domenica 19 luglio 2026

NOdissea: l'Odissea senza stupore e meraviglia di Christopher Nolan

Seduto poco distante da me, all’anteprima di Odissea, c’era Francesco Piccolo, che l’indomani ha scritto su Repubblica un pezzo molto intelligente sul film. Dice Piccolo, in sostanza, che Nolan nel corso del film è come se si rendesse conto di quanto Omero sia meglio di lui e decida quindi di abbandonare ogni tentativo di sopraffare la sua narrazione. Quello che però a me interessa è quando dice che, nel suo combinare qualità e stereotipo, Odissea “è molto bello ed è anche, non esiste una parola più precisa per dirlo, una cazzata. Queste due strade non si biforcano, come dovrebbe succedere, ma avanzano parallele e stanno insieme. In qualche modo si fanno compagnia, e passi dal pensare che sia bello, a pensare che sia una cazzata. Continuamente.” Ed è qui che poi aggiunge: “Ma qui interviene lo spettatore. Cioè, tocca a noi. Dobbiamo decidere noi se è bello o se è una cazzata”.

Nolan e l'intelligenza scettica

Piccolo dice, giustamente, di essere andato a vedere il film da spettatore, sospendendo “ogni forma di intelligenza scettica”: e sebbene io sia andato a vedere anche come critico - purtroppo o per fortuna - e forse nel complesso posso dire di essere uno spettatore un po’ meno comprensivo di quanto sia stato in questo caso Piccolo, mi riconosco molto in quel suo oscillamento, e sono anche d'accordo sul fatto che al cinema - a volte, forse spesso - sia giusto e necessario sospendere l’intelligenza scettica.
Il problema, però, è che un autore come Nolan sembra stare sempre lì, con quel suo tono sempre un po’ grave e pensoso, con quella drammatica e totale assenza (forse incapacità) di leggerezza e di umorismo, con quel suo fare cinema che vuole costantemente ricordare, ostentare, propugnare l’importanza del cinema e del fare cinema, ecco: uno come Nolan, specie in un film come Odissea, fa sempre di tutto per dirti implicitamente “No, usala la tua intelligenza scettica, non abbandonarti alla meraviglia, qui parliamo di cinema, e il cinema è serio, si tratta di cose importanti”. Ed è allora, e specie nella volontaria assenza di meraviglia, che uno, nel suo oscillare tra il riconoscere i meriti indubbi di uno che il cinema lo sa e lo sa fare bene, e il rimanere basiti e delusi per certe cose un po’ sconcertanti del suo film, tende a privilegiare la seconda reazione.

Not so much open to meraviglia

Come ha notato Francesco Alò in una sua videorecensione, Nolan apre Odissea con una didascalia che ha il sapore di un’opinabile dichiarazione programmatica: “In un tempo di apparente magia…”. Ecco, la magia, o se preferite la meraviglia, in Odissea sono del tutto apparenti, perché è chiaro che di meravigliare a Nolan interessi pochissimo: un po’ perché del cinema, anche quando “spettacolare”, gli interessa sempre l’espressione razionale e tecnico-tecnologica (l’intelligenza scettica, ricordate?), un po’ perché a me pare chiarissimo che con Odissea Nolan non abbia voluto raccontare l’Odissea, ma usare il racconto dell’Odissea per una sorta di apologo morale, e fare di Ulisse una sorta di Robert Oppenheimer dell’età classica, come ho ampiamente dissertato in questo articolo qui.
E però a me, al critico ma ancora di più allo spettatore, la magia e la meraviglia mancano tantissimo; anche perché quando Nolan ci prova, a fare quella roba lì (perché non può evitarlo, mica puoi fare l’Odissea senza Polifemo: senza Nausicaa e Feaci sì, ma senza Polifemo no), e ci prova in quel suo modo tutto di testa, tutto concettuale (concettuale come il volto cubista del ciclope), cascano un po’ le braccia, perché è tutto goffo, incerto, zoppicante. E se rispetto a Polifemo va un po’ meglio con Circe, la Circe versione contadina e rancorosa di Samantha Morton, in virtù dell’idea - più teorica che pratica, ancora una volta - di farle modellare con le mani la trasformazione degli uomini di Ulisse da umani a porci, inspiegabile è la parentesi dei Lestrigoni, e inutilmente estetizzante e desolatamente priva di sensualità quella con la Calipso di Charlize Theron (che, sempre come nota Alò, fa quasi più la psicanalista che la ninfa).

Dubbi sul cast

Visto che le abbiamo citate: chiamate a fare quel che Nolan voleva, Morton e Theron non se la cavano male, come non se la cava male Damon (credibile anche quando gli viene chiesto di fare John Wick alla fine del film), ma non tutto il cast è all’altezza: Holland e la moglie Zendaya (che appare ogni tanto nei panni di Atena al fianco di Ulisse a fare le faccine di rimprovero: ma a ‘sto pòro cristo già va tutto male, gli dobbiamo imporre pure questo?) sono terribili, Pattinson nei panni di un Antinoo vile&febbrile pure, Anne Hathaway fa quel che può e Lupita Nyong'o ha due pose messe in croce (per dire della sensatezza delle polemiche).

Restano le immagini

Restano, come direbbero i critici-accademici, le immagini. Quelle immagini che sono, assieme al ragionamento sull’uomo e sulla modernità, sull’apocalisse del presente e dello scontro prometeico che tra aspirazioni e risultati, di cui già detto e detto altrove, la grande ossessione di Nolan e anche quella dei suoi indefessi sostenitori (tra i quali - lo dico per onestà intellettuale - non mi annovero: dei suoi film mi piacciono cose come Memento, The Prestige, Il Cavaliere Oscuro, Dunkirk e Oppenheimer, mentre film come Inception, Interstellar e Tenet mi lasciano basito e non in modo positivo). Che Nolan sia “bravo”, per carità di Dio, non ci sono dubbi. Che il suo cinema sia stato in grado in passato, e anche in Odissea, di pensare e generare e proporre immagini potenti, anche: qui basterebbe pensare a certe cose del Cavallo di Troia per dimostrarlo.
Il problema è che qui, anche quando riuscita, l’immagine proposta da Nolan mi pare nel complesso vuota, buona per gli account dei social che postano i frame più esteticamente belli della storia del cinema: ma si tratta, in questo caso, di frame già musealizzati, già separati dalla storia e dal senso che si portano - o si dovrebbero portare - appresso.

Il cane e il potere di Omero

Infine, esprimo una riserva con il beneficio del dubbio. Su un dettaglio ultra marginale, ma che guardando il film mi ha molto colpito, un dettaglio che riguarda Argo, il leggendario cane di Ulisse che per primo riconosce il suo padrone quando torna a Itaca sotto le spoglie del mendicante. Di Argo si racconta, in qualche modo, la origin story: peccato che il cucciolo che vediamo sullo schermo in braccio a John Leguizamo (che interpreta Eumeo) non mi sia parso affatto della stessa razza del cane adulto (anzi, anziano). Chi se ne frega, direte voi, e avrei detto anche io di fronte a un altro film. Ma se lo noto e lo annoto, questo dettaglio, è perché l’ossessione realista e materialista di Nolan lo permette, perché è lui che chiede implicitamente di non spegnere l’intelligenza scettica. Perché è stato lui il primo a parlare di magia apparente, e a sottrarci il potere magnifico della meraviglia. Un potere che invece Omero conosceva benissimo, e che ha usato a piene mani facendo sì che quella storia lì arrivasse fino a oggi, Nolan o non Nolan.



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