domenica 2 febbraio 2020

Judy: Renée Zellweger oltre l'arcobaleno e verso l'Oscar

La nascita della performance straordinaria dell'attrice che riporta in vita Judy Garland e mette una serie ipoteca sull'Oscar.

Se c'è una performance attoriale che quest'anno ha scritto sotto “Oscar” (anche se con l'Academy non si può mai sapere), è quella di Renée Zellweger in Judy, il film che racconta i concerti della star di Hollywood Judy Garland al Talk of the Town londinese, negli ultimi mesi della sua vita. Ed è proprio a Londra che l'ex diva bambina rovinata dallo Studio System morirà tragicamente, a soli 47 anni, il 22 giugno 1969. Del bellissimo (e sottovalutato) film di Rupert Goold vi abbiamo parlato nella nostra recensione dal festival di Roma e nel resoconto dell'incontro col regista, ma qua vogliamo parlarvi di come Renée Zellweger – premio Oscar nel 2004 per Ritorno a Cold Mountain – è riuscita a riprodurre fisicamente, vocalmente e “spiritualmente” l'attrice e cantante nel suo momento più tragico. Oggi in cui tutto è a portata di click, basta andare su youtube per vedere le interviste del periodo alla Garland e rendersi conto della verosimiglianza ottenuta dall'attrice che la riporta, letteralmente, in vita. Merito sicuramente anche del trucco e dei costumi ma soprattutto di un'aderenza totale al ruolo.

Renée Zellweger, una scelta perfetta per Judy

Da sempre Renée Zellweger è una fan di Judy Garland, e si è preparata al ruolo (che comporta anche il cantare dal vivo) con passione e timore. Nessun dubbio ha avuto in proposito il produttore David Livingstone che ha dichiarato: "Non c'era nessun altro che avesse la capacità di cantare, recitare ed entrare nella parte in quel modo. E per fortuna, Renée aveva la stessa età di Judy nel momento in cui lei ha fatto questi spettacoli a Londra". Il regista Rupert Goold mette in evidenza un altro lato essenziale per riprodure il personaggio: “Avevamo bisogno di qualcuno che avesse anche un lato comico, tra le altre cose, perché Judy sapeva essere esilarante, ed era rinomata anche per questo”.

La preparazione

Un anno prima prima dell'inizio delle riprese del film, Zellweger ha cominciato a prepararsi con un vocal coach negli Stati Uniti, prima di provare per 4 mesi con il direttore musicale del film, Matt Dunkley. Nonostante avesse già cantato nel musical Chicago, interpretare una delle voci più famose di sempre era tutt'altra faccenda. Non bastava nemmeno cantare, ma bisognava riprodurre l'accento, il tono della voce, i movimenti compiuti dalla Garland durante le esibizioni dal vivo. E soprattutto non cercare di imitare una voce leggendaria, ma riprodurla col cuore in un momento in cui non aveva più la potenza dei suoi anni d'oro, che ritrovava in pochi ispirati momenti sul palco. Il lavoro faticoso e costante di Renée Zellweger è riuscito a a ricreare quella voce, danneggiata e leggermente roca, anche in seguito a un intervento di tracheotomia subito dalla cantante.

La trasformazione fisica

Come dicevamo, basta guardare su internet qualche registrazione dei concerti di Judy Garland per notare il prezioso lavoro dell'attrice sulla postura. Nelle parole di Rupert Goold: “Una delle cose che preferisco della sua performance è il modo in cui tiene le spalle. Judy aveva questa curvatura della spina dorsale che la faceva apparire molto più vecchia e fragile di quanto non fosse realmente, nella seconda parte della sua vita”. Fin da giovanissima, inoltre, la Garland soffriva di scoliosi, tanto che il suo boss e padre padrone Louis B. Mayer l'aveva impietosamente ribattezzata “la gobbetta”. La sua fragilità emotiva, inoltre, faceva sì che tutto il peso delle sue preoccupazioni gravasse sulle spalle, incurvandole nei momenti di riposo e nella vita quotidiana, quando sapeva di potersi rilassare.

Il trucco di Judy

La trasformazione fisica di Renée Zellweger dipende anche dalla bravura del responsabile di acconciature e make-up Jeremy Woodhead e della costumista Jany Temime. Woodhead ha dichiarato a proposito del suo lavoro con l'attrice: “Mi sono innamorato subito di lei, che è molto semplice e al tempo stesso professionale. E ha un senso dell'umorismo, un amore per la vita, un'energia e una capacità di provare entusiasmo per le cose che la fanno somigliare alla Garland”. Il lavoro degli esperti è stato facilitato dall'abbondanza di documentazione sull'aspetto dell'attrice nel periodo di riferimento. Sono stati scelti in particolare i look che si adattassero meglio alla forma del viso della Zellweger, molto diverso da quello della Garland, e nello stesso modo si è proceduto per le acconciature.

