lunedì 2 novembre 2020

Gigi Proietti doppiatore: da Sylvester Stallone al Genio

Salutando il grande Gigi Proietti, spentosi oggi nel giorno dei suoi 80 anni, non bisogna dimenticare che, nella sua assoluta e completa professionalità attoriale, era in grado di dare il meglio anche con la sola voce, in una carriera da doppiatore molto più prestigiosa di quanto possa sembrare affidandosi solo alla memoria. Ripercorriamola rapidamente, dividendo il suo impegno come "voce nell'ombra" tra film dal vero e cinema d'animazione (nel secondo caso siamo sicuri che vi è venuto in mente qualcosa, ma c'è di più!).

Gigi Proietti doppiatore di star come Robert De Niro e Sylvester Stallone

Sembra incredibile che Sylvester Stallone, al quale abbiamo associato per anni il timbro iconico di un altro grande come Ferruccio Amendola, abbia avuto la voce di Gigi Proietti proprio in un film nodale per l'immaginario collettivo: ebbene sì, Proietti non solo doppiò Sly nel primo Rocky, ma ne diresse anche il doppiaggio. Un ruolo tutt'altro che gigionesco, sofferto e per buona parte del film sommesso. Quando ricordiamo Gigi, ricordiamo che il pubblico italiano ha ascoltato "Adriana!" tramite lui.
Le strade di Gigi e Amendola si sono incrociate per altre due colonne di Hollywood: Proietti ha infatti doppiato Dustin Hoffman in Lenny (di cui ha diretto anche il doppiaggio, scelta sensata considerando il tema) e soprattutto Robert De Niro nel Casinò (1995) di Martin Scorsese. Proietti tuttavia aveva già prestato la voce a De Niro nei primi passi di Mean Streets e Gli ultimi fuochi.
Doppiaggio e vera co-interpretazione furono quelli per il Casanova di Federico Fellini, dove la formazione teatrale classica contaminata di Gigi Proietti si prestava a un'operazione visionaria incarnata da Donald Sutherland.
In tempi recenti, la sua capacità di cesellare un tono impostato l'ha reso l'erede naturale di un altro carismatico attore, Gianni Musy, quando si è trattato di raccogliere il Gandalf di Ian McKellen nella trilogia dello Hobbit.
Abbiamo solo evidenziato gli impegni più significativi, ma scorrendo la filmografia del Proietti doppiatore ci si imbatte in altri vip che hanno vissuto con la sua voce il tempo di un film: Paul Newman, Anthony Hopkins, Kirk Douglas, Henry Fonda, Jean Reno, Charlton Heston (per Hamlet), Gregory Peck, Rock Hudson, Michel Piccoli (in Diabolik!).
Un'ultima curiosità riguardante Brancaleone alle crociate (1970): Gigi non era solo presente in veste d'attore, come esilarante penitente Pattume, ma era anche la voce della Morte, che si confrontava con l'altro grande mattatore, Vittorio Gassmann. Leggi anche Gigi Proietti: il cordoglio del mondo dello spettacolo

Gigi Proietti il doppiatore di cartoni animati: non solo il Genio di Aladdin!

Se si pensa a Gigi Proietti voce per i film di animazione, basta una frazione di secondo per pensare al suo Genio nell'Aladdin disneyano, dove esplodeva in una gamma di voci, questa sì, memore delle sue performance esplosive in A me gli occhi please. Sostituiva un'altra persona la cui allegria oggi rimpiangiamo con malinconia, Robin Williams. Da notare che, mentre Williams litigò con la Disney e saltò il sequel Il ritorno di Jafar, tornando per Aladdin e il re dei ladri, Gigi non ebbe problemi a coprire il personaggio in tutta la trilogia, lasciando la parte a Roberto Pedicini solo per la serie tv animata. Nel remake dal vero di Aladdin, Proietti ha simbolicamente doppiato il Sultano.
Il grande successo del suo Genio lo portò in territorio warneriano col misconosciuto La spada magica - Alla ricerca di Camelot: recuperatelo, perché Gigi lì doppia un drago a due teste, che non sempre vanno d'accordo! Curiosamente, un drago era già nel curriculum da doppiatore di Proietti, chissà se lo ricordate: nell'epico onesto fantasy Dragonheart era Draco, che in originale, significativa amara ironia della sorte in questi giorni, aveva il carisma vocale di Sean Connery.
Per chi infine erroneamente pensi che l'impegno su Aladdin sia stato il primo raptus animato di Gigi Proietti, gli comunichiamo che è in errore: in un primo doppiaggio dei cortometraggi Warner Bros, a metà degli anni Sessanta, fu lui che bilanciando l'arte della recitazione con quella della sputacchiata, diede vita italiana al Gatto Silvestro.



