e per questo diventa un’opera a tratti quasi astratta. Da rivalutare assolutamente. Disponibile su Rakuten TV, TIMVision, Amazon Prime Video.

Non è un paese per vecchi (2007)

Come voce della ragione che non comprende più un mondo che sta esplodendo, Tommy Lee Jones diventa la parte saggia e riflessiva dello straordinario adattamento di Cormac McCarthy diretto dai fratelli Coen. Josh Brolin, un Javier Bardem da Oscar, Kelly MacDonald, Garrett Dillahunt e Woody Harrelson fanno del cast di Non è un paese per vecchi un film recitato alla perfezione. Rivisitazione del western contemporaneo dove il piano del protagonista, come sempre nel cinema di questi grandi autori, si deve scontrare con l’orrore della realtà e del caso. Oscar anche per il film, la regia e l’adattamento. Il miglior lungometraggio dell’anno a mani basse, un film che sconvolge e si rivela visivamente prezioso anche grazie alla grandiosa fotografia di Roger Deakins. Disponibile su Rakuten TV, CHILI, Apple Itunes, Amazon Prime Video, Paramount +.

Lincoln (2012)

Chiudiamo con il magnifico biopic diretto da Steven Spielberg che regala a Tommy Lee Jones la sua quarta nomination all’Oscar, la terza come supporto. Daniel Day-Lewis interpreta perfettamente un Lincoln pragmatico e scosso dal dolore, che tenta di riunire una nazione dilaniata dalla Guerra e divisa nel profondo dalle questioni razziali. Fotografia spesso malinconica, Sally Field, John Hawkes, Joseph Gordon-Levitt e tanti altri attori bravissimi. Enorme successo di pubblico e una valanga di candidature all’Oscar, anche se solo quella per il miglior attore protagonista si tramuta in statuetta. Ed è un mezzo scandalo, poiché anche la regia meritava il riconoscimento. Film “politico” soprattutto per il suo essere contemporaneo. Imperdibile. Disponibile su Rakuten TV, Apple Itunes, TIMVision.



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