I costumi

Anche per gli abiti, riproduzioni dei veri outfit indossati dalla cantante, Jany Temime ha tenuto conto della postura della Garland, tanto da costringere Renée Zellweger a muoversi come lei, perché, come ha dichiarato l'attrice, “se mi alzavo in piedi come faccio di solito, gli abiti non mi stavano più bene". Jany Temime aveva già lavorato con l'attrice nei film della serie Bridget Jones ed è stata entusiasta di poter ricreare per Judy il look della Londra del 1968 assieme ai costumi della Hollywood del 1938. "I costumi di scena – racconta - sono ispirati a quelli che indossava Judy Garland: luccicanti, color oro, costosi. Per la Judy nella vita reale, ho pensato di vestirla come se si fosse portata a casa alcuni abiti di scena, perché penso che molte attrici portassero a casa quello che indossavano nei film. Renée ha borsa Chanel e la sciarpa di Hermés che portava mia madre”. L'outfit preferito da Temime è l'abito indossato dalla Garland per il suo matrimonio con Mickey Deans: “ha qualcosa di molto tenero. Mi hanno detto che l'ha disegnato lei stessa. Sposa un uomo troppo giovane per lei ed esagera: si è disegnata un abito blu, pieno di piume, che la faceva assomigliare a un pollo. Ma è molto bello e noi ne abbiamo fatto uno ispirato all'originale, che René indossa con grande stile”.

Il risultato finale

Nel film l'attrice indossa delle lenti a contatto colorate, delle protesi per modificare zigomi e naso, e una parrucca che le cambia l'attaccatura dei capelli. Ma per trasformarsi non basta il trucco: “Renée ha ascoltato ossessivamente le registrazioni delle esibizioni di Judy per avvicinarsi ai suoi manierismi e al suo modo di parlare. È una trasformazione straordinaria", commenta ammirato Goold. Tutto il cast e la troupe sono rimasti sbalorditi dall’interpretazione dell'attrice. Sul set, in veste di consulente, c'era anche la vera Rosalyn Wilder, l'assistente di Judy Garland durante i suoi concerti londinesi, che ha dichiarato: “Quando ho visto come il trucco e i vestiti l'hanno trasformata, sono rimasta assolutamente sbalordita. Non avevo mai visto una metamorfosi simile in vita mia, era quasi impossibile crederci". Per trasformarsi letteralmente in un'altra persona, infatti, non bastano gli aiuti esterni, ma quello che Renée Zellweger ha saputo fare è riprodurre il dolore, lo spirito, l'anima di un personaggio infelice e sfortunato come Judy Garland, che tanta gioia ha dato al mondo e che è stata fin da piccola trattata come un fenomeno da baraccone. Se oggi rivive sul grande schermo con tutta la sua umanità, è merito di un'attrice che ha saputo immergere tutta se stessa, con amore e rispetto, nei panni di una donna tanto grande, che non si riconosceva più nell'immagine di star che le era stata cucita addosso, tanto da non riuscire a sopravviverle.



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Oscar 2020: i candidati come miglior attore non protagonista


Anthony Hopkins, Joe Pesci, Al Pacino, Tom Hanks e Brad Pitt si contendono quest'anno la statuetta in un'edizione che non trova spazio per i giovani attori.

Non sappiamo se ci avete fatto caso, ma quest'anno tra i candidati all'Oscar per il miglior attore non protagonista non c'è nessun giovane emergente. Anzi, non c'è proprio nessun giovane. In compenso, anche se l'età media è di ben 71 anni - ci sono cinque grossi calibri del cinema, alcuni dei quali hanno già vinto l'ambita statuetta. Vediamo chi sono e quali chance hanno di vincerla quest'anno, in ordine decrescente dal più anziano al più giovane.

