Per il bicentenario della nascita di Carlo Collodi, domenica 14 giugno il Pesaro Film Festival Circus coinvolgerà grandi e piccini in una serata dedicata alla figura di Pinocchio. È l'occasione per guardare Pinocchio e Un burattino chiamato Pinocchio, cortometraggi di Gianluigi Toccafondo e Roberto Catani, e soprattutto il lungometraggio Pinocchio (2012) di Enzo D’Alò, con le immagini di Lorenzo Mattotti e le musiche di Lucio Dalla. A quattordici anni di distanza dal completamento del film, siamo tornati a parlarne in quest'intervista col regista, attualmente fresco di un altro omaggio (questa volta in forma letteraria) a un autore italiano amatissimo.
Pinocchio, un mito eterno... e interpretabile, secondo Enzo D'Alò
Il Pinocchio di Enzo D'Alò ottenne la nomination ufficiale come Miglior Film d’Animazione agli European Film Awards 2013, nonché quella come Miglior Film d’Animazione al Festival internazionale del film d’animazione di Annecy 2013. Fu presentato in anteprima mondiale alle Giornate degli Autori 2012 a Venezia, risultando poi una delle opere più acclamate al Busan International Film Festival 2012, in una proiezione con 4.500 spettatori (!!!), evento che ricordiamo con D'Alò proprio qui in basso.
Quando avviarsti il tuo Pinocchio, ti ponesti la domanda "Perché realizzare un'altra trasposizione di Pinocchio?" E soprattutto, quale risposta ti sei dato?
Pinocchio è un libro particolare, da qualunque parte lo si prenda si trova un nuovo punto di vista, è una storia che sorprendentemente si scorpora facilmente dall'epoca in cui è stata scritta. Se ricordiamo che Pinocchio è stato scritto 150 anni fa, pensiamo a un'epoca abbastanza conservatrice come costumi, come moralità. Una serie di passaggi del libro sono completamente fuori della logica di un bambino che lo leggesse oggi. Basti pensare a come finiva originariamente la storia, con Pinocchio impiccato e con scritto "Così finiscono i bambini che non obbediscono ai genitori". Solamente la protesta vibrante dei genitori e dei lettori del giornalino su cui usciva a puntate fece sì che l'editore dovesse insistere con Collodi per fargli continuare la storia. Per portare Pinocchio alle esigenze di oggi, ho provato a immaginarmi il rapporto tra padre e figlio. Geppetto e Pinocchio sono gli unici due personaggi che crescono all'interno della storia: si riavvicinano, perché Geppetto costruisce un burattino, ma non è un figlio, vuole potergli dire tutto quello che deve fare, e invece scopre che Pinocchio ha un suo carattere indipendente, ribelle. Quell'aggiunta che ho fatto all'inizio del film, il Geppetto bambino che gioca con l'aquilone, racconta che Geppetto si è dimenticato come sia essere bambini, succede a tanti genitori. Quando il genitore chiede al figlio di fare certe cose, dimentica spesso che quelle disobbedienze che vedono nel figlio le ha percorse prima di suo figlio. Questi due personaggi devono in qualche modo costruirsi un percorso, un viaggio di formazione, in modo da potersi reincontrare cambiati, diversi. Paul Auster, un autore che io amo molto, dice una frase che mi è servita per costruire questa drammaturgia: un papà si sente veramente padre non quando regala cose a suo figlio, ma quando suo figlio un giorno lo ricambia e fa qualcosa per lui. Il gesto di Pinocchio è proprio il salvataggio dal Mostro Marino, si carica sulle spalle Geppetto che non sa nuotare, per poterlo portare fino a riva. E sul Pinocchio bugiardo poi... già nel libro, e nel mio film lo accentuo, Pinocchio è dentro un mondo di adulti bugiardi: tutti gli dicono bugie, il Gatto e la Volpe, Mangiafuoco, il Grillo Parlante, ma l'unico che viene scoperto è lui: questo racconta proprio l'ingenuità di un bambino, non tanto la malizia del bugiardo.