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Willy’s Wonderland: Nicolas Cage solo contro un lunapark maledetto nel primissimo teaser dell’horror

Sono arrivate le prime preziosissime immagini dell'horror con protagonista Nicolas Cage Willy's Wonderland, un film che ci trascina in uno dei luoghi che da sempre scatenano l'immaginazione dei registi che amano spaventare attraverso il cinema: i lunapark. E’ in uno di questi che trova lavoro il nostro Cage, ma siccome Cage non è Cage se non si arrabbia o lotta contro qualcosa, dimostrando di essere il re dei badass, ecco che i pupazzi animatronici di una serie di attrazioni cominciano a prendere vita e a dimostrare di avere intenzioni molto molto cattive.

Il teaser trailer di Willy's Wonderland: in pohi secondi succede di tutto

Willy's Wonderland arriverà nelle sale cinematografiche e on demand il prossimo anno, diretto da un certo Kevin Lewis e interpretato anche da Emily Tosta, Beth Grant, Ric Reitz e Chris Warner. Il teaser trailer del film è una cosina breve breve ma ha gli ingredienti giusti per scatenare l'hype dei fan di Nicolas Cage. Allora… innanzitutto l'attore ci fa capire subito chi è che comanda con un'inquadratura in cui dimostra grande figaggine, complici un gesto e un paio di stilosi occhiali da sole. Poi ecco arrivare il brivido con una di quelle vocette che terrorizzano grandi e piccini e che sembra provenire da un altoparlante. Segue quindi un prodigio, con una grossa volpe tutt'altro che rassicurante e un'agghiacciante scritta con il sangue, davanti alla quale il nostro mantiene fermezza. Infine l'azione si fa movimentata, mentre si evidenziano i due highlights del teaser, uno assai trash e un po’ licenzioso, quasi fossimo in una commedia irriverente anni '80, e l'altro che ci mostra di nuovo l'impavido Nick fra rabbia e distruzione. E’ tutto molto veloce, quindi aguzzate la vista e premete più volte il pulsante play. Dimenticavamo… c’è pure un personaggio femminile che potrebbe essere un villain.



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Gigi Proietti: il cordoglio del mondo dello spettacolo

La scomparsa di Gigi Proietti ha scatenato il cordoglio di un paese intero, in prima linea personalità del mondo dello spettacolo e non solo, che ne hanno ricordato la figura cruciale per oltre mezzo secolo di teatro e cinema italiano. Per tutta la notte si sono susseguiti messaggi di incoraggiamento, mentre si diffondeva la notizia di un suo aggravamento in clinica per un problema cardiaco, diventati ricordi e saluti una volta ufficiale la sua morte, proprio all’alba, nel giorno in cui avrebbe compiuto 80 anni.

“Non poteva esserci risveglio peggiore”, ha scritto Riva Pavone. “Oggi, nel giorno stesso del suo 80mo compleanno, ci ha lasciato per sempre Gigi Proietti. Ho amato tantissimo il talento ma anche l'umanita' di quest'uomo con cui ho avuto la grande gioia di lavorare. Addio Gigi. Ci mancherai tantissimo”.

“Ciao Maestro e amico”, il saluto di Alessandro Gassman, con una foto del film Il premio, in cui interpretava il figlio.

Così ha scritto su twitter il regista Giovanni Veronesi, "Come Shakespeare, anche tu caro Gigi sei morto il giorno del tuo compleanno. E' una pratica che viene lasciata agli uomini saggi. Il mio modesto ricordo è quello di una cena a casa di Arbore dove dicesti che ti stava simpatico l'orco delle fiabe. Addio e grazie di tutto”.

Il regista Riccardo Milani lo ha ricordato con poche, sentite parole. "La fortuna è il privilegio di esserti stato contemporaneo". "Senza parole... Questa volta l'inchino a #gigiproietti lo facciamo tutti noi", sono le parole di Fabio Fazio.