Anthony Hopkins per I due Papi

Il veterano è Anthony Hopkins, 82 anni, sulle scene da oltre 50. Con questa per I due Papi sono cinque le candidature per lui: nel 1992 la storica vittoria come protagonista per Il silenzio degli Innocenti, nel 1994 la nomination per il timido maggiordomo di Non ci resta che il giorno (uno dei suoi pochi lavori per sottrazione), seguita nel 1996 da quella per il presidente in Nixon – Gli intrighi del potere e da quella del 1998, la prima come non protagonista, per Amistad di Steven Spielberg, nel ruolo di un altro presidente americano, John Quincy Adams. Di personaggi celebri l'umorale interprete gallese, diventato cittadino americano, ne ha ritratti parecchi nel corso della sua carriera e stavolta gli è toccato vestire nientemeno che i panni di Benedetto XVI, alias il dimissionario papa Ratzinger, per cui è candidato assieme a Jonathan Pryce (nella categoria dei protagonisti) col suo splendido Bergoglio. Stavolta secondo noi ha poche chance di vittoria – anche se sarebbe un record ottenerla per i ruoli di uno psichiatra cannibale e del Santo Padre - ma la nomination, anche in omaggio alla sua carriera, ci sta tutta.

Al Pacino per The Irishman

Quella di Al Pacino per The Irishman, il bellissimo film di Martin Scorsese, è la nona nomination ottenuta in una splendida e lunghissima carriera – sappiamo che sembra impossibile, ma questo grande attore ha 79 anni! - e qui le andiamo ad elencare: la prima come non protagonista nel 1973 per Il Padrino, seguita nel 1974 come protagonista per Serpico, poi nel 1975 per Il Padrino – parte II, Quel pomeriggio di un giorno da cani (1976), ...E giustizia per tutti (1980), Dick Tracy (1981), Scent of a Woman (protagonista, 1993) e Americani (non protagonista, nello stesso anno). È incredibile che con questa sfilza di nomination e di grandi performance Pacino abbia vinto un solo Oscar per Scent of A Woman, il remake di Profumo di donna, che non è ovviamente la cosa migliore che ha fatto. Nel ruolo del testardo, ostinato e fumantino Jimmy Hoffa, che il suo amico e carnefice (De Niro, meritevole di una candidatura) tenta inutilmente di far ragionare, è così bravo che saremmo felici vincesse il suo secondo Oscar, che premierebbe anche un'altra sua bellissima interpretazioni di quest'anno, ovvero il meraviglioso Marvin Schwarz di C'era una volta... a Hollywood

Joe Pesci per The Irishman

Solo due anni dividono il più giovane Joe Pesci da Al Pacino, ed entrambi sono candidati per The Irishman, l'elegiaco ritratto del tramonto dei vecchi Goodfellas, con cui Martin Scorsese torna al genere di cui è sempre stato maestro. Per convincere Pesci a lasciare il microfono da cantante e tornare davanti alla macchina da presa, lo sanno tutti, De Niro e Scorsese hanno dovuto sudare le proverbiali sette camicie. Alla fine, il tornaconto economico e la voglia di tornare in territorio conosciuto coi vecchi amici gli ha fatto cambiare idea, ma probabilmente non vedremo più questo grande caratterista al cinema. Basterà questo a fargli vincere l'Oscar per il suo perfetto ritratto, straordinariamente contenuto, del boss Russ Bufalino? Quasi dimenticavamo: questa è la terza candidatura per questo peculiare personaggio (lo ricordiamo a Venezia per Mio cugino Vincenzo, vestito in modo eccentrico e su altissimi zatteroni) che non ama le interviste, è un convinto cattolico e repubblicano e preferisce la musica al cinema. Tutte le sue nomination le deve a Scorsese: nel 1981 per il ruolo del fratello di Jack La Motta in Toro scatenato ed esattamente 10 anni dopo per Quei bravi ragazzi, quando ha vinto l'Oscar per la sua minacciosa performance nella parte del gangster Tommy De Vito.

Tom Hanks per Un amico straordinario

Sarà un'opinione impopolare, ma abbiamo visto Un amico straordinario e siamo rimasti delusi, non solo perché ci è sembrato inferiore al bell'esordio di Marielle Heller con Copia originale, ma anche per la performance di Tom Hanks, che mancava da quasi 20 anni nella cinquina degli Oscar e avendo un film papabile, poteva (o doveva) esserci inserito. L'attore, che vanta due premi Oscar (per Philadelphia, 1994 e Forrest Gump, 1995), è alla sua sesta nomination dopo Big (1989), Salvate il soldato Ryan (1999) e Cast Away (2001), anche se questa è la sua prima come non protagonista. Nel film offre il ritratto di un altro eroe nazionale, Fred Rogers, che nel suo programma per bambini in età prescolare ha insegnato a intere generazioni di americani per ben 34 anni, dal 1968 al 2003, come affrontare i problemi della vita, divertendo e istruendo al tempo stesso. La storia dell'amicizia impensabile e salvifica tra Rogers e un cinico giornalista in crisi incaricato di scriverne il profilo è vera ed edificante, ma Tom Hanks che cerca una mimesi impossibile strascicando la voce e con l'occhio a mezz'asta, proprio non ci ha convinto. Meglio allora la feroce e dolorosa parodia/omaggio di Jim Carrey nella serie tv Kidding, ispirata al programma di Fred Rogers.

