giovedì 15 luglio 2021

Sergio Rubini, l’anima nera di The Story of my Wife al Festival di Cannes 2021

“Spesso mi chiamano per interpretare personaggi loschi e ambigui, evidente mi vengono bene”. Sembra rassegnato e allo stesso tempo soddisfatto, Sergio Rubini, quando parla del suo personaggio in The Story of my Wife di Ildiko Enyedi, presentato in concorso al Festival di Cannes. “Eppure non mi sembra di essere né losco né ambiguo, ma è il bello del mestiere d’attore: interpretare personaggi molto lontani da te”, conclude, nel corso di un incontro con la stampa italiana.

Il film è stato prodotto anche dal’Italia, che ha ospitato alcune fasi delle riprese. È il sesto film della regista magiara, già vincitrice della Caméra d’Or anni fa, e più recentemente dell’Orso d’oro alla Berlinale per il notevole Corpo e anima, candidato anche agli Oscar. I protagonisti del film sono Gijs Naber, Léa Seydoux, Louis Garrel, oltre a Rubini e Jasmine Trinca. The Story of my Wife è l’adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Milán Füst. La storia, ambientato negli anni ’20, narra le avventure e le disavventure matrimoniali del capitano di navi da trasporto Jakob Störr. Rubini interpreta Kodor uno scaltro faccendiere, vecchio amico di Störr, che incontra durante una sosta in un porto del Mediterraneo. Sarà lui a lanciare una improbabile sfida al capitano: sarà capace di sposare la prima donna che farà il suo ingresso nel caffè in cui si trovano? La domanda trova risposta quando fa il suo ingresso la seducente Lizzy.

Il mio personaggio è l’anima nera del protagonista”, sottolinea Rubini, “tutto nasce dalla  scommessa che gli propone di sposare la prima donna che entra nel caffè in cui sono seduti. Störr è un capitano di mare, abituato a stare lontanissimo dall’amore, accetta con leggerezza pensando che non gli cambierà nulla, ma poi entra Léa Seydoux e nasce un amore che consuma il protagonista. Mi sembra sia un film sull’inadeguatezza di ognuno di noi in amore. Si perde nell'amore, ma si nobilita soffrendo per amore, io divento invece un faccendiere. Li lega l’attrazione che Störr prova per la vita precedente e per tutto ciò che c’è di meschino, ma saprà fare a meno di me e questo lo rende migliore, il protagonista e non l’antagonista. Ci identifichiamo con lui perché si perde nell’amore. Con la regista mi sono trovato molto bene, grazie alla sua idea fortemente artigianale del cinema, in un'epoca in cui i film vengono definiti prodotti, invece per lei sono opere d’ingegno, da banco. L’autore non va più di moda, ci sono serie dirette da registi diversi, per cui un regista deve assomigliare all’altro. Una mazzata per l’autore, che dovrebbe fare ogni volta dei prototipi.”

Una carriera ormai lunga, quella dell’attore pugliese, che fa gli auguri alla sua ex moglie Margherita Buy per Tre piani, “ci raccontiamo tutto, ma non di Nanni Moretti”, e ricorda come il suo sia stato prima un innamoramento artistico, avendola segnalata al suo agente quando erano entrambi molto giovani. “Non dico di essere il suo Pigmalione, ma il suo promoter, ogni suo premio è per me fonte di grandissima emozione, che da ragazzino decisi di fare l’attore. Fino a quando partii per Roma pensavo solo di teatro, il cinema era lontano e impalpabile. Lavorare in produzioni internazionali per me è sempre un piacere, serve a sprovincializzarsi e avvicinarsi ad altre culture, a mettersi in ballo.”

La sua prima esperienza a Cannes? La ricorda con piacere e una certa emozione. “È stato nel 1987 per Intervista, con Fellini e Giulietta Masina. Ero molto intimidito, tanto che rimasi in disparte quando scendemmo dall’aereo avvicinandoci alla stampa, e la Masina mi prese per le orecchie riportandomi con loro. Ricordo poi Scorsese in ginocchio sul tappeto rosso che aspettava Federico, e l’emozione di una grande suite di un hotel di lusso, per la prima volta. Avevo 25 anni ed ero così provinciale ed emozionato che dormii vestito sul letto per non toccare nulla, altrimenti avrei rovinato l’armonia di quel luogo. Se qualcuno fosse entrato mi avrebbe preso per un morto. Mi dispiace un po’ essermi abituato a una stanza così, è bene provare un certo disagio nei confronti dell’eccessivamente bello, si mantiene un pizzico di verginità, di purezza”.



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