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domenica 1 novembre 2020

Oggi nasceva Luchino Visconti: cinque film in streaming per ricordare il grande autore

Il 2 novembre 1906 nasceva a Milano Luchino Visconti, uno dei più grandi autori della storia del cinema italiano e non solo. Un cinema elitario e insieme popolare il suo, capace di coniugare con armonia dinamica lo spettacolo della grande messa in scena con l'introspezione psicologica degna dei migliori indagatori cinematografici dell’animo umano. Visconti ha quasi sempre preferito appoggiarsi su un testo letterario per i suoi film, sfruttandone in maniera personale il succo al fine di realizzare una visione potente ed elaborata nella messa in scena. Passando attraverso una carriera straordinaria abbiamo selezionato cinque film in streaming che possono soltanto in parte restituire il vigore estetico e drammatico del cinema di Luchino Visconti, cineasta senza eguali e ancora inarrivato. Buona lettura.

Cinque capolavori in streaming diretti dal grande Luchino visconti

  • Ossessione
  • La terra trema
  • Bellissima
  • Rocco e i suoi fratelli
  • Morte a Venezia


Ossessione (1942)

Liberamente ispirato dal libro noir di culto Il postino suona sempre due volte di James M. Cain, Ossessione è considerato uno dei film che ha aperto la strada al Neorealismo italiano del Dopoguerra. Il verismo di ambientazioni e situazioni in questo dramma livido e audacissimo per l’epoca ha reso il film di Visconti una pietra miliare del nostro cinema, consegnandone alla storia i due focosi protagonisti Clara Calamai e Massimo Girotti. Perfetto nello sviluppo narrativo, claustrofobico anche negli spazi aperti, Ossessione è grande cinema d’autore che sfrutta l’impianto del genere per trascenderlo. Uno dei più grandi esordi alla regia della storia del cinema mondiale. Disponibile su Chili, Amazon Prime Video.

La terra trema (1948)

Altra libera trasposizione, questa volta dal classico I Malavoglia di Giovanni Verga. La potenza della messa in scena di questo lungometraggio “popolare” racconta di un Luchino Visconti appassionato e burrascoso, deciso a confrontarsi con scenari sociali di un’Italia in continua evoluzione, povera e orgogliosa, turbolenta e ostinata. La terra trema è denso di sentimenti, ferroso nella messa in scena e capace di andare al cuore del dramma dei personaggi rappresentati. Forse il miglior Visconti “popolare”, meno celebrato di altri titoli dell’autore ma ugualmente incisivo e appassionato. Uno dei nostri film preferiti del cineasta milanese. Disponibile su Amazon Prime Video.

Bellissima (1950)

Un film che oggi sarebbe probabilmente impossibile da girare, troppo disturbante e “arrabbiato” nel rappresentare l’arrivismo e la cultura del successo italiani. Eppure Bellissima è un capolavoro di ben settant’anni fa, uno specchio spietato del malcostume di chi vede la celebrità come unica via di fuga da scenari miseri. Visconti incontra il genio vulcanico di Anna Magnani e da questa collaborazione nasce un personaggio tanto umano quanto impossibile da amare. Troppo duro, troppo triste Bellissima perché venga osannato quanto altri titoli della filmografia di Visconti. Eppure oggi questo film è ancora più attuale di quando venne realizzato. Cosa significa? Cosa ci racconta dell’Italia? Disponibile su Rakuten TV, Chili, Amazon Prime Video.

Rocco e i suoi fratelli (1960)

Ispirato da alcune parti del romanzo Il ponte della Ghisola scritto da Giovanni Testori, Rocco e i suoi fratelli è un’epopea familiare che pianta le proprie radici nella tragedia greca. La Milano messa in scena dal suo cantore primo è in realtà un ambiente ostile e gelido, teatro perfetto per un capolavoro che affronta il tema dell’immigrazione interna con uno sguardo disilluso quanto avvolgente. Un cast stellare con in testa un Alain Delon mai più così efficace. Rocco e i suoi fratelli è una pagina fondamentale del nostro cinema, un affresco doloroso di un’Italia scomparsa, almeno al cinema. Quella dei lavoratori che si svegliano all’alba, che lottano per un pasto caldo e sperano in una vita migliore. Di una bellezza e una forza emotiva devastanti. Disponibile su Rakuten TV, Chili,Google Play, Apple Itunes, TIMVision, RaiPlay.

Morte a Venezia (1971)

Il capolavoro più decadente della carriera di Luchino Visconto, il testamento spirituale di un cineasta magari anche orgoglioso di non sapersi/potersi adattare ai cambiamenti sociali e civili del Paese. Morte a Venezia adopera il testo letterario di Thomas Mann per realizzare un film autunnale e malinconico, incorniciato alla perfezione dall’ambientazione lagunare. Dirk Bogarde impersona con assoluta adesione un alter-ego dell’artista funereo e disperato, così come del resto lo è l’intero film di Visconti. Impossibile non fare i conti con il tono languido di questo melodramma magnificamente orchestrato. Un film suggestivo come pochi altri diretti dall’autore. Disponibile su Rakuten TV, Chili, Google Play, Apple Itunes, TIMVision. 