Brad Pitt per C'era una volta... a Hollywood

Ed ecco il più giovane tra i candidati: a 56 anni portati da Dio, Brad Pitt per il ruolo di Cliff Booth, stuntman, guardaspalle e amico fraterno del Rick Dalton di DiCaprio in C'era una volta... a Hollywood, ha già vinto il Golden Globe. Questo in teoria lo mette tra i favoriti, nonostante l'agguerrita concorrenza, ma non si può mai dire. Nell'appassionata ricostruzione di Quentin Tarantino della Hollywood della sua infanzia e della tragica notte che ne cambiò per sempre il volto, ci è piaciuto moltissimo, con la sua aria spavalda e vissuta di chi ne ha viste di tutti i colori, ed è leale e affidabile al suo datore di lavoro e assolutamente impermeabile alle seduzioni della Manson Family anche sotto le bellissime spoglie della Pussycat di Margaret Qualley. In ogni scena, sia che reciti con un cane sia che guidi spericolatamente per le colline di Los Angeles, è assolutamente perfetto. Dal momento che ha deciso di diradare le sue apparizioni al cinema, forse potrebbero anche darglielo l'Oscar, che sarebbe il primo per la recitazione ma non come produttore, che ha vinto in comproprietà nel 2014 (la statuetta per il miglior film, ricordiamo, va ai produttori) per 12 anni schiavo dopo esser stato candidato nel 2012 per L'arte di vincere. Nel 2016 è stato di nuovo nominato in questa veste per La grande scommessa. Come attore non protagonista la prima nomination l'ha avuta nel 1996 per L'esercito delle 12 scimmie di Terry Gilliam, seguita nel 2009 da quella come protagonista per Il curioso caso di Benjamin Button di David Fincher.

Dal momento che non abbiamo la palla di vetro, per sapere chi tra questi cinque cavalli di razza arriverà al traguardo dell'Oscar dovremo aspettare il prossimo 9 febbraio. Nel frattempo potete ripassare le candidature e consultare la nostra sezione Oscar 2020.



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sabato 1 febbraio 2020

Wonder, il film è tratto da una storia vera?


Uscito nel 2017, il film Wonder con Owen Wilson, Julia Roberts e il piccolo Jacob Tremblay è stato un successo di pubblico e di critica in tutto il mondo. La storia è l'adattamento del libro omonimo di R.J. Palacio, ma è tratta da eventi reali?

Uscito al cinema nel 2017, il film Wonder si è fatto spazio con discrezione tra tanti titoli altisonanti riuscendo ad incantare tanto il pubblico quanto la critica. Costato soltanto 20 milioni di dollari (una cifra allineata ai progetti low budget, per gli standard americani), il film è arrivato a un incasso mondiale di 305 milioni, grazie alla toccante storia che racconta e alla delicatezza con cui è narrata. Diretto da Stephen Chbosky, Wonder è interpretato da Julia Roberts e Owen Wilson, nei panni dei genitori del piccolo Auggie, un bambino nato con una rara malattia che è incarnato sullo schermo con grande bravura dal giovanissimo attore Jacob Tremblay.

La storia vera che ha ispirato il libro da cui è tratto Wonder

Vincitore di molti premi, tra cui il prestigioso Mark Twain Award che premia annualmente il miglior romanzo americano per bambini, Wonder scritto dall'autrice R. J. Palacio ha venduto oltre cinque milioni di copie nel solo territorio statunitense. È stato inserito nella lista dei best-seller del New York Times e ha dato vita a uno spin-off contenente tre storie che raccontano Auggie e la sua famiglia da tre diversi punti di vista. La scrittrice si è lasciata ispirare da un fatto accadutole un giorno con isuoi figli. Entrando in una gelateria, il suo bimbo di 3 anni si mise a piangere quando vide vicino a sé una bambina con una significativa deformazione facciale. La donna è uscita immediatamente dal negozio portando via i suoi figli. "Più tardi mi sono sentita tremendamente in colpa per non aver saputo gestire la situazione" ha raccontato R.J. Palacio, "avrei potuto parlare alla bambina per mostrare a mio figlio che non c'era niente di cui spaventarsi, invece sono scappata via perdendo l'occasione di insegnare ai miei figli qualcosa di valore". Quella sera a stessa a casa, la donna ha iniziato a pensare a che tipo di esperienze possa affrontare quotidianamente quella bambina, quale debba essere il suo sguardo sul mondo quando il mondo non sa come ricambiarlo. Cinque anni più tardi, il suo libro Wonder raggiungeva gli scaffali delle librerie.

