martedì 17 febbraio 2026

Buon compleanno John Travolta: dedichiamogli 5 fllm in streaming per i suoi 72 anni

Compie oggi 72 anni John Travolta, attore che a partire dalla metà degli anni ‘70 ha scritto pagine memorabili di cinema americano. Anche se non centra un successo di critica o commerciale da qualche tempo, Travolta rimane senza alcun dubbio uno dei protagonisti principali della Hollywood contemporanea. Eccovi dunque i cinque film in streaming con cui vogliamo rendergli omaggio. Buona lettura.

Cinque film in streaming interpretati da John Travolta, il quale compie oggi 72 anni

  • Carrie, lo sguardo di Satana
  • La febbre del sabato sera
  • Pulp Fiction 
  • Get Shorty 
  • Face/Off - Due facce dell’assassino 

Carrie, lo sguardo di Satana (1976)

Il primo grande successo di critica e pubblico Travolta lo ottiene grazie a Brian De Palma, il quale adatta il romanzo di Stephen King in maniera entusiasmante. Grazie anche alla prova sontuosa di Sissy Spacek, Carrie, lo sguardo di Satana si trasforma in un successo commerciale incredibile, confermando definitivamente la grandezza del proprio autore. Arrivano le candidature all’Oscar come miglior attrice e a attrice non protagonista (Piper Laurie). Disponibile su CHILI, Google Play, Apple Itunes, Netflix, TIMVision, Amazon Prime Video.

La febbre del sabato sera (1977)

Per il dramma newyorkese diretto dal grande artigiano John Badham Travolta ottiene la sua prima nomination all'Oscar come miglior attore protagonista, ma soprattutto si impone come simbolo generazionale. Il suo stile di ballo sulle canzoni leggendarie dei Bee Gees lo rende immediatamente un’icona. La febbre del sabato sera viene ricordata soprattutto per quello quando si tratta anche di un film durissimo, che racconta il vuoto esistenziale di una generazione senza più ideali né idoli dopo il Vietnam. Grande prova per un titolo di culto di quel decennio. Disponibile su Rakuten TV, CHILI, Google Play, Infinity +,  Apple Itunes, TIMVision, Amazon Prime Video, Paramount +.

Pulp Fiction (1994)

Palma d’oro a Cannes, Oscar per la miglior sceneggiatura per il film iperbolico diretto da Quentin Tarantino. John Travolta trova una graziosa resurrezione artistica dopo un periodo di alterne fortune grazie al suo Vincent Vega, criminale chiacchierone e irresistibile insieme a Samuel L. Jackson. Uma Thurman, Bruce Willis, Ving Rhames e il resto del cast contribuiscono a fare di Pulp Fiction il film manifesto di una generazione di appassionati di cinema di genere. Reinvenzione fantasmagorica e irresistibile del cinema di serie B. A suo modo geniale. Ma Tarantino in seguito ha fatto di meglio…Disponibile su Rakuten TV, CHILI, Google Play, Infinity +,  Apple Itunes, Netflix, TIMVision, NOW, Paramount +.

Get Shorty (1995)

Ispirato dal romanzo omonimo di Elmore Leonard, Get Shorty fonde crime-movie con la commedia che prende in giro Hollywood con una leggerezza che non diventa mai superficialità. Barry Sonnenfeld dirige un film spiritoso e grintoso che vede nel cast anche Gene Hackman, Danny De Vito, Renee Russo, James Gandolfini e Dennis Farina. Ancora una volta il fascino guascone di Travolta mette tutti d’accordo, e l’attore arriva al Golden Globe. C’è un tono in questo lungometraggio davvero difficile da esprimere o ritrovare in questo tipo di cinema. Spassoso e coinvolgente. Disponibile su CHILI, Google Play, Apple Itunes, Amazon Prime Video.

Face/Off - Due facce dell’assassino (1997)

Chiudiamo con il capolavoro sfrontato di John Woo che cambia le regole del cinema d’azione di quel periodo. Face/Off - Due facce dell’assassino è un thriller mozzafiato che vede Travolta scambiare identità con Nicolas Cage in un gioco di specchi mozzafiato. Partecipano a questo film pirotecnico anche Joan Allen, Dominique Swain, Gina Gershon. Dall'inizio travolgente al finale burrascoso, questa trottola cinematografica mette l’istrionismo del grande autore al servizio di due attori in stato di grazia. Enorme successo al botteghino, e anche la critica (soprattutto europea) deve inchinarsi a questa visione paradossale e ispiratissima. Magnifico ancora oggi. Disponibile su Google Play, Apple Itunes, NOW, Disney +.