Non sono clamorosamente disponibili in streaming due titoli della filmografia di Luchino Visconti che avrebbero senza dubbio trovato posto nella nostra cinquina: il primo è ovviamente Il Gattopardo, colossale e decadente film in costume interpretato da un titanico Burt Lancaster. L'opera si aggiudicò la Palma d’Oro al festival di Cannes. L’altro è il cupissimo La caduta degli dei, racconto spietato della lotta per il potere all’interno di una potente famiglia tedesca durante l’ascesa del nazismo. Il film ottenne la nomination all’Oscar per la miglior sceneggiatura originale, unica ottenuta in carriera da Visconti. 



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E' morto Gigi Proietti

Gigi Proietti è morto. Il grande attore se n'è andato proprio nel giorno del suo 80esimo compleanno.
Ricoverato da alcuni giorni in una clinica romana per problemi cardiaci, Proietti era stato trasferito in terapia intensiva ieri sera per l'aggravarsi delle sue condizioni.



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Borat: Keep it stupid, simple

Borat Subsequent Moviefilm: Delivery of Prodigious Bribe to American Regime for Make Benefit Once Glorious Nation of Kazakhstan (2020).

DB here:

Defending some of his wildest films, Hong Kong director Tsui Hark pointed out: “Sometimes it’s fun to be stupid.” True enough. But we need to be stupid in sync. When a leader is being stupid and only some of our fellow citizens are, it’s a lot less fun.

The situation invites you to respond with meta-stupidity: Showing how invincibly stupid others are being by doing something stupid yourself. One option is silly satire (Saturday Night Live), but there’s a more deeply disturbing alternative. You can be stupid in a savage, no-holds-barred way.

This can disturb your audience. Shock defeats geniality, obliterates wit. You get called heavy-handed, on-the-nose, over-the-top, and other hyphenated things. You may even move into the realm of the grotesque.

Blunt, tasteless, outrageous grotesquerie has been an important artistic strategy through the millennia. Bosch (below), Bruegel (next), Goya, and other artists  have taken exquisite pains to present giddy images of human folly, bursting the limits of taste and sense.

     

Unsurprisingly, in America the grotesque flourished during the 1960s, in Robert Crumb comix and Paul Krassner’s Disney orgy. Nowadays, Australia’s David Rowe has done fastidious work with slack jaws, skin blotches, and, inevitably, flab.

The realm of the stupid grotesque is one that Sacha Baron Cohen has made particularly his own. It suits our moment.

 

Friction between  parts

The Republican Party’s steamrolling takeover of civil society, begun in earnest in the 1980s but turbocharged under Trump, has created a Golden Age of American agitprop. Responding to the lava flows of vile, vacuous sludge on social media, carefully crafted counterstrikes have shown a fair bit of wit. Call it the spontaneous genius of the American people. That usually comes down to jaunty disrespect.

Caricature is the go-to format for those who can draw. But it’s striking that the photomontage techniques of John Heartfield, aimed at an earlier Reich, have been revived for the Age of Trump. Below, Heartfield’s 1933 portrait of Goering as butcher of the Reischstag, alongside an ailing Trump.

     

Photoshop makes the craft of photomontage easier than in earlier eras, but the trick is still to have an ingenious idea–a play on words, or a reference to a meme. Heartfield’s famous “Hurrah, the Butter’s All Gone!” defiles the guns-vs.-butter motto of classical economics by suggesting that we’re foolish enough to think we can survive on instruments of death. It also quotes Goering’s speech: “Iron has always made an empire strong, butter and lard have, at best, made a people fat.” While suggesting that Hitler’s followers have a hearty appetite for self-destruction, Heartfield has shrewdly created metaphors: handlebars like a corncob, a bandolier like spaghetti, a bomb like a coffeepot, a grenade serving as a doggy’s bone The baby teething on an axe-blade is a bonus, as are the sprightly swastikas in the wallpaper.

     

In the gentler example, Trump isn’t just any baby, he’s the kid in Home Alone (covert reference to his cameo in the sequel), with the invaders as both the Blump and, for once, a smiling Bob Mueller.