La malattia del piccolo Auggie: cos'è la sindrome di Treacher Collins

Nel libro e nel film, il piccolo Auggie è affetto dalla sindrome di Treacher Collins. Si tratta di una malattia caratterizzata da uno scarso sviluppo di alcune parti del cranio e dei tessuti del viso. La causa è da attribuire ad alcune mutazioni genetiche. La sindrome è trasmessa dai geni di uno dei genitori, non dipende dal sesso del feto né da quello del genitore, la probabilità di trasmissione dei geni compromessi è del 50%. Un bambino su cinquantamila è la casistica nella quale rientra chi è affetto da questa malattia che può colpire in egual modo maschi o femmine di qualunque etnia. Chi ne è affetto ha un regolare sviluppo del corpo, mentre la crescita accentua la deformazione facciale peraltro già visibile alla nascita. Il mancato sviluppo di alcune parti del viso, come gli zigomi, la mascella e le orecchie, può provocare grandi problemi di udito, di respirazione e di masticazione. Purtroppo non esiste una cura, ma con particolari trattamenti e operazioni chirurgiche si possono ridurre le difficoltà suddette e migliore l'aspetto estetico.



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La Locandiera

Il paradosso vuole che il nostro non l'amasse particolarmente, ma non il personaggio di Mirandolina, ma la commedia nel suo insieme; Goldoni preferiva altre storie scritte dal suo genio, di fatto quelle opere con maggiori personaggi e più fluide, meno compatte. Qui è tutto segnato e compiuto, dalla protagonista agli antagonisti, dalle posizioni sociali allo spazio, dalla risoluzione finale alla rivelazione del gioco.

Il gioco della commedia goldoniana più rappresentata arriva in questi giorni al Teatro Vascello dal 28 gennaio al 2 febbraio con la compagnia Proxima Rex, in dialettica con la regia di Andrea Chiodi. Quest'ultimo sceglie una messinscena “bianca”, neutra in cui il gioco drammaturgico viene continuamente innescato dal ricordo, da quei pupazzi in scena che riconducono ai Memoires Goldoniani. Quest'ultimi innescano i tre atti e si fluidificano con uno spazio affettato da movimenti, cambi di personaggi e da un lungo tavolo centrale che metaforizza il gioco, il detto e il non-detto, il prima e il dopo, il visto e il non-visto. Sui lati della scena e in fondo troviamo simmetriche file di abiti, costumi che serviranno a dare ritmo allo spettacolo e consentire così ai personaggi di non uscire mai dal quadro, perché tutto deve palesarsi di fronte all'occhio dello spettatore.

Sul versante narrativo resta lo schema classico, con Mirandolina vero personaggio a tutto tondo, il misogino Cavaliere di Ripafratta che entra maggiormente in contrasto con lei e le due “frecce” da commedia rappresentate dal Conte d'Albafiorita e dal Marchese di Forlipopoli. Il primo ha una recitazione drastica e scontrosa, il secondo vive di versanti effemminati e da intonazioni vocali che suscitano immediatamente la risata. I personaggi di Ortensia e Dejanira si condensano in uno studio sui movimenti e sulle “acrobazie” drammaturgiche, da qui il gioco metateatrale e l'aiuto nella gestione del ritmo. Infine Fabrizio collega tutto il mondo della protagonista e sarà l'ultimo elemento tematico a chiudere il cerchio.

Mirandolina, la Mirandolina di Chiodi, è una donna indipendente, un personaggio forte e sfrontato, che lascia per strada molto del dibattito sulle classi sociali tanto caro a Goldoni e procede lungo la matrice dell'individuo, lungo la scia dell'indipendenza femminile e del gioco sensuale, a tratti provocatorio, che la condurrà alla scelta finale. Quest'ultima è di stampo classico perché parliamo di un testo classico e tutto risulta lieto e coerente.



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Wonder: Jacob Tremblay, il ragazzo meraviglia venuto dal freddo


Premiato fin da piccolo, il protagonista di film di successo come Room e soprattutto Wonder, ha le idee molto chiare e una carriera in rapida ascesa.

