giovedì 8 luglio 2021

Verdens verste menneske: in concorso al Festival di Cannes il film del norvegese Joachim Trier

Un prologo, 12 capitoli e un epilogo.
In mezzo, la maturazione sentimentale, emotiva e personale di una giovane donna, Julie. Julie, che nel prologo Joachim Trier ci racconta come ragazza insicura riguardo studi e carriera, ondivaga, che pare trovare stabilità in Aksel, un fumettista che ha quasi 15 anni più di lei. E che nell'epilogo ritroviamo finalmente in pace con sé stessa, dopo alcuni anni, la relazione con Aksel, quella con Eivind, gioie e dolori della vita passati sotto i ponti, e le tante scelte difficili che a volte devi fare per crescere e trovare la tua strada, anche se ti fanno sentire la persona peggiore del mondo. E difatti si chiama proprio così, il film di Trier presentato in concorso al Festival di Cannes: Verdens Verste Menneske, "la persona peggiore del mondo".
Il canovaccio del film scritto e diretto da Trier è piuttosto semplice. Proprio perché semplice è abbastanza universale, e ottimo per essere declinato in vari modi: in chiave di commedia oppure di dramma, secondo coordinate più semplici e commerciali o altre più cerebrali e autoriali. Quello che fa il norvegese è tenere insieme i registri dei due generi, dramma e commedia (che poi sono i due aspetti della stessa medaglia, la vita), e girare un film d'autore capace di una leggerezza che fa simpatia. Non era facile.
Quel che era facile, in una storia e in un film del genere, era che i personaggi (la vagheggiante e insicura Julie per prima, ma anche i due suoi uomini) finissero per risultare antipatici. E invece non è così, perché Trier - che a questi personaggi vuole bene, e non li tratta da cinico demiurgo come spesso accade ai registi da festival e non solo - ne fa emergere sempre un'umanità nella quale è impossibile non riconoscersi, e con cui quindi non si può non solidarizzare. Merito anche degli interpreti: Renate Reinsve, il bravissimo Anders Danielsen Lie e Herbert Nordrum.

Se poi Julie a tratti appare immatura per essere una ragazza che ha quasi trent'anni all'inizio della sua relazione con Aksel, lo è perché in Verdens Verste Menneske Trier ragiona anche, dal punto di vista di un uomo della sua età, sul presente e sulle differenze tra generazioni, in un mondo sempre più privo di punti di riferimento e che anzi vede dissolversi progressivamente anche le poche certezze che sono esistite finora.
E così nel suo film c'è spazio anche per scene in cui si ragiona con ironia sulle ansie aggressive della woke culture, contrapponendo il pensiero di Aksel (che poi è quello di Trier, e anche il mio, per quel che conta) sull'arte e la sua libertà, a quello di una post-femminista molto arrabbiata che non gliene fa passare una.
Ma spazio c'è anche per il femminismo assai più sensato di Julie, e per i suoi rapporti con la sua madre, e con un padre assente, con la necessità di trovare una strada autonoma, e perfino per scene lisergiche forse superflue, ma che il regista norvegese gestisce senza svaccare mai, e alle quali riesce anche a dare senso narrativo chiaro e non pretestuoso.
E poi ci sono dei confronti tra Julie e Aksel, dopo la fine della loro relazione, che sono di una sincerità e di una semplicità che sono commoventi e disarmanti, per quello che dicono sulla coppia, e sulla vita in generale.
Sono le punte massime di un film, Verdens Verste Menneske, che non è un capolavoro, ma che è semplice, sincero e pure simpatico senza essere mai sciocco.
Avercene di più, di film così.



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