Note that these aren’t deepfakes, undetectable blends. Montage promotes friction between parts. The juxtaposition bears the traces of the act of bringing disparate pieces together. (Trump’s hands are plausibly small, but that icebag is an awkward fit.) They create a coherent spatial layout, but there’s enough mismatch to remind you of the act of assemblage.

Of course montage is also a film technique, and sometimes–as with the Soviet films of the 1920s, or found-footage films like those by Bruce Conner–we sense a jolt or abrasion between shots. By and large, though, a film like Borat Subsequent Moviefilm: Delivery of Prodigious Bribe to American Regime for Make Benefit Once Glorious Nation of Kazakhstan is less an exercise in montage (despite all its jump cuts) than a faux-documentary mixing the casual norms of prosumer video and quickie tabloid-crime cable fodder. Perhaps the worst-directed major film of 2020, it has its compensations. Instead of the relatively softball treatment of POTUS seen in my images, Borat Subsequent Moviefilm gives us something much closer to Heartfield’s blood and bombs. As in a photomontage, bits of reality are turned into a cartoon that’s outrageous, even offensive. But like Heartfield, Baron Cohen reminds us of one crucial point. Fascism, like stupidity, can be fun.

 

Just another movie?

Spoilers ahead, of course.

The grotesque is usually associated with deformation, but Borat Subsequent Moviefilm has a firm structure. At the risk of sounding silly, I insist that it’s a surprisingly tightly-knit classically conceived film.

The hero starts off with a goal. Ex-journalist Borat Margaret Sagdiyev will get a reprieve from penal labor if he will deliver Johnny the Monkey as a bribe to well-known “pussy hound” Mike Pence. Borat’s daughter Tutar joins Borat in the US by smuggling herself into Johnny’s cargo crate, and because she has eaten Johnny, she must replace him as Pence’s bride.

The film falls into the familiar four parts. The setup introduces Borat’s goal and peaks at the invasion of CPAC. As usual, the development section that follows redefines the initial goal. Turned away by Pence’s guards, Borat gets his boss’s permission to offer Tutar to Rudy Giuliani instead. This goal forms the through-line for the rest of the film, as Borat undertakes to make over Tutar into a submissive American woman.

The third section is occupied with various delays and stretches of character change. Tutar starts to liberate herself from Kazach patriarchy and Borat comes to accept his daughter as a person. At the climax, when Tutar decides to offer herself to Giuliani to save her father, while he races to rescue her–prepared to sacrifice himself to save her from violation. The epilogue celebrates a new stability with a happy ending, if a worldwide pandemic counts.

The main thread is the familiar device of the naive traveler, the alien who reminds us of how strange our everyday world can seem to an outsider. Borat is introduced to smartphones (though he never figures out the camera), cyberporn, plastic surgery, QAnon, and Covid-19. Tutar learns that her vagina will not chomp her arm, that women can drive cars, and that fathers can walk hand in hand with their daughters.

As in a traditional film recurring motifs–raw onions, a chocolate cake, a plastic baby, strings in the brain–bind the scenes together. Stylistically, the apparently offhand shooting displays classic camera ubiquity. We always have the best view because multiple setups are covering the action (something not common in a true documentary), and probably scenes are retaken. Matches on action are the giveaway.

     

Many of the scenes, particularly those involving crowds at right-wing events, are made to cohere through the Kuleshov effect. Editing allows Pence to appear to react (stonily) to Borat’s appearance in a Trump fatsuit at the back of the hall.

     

Think Rudy really inspected these pages of Tutar’s book? He is very moved by receiving it.

     

And there’s a nice homage to Griffith-style crosscutting, when Borat scrambles to rescue Tutar from the clutches of America’s Mayor.

     

I grant that Borat Subsequent Moviefilm seems pretty episodic when you watch it, but I suspect that’s partly because of the inherent looseness of a road-movie plot, and partly because of the shock effect of individual scenes. That shock depends, I think, on the relentless grotesquerie on display. Classical clarity of presentation enables the film to chart two major types of stupidity at large in our world.

 

Leering in bestial degradation

The aesthetic of the grotesque centers on fanciful but disturbing deformation, an exaggeration that’s at once playful and threatening. Art critic John Ruskin, describing the carved heads he found on the Bridge of Sighs in Venice, was appalled to see them “leering in bestial degradation.” That’s not a bad description of Borat Subsequent Moviefilm. The operative word, of course, is leering. The grotesque, as James Naremore points out, mixes fear, disgust, and laughter.