Così piccolo - ha compiuto 13 anni lo scorso 5 ottobre - Jacob Tremblay è uno di quei ragazzi prodigio di cui è sempre stato ricco il mondo del cinema dove la presenza dei bambini è, ovviamente, indispensabile. Poi, come sappiamo, alcuni sono cresciuti professionalmente bene se non benissimo (Kurt Russell, Jodie Foster, Christian Bale, Anna Paquin, Emma Watson e Daniel Radcliffe sono i primi che vengono alla mente), altri meno (vedi Macaulay Culkin e Haley J. Osment) ed altri, come i compianti Brad Renfro e Corey Haim, non sono mai diventati adulti. Ma Jacob, che arriva a Hollywood dal freddo Canada, e si è affacciato sulle scene per la prima volta piccolissimo, in una pubblicità di giocattoli Fisher-Price, sembra avere i piedi ben piantati per terra e una solida famiglia alle spalle (padre poliziotto, madre casalinga), elementi necessari per assicurarsi un brillante futuro professionale e - quel che più conta - personale. Del resto la recitazione è un “vizio di famiglia”, visto che entrambe le sorelle di Jacob sono attrici e lui ha dichiarato che oltre a recitare vuole essere regista, produttore e sceneggiatore.

Non sappiamo quanti lo ricordino ma il suo debutto cinematografico è arrivato nel 2013 col ruolo del piccolo Blue in I Puffi 2. Due anni dopo il suo faccino è diventato famoso in tutto il mondo, per il ruolo del figlio prigioniero con la mamma Brie Larson nel film drammatico Room. Per quella parte è stato candidato come miglior attore non protagonista dalla Screen Actors Guild, in compagnia di veterani come Idris Elba (che ha vinto), Michael Shannon, Mark Rylance e l'ex bambino prodigio Christian Bale, oltre ad aver vinto numerosi riconoscimenti.

Dopo essere apparso nel tv movie satirico con Johnny Depp Donald Trump's The Art of The Deal: The Movie, ha interpretato il suo primo film horror, l'inquietante Somnia di Mike Flanagan, ed è apparso nel film d'avventura Burn Your Maps e nel thriller psicologico Shut In, rimasti inediti da noi. Tutti però lo abbiamo visto nel 2017 nel ruolo di un piccolo genio, figlio di Naomi Watts, in Il libro di Henry di Colin Trevorrow.

Il suo film di maggior successo commerciale - 285 milioni di dollari di incasso di fronte a un budget di appena 20 milioni - a tutt'oggi è Wonder, con Julia Roberts e Owen Wilson, in cui è August “Auggie” Pullman, un ragazzino affetto dalla sindrome di Teacher Collins, una malattia genetica che provoca una deformità delle orecchie, degli occhi, delle guance e del mento di chi ne è afflitto. La storia - che parla di emarginazione e bullismo ma anche di accettazione e amicizia - è tratta dal romanzo bestseller di R. J. Palacio, che ha la particolarità di non raccontarla in modo drammatico, tanto che lo stesso Jacob, facendo un paragone con Room, lo ha così descritto: "Room era un film molto cupo, ma Wonder è un film divertente e leggero con un messaggio importante. C'è una grande differenza".

A Wonder, in cui appare sotto un pesante trucco protesico, Tremblay ha fatto seguire il remake The Predator, dove è il figlio autistico di Boyd Hollbrook, che accidentalmente mette in moto il dispositivo che richiama i cacciatori alieni sulla terra e La mia vita con John. F. Donovan, diretto dal suo connazionale Xavier Dolan, dove interpreta Rupert, un attore bambino bullizzato (ancora) da compagni omofobi per la sua idolatria nei confronti di John F. Donovan, chiacchierato interprete di una serie tv, a cui scrive lettere.

Man mano che cresce, questo ragazzino dal volto angelico affronta ruoli sempre più adeguati alla sua bravura: nel 2019 esce il suo primo film R-rated, la commedia Good Boys, in cui dà il primo bacio a una coetanea, ed è straordinario in Doctor Sleep nella piccola ma importante parte di Bradley Trevor, il ragazzino rapito, torturato e ucciso da Rose Cilindro e i suoi affiliati, in una delle scene più crudedel film. Ma ovviamente non è tutto qua: al cinema Jacob Tremblay affianca il doppiaggio: è Pete nella serie di cartoni per bambini Pete the Cat, Robin nella serie animata per adulti Harley Quinn e prossimamente il pesciolino Flounder nella trasposizione dal vivo de La sirenetta.