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Dispacci dalla Berlinale 2026: la contessa e la ballerina

Il sole è durato poco, nel cielo sopra Berlino. Tutto è di nuovo grigio ma almeno non piove (semmai nevica). Fa freddo, e si starebbe meglio in sala che fuori, non fosse che spesso i film non aiutano. A proposito di sale. Io sto vedendo praticamente tutto quello che vedo dividendomi tra i due cinema dove si svolgono le proiezioni per la stampa: il primo è quello del Berlinale Palast, che chiaramente cinema puro non è, e che - come nell’Auditorium romano - ci si deve sedere su scomodi sediolini rossi: non ho mai capito per quale motivo teatro e concerti classici si debbano fruire stando scomodi. Tutto il contrario il secondo cinema, che sta a pochi passi e si chiama CinemaxX: un cinema già nuovo, sorto con tutto il quartiere di Potsdamer Platz di cui si parlava ieri, ma che un paio di anni fa hanno rifatto sostituendo le poltrone già comode e ampie ma tradizionali con delle poltrone in pelle con schienale reclinabile regolabile elettricamente e con tanto di poggiapiedi. Comode per dormire in caso di fregatura cinematografica, certo, ma quelli della programmazione della Berlinale sono furbi, e i film soporiferi li mettono al Palast, mentre al CinemaxX ci sono le cose che tendenzialmente ti tengono sveglio. Per esempio i due film di cui vi parlo oggi li ho visti rispettivamente al CinemaxX e al Palast.

The Blood Countess

La chiamavano “La contessa di Dracula”, o “La contessa di sangue”, e infatti il film si chiama The Blood Countess, e racconta Erzsébet Báthory come una vera e propria vampira. Ma se nella realtà la Báthory è stata una nobildonna ungherese dai tratti sadici e psicopatici, che ha ucciso centinaia di giovani ragazze e che si dice facesse il bagno nel sangue delle vergini come cura di bellezza, e se nella cultura di massa - nella musica, come nei romanzi, nei videogame e nei film - è sempre stata una figura oscura, perversa e crudele, in questo film di Ulrike Ottinger appare sotto una luce decisamente diversa. The Blood Countess è una commedia, una farsa, una rilettura del mito in chiave camp che pare mescolare Fassbinder col Rocky Horror Picture Show.
Isabelle Huppert, impeccabile nonostante la protesi per i denti aguzzi che di tanto in tanto le crea qualche problema, è una Báthory vagamente decadente e amante della bella vita, delle ragazze e del sangue che si risveglia da un lungo sonno per apparire in una Vienna senza tempo, nella quale le stratificazioni della storia collassano l’una nell’altra, con lo scopo di rintracciare un libriccino dalle copertina di pelle rossa marocchina che, se letto, porterebbe alla morte di tutti i vampiri del mondo. Al suo fianco, con grande piacere, la sua fida cameriera Hermine (Birgit Minichmayr), personaggio alla Magenta; e, più malvolentieri, il suo nipote più giovane, vampiro anche lui come tutta la famiglia ma vegetariano e goloso di dolci, di nome Rudi Bubi von Strudel (Thomas Schubert). Contro o attorno a loro, due anziani vampirologi, poliziotti che sembrano usciti dal P’tit Quinquin di Bruno Dumont, lo psicoterapeuta di Bubi (Lars Eidinger) e perfino Conchita Wurst (in vari ruoli compreso quello di sé stessa).


Si sarà capito che The Blood Countess è un film strampalato, demenziale e colto assieme (i dialoghi sono stati scritti dalla regista assieme alla Premio Nobel Elfriede Jelinek, che ha curato in particolare i tanti riferimenti alla storia e alla cultura di Vienna e dell’Austria tutta), dove tutto è barocco e un po’ visionario, spesso anche sgangherato oltre le intenzioni dell’autrice. Forse Ottinger voleva dire anche qualcosa sul presente, ma se è così, non si è ben capito. Ma con tutti i suoi limiti, e con l’essere forse un po’ senile, The Blood Countess ha comunque il merito di essere anche piuttosto divertente, e decisamente pagliaccione.