The grotesque breaks categories. Borat’s main disguises as a spare-tired redneck make him implausibly cartoonish. Animals become human (Johnny the chimp is a porn star) and humans become animals, or simply raw material. The producer of Borat’s previous film has been turned into an armchair, with privates preserved.

Species transmogrify. Borat himself–hugely tall, loping like a moose, shitting in front of Trump Tower, with his inane grin and wobbly vocal pitches, high-fiving with hands like seal flippers–is a walking graffito, something you might see scrawled on a remote East European grotto. Tutar, like all Kazakh daughters, is kept in a cage. Grotesque art also breaks taboos. The film wallows in menstruation, incest, masturbation, animated POTUS erections, kinky birth stories, and sex toys, including a gag that pivots on Borat’s accent (Amazon delivers “fleshlights” instead of flashlights). In this context, Rudy Giuliani’s 1200-watt smile becomes wolfishly sinister.

Again, though, narrative processes provide some development. Tutar abandons her cage and (in a sign that Borat is warming to her) joins her dad in the trailer. She becomes a high-gloss Fox-babe interviewer. Borat correspondingly submits to a gender revision, showing up in a bikini to save her from Giuliani. The armor-plated gender roles assigned by Kazakh culture melt a bit in Borat’s odyssey, though again–faithful to the grotesque–father and daughter’s final slow-mo romp through Washington streets is less a lyrical reconciliation after two “character arcs” complete than another bit of tawdry public cosplay.

Eisenstein thought that the grotesque had two registers, the comic (say, slapstick) and the pathetic (say, The Hunchback of Notre Dame). So you could argue that the Borat film moves broadly from the first to settle on the second. In the very last scene, there’s even a hug as a “normalized” Tutar and Borat assume meritocratic professional identities.

Still, this normalization doesn’t really wipe away a cruel Boschian vision of a hellscape seething with grotesques. The film sets up two parallel cultures, Kazakhstan and the USA, each deeply committed to imposing stupidity on its populace.

Kazakhstan is a parody of traditional folk patriarchy as recast by a Communist state. Fathers treat daughters as livestock while corrupt officials execute their enemies. Social life is ruled by a guidebook that Tutar dutifully carries everywhere. It details all the powers due to men and all the roles allotted to women, with special instructions about areas they must not touch.

The USA, for all its wealth, is filled almost completely with deadpan imbeciles who advise Borat on how to cage his daughter and gas gypsies. Women instruct Tutar in finding a sugar daddy and behaving at a debs’ ball. True, Tutar learns that the Kazakh manual is bunk, but her new vessel of truth is Facebook, which assures her that the Holocaust didn’t happen.

Armed only with a barbaric yawp, Borat visits anonymous malls and bland bakeries. This moronic inferno houses the pious women of a Republican club, the well-heeled attenders of a CPAC meeting, and the Gadsden flag-wavers. As the virus spikes, Borat takes refuge with conspiracy theorists who claim that the Clintons drain children’s adrenaline and feast on blood. Crashing a Second Amendment rally, Borat can quickly teach the audience a song which urges that members of the press be chopped up “like the Saudis do.”

Does an elderly Jewish woman provide a glint of light? After all, she assures Borat that the Holocaust really happened. But the twist is that he’s comforted because her news vindicates his countrymen’s historic role working in the camps. And the image remains pure grotesquerie: a Nosferatu-like Borat measures the lady’s nose, in an echo of the visit to the obliging plastic surgeon who discusses Jewish noses.

     

If the Kazakhs have been regimented in the service of the state, the American social default is freewheeling, blank indifference. You can tell someone you’re chaining up your daughter, you can send a penis image by fax, you can walk into a conservative gathering in KKK robes, and at best people raise an eyebrow. Stupidity is stolidity. Behind every reaction shot is the unspoken American version of tolerance: Whatever. 

The French call us les grands enfants, the big kids. In a country where you do whatever you want until somebody says you can’t (and then you will demand to do it as an expression of freedom), why shouldn’t a man suggest paying for breast implants by letting perverts watch the procedure? (“The perverts,” the staff member explains, “have to be medical personnel.”) Why shouldn’t a birth counselor overlook the father’s apparent confession of impregnating his daughter? You want “Jews will not replace us” squiggled on a cake, with a happy face underneath? No problem. Why shouldn’t the President’s personal lawyer claim on the record that the Chinese invented the virus and deliberately unleashed it on the world? Maybe. Might be something to that. I’m just saying. Check out the retweet.