Come tutti i ragazzi della sua età, è un grande appassionato di Star Wars, tanto da aver chiamato il suo cane Rey in omaggio al personaggio di Daisy Ridley. Ha anche detto che gli piacerebbe apparire in un film della serie, e data la determinazione e il talento di questo vero e proprio wonder boy, chissà che qualcuno in futuro non raccolga il suggerimento. Noi lo terremo d'occhio: non sarà difficile, visto che per sapere tutto di lui basta andare sul suo seguitissimo account ufficiale Instagram.



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Oscar 2020: i candidati per il miglior film d'animazione


Netflix concorre con due pezzi da novanta come Klaus e Dov'è il mio corpo.

Le nomination agli Oscar di quest'anno ci mostrano una battaglia molto contemporanea tra i cinque nominati come miglior film di animazione: Netflix entra infatti di prepotenza anche in questo settore, con due lungometraggi che potrebbero mettere in seria difficoltà i concorrenti più tradizionali. Qualunque studio strappi alla fine la statuetta, noi appassionati vinciamo, perché ci tuffiamo in una preziosa varietà di stili e proposte, dove la CGI non è più l'unico trionfatore e la tendenza inaugurata l'anno scorso dall'Oscar a Spider-Man Un nuovo universo potrebbe confermarsi.

Dragon Trainer: Il mondo nascosto

La maturazione parallela tra il drago Sdentato e il neo-capo-villaggio Hiccup giunge all'apice e al termine con questo Dragon Trainer: Il mondo nascosto, che ha chiuso la trilogia più elegante della DreamWorks Animation. A dir il vero il film di Dean DeBlois, al suo secondo assolo alla regia dopo Dragon Trainer 2 (2014), è meno sofisticato del predecessore: sicuramente amabile com'è sempre stato questo ciclo tratto dai lavori fantasy di Cressida Cowell, però è meno duro e di conseguenza meno originale. Difficile non commuoversi all'idea di un distacco tra i due protagonisti, però in fin dei conti è un distacco raccontato in modo piuttosto indolore. Un Oscar a questo film avrebbe il valore simbolico di un Oscar alla trilogia intera, visto che nessun capitolo è riuscito mai a portarlo a casa. Lo capiremmo, ma più per principio che per i meriti dell'opera in sè, indispensabile per i fan della saga ma piuttosto convenzionale se guardata con un occhio più distaccato.

La nostra recensione di Dragon Trainer 3

Dov'è il mio corpo?

Questo spiazzante lungometraggio di Jérémy Clapin, già autore di cortometraggi qui al suo esordio nel lungo, è stato in realtà distribuito nelle sale francesi, ma nel resto del mondo è un'esclusiva Netflix. Il colosso dello streaming ha così dato la possibilità a questo Dov'è il mio corpo? di raggiungere un pubblico che non avrebbe mai avuto, vista la natura fortemente indipendente e visionaria dell'impianto. Seguiamo infatti una mano mozzata che, dotata di vita propria, abbandona l'ospedale in cui è bloccata e cerca di ricongiungersi al suo proprietario, attraversando la città. Appartiene al giovane Naoufel, che per la sua vita, che scopriamo nei flashback, aveva sognato qualcosa di più della consegna di pizze e dell'artigianato. E' ancora in tempo? Surrealismo, dolore, tecnica bidimensionale evocativa. Tratto dal romanzo Happy Hand di Guillaume Laurant, non è il nostro favorito solo per gusti personali: se vincesse, non potremmo però certo opporci.

Klaus

Ammettiamo di esserci votati anima e corpo al primo lungometraggio animato interamente prodotto e distribuito da Netflix. Il suo regista Sergio Pablos, ex del Rinascimento Disney anni Novanta, meriterebbe per noi di stringere la statuetta per due ragioni. In primis, Klaus è un recupero, produttivamente impegnativo ma ragionato, dell'animazione a mano libera bidimensionale di stampo disneyano: dieci anni di lavoro per ritrovare o addestrare il numero sufficiente di artisti in grado di riprodurla. La tecnica è però anche arricchita di shading, luci e texture per non dimenticare che la CGI ha abituato il pubblico alla tridimensionalità. Klaus però non è solo tecnica: è un'origin story ironica di Babbo Natale, piena di buoni sentimenti senza essere smielata o moralistica, condita da gag verbali e visive intelligenti, e osa prendere di petto senza giri di parole la pigrizia con cui ci abituiamo ai cattivi pensieri e alla negatività. Rivoluzione, stile e sostanza.

