sabato 27 giugno 2026

Quando il Cinema Ritrovato è più attuale di quello contemporaneo

Ho trascorso meno di 72 ore a Bologna, perché a Bologna c'è Il Cinema Ritrovato: appuntamento imperdibile per chi ami il cinema. Questi qui di seguito sono alcuni appunti sulle cose - bellissime - che ho visto negli ultimi giorni, sperando che possano servire da spunto per voi per vedere, rivedere, ritrovare a vostra volta. A volte penso di essere io un vecchio brontolone e nostalgico che pensa che il cinema di una volta sia più attuale, coraggioso e moderno di quello di oggi, ma a giudicare dalla quantità di appassionati provenienti da tutto il mondo che sciamavano per le vie e i portici di Bologna, non sono forse il solo.

Manhunter


Ovvero: Hannibal Lecter (anzi, Lecktor) prima del Silenzio degli Innocenti, e secondo Michael Mann. O anche: il thriller primigenio definitivo degli anni Ottanta, di cui Michael Mann è stato straordinario cantore e che lampeggiano al neon (ma anche senza neon) fin dalle primissime inquadrature. O ancora: il film che ha inventato un genere. A Bologna è stato presentato un nuovissimo restauro in 4K denominato The Final Cut, perché nel rimettere mano al film Mann ha voluto fare dei piccolissimi aggiustamenti. C’è per esempio un po’ (non tanto) più dell’Hannibal di Brian Cox, che non ha nulla da invidiare a quello di Anthony Hopkins, e che anzi fa ancora più paura per il suo essere meno evidentemente psicopatico. Sparisce - peccato - la frase “Time is Luck”.
Ma non ho l’animo del filologo, e la mia visione precedente di Manhunter risale a troppi anni fa per poter lanciarmi in una disamina delle differenze tra versioni. Final Cut o meno, Manhunter rimane un thriller folgorante, il film dove l’estetica manniana così come la conosciamo deflagra per la prima volta in tutta la sua evidenza sul grande schermo, così pulita e oscura allo stesso tempo. La scena in cui il Dollarhyde del compianto Tom Noonan porta la collega cieca Reba (Joan Allen) ad accarezzare una tigre sedata prima di un’intervento ai denti è qualcosa di straordinario, massima espressione sintetica di tutto ciò di cui parla davero Manhunter: il confine tra bene e male, la loro coincidenza, la possibilità di una redenzione.
Immagini straordinarie (manco a dirlo), Kim Greist (nel ruolo della moglie di Will Graham, alias William Petersen) di una bellezza totale, "In-A-Gadda-Da-Vida" degli Iron Butterfly che rimane con voi a lungo. Michael Mann nel 1986 era avanti a tutti almeno di 10 anni. Facciamo 15. Capolavoro.

House of Husher + Pit and the Pendulum


C’è poco da fare, poco da dire: Roger Corman era un genio, come regista e come produttore, e questi due film - in qualche modo gemelli: per i manieri, le candele, le ragnatele finte, le sepolte vive, per Poe, Vincent Price e il technicolor - stanno qui a dimostrarlo. Un tempo questa roba passava in TV di continuo, oggi tocca venire al Cinema Ritrovato per riscoprire la creatività e la capacità d’innovazione di Corman. La scena dell'incubo del povero Mark Damon, tonno come pochi, in House of Husher (uscito in Italia come I vivi e i morti) è lo step evolutivo fondamentale tra l'espressionismo tedesco e l'ultimo Nicolas Winding Refn (inteso come Her Private Hell). In quel film Price è senza baffetto d’ordinanza e con la chioma platinata, mentre in Pit and the Pendulum - che si apre con dei rivoli di colori acidi che invadono lo schermo nero in maniera psichedelica, innestando un nesso immediato col cinema di Mario Bava, così come è per la presenza della meravigliosa Barbara Steele, che aveva appena girato La maschera del demonio con l’italiano - è quello che tutti conosciamo: sia dal punto di vista estetico sia nella meravigliosa e sfacciata teatralità della recitazione. Anche qui ci sono momenti di grande visionarietà e ricerca visiva, con dettagli quasi psichedelici e carichi di valenze psicoanalitiche. Psichedelici e indimenticabili sono anche i quadri di House of Husher che ritraggono i degenerati avi del personaggio di Price, opera dell’artista Burt Shonberg, che da soli varrebbero la visione del film.

Sanshiro Sugata


Opera prima di Akira Kurosawa, un curioso intreccio tra arti marziali e melodramma: il protagonista, che dà il titolo al film, è un judoka forte, atletico, non particolarmente brillante della fine dell’Ottocento, quando il judo era appena nato come arte marziale e si contrapponeva al più tradizionale ju-jitsu. La sua è una storia di apprendistato, scontri coi rivali ma anche d’amore: quello per la bella figlia del massimo maestro della scuola dei suoi rivali. Il film ebbe problemi di censura in Giappone perché ai tempi - anno 1943 - non era considerato sufficientemente nazionalista, ma quel che conta è che al suo esordio Kurosawa dimostra già un talento per l’immagine, oltre che per il racconto, che lascia a bocca aperta.

