sabato 9 luglio 2022

La cosa, 40 anni dopo: cosa ci dice del mondo e del cinema di oggi il capolavoro di John Carpenter

Sono passati più di vent’anni da quando ho iniziato a fare questo lavoro, e ne sono passati più di quaranta da quando ho iniziato ad amare il cinema. Da allora a oggi sono cambiate tante cose: ho cambiato idee, rivisto i miei gusti, imparato ad apprezzare generi e autori, e a ridimensionarne altri. Sono cambiato, sono cresciuto, mi piace pensare di essere migliorato, e di conseguenza a cambiare, e spero a migliorare, è il mio rapporto col cinema tutto.
Poche, in fondo, sono le cose che rimaste immutate, come è giusto che sia. Ma quelle poche sono i valori fondativi del mio modo di guardare ai film, le pietre angolari della mia cinefilia. Tra queste, senza dubbio, c’è l’opera di John Carpenter, e in particolare quel capolavoro che in questi giorni ha compiuto quarant’anni che è La cosa.

Non so quante volte io abbia visto La cosa nella mia vita, sicuramente tante. Di certo so che l’ho rivisto, dopo tanto, poche ore fa, per poi scrivere quello che state leggendo. E di certo so che non solo la mia stupefatta ammirazione e il mio coinvolgimento di fronte al film sono rimasti gli stessi dalla prima volta a oggi, ma che a ogni visione lo stupore, l’ammirazione e il coinvolgimento diventano sempre più grandi.
Per dire.
Uno dei momenti più intensi del film di Carpenter, e non un momento horror, è quello in cui MacReady, il personaggio protagonista interpretato da un barbuto Kurt Russell (che poi è uno dei motivi per cui mi son fatto crescere la barba anche io) è seduto da solo, e incide un messaggio in un registratore. Per i posteri, per chi li ritroverà. Perché già sa, lui, che la speranza di sopravvivere non esiste.
La frase simbolo di quel monologo di Russell è questa: “Nessuno si fida più di nessuno ormai. E siamo tutti molto stanchi”. Una frase che, se fate bene attenzione, MacReady registra, poi riascolta, e poi cancella, forse per illudersi di essere stato eccessivamente pessimista.

Ecco, a riascoltarla oggi, quella frase, a riascoltarla mentre poche ore fa rivedevo La cosa, mi è sembrata la descrizione perfetta di quanto è accaduto a tutti noi nel corso di questa maledetta pandemia che ancora si ostina a non voler scomparire, e fa un po’ venire i brividi.
Poi, certo, mica Carpenter parlava del Covid, ma il fatto è che quella frase lì, perfetta per catturare la sotterranea paranoia della società americana del 1982, quella che cercava di essere spazzata via, necessariamente, dall’ottimismo spielberghiano di E.T., film di cui La cosa è l’altrettanto necessario lato oscuro, quella frase lì è stata capace i catturare un sentimento che non solo è rimasto sotterraneo fino a oggi, ma che più e più volte, nel corso di questi quarant’anni, è riemerso con prepotenza. Che è sempre stato con noi, e che si è manifestato apertamente solo quando voleva.
Perché è la paura, la paranoia, la diffidenza e il pessimismo, la “cosa” del film di Carpenter. Che, per l’appunto, fa finta di non essere, di essere qualcun altro o qualcos'altro, e che di tanto in tanto si rivela in tutto il suo orrore.
E una delle cose che fanno grandi La cosa è l’essere stato in grado di catturare uno spirito del tempo e di renderlo in maniera non solo contingente e attuale per quel tempo lì, ma di trattarlo, filtrato dal genere, quasi filosoficamente, in maniera tale da renderlo universale ed eterno.

Di cosa parli La cosa, quali siano i suoi temi, lo sappiamo comunque bene tutti. Se è parlato e se ne parlerà ancora, ma è del suo linguaggio di cui forse non si parla più abbastanza, in questi tempi in cui il cinema sembra diventato più piccolo, e non solo per le dimensioni degli schermi su cui i film vengono visti, ma per quello che in maniera credo piuttosto innegabile sia un impoverimento non solo dell’immaginario e del racconto, ma anche del linguaggio. E d’altronde anche fuori dal cinema il problema è questo, e qualcuno ce lo diceva già molti anni fa, che chi parla male pensa male, e vive male.
Il cinema di oggi, e ovviamente generalizzo, parla male, e quindi pensa male e vive male. La sua è una lingua diventata superficiale ed elementare, anche e anzi soprattutto quando invece fa finta di essere varia, elaborata, dinamica.

La lingua del cinema parlata da John Carpenter in La cosa è una lingua che bastano pochi fonemi, poche parole, e quindi poche inquadrature, per capire quanto è ricca, colta, e raffinata. Sì, anche quando sullo schermo ci sono le creature mostruose create da Rob Bottin e Stan Winston, che sono ancora oggi terrificanti ed efficacissime, e che fanno il paio con le carnalità perverse e le corporeità corrotte del Videodrome che Cronenberg farà uscire pochi mesi dopo Ecco, a riascoltarla oggi, quella frase, a riascoltarla mentre poche ore fa rivedevo La cosa, mi è sembrata la descrizione perfetta di quanto è accaduto a tutti noi nel corso di questa maledetta pandemia che ancora si ostina a non voler scomparire, e fa un po’ venire i brividi..
Basta pochissimo per capire non solo quanto la lingua del film di Carpenter sia diversa, e superiore, a quella di tantissimi, troppi film dei nostri giorni. Per gustarne una raffinatezza che non è fatta di affettazioni e barocchismi, ma al contrario di un’economia di movimenti, di un controllo dell’inquadratura, su una scelta dell’immagine che sono esemplari. Capaci di far propria la lezione del cinema classico e di rilanciarla adeguata e ampliata ai tempi che erano cambiati.

Oggi John Carpenter non fa più cinema. Si limita a comporre musica, ad apparire in cammei come quello recente in Studio 666. A essere coinvolto nelle produzioni dei tanti remake e reboot dei suoi film.
Dispiace, non si sieda più dietro la macchina da presa. Ma forse, in questi brutti tempi che viviamo, tempi che hanno intristito anche Woody Allen, la sua scelta, se di sua scelta possiamo parlare, è da rispettare e approvare.
Quello che è certo è che l’influenza della Cosa, e di tutto il grande cinema di John Carpenter, come di quello di tanti altri capolavori di altri e diversi maestri, continua per fortuna a nutrire e ispirare quanti, magari pochi, sono però ancora dei resistenti, dei non allineati, dei non rassegnati a vedere l’arte che amiamo ridotta a depliant pubblicitario, rotocalco scandalistico, volantino del supermercato.
Perché nessuno si fida più di nessuno ormai, e sì, siamo tutti molto stanchi, e non ci resta che aspettare e vedere se la cosa che sta impadronendosi del cinema verrà sconfitta o meno.
Ma, in fondo, come MacReady, un filo di speranza ce lo teniamo ancora stretto.



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