sabato 17 ottobre 2026

Josh Brolin e il difficole ruolo del genitore: l'attore racconta sé stesso e Whalefall in un'intervista "intensa"

Al termine dell’incontro che abbiamo effettuato via Zoom, Josh Brolin commenta con soddisfazione: “È stata un’intervista intensa”. Perché per parlare di Whalefall: Nella balena, il film al cinema dal 15 ottobre, ci si è concentrati soprattutto su un tema, quella di cosa significhi essere genitore. “Non è facile: è un costante improvvisare. Però è qualcosa che adoro”, dice l’attore, che nel film appare ruvidissimo e tatuatissimo nel ruolo di Mitt, il padre del protagonista Jay, un uomo che ha cercato a modo suo di trasmettere al figlio la sua passione per il mare e le balene, e comunque il suo sapere e la sua esperienza. Solo che quel modo è stato quasi sempre sbagliato, improntato a un’idea di rapporto tra padre e figlio e tra maschi oramai antica, fatta di silenzi, incapacità di comunicare i sentimenti, modelli educativi autoritari. Tanto che Jay, anche di fronte alla malattia del padre, deciderà di tagliare completamente i ponti col genitore, salvo poi immergersi in mare, e finire nella pancia della balena dalla quale dovrà cercare di uscire proprio utilizzando quello che Mitt aveva cercato di insegnargli.
Confusi? Ripassiamo un po’ prima di andare avanti.

Whalefall: Nella Balena, il trailer del film

“Jay ha vissuto con Mitt una condizione orribile, mentre le sue sorelle no”, ci dice Josh Brolin. “Per una curiosa coincidenza, anche io ho tre figlie e un figlio, e con mio figlio ho vissuto dinamiche simili, per quanto meno estreme. Abbiamo avuto i nostri scontri. Lui oggi ha 38 anni, e possiamo parlare apertamente di come sono andate certe cose: dei momenti in cui non ci capivamo e c’erano malintesi, o di quando cercavo di lasciare il segno senza pensare davvero al suo carattere, alla sua sensibilità e a tutto il resto”. Girare le scene in cui doveva essere duro o scontrarsi col Jay di Austin Abrams non è piaciuto affatto all’attore, perché gli metteva addosso “una sensazione che detesto, come se qualcosa di velenoso ti entrasse dentro. Puoi sentire l’amore tra un padre e un figlio ma senti anche che ogni volta che Mitt cerca di trasmettere qualcosa a Jay, qualcosa che lo renda resiliente e autosufficiente, lo fa in maniera da farlo allontanare. E poi ci si mette di mezzo l’alcool, che peggiora le cose. Non è stato facile. Austin in questo non ha aiutato, perché c’erano giorni in cui arrivavo sul set e, per rimanere nella parte, non mi rivolgeva la parola”.

Brolin ha poi ragionato sul suo essere genitore, e sul fatto che si tratta di un mestiere che non si smette mai di apprendere: “Si matura, si invecchia, si affrontano tante esperienze, si crescono i figli e quei figli crescono, e poi si hanno altri figli, e ricomincia tutto da capo. Diventa più facile? Più difficile? Ogni figlio è un caso a sé stante? Vai avanti a tentativi”. Per Brolin, la balena del film è “è una metafora degli estremi a cui dobbiamo arrivare per imparare qualcosa e per raggiungere uno stato di semplice gratitudine per il solo fatto di esistere. Credo che, con l’avanzare dell’età, io abbia raggiunto quello stato: gli ostacoli non sono più problemi, ma opportunità per imparare, e quando vedo arrivarne uno, invece di nascondermi mi galvanizzo all’idea di poter imparare qualcosa, perché mi sento molto più a mio agio nel provare disagio rispetto a un tempo”. Per preparare i figli alla vita, però, secondo Josh Brolin, è necessario non essere eccessivamente protettivi: “Oggi coccoliamo troppo i nostri figli, li cresciamo nella bambagia, e loro fanno quasi più da genitori a noi di quanto noi non facciamo con loro. Penso sia importante lasciare che i nostri figli affrontino delle difficoltà oggi perché un domani non siano impreparati”.

Anche lui, Brolin, da giovane è stato costretto a affrontare delle difficoltà, e sono state queste che, in qualche modo, l’hanno fatto diventare un attore, “quasi per caso”. “Ero stato sbattuto fuori di casa e sono finito a dormire sul divano di mio padre”, racconta. “È stato allora che ho pensato: ‘Josh devi darti una raddrizzata, perché fai una vita autodistruttiva e sei sulla strada sbagliata’. Ho quindi provato a iniziare a recitare, anche se venivo rifiutato tutte le volte: mi dicevano che non avevo esperienza, che non ero bravo, che avrei dovuto cercarmi un altro mestiere. Invece di scoraggiarmi, tutto questo mi ha motivato, e spinto a impegnarmi di più. Ma c’è voluto del tempo. Quando ho avuto la fortuna di ottenere la mia parte in I Goonies, ero arrivato al mio 350° provino, ed è stato solo più tardi, quando ho iniziato a fare teatro, che ho capito davvero che dono fosse essere un attore e uno scrittore, perché potevo esplorare costantemente quello che più mi affascina, ovvero la condizione umana, quella totale assurdità di cui non verrai mai a capo ma che è affascinante esplorare e cercare di capire”.



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