Ball of Fire


Ci sono un po’ Biancaneve e i sette nani, ma anche un po’ (tanto) La pupa e il secchione, in questa screwball comedy del 1941 diretta da Howard Hawks e co-sceneggiata da Billy Wilder. Otto professori - tutti scapoli, tutti nerd, tutti di una certa età (tranne uno) - chiusi da anni in un appartamento di New York per la redazione di un’enciclopedia: la loro vita viene sconvolta quando in casa entra una ballerina di varietà con legami (amorosi) col crimine organizzato (Barbara Stanwyck), che l’unico professore non anziano (Gary Cooper) vuole utilizzare per studiare il gergo moderno a lui del tutto sconosciuto. Ovviamente si innamoreranno, e ovviamente ne succederanno di tutti i colori, specie nel finale. Divertente, arguto, malizioso, Ball of Fire (Colpo di fulmine, da noi) è uno dei quei film di Hawks che non vengono mai citati, e che è stato giusto e bello riscoprire al Cinema Ritrovato. Con la sua trama, che mette a confronto intellettuali fuori dal mondo e al mondo inadatti con elementi di quel mondo esterno che pare a loro incomprensibile, volgare e retrogrado, ma che finirà per conquistarli, non facevo altro che pensare a quanto fosse attuale, e quanto bello sarebbe che qualcuno ne facesse un remake ambientato ai giorni nostri. Poi ho pensato che in giro di Hawks e Wilder non ce ne sono, e quindi niente, lasciamo stare.

A Man on the Beach


In giro non ci sono nemmeno più dei Joseph Losey, se per questo, e quanto servirebbero. A Man on the Beach è un corto (30') girato nel 1955 da Losey dopo l'esilio da Hollywood, prodotto dalla Hammer. Comincia come una (quasi) commedia en travesti, diventa un film di rapina, poi un thriller in cui il misterioso personaggio che vive nella casa sulla spiaggia dove si è rifugiato il rapinatore in fuga ingaggia un gioco psicologico e di potere che anticipa tante cose di quel capolavoro che è Il servo.

Marco Melani. The Man with the Golden Eye



Chi era Marco Melani?
Lo racconta Chiara Seghetto in questo documentario di un'ora nel quale ha assemblato ricordi e dichiarazioni di amici/colleghi (la cosa pare fosse indistinguibile, beati loro) di questo cinefilo irrequito, di questo critico che non scriveva, di questa figura fondamentale nel panorama cinematografico tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Novanta, che è stato regista, sceneggiatore, montatore, selezionatore nei festival più audaci dell’epoca, autore televisivo (Schegge, Blob, Fuori orario) e tossicodipendente. Di Melani figure come Tonino De Bernardi, Marco Giusti, Otar Ioseliani, Enrico Ghezzi, Adriano Aprà, Roberto Silvestri, Francesca Archibugi, Bernardo e Giuseppe Bertolucci, Amos Gitai, Angelo Guglielmi. Utile per conoscere una figura irregolare e creativa, e per rendersi conto della palude della cultura contemporanea. Lo vedremo probabilmente in tv.

I Diavoli

Sono un po’ in difficoltà. Come si può raccontare, a parole, un film come I Diavoli? Da dove si comincia? Dalla potenza visionaria e iconoclasta delle immagini di Ken Russell (scusate il cinefilese)? Dalla trama provocatoria e blasfema che demolisce ogni potere, fede, relazione? Dal giganteggiare mai manieristico di Oliver Reed e Vanessa Redgrave? Dal fatto che la suora interpretata da quest’ultima fa la spider-walk due anni prima di Reagan in L’esorcista? Dalle scenografie di un certo Derek Jarman? Dalla straordinaria somiglianza tra il padre Mignon di Murray Melvin e il Giovanni Arnolfini dipinto da Jan van Eyck? Dall'esorcista-rockstar che anticipa mezzo Tommy? Da quanto sia incredibile che 55 anni fa si potessero fare film così (poi certo, censurati, banditi, e tutto il resto) e che oggi già se solo lo pensi, un film così, arriva qualcuno a farti cambiare idea con le cattive? Non lo so. So solo che vedere o rivedere I Diavoli - nella versione integrale, quindi mai vista prima da me - è davvero qualcosa di potentissimo. Per fortuna il film dovrebbe uscire al cinema in autunno, così ne riparliamo con più calma e a mente fredda, e così ve lo andate a vedere pure voi.



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