At the Sea

Se Ulrike Ottinger non si prende troppo sul serio, chi si prende sempre tantissimo sul serio è l’ungherese Kornél Mundruczó (quello, per dire, di Pieces of a Woman), per la prima volta in concorso al Festival di Berlino con il suo nuovo film che si intitola At the Sea. Anche in questo caso la protagonista è una donna, la Laura di Amy Adams, appena tornata dalla sua famiglia nella casa di Cape Cod che era stata di suo padre dopo sei mesi di assenza. Il padre di Laura era un famoso coreografo con una grande inclinazione per l’alcool e le droghe e poca attenzione per la figlia; da lui Laura ha ereditato passione e talento per la danza, ma anche quello per il bere, e quei sei mesi di assenza li ha passati a disintossicarsi dopo un brutto incidente d’auto. Ma iniziare un nuovo capitolo della sua vita, tra i fantasmi del passato, le pressioni del presente e le incertezze del futuro non sarà per lei facile: più facile tenersi lontano dalla bottiglia che altro.


Amy Adams, per carità, è brava come al solito (anche se la preferisco in ruoli meno depressi), ma il melodramma di Mundruczó, infarcito di insistenze, momenti inutilmente pensosi, flashback languido-traumatici e - ovviamente - goffi e inappropriati momenti di danza, non riesce mai a conquistare o a emozionare. A dirla tutta, non si capisce bene per qualche motivo si dovrebbe empatizzare con Laura, una che peraltro giustamente cerca pure di non essere compatita da amici e familiari di dubbia simpatia, visto che non c’è nulla nella sua storia di così personale o così ben raccontato da farcela sentire vicina. Non sarà senile, At the Sea, ma è cinema stanco, già visto, predigerito, omogeneizzato, perfino prescrittivo: perché lo spettatore non lo accompagna da qualche parte ma lo spinge verso un’emozione precotta e processata che è senza sapore.



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lunedì 16 febbraio 2026

I migliori film in streaming di Bill Nighy, nel cast di Mission Shelter

Nel cast dell’action Missione Shelter, in arrivo questa settimana e che vede protagonista lo specialista del genere Jason Statham, troviamo anche il grande veterano Bill Nighy. Specializzato nella commedia dove si è distinto con interpretazioni sublimi, l'autore ha esplorato volentieri anche altri generi come il fantastico e il dramma, ottenendo discreti successi di pubblico. Eccovi dunque cinque film in streaming selezionati tra i migliori della filmografia di Bill Nighy, interprete che amiamo qualsiasi ruolo scelga. Buona lettura.

Cinque film in streaming interpretati da Bill Nighy, nel cast di Missione Shelter

  • Love Actually - L’amore davvero
  • L’alba dei morti dementi
  • I Love Radio Rock 
  • Questione di tempo
  • Living 

Love Actually - L’amore davvero (2003)

Il film di culto diretto da Richard Curtis vede Bill Nighy divertentissimo e  sempre pigliato primeggiare in un cast che comprende Emma Thompson, Hugh Grant, Colin Firth, Keira Knightley, Liam Neeson, l’indimenticato Alan Rickman e molti altri. Love Actually - L’amore davvero lavora su una sceneggiatura briosa che sa sfruttare al meglio il cast corale. Ci si diverte, ci si intenerisce. Insomma, tutto funziona a dovere per questo oggetto cinematografico amato da praticamente tutti. La dichiarazione d’amore alla Knightley fatta con i cartelli è entrata nella storia del cinema. Night vince il BAFTA come non protagonista. Disponibile su Rakuten TV, Google Play, Apple Itunes, Amazon Prime Video.

L’alba dei morti dementi (2004)

Partecipazione come sempre briosa a un altro film di culto come la parodia dello zombie-movie che ha lanciato la carriera del regista Edgar Wright e del protagonista Simon Pegg. E a ragion veduta, in quanto L’alba dei morti dementi non risparmia gore ma si regge su una serie interminabile di trovate comiche irresistibili. Partecipazioni straordinarie anche per Martin Freeman e Rafe Spall, mentre Nick Frost come spalla di Pegg è impagabile. Enorme successo nel Regno Unito, consacrazione a livello internazionale per una commedia al sangue sbarazzina e nonsense come tutte dovrebbero essere. Geniale a tratti. Disponibile su Rakuten TV, Google Play, Apple Itunes, Amazon Prime Video.

