Fra i titoli di Prime Video c’è un mockumentary che ha dalla sua l’originalità, una grande ironia e un ottimo cast, a cominciare dalla protagonista femminile Eva Basteiro Bertolí e dal protagonista maschile Michele Venitucci. Diretto da Carlo Fenizi, La Sobrietà ricostruisce, attraverso testimonianze ovviamente fittizie, la vita di una celeberrima actor coach di nome Kimba che ha aiutato e formato diverse attrici. Dotata di grande intelligenza e intraprendenza, Kimba ha un metodo tutto suo. Nel film un regista e uno sceneggiatore tentano di smascherare la donna, che manipola spudoratamente persone fragili e in cerca di punti fermi e che arriva dalla Spagna.
Ne La Sobrietà, che tutto è tranne un film dallo stile sobrio, ci sono altri personaggi strambi e grotteschi, a cominciare da una suora con il volto di Amanda Lear. I generi si mescolano – a cominciare dal noir e dalla commedia nera – e il surreale prevale sul realismo. Dello stile del finto documentario e dei temi che affronta abbiamo avuto modo di parlare con Eva Basteiro Bertolí, che è anche musicista, storica e archeologa. Nella sua carriera si è divisa fra cinema, arte e tv, anche se è al primo che accorda la sua preferenza, come lei stessa ci ha subito raccontato:"Ho sempre amato il cinema. A 17 anni sono andata a studiare negli Stati Uniti ed è cominciata allora la mia passione per il mestiere dell'attore. Quando poi sono tornata a Barcellona, ho frequentato per quattro anni una scuola di recitazione. Del mondo del cinema mi piacevano le dinamiche interne, quindi stare sul set, parlare con il direttore della fotografia, eccetera. Ero molto attratta anche dalla musica e quindi dalle colonne sonore. Ci sono stati periodi in cui ho lavorato e fasi in cui mi sono fermata: il nostro lavoro funziona così, del resto, però l’amore per il cinema è sempre rimasto".
Il tuo personaggio è favoloso. Immagino ti sia piaciuto molto interpretarlo...
Mi sono divertita molto. In più, Carlo Fenizi ed io abbiamo un modo molto simile di accostarci a un film, lui come regista e io come attrice. Siamo un po’ "guerrilla-style", anzi, come spesso mi dicono gli amici, punk a bestia. Anche se ho studiato, ho un approccio molto viscerale al mio lavoro. Inoltre ho un vantaggio, perché ho tantissima memoria, il che nella vita vera non sempre è un bene, perché le persone non si ricordano più di avermi raccontato una storia e me la raccontano di nuovo, e io capisco se e quando si inventano delle cose perché ricordo perfettamente ciò che mi avevano detto in precedenza. Avendo una memoria incredibile, posso studiare un testo anche all'ultimo momento, perché, soprattutto se è scritto bene, impiego un attimo a imparare le battute.
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Hai qualcosa in comune con Kimba?
Kimba è un personaggio che non si avvicina molto a me, anche perché io non sono una manipolatrice, però ha la mia impulsività iberica, quindi, avvicinandolo, non mi sono chiesta: ma prima, ma dopo, ma cosa sente o non sente? Ho incontrato Carlo e insieme abbiamo subito capito quale dovesse essere la chiave, e quindi abbiamo fatto pochissimi ciak.
Cosa pensi del genere mockumentary?
Sono felicissima di aver fatto La Sobrietà perché amo molto il mockumentary, da This is Spinal Tap alla serie folle What We See in the Shadows di Taika Waititi con i suoi finti vampiri. È proprio il concetto di mockumentary che mi affascina per la sua continua oscillazione tra verità e finzione, anche perché io sono un po’ barocca, nel senso che amo l’estetica barocca e i film barocchi, che non significa pieni di parole o con una trama arzigogolata, ma caratterizzati da un modo di girare e da personaggi surreali, che poi è una cosa molto spagnola. E infatti mi vengono subito in mente Luis Buñuel e Pedro Almodovàr, ma anche Javier Calvo e Javier Ambrossi, che al Festival di Cannes hanno vinto il premio per la Regia con La bola negra. La mia ossessione cinematografica è il muto e il mio regista preferito Erich Von Stroheim, che era senza ombra di dubbio barocco, con quella sua potentissima iconografia religiosa fortemente dissacratoria.
Conosci attori e attrici che si affidano a dei coach some Kimba?