The most redemptive moments come with Jeanise Jones. As Tutar’s babysitter she nudges the girl away from having breast implants and sets her on the way to thinking independently. Jeanise also teaches Borat that the pain he feels in his heart is love for Tutar. Another way this is a classical movie: Borat Subsequent Moviefilm has its own Magic Negro.

     

Narrative being narrative, the climax brings a change. Borat returns home, expecting execution, but he learns that his mission has actually been accomplished. He learns that his real purpose was to spread the coronavirus, developed in Kazakh labs to punish the world for laughing at the homeland after his first film. He has been the Typhoid Mary of the pandemic (his middle name is Margaret), and with his success Kazakhstan recovers a place of honor in the world community. It has moved forward to the digital age. Instead of playing ostrich, cut off from the outside world, the people are now staffing troll farms.

     

     

Now the daughters have joined globalization and have something important to do: overturn American democracy.

And instead of the Running of the Jew, the honorable tradition revealed in the first film, the homeland can afford to look down on a new scapegoat: America. In a colossal magnification of the grotesque, the ballcap hillbilly and the gun-toting Karen terminate Dr. Fauci.

 

Satire gone gross, pranks and punking pushed to randy delirium: No wonder Sacha Baron Cohen was so suitable for the role of the Yippie Abbie Hoffman in The Trial of the Chicago 7. In Borat Subsequent Moviefilm, I think he has done something important. He has made the 1960s put-on a vehicle of political criticism, by simply demonstrating how scary the pleasures of being stupid can be.

The movie cons its subjects, people say. No, they con themselves, aided by the Whatever principle. It’s not always very amusing, detractors say. Right. The grotesque never is. Being thoroughly stupid isn’t thoroughly fun. We are going to learn this over and over in the days and years ahead.


For enlightening commentary on Heartfield, visit here. On comix, the authoritative source is James P. Danky, Underground Classics: The Transformation of Comics into Comix (Abrams, 2009).

The standard survey of the grotesque is Wolfgang Kayser’s The Grotesque in Art and Literature. Jim Naremore makes the case for Stanley Kubrick as an artist of the grotesque in On Kubrick (British Film Institute, 2007). My quotation from Ruskin comes from p. 26 of that.

On the camera-ubiquity convention of pseudo-documentary, as it bears on The Office, you can see this entry. There’s also this one, on the Paranormal Activity series.

A noun, a verb, and . . . copping a feel in Borat Subsequent Moviefilm.



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sabato 31 ottobre 2020

Sean Connery

Oggi 31 ottobre 2020, a Nassau alle Bahamas, quasi agli antipodi dell'universo che contraddistingue il nostro immaginario cinematografico, si è spento Sean Connery. Gentiluomo, profeta, eroe e outsider al tempo stesso, patriota scozzese per nascita e per scelta, elegante incarnazione di un mondo giunto al proprio definitivo tramonto: quest'uomo dai mille volti e dalla figura così nettamente delineata segna, nell'arco dei suoi 90 anni di vita, una parabola storica che con lui giunge al suo epilogo.

Figlio di un cosmo suburbano tutt'altro che patinato (quello della selvaggia Edimburgo del 1930 dove è nato), Connery possiede quel placido fascino di chi sa come improvvisare, arrabattandosi negli innumerevoli scenari della quotidianità. Giovane recluta, lavapiatti, guardia del corpo, modello: questi i primi ruoli che l'esistenza gli assegna, ad un istante dal varcare il palcoscenico come attore. Dopo il concorso di Mister Universo (1953), in rappresentanza della Scozia, dove si classifica al terzo posto, inizia il suo ingresso nel mondo dello spettacolo in parti sempre maggiori, televisive e cinematografiche, che gli procurarono una discreta notorietà: ad esempio Il bandito dell'Epiro (1957) di Terence Young, Estasi d'amore - Operazione Love (1958) di Lewis Allen, o il film, prodotto da Walt Disney, di Robert Stevenson, il quale lo trasferisce nel verde universo di Darby O'Gill. Ma la grazia moderata e l'impagabile astuzia di quest'uomo così apparentemente enigmatico sono destinate a ben altro – per esempio, a plasmare l'agente segreto più celebre del pianeta: così Connery si trasforma in Bond, James Bond, forse la spia meno discreta che sia mai esistita sulla faccia della terra (ma di sicuro la più salace e geniale). Fra atmosfere caliginose e specchietti per allodole, Agente 007 - Licenza di uccidere (1962) per la regia di Terence Young rivoluziona un intero genere, dissacrandolo bonariamente. Il capolavoro della serie, divenuto ormai un cult del cult, sarà probabilmente Agente 007 - Missione Goldfinger (1964 diretto da Guy Hamilton), in cui una volta per tutte viene trascesa quella logica della probabilità che rilega la detective story nell'anonimato. Attraverso l'allucinata commedia umana di Ian Fleming, Connery diventa il volto della Guerra Fredda e di un'umanità familiarmente tipizzata: chi non si ricorda in A 007, dalla Russia con amore (1963, di Terence Young) della strana lotta fra l'agente segreto e Rosa Klebb (niente meno che Lotte Lenya!) in una camera d'albergo veneziana? Chi non ha mai sognato di accendersi una sigaretta e, con sapiente nonchalance, pronunciare il cognome e il nome più iconici della storia del cinema? Ma non basta: con lo stesso irriducibile aplomb, il giovane Sean riesce a svincolarsi ben presto dal pericolo di diventare il cartonato del suo stesso personaggio. E quale migliore occasione di una collaborazione con Alfred Hitchcock? In Marnie (1964) vediamo l'attore alle prese con gli incubi atroci di una scacchiera femminile ormai corrotta e disturbante, nella quale il protagonista dovrà rimettere ordine.