I Love Radio Rock (2009)

Ancora Richard Curtis dirige questa commedia corale quasi totalmente ambienta in una piccola nave dove risiedono i realizzatori di una radio pirata. I Love Radio Rock non possiede la coerenza strutturale degli altri film di Curtis, ma si distingue per la sua messa in scena libera e viscerale, con momenti di cinema corale davvero suggestivo. Nel cast di I Love Radio Rock spicca il mai dimenticato Philip Seymour Hoffman, in un ruolo dolcissimo e variegato. Cinema di svago ma con un’anima gentile e idealista. Nighy come pirata portante della combriccola di squinternati è semplicemente irresistibile. Da vedere soprattutto per lui. Disponibile su Rakuten TV, Google Play, Apple Itunes, Amazon Prime Video.

Questione di tempo (2013)

Questa volta la dimensione comica del film di Curtis viene accostata a quella romantica con esiti sorprendenti e potenti. Domhnall Gleeson è protagonista di Questione di tempo, dove tenta di rubare il cuore di una bravissima Rachel McAdams. A Nighy il ruolo struggente del padre del protagonista, il quale possiede il suo stesso dono fantastico. Sceneggiatura piena di idee potenti, qualche risata ma soprattutto una marea di sentimenti  palpitanti. Altro piccolo gioiello di cinema semplice eppure raffinato, composito ma capace di arrivare dritto al cuore. I duetti tra Gleeson e Nighy sono la cosa migliore del film, strappalacrime nel senso migliore del termine. Disponibile su Rakuten TV, CHILI,Google Play, Apple Itunes, Amazon Prime Video, NOW.

Living (2022)

Arriva per Nighy una meritatissima nomination all’Oscar per questo dramma in costume diretto da  un molto ispirato Oliver Hermanus. remake del film bellissimo di Akira Kurosawa, Living ci regala un protagonista di possanza psicologica e statura morale elevatissime, che incarna il meglio delle qualità intrinseche dell’essere umano. Ricostruzione d’epoca accurata e al tempo stesso semplicissima, attori di contorno che supportano ottimamente il ruolo principale. Film che emoziona quasi in silenzio, che si lascia seguire nella sua fluidità drammatica di innegabile efficacia. Nomination anche per la sceneggiatura non originale scritta del grande romanziere Kazuo Ishiguro. Per palati fini e desiderosi di emozioni intense. Bellissimo. Disponibile su CHILI, Google Play, Apple Itunes, TIMVision, Amazon Prime Video.



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Il Signore degli Anelli: Caccia a Gollum, il ruolo di Gandalf rivelato da Ian McKellen

Ian McKellen ha offerto un nuovo aggiornamento in merito al ritorno di Gandalf nella Terra di Mezzo e sul ruolo che giocherà ne Il Signore degli Anelli: Caccia a Gollum. Nuovo capitolo diretto da Andy Serkis, che riprenderà anche il ruolo dell’infida creatura ossessionata dall’anello del potere, Caccia a Gollum racconta di eventi che si collocano nella trama de La Compagnia dell’Anello. Per tale occasione, riapparirà anche il Gandalf di Ian McKellen e quest’ultimo, in una recente intervista, ha rivelato il ruolo che avrà il suo personaggio ai fini della trama.

Il Signore degli Anelli: Caccia a Gollum, Ian McKellen rivela che ruolo avrà Gandalf nel film

Il pubblico freme all’idea di tornare nella Terra di Mezzo con personaggi che hanno appassionato il grande schermo nei primi Anni 2000. Oltre a Gandalf interpretato da Ian McKellen, il cast potrebbe contare anche su Frodo di Elijah Wood, il cui ritorno sembra essere quasi una certezza. Non è chiaro cosa ne sarà di Aragorn, altro personaggio principale di Caccia a Gollum. Come suggerito da Ian McKellen, i due personaggi collaboreranno per contrastare la creatura ammaliata dall’Anello del Potere. In una recente intervista, come riporta ComicBook, McKellen ha rivelato: “Non sono nella posizione di dirlo, ma la sceneggiatura è pensata per piacere a chi ha amato Il Signore degli Anelli. È una storia d’avventura, con Aragorn alla ricerca di Gollum e Gandalf che dirige le operazioni da bordo campo”.