La nostra recensione di Klaus

L'anello mancante

Amiamo la maestria della Laika Entertainment nell'ambito della stop-motion, in alcuni momenti e soluzioni persino più elaborata di quella garantita dalla mitica inglese Aardman. Scritto e diretto da Chris Butler, L'anello mancante partecipa agli Oscar dopo aver già vinto un Golden Globe, che potrebbe in realtà valere come contentino. Missing Link è un film di un'eleganza formale stupefacente, che sintonizza immagine, suono e doppiaggio (originale) su una gentilezza totale, un garbo raro, una carezza costante. E' tuttavia proprio questa gentilezza estrema che gli impedisce uno scarto ulteriore di decisione e incisività, quel quid che trasformi una dimostrazione di impressionante professionalità e sicurezza tecnica in qualcosa che non si riesce a dimenticare.

Toy Story 4

Con Frozen 2 relegato alle nomination per la miglior canzone, con il remake del Re Leone (per noi giustamente) spostato nella categoria delle nomination all'Oscar per gli effetti visivi, la Disney è rimasta in gara solo con il prosieguo della saga di Toy Story a cura della Pixar. Come avemmo modo di esprimere, Toy Story 4 non è riuscito a convincerci della sua necessità, specie perché nel 2010 Toy Story 3 ci fu presentato come un perfetto sipario. Non c'è nulla che davvero non funzioni in Toy Story 4, ma più che altro perché il film di Josh Cooley rischia pochissimo, meno di quel che sembra, e gioca sul sicuro, sui soliti temi e sulla familiarità con personaggi di fronte ai quali è impossibile rimanere indifferenti. Piacevole, a nostro modesto parere non è all'altezza dei migliori contendenti di questa categoria.

La nostra recensione di Toy Story 4



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Machete: la vera storia all'origine del personaggio interpretato da Danny Trejo


Moltissimi pensato che Robert Rodriguez abbia inventato il personaggio per il finto trailer di Grindhouse, ma prima di allora...

Quando nel 2007 Robert Rodriguez annunciò che Machete, il film immaginario di cui aveva realizzato uno dei trailer di fantasia che costellavano il progetto di Grindhouse, sarebbe diventato una realtà, tutti festeggiarono. E, soprattutto, tutti pensarono che le origini di quel personaggio interpretato da Danny Trejo stessero, lì: nel finto trailer contenuto in Grindhouse.
Tutti, o quasi. Perché i fan più accaniti del regista, o quanti avessero bambini, sapevano invece che le origini di Machete sono da ritrovarsi in una saga che, coi toni del b-movie e della exploitaion più estrema non ha nulla a che vedere.

Zio Machete

La prima apparizione del personaggio di Machete, infatti, avviene in Spy Kids, il primo della fortunata serie di film per ragazzi ideata e diretta da Rodrigues. Machete è infatti lo zio dei ragazzi Cortez, Carmen e Juni, il fratello di loro papà Gregorio (interpretato da Antonio Banderas). E quando Gregorio e Ingrid vengono catturati dal cattivo di turno, e allo zio Machete che i bambini si rivolgono per avere aiuto, nonostante non lo avessero mai visto prima in vita loro.
Sempre ovviamente interpretato da Danny Trejo, il personaggio di zio Machete appare anche nei successivi Spy Kids 2 - L'isola dei sogni perduti, Missione 3D - Game Over e Spy Kids 4 - È tempo di eroi.

Un Charles Bronson Messicano

L'idea per il personaggio di Machete nacque nella mente di Robert Rodriguez la prima volta che ha incontrato Danny Trejo. Trejo, ex manovale che è stato a lungo in carcere negli anni Sessanta, e che durante la detenzione di era dedicato al pugilato e al programma dei 12 passi per vincere le sue dipendenze dal alcol e droga, iniziò a lavorare nel mondo del cinema alla metà degli anni Ottanta in piccoli ruoli che ne esaltavano l'inconfondibile aspetto fisico. Quando si presentò per un provino per Desperado, oltre a scoprire che Trejo era un suo cugino di secondo grado, Rodriguez pensò immediatamente che uno con una faccia del genere avrebbe dovuto diventare il protagonista di una serie di film mexploitation: "Come un Charles Bronson o un Jean Claude Van Damme messicano," disse Rodriguez.

Machete: il trailer

Machete nello spazio

Non uno, ma ben due sequel di Machete sono annunciati alla fine del film prima dell'inizio dei titoli di coda. Nel 2013 Rodriguez e Trejo hanno effettivamente girato Machete Kills, nel quale il titolo del secondo sequel è diventato Machete Kills... in Space. Il film non è stato ancora girato, ma sia secondo Trejo che Rodriguez le intenzioni di realizzarlo ci sono tutte.



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