Da qui in avanti, l'ex agente segreto al servizio (ironia della sorte!) di sua Maestà spiccherà il volo verso i più svariati lidi: così lo ritroviamo nel Far West messicano, al fianco di un'inedita Brigitte Bardot in Shalako (regia di Edward Dmytryk, 1968), ma anche nel caos allegorico delle distopie messe in scena da John Boorman in Zardoz (1974). Abbandonato l'anno 2293, Connery ritorna (quasi) in patria, ma con un certo stile, vale a dire sempre e rigorosamente a bordo di un treno a vapore – che si tratti dell'Orient Express (regia di Sidney Lumet 1974) da Agatha Christie o della locomotiva di Michael Chrichton in 1855 - La prima grande rapina al treno (1979) che strizza l'occhio ad una tradizione cinematografica ben più antica e inaugurata da Edwin S. Porter. Prossimo capolinea, la Scozia feroce e favolistica di Russell Mulcahy, in cui Connery vestirà gli inquietanti panni del protagonista di Highlander - L'ultimo immortale (1986). Ma alla stazione successiva, questo Highlander sotto copertura finirà per rinchiudersi nei tortuosi androni concepiti da Umberto Eco nel suo romanzo forse più celebre, Nel nome della rosa portato sul grande schermo da Jean-Jacques Annaud (1986) in una versione tutta luci e ombre.

L'oscar giunge ad un anno di distanza, nella Chicago sanguinaria di Al Capone: braccio destro antitetico di Eliot Ness (Kevin Costner), l'anziano e disincantato poliziotto Jimmy Malone (non a caso, Sean Connery) riuscirà a minare le fondamenta dell'incrollabile dimora in cui gli Intoccabili di Brian De Palma muovono le proprie fila. Dopo una breve tappa nella giungla di Indiana Jones e di Steven Spielberg, nel 1990 il nostro eroe deciderà di attraversare i resti del muro e di indossare la maschera del capitano sovietico Marko Ramius – corrispettivo serioso e decisamente più realistico del vecchio Bond: nella sua Caccia a ottobre rosso (1990, per la regia di John McTiernan), l'attore donerà una fisionomia allo spionaggio disincantato e tecnologicamente abbacinante dello scrittore Tom Clancy.

Intorno al nuovo millennio, il treno rallenta, fermandosi nella Nottingham medievale di Robin Hood - Principe dei ladri , nel Mato Grosso (1992) del taumaturgo Dott. Robert Campbell, nel Bronx di William Forrester (Gus Van Sant, 2000), fino ad incespicare nelle fantasie fumettistiche di Stephen Norrington e della sua Leggenda degli uomini straordinari (2003). Connery scende dal proprio vagone prima che la corsa si sia arenata del tutto, rifiutando con l'abituale disinvoltura il canto delle sirene pronunciato da maschere tutto sommato scomode, come quella di Gandalf nella trilogia di Peter Jackson o di Albus Silente nel fin troppo saturo calderone griffato Harry Potter. Grazie all'ironico buonsenso e alla proverbiale furbizia che contraddistinguono tanto il mito quanto l'uomo, Sean Connery sa perfettamente quando è il momento di tornare con i piedi per terra e magari accendersi, con sapiente nonchalance, una sigaretta.



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