Peter Jackson è coinvolto nel progetto come produttore, mentre Philippa Boyens e Fran Walsh si occuperanno della sceneggiatura del film. Non molto tempo fa, TheOneRing.net ha anche condiviso quella che dovrebbe essere la sinossi di Caccia a Gollum: “Prima della Compagnia, l'ossessione di una creatura è la chiave per la sopravvivenza della Terra di Mezzo, o per la sua fine. Ne Il Signore degli Anelli: Caccia a Gollum, incontriamo il giovane Sméagol, un outsider attratto da cianfrusaglie e malizia, molto prima che l'Unico Anello lo consumasse e iniziasse la sua tragica discesa nella creatura torturata e ingannevole Gollum. Con l'anello perso e portato via da Bilbo Baggins, Gollum si ritrova costretto a lasciare la sua caverna alla sua ricerca. Gandalf il Grigio chiama Aragorn, ancora noto come il ranger Grampasso, per rintracciare l'inafferrabile creatura la cui conoscenza del nascondiglio dell'anello potrebbe far pendere la bilancia a favore dell'Oscuro Signore Sauron. Ambientato nel periodo oscuro tra la scomparsa di Bilbo nel giorno del suo compleanno e la formazione della Compagnia, questo pericoloso viaggio attraverso gli angoli più oscuri della Terra di Mezzo rivela verità inespresse, mette alla prova la determinazione del suo futuro re ed esplora l'anima spezzata e la storia passata di Gollum, uno dei personaggi più enigmatici di Tolkien”. Ad oggi è stato confermato il ritorno di Ian McKellen e di Andy Serkis, così come è stato fortemente suggerito il ritorno di Frodo di Elijah Wood. Per quanto riguarda Aragorn, pare che sia in corso il casting per la scelta di un interprete più giovane.



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Dispacci dalla Berlinale 2026: educazione sessuo-affettiva, amici etiopi e patriarcato

Divenuta dopo la caduta del Muro di Berlino la più vasta area edificabile d'Europa, la zona di Potsdamer Platz, completamente ricostruita e composta da edifici modernissimi progettati dai più importanti architetti, tra cui Renzo Piano, è il cuore pulsante della Berlinale. Era stata probabilmente pensata anche come cuore pulsante della città, tra palazzi di uffici, cinema, condomini, centri commerciali e tanto altro. Ma se quando ho cominciato a frequentare il festival, all’inizio degli anni Duemila, era una zona vivacissima, nel corso degli anni, e poi soprattutto dopo il Covid, le cose sono cambiate, e molto. Buona parte dei negozi e dei locali dentro e fuori al centro commerciale sono sfitti, e dopo la chiusura degli uffici in giro ci sono solo gli accreditati. Ma c’è sempre il weekend. Perché tutto il mondo è paese, e a quanto pare anche ai berlinesi piace evidentemente andare a fare lo struscio e lo spuntino e lo shopping nelle zone commerciali: fatto sta che di sabato e domenica è pieno di gente, a Potsdamer Platz. E forse io preferivo quando potevo andare a prendere un caffè senza fare la fila.
Le sale della Berlinale, quelle, sono sempre abbastanza piene (il festival sbiglietta tantissimo in città), e di fila per entrare per fortuna non c’è traccia (l’organizzazione negli anni è migliorata). Erano tutte piene, per dire, le sale in cui ho visto i tre film di ieri. Film - sia detto per inciso - che ognuno a modo suo hanno un contenuto esplicitamente politico.

Wax & Gold: o dell’amico etiope

Ma guarda tu il caso. Sfoglio dei giornali su internet e scopro che tre giorni fa Giorgia Meloni è stata ospite d'onore del premier etiope Abiy Ahmed Ali ad Addis Abeba: il tutto poche ore dopo aver visto qui alla Berlinale, fuori concorso, il nuovo documentario di Ruth Beckermann, registra austriaca considerata una delle maestre del genere. Dico “guarda il caso” perché il doc di Beckermann parla proprio di Etiopia, dell’Etiopia di ieri e di quella di oggi, compresa quella della sciagurata “avventura coloniale” italiana, dei suoi orrori e delle sue conseguenze. Il film di chiama Wax & Gold, da quella definizione di uno scriba riportata dalla regista per la quale la principale lingua locale, l’amarico, abbia una struttura tale da permettere spesso di dire una cosa intendendo il contrario, senza far cogliere l’ironia o il sottotesto politico a chi la ascolta: mescolando, appunto, cera e oro. Anche Beckermann, che a sua volta cerca di distinguere la cera dall’oro, ovvero di rintracciare i fatti nella finzione storia su quel paese, parla di una cosa ma ne intende (anche) un’altra. Perché Wax & Gold parte dalla fascinazione della regista per l’imperatore Hailé Selassié, 225° discendente della dinastia di Salomone, quello che per i rastafariani - non a caso Bob Marley trasse una canzone da un suo discorso (War) e gliene dedicò un'altra (Selassie Is The Chapel) - era il nuovo Messia.