Tra l'altro nel tuo film non è che si respiri una certa didattica dal sapore punitivo di Collodi, come dicevi. Tu sei anche un po' complice dell'anarchia infantile di Pinocchio. Nel finale Collodi mette in scena uno sdoppiamento. Il Pinocchio ormai bambino vede il burattino senza vita e dice tipo "Com'ero buffo quando ero burattino." Invece tu il burattino glielo fai... portare dentro, in un certo senso.
Riproduco proprio la stessa scena iniziale del film, in cui il Pinocchio burattino scappa di casa. Non è che il Pinocchio adesso è di carne ed ossa e non più di legno, la differenza è che Geppetto ride insieme a lui e corre insieme a lui. Proprio perché il carattere di Pinocchio, l'anarchia di Pinocchio, è la differenza tra l'impostazione della scrittura di Collodi e il mio Pinocchio. Secondo me non l'ho tradito perché ho portato semplicemente 150 anni più avanti il suo discorso. Poi Collodi come persona non era fatto un bacchettone, era proprio il contrario, faceva di tutto e di più. Penso che questa scrittura gli fosse dettata proprio da un'esigenza di essere pedagogico, forse per dettami editoriali, per cercare di insegnare qualcosa ai bambini dell'epoca.
Tu avesti due collaboratori principali quando realizzasti questo film, uno dei due dal punto di vista visivo è quel genio secondo me di Lorenzo Mattotti che collaborò con te per il production design. Tra l'altro lui successivamente è diventato a sua volta regista di animazione, lo sentisti già propositivo sul piano narrativo?
In realtà lo conoscevo proprio come artista, non come persona, avevo molto amato il suo libro di Pinocchio, anche se quando poi gli chiesi di collaborare e di venire a lavorare sul progetto del film, gli chiesi di ridurre i toni del suo tratto un po' tenebrosi e di darmi un Pinocchio più solare, anche perché in un film il racconto ha bisogno di momenti solari, in modo che poi quando vogliamo far piombare il pubblico nelle tenebre ci riusciamo. Con Lorenzo lavorammo molto sulle location della Toscana (ho studiato anche la vita di Collodi, i luoghi che lui frequentava, siamo partiti dalla zona della costa tra Livorno e Castiglioncello). C'è un grosso lavoro che ha fatto soprattutto Lorenzo sulla pittura rinascimentale, e riferimenti molto visibili a un grande autore come David Hockney. Per tutta la parte dell'Isola dei Balocchi utilizzammo le atmosfere di Piranesi, per la parte sotterranea.
Secondo te, cosa vide Lucio Dalla nel tuo progetto?
Lucio si sentiva molto a Pinocchio. Era un grande amante dell'arte, conosceva bene Mattotti, conosceva i miei film, fu affascinato dal progetto, gli piacque molto. A un certo punto gli dicemmo: Lucio, ci piacerebbe che tu interpretassi il Pescatore Verde. E lui mi fa: guarda, se non me l'aveste chiesto voi, ve l'avrei chiesto io! E infatti si mise lì e cantò quella canzone. Il Pescatore Verde stranamente è un personaggio che non viene raccontato nei film su Pinocchio. Si dà molto spazio ad altre cose, o si cambia molto. La Fatina ad esempio: in conferenza stampa mi fu chiesto da qualcuno perché avessi fatto la Fatina bambina e io risposi: c'è scritto nel libro, bambina con capelli turchini. Ma ci sono tanti altri elementi trasformati in altri film. Il Grillo Parlante è stato anche stravolto in Disney, è diventato un personaggio importante mentre nel libro, come tu sai bene, dura un capitolo!
Siccome questi film di animazione sono realizzati spesso con una troupe internazionale, il fatto di trattare Pinocchio, che è un soggetto internazionale, ti ha semplificato le cose per comunicare con tutti?