Sì, ho conosciuto e conosco attori e attrici che non solo si affidano a questi guru, ma passano la vita a fare workshop di ogni genere, però ognuno ha il suo metodo. A me non servono, perché penso che la cosa più importante sia l'esperienza. quindi va benissimo il workshop, va benissimo studiare, ma è fondamentale "fare". Se non ti chiamano, chiama tu, fai un corto, fai teatro, fai quello che vuoi, però ci devi essere, e poi bisogna conoscersi. Resto sempre molto affascinata dalle sette e dalle loro manipolazioni, essendo una persona un po' cinica, quindi mi incuriosisce vedere come la gente resti intrappolata in certi meccanismi, che sono i meccanismi di Kimba, e per questo mi è piaciuto tantissimo il personaggio. Mi ha riportato con la memoria agli anni di studio e ad alcuni insegnanti che ci chiedevano ad esempio di prenderci per mano e raccontarci i nostri traumi infantili. Di personaggi come Kimba ne esistono tanti e, per colpa dei social, hanno moltissima gente che li segue, e io continuo a chiedermi perché. D'accordo, usano un certo tipo di linguaggio, una demagogia, però in alcuni casi mi sembra di vedere i fili del burattinaio che li fa muovere, e mi chiedo come facciano a credere a tutto ciò che sentono. Tutti abbiamo bisogno di maestri, tutti ne abbiamo avuti, però adesso c’è una proliferazione esagerata di ciarlatani.
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Nel film la produttrice impersonata da Carmen Russo dice che in Italia si fanno film tutti uguali e che vanno per la maggiore le storie di riscatto sociale, di periferie, di criminalità organizzata, di rappresentanti eroici delle forze dell'ordine. Sei d'accordo?
Sono d'accordo con il personaggio di Carmen Russo. Vengo dalla Spagna, dove il cinema si prende dei rischi. È vero che abbiamo anche tutto il mercato centro-americano e sudamericano, però trovo che la forza dei nostri film sia proprio la tendenza a rischiare, o osare, quindi non ha senso in Italia fare sempre gli stessi film. Ammetto che è successo anche in Spagna, dove per un certo periodo si giravano film solo sulla Guerra Civile. Da archeologa e storica, credo che il passato sia importante, però penso che ci siamo un po’ seduti su determinati argomenti. Se vuoi fare un film d'autore, devono esserci sempre disgrazie e problemi sociali, come se la bellezza e l'eleganza fossero appannaggio di opere più superficiali. Paolo Sorrentino fa film eleganti, ma lui è un regista affermato. Se sei un regista emergente, ti chiedono la storia di riscatto sociale possibilmente ambientata in periferia. In Italia manca la sperimentazione e non ci fidiamo del pubblico. Va bene capire cosa possa piacere al pubblico, ma è meglio lasciarlo un po’ spiazzato, perché a volte ti sorprende. La Sobrietà è un film indipendente, e quindi Carlo Fenizi si è mosso in totale libertà. Se dietro ci fosse stata una grossa casa di produzione, avrebbe avuto tanti tagli e tanti paletti, perché certa gente è convinta di conoscere i gusti del pubblico. E a questo proposito sono convinta che il livello culturale si sia abbassato profondamente. e non parlo solo dell’Italia ma in generale. È pure vero che se produci contenuti intelligenti, la gente si interessa. 30 anni fa non c’erano tante reti televisive e per vedere certi film bisognava andare al cinema. In tv c'erano cose incredibili, ad esempio in Spagna, verso la fine degli anni Ottanta, andava per la maggiore una trasmissione per i bambini dove si parlava di Alexandre Dumas. Era super divertente. C'erano dei grossi pupazzi e la musica dal vivo. I bambini impazzivano per quel programma, quindi perché non proviamo a lasciarci sorprendere? Gli spettatori li devi sfidare, altrimenti sarà sempre peggio.
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Hai un tuo metodo di recitazione?
Ovviamente leggo la sceneggiatura ed è inevitabile che nella mia mente si formino delle immagini, e quindi una prima idea del personaggio. Poi bisogna confrontarsi con il regista, perché puoi anche avere in testa un'immagine ma il regista ti dice: "Assolutamente no". Quando mi avvicino a un personaggio, mi piace immaginare una piccola cosa che è molto lontana da me: un gesto, un modo di toccarsi i capelli, insomma qualcosa che io non farei mai e che crea una distanza tra me e il ruolo e mi fa dire: "Adesso sono un personaggio". Nel caso di Kimba, ho tentato di parlare con un tono un po’ più grave, in maniera lenta e suadente, quasi sussurrata. Era una specie di trigger che mi faceva diventare Kimba.
Recitare ha reso la tua vita migliore?
Non ho mai usato la recitazione come uno strumento terapeutico, come una seduta psicoanalitica per scacciare i mostri. Non l’ho mai vissuta così perché tira fuori la mia parte più estroversa. D'accordo, recitare significa vivere altre vite, ma io non dimentico mai che si tratta di finzione. Ti puoi anche lasciare andare, soprattutto facendo teatro, ma io ho un grillo parlante che mi dice che è una recita. Cito spesso, a questo proposito, Laurence Olivier. Quando girò Il maratoneta con Dustin Hoffmann, disse al suo compagno di lavoro: "Perché non provi semplicemente a recitare?" Sono due maniere di lavorare diverse, ma entrambe valide. Io sono un po’ come Laurence Olivier, e quando sono su un set, forse proprio per merito del grillo parlante, non perdo mai il contatto con la realtà che mi circonda.