Parte da quella fascinazione, dal ritratto di Selassié fatto dallo scrittore polacco Ryszard Kapuściński nel suo celebre “Il Negus”, e dall’hotel Hilton di Addis Abeba voluto dall’imperatore e punto di partenza fisico del documentario. È chiaro anche, però, che così come Kapuściński parla di Selassié per parlare del regime comunista che opprimeva il suo paese, allo stesso modo Beckermann parla dell’Etiopia e della sua storia per parlare (male, e non a torto) dell'Europa, dell’Occidente, di coloro che il continente africano l’hanno sfruttato e di quelli (oggi perlopiù asiatici) che continuano a farlo ancora oggi. Cercando di arrivare a un verità storica sfuggente, tra interviste e sessioni musicali, Beckermann indaga il suo ruolo di donna europea che cerca di capire. Che in certi momenti la sua fascinazione per la bellezza di alcune modelle locali ricordi quella provata anche da Leni Riefenstahl è una curiosa ma in qualche modo significativa coincidenza.

Truly Naked: educazione sessuo-affettiva

Le prime immagini sono notevoli, a un vecchio bondiano come me non possono non far venire in mente la sequenza dei titoli di testa di Agente 007 - Missione Goldfinger: sullo schermo, infatti, si vede da molto vicino un sinuoso corpo femminile nudo che sta essendo ricoperto di vernice d’oro. Se 007, quel 007, è divenuto il simbolo di tutto quello che un uomo non deve più essere, facciamo attenzione, perché Truly Naked, una delle opere prime nel concorso Perspectives, parla esattamente di quello.
Se quella è la prima immagine che vediamo, la prima immagine che è venuta in mente alla regista Muriel d’Ansenbourg, invece, è quella di un operatore su un set porno che abbassa la telecamera e si rivela essere un adolescente: lo stesso adolescente che poi nel film scopriamo essere lo spennellatore, e che poi appunto riprenderà una scena hard tra suo padre e la golden girl. Questo ragazzo si chiama Alec (Caolán O’Gorman, esordiente di talento), è gentile e introverso, e a nella nuova scuola dove è finito, in un villaggio da qualche parte sulle coste inglesi, dove nessuno sa del lavoro del papà né del suo ruolo, si troverà a dover fare una ricerca sulla dipendenza dal porno assieme a una compagna di classe molto carina e molto femminista.


Cosa succede quando un ragazzino cresciuto con un padre attore porno che si autoproduce i contenuti si innamora ricambiato di una ragazza femminista? Succede quel che succede in Truly Naked, che è un po’ commedia romantica, un po’ coming of age, un po’ - soprattutto - un film che vuole mostrare come sia necessario per le donne spingere gli uomini a grattare via l’eredità patriarcale che si portano addosso e imparare a vedere le cose, le ragazze, il sesso, in maniera nuova. Non che il papà di Alec sia un tipo cattivo: solo è un rimasuglio di un’altra epoca. E se Alec, anche nel sesso, ha introiettato certi meccanismi, e il primo incontro con Nina non andrà proprio benissimo, grazie a lei potrà aprire gli occhi, e aiutare anche il padre a fare altrettanto.
Muriel d’Ansenbourg tratta pornografia e sessualità senza pregiudizi, pruderie, moralismi (nel cast c’è anche un vera attrice porno), ammiccamenti furbetti, ma non fa nemmeno sconti: si veda la scena in cui viene coinvolta una piovra in un rapporto. Si parla tanto di educazione sessuo-affettiva nelle scuole, Truly Naked potrebbe essere un buon supporto alle lezioni, dato che dei temi è chiaramente quello di insegnare ai ragazzi esposti alla pornografia fin da giovanissimi a relazionarsi al sesso e alle ragazze.