Sì, perché la storia è riconosciuta. Anzi, devo dire che quando abbiamo presentato Pinocchio a Busan, in Corea del Sud, è stato un momento bellissimo: c'era una platea di 4.500 persone. Mai visto prima tanta gente, un schermo incredibile, un audio eccezionale. Alla fine del film sono venuti a ringraziarmi perché avevano capito che avevano scoperto Pinocchio. Disney ha creato un film fuorviante, alla fine il film arriva prima del libro, come spesso accade. E poi quando leggi il libro magari al contrario ti sembra quello il tradimento. Il Pinocchio di Disney ha conquistato il mondo. Ma ha raccontato una storia italiana ambientandola nel Sud Tirolo... e via dicendo. Ha fatto un bellissimo film, dal punto di vista professionale. Peccato che s'intitoli "Pinocchio"! È stato difficile anche riproporre a livelli cinematografici una storia che tutti pensavano fosse quella di Disney, mentre invece è una storia italiana, quindi di colori italiani, di situazioni italiane.
Ci sono state nel tempo, dopo il tuo film, altre versioni cinematografiche di Pinocchio, anche non in animazione, persino dal vero. Ti sono piaciute?
Sono tutte versioni molto professionali, la stessa evoluzione degli effetti speciali fa sì che il confine tra animazione e reale sia sempre più controllabile. Sicuramente la versione di Garrone è interessante, sicuramente quella di Del Toro è interessante, anche se è un Pinocchio... strumentale. Se devo dire, forse dei Pinocchi strumentali quello di Spielberg mi è piaciuto di più, perché lega Pinocchio al concetto di Intelligenza Artificiale, con questo senso di solitudine bellissimo.
Adesso mi hai fatto pensare con queste parole anche al lavoro che fece Osamu Tezuka con Astro Boy, che in fondo era già quello, c'era l'idea del robot / Pinocchio.
Esatto, vedi che però torniamo al discorso iniziale, alla tua domanda iniziale. Non a caso credo che sia il libro più letto al mondo dopo la Bibbia. Io penso che sia veramente importante dare al pubblico la possibilità di immedesimarsi. Ecco, Pinocchio forse è un libro che ti fa partecipare, anche se lo odi. È quasi un materiale staminale, non so come dire. Può essere modificato da punti di vista meno conosciuti e quindi originali.
Quali sono le tue attività al momento? So che ti sei anche trasferito in zona parola scritta.
Io e Giacomo Scarpelli abbiano scritto "Oceani di carta". La storia della vita di Emilio Salgari mi ha sempre appassionato da bambino, mio padre mi passava i suoi libri. Quando sono cresciuto, ho studiato. Salgari si documentava e poi scriveva storie di grande fascino. E colpiva sia me sia Giacomo Scarpelli questa importanza data al lavoro di immaginazione. Posso visitare la Cina e scrivere un reportage al ritorno. Oppure non visito la Cina e la racconto come me la vedo. L'immaginario l'avevo già affrontato in Opopomoz, dove un bambino napoletano entrava nel presepe di casa. Ma quel presepe è appunto napoletano. È come vedevano la Palestina i Napoletani nel Seicento! Salgari faceva un po' la stessa cosa. Leggeva, si documentava moltissimo, poi iniziava a scrivere e raccontava storie. Ha sempre difeso gli oppressi, era sempre contro il colonialismo, contro le occupazioni. Infatti tutti i suoi nemici sono in genere dittatori o persone messe là dal potere, per gestire e governare contro i poveri lasciati sempre più a sé stessi. Anche i pirati in fondo lui li vede, non come probabilmente erano, assassini e violentatori, ma come gentiluomini, che per difendere il popolo e per vendicare i torti subiti scendevano in guerra. Questo gioco ci ha fatto costruire una specie di una storia d'amore, che regge anche senza nominare Emilio Salgari. Siamo partiti dall'unica intervista che Salgari rilasciò a un giornalista che veniva da Napoli, quasi alla fine della sua vita. Un'intervista desiderata, perché di fatto era l'unica, ma non perché Salgari avesse la spocchia: nessun giornalista gliel'aveva mai chiesta! Si scopriva che la vita di Salgari non era quella del capitano di lungo corso, ma quella di un uomo povero che cerca di mantenere la famiglia, sommerso da debiti. Ma la sua immaginazione supera la realtà. È quello che volevamo raccontare: la bellissima capacità di poter immaginarsi storie, vivendo vite che non hai mai vissuto.
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