Rose: voleva i pantaloni

Film da festival in purezza, Rose. Nel senso che è uno di quei film nati attraverso i festival, per i festival e che dei festival faranno il giro, rimanendo però sconosciuti alla stragrande maggioranza degli spettatori. Ed è una sorta di versione art house, da festival, appunto, di Boys Don’t Cry. Già, perché la storia è quella di una donna che si fa passare da uomo. Non siamo nel Nebraska rurale degli anni Novanta, ma in qualche luogo imprecisato di lingua tedesca nei primi anni del secolo XVII. In un villaggio arriva uno straniero misterioso dal volto in parte sfigurato con in mano i documenti che attestano sia l’erede di una fattoria andata nel tempo in rovina. Lo sconosciuto, che è per l’appunto in realtà una sconosciuta, la Rose di Sandra Hüller (premio?), la rimette in sesto e in attività, poi per ragioni opportunistiche accetta di prendere in matrimonio la figlia di un altro proprietario di terre. E lì dovrebbero iniziare i problemi, direte voi, ma in realtà iniziano dopo.


Bianco e nero raffinatissimo, ritmo dilatato (pure troppo), una trama che pur non trascinante riesce a intrigare (soprattutto dal matrimonio in avanti), Rose è una sorta di fiaba nera contro (ancora una volta) il patriarcato: perché Rose è una brava imprenditrice, benvoluta dalla comunità, che produce benessere, insegna alle persone a leggere e scrivere, accetta anche un bambino ovviamente non suo, ma quando si scopre che è una donna in cerca della libertà che solo indossare dei pantaloni può garantirle, non ci sono successi o denari che tengano. Tutto giusto, ma forse le cose si potevano dire in maniera un po’ più accessibile per tutti, e soprattutto c’è nella forma e nei temi il sospetto di un po’ di opportunismo. Il regista è infatti quel Markus Schleinzer che nel 2011, andando di moda quel cinema lì, aveva fatto l'orribile Michael, un film alla Haneke che si ispirava alla vicenda di cronaca di Natascha Kampusch. Oggi va di moda il femminismo, ed eccolo rispuntare fuori: sarà un caso?



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domenica 15 febbraio 2026

I migliori film in streaming di Bill Skarsgård, protagonista de Il filo del ricatto - Dead Man's Wire

La collaborazione con un autore importante quale è Gus Van Sant nell'imminente Il filo del ricatto - Dead Man’s Wire, apporta un fiore all’occhiello artistico alla carriera di Bill Skarsgård. Il fratello di Alexander e figlio di Stellan è diventato in questi ultimi anni un’icona del cinema horror e action grazie a una serie di successo di pubblico e critica, molti dei quali potete trovare qui sotto nei cinque film in streaming che abbiamo a lui dedicato. Buona lettura.

Cinque film in streaming interpretati da Bill Skarsgård, protagonista di Il filo del ricatto - Dead Man’s Wire

  • IT
  • Barbarian
  • John Wick 4
  • Boy Kills World
  • Nosferatu

IT (2017)

Andy Muschietti realizza un primo episodio della saga di IT mantenendo intatte le direttive emotive del capolavoro di Stephen King pur spostando l’azione dei bambini negli anni ‘80. Il risultato è un film emozionante, “analogico” per quanto possibile, che spaventa e insieme intenerisce. Nel cast di giovani attori tutti in parte si distingue una bravissima Sophia Lillis. Grandioso successo di pubblico, e strameritato. Bill nel ruolo di Pennywise il clown malefico diventa immediatamente una leggenda dell’horror contemporaneo. E non fa rimpiangere Tim Curry. FIlm che merita di essere annoverato tra i grandi horror della storia del cinema. Disponibile su Rakuten TV, CHILI, Google Play, Apple Itunes, Netflix, TIMVision, Amazon Prime Video, NOW.

Barbarian (2022)

Prima dell’enorme successo di Weapons, Zach Cregger aveva diretto questo altro horror che aveva fatto molto parlare di sé, ottenendo anche un più che discreto risultato al botteghino americano. Barbarian vede Skarsgård insieme a un gruppo di attori piuttosto affiatati in cui troviamo anche Kate Bosworth e il sempre efficace caratterista Richard Brake. Ci si diverte se siete appassionati del genere, qualche sorpresa è azzeccata e i jump-scar garantiscono il giusto livello di tensione. Non siamo ai livelli di Weapons ma tutto sommato funziona bene. E Bill si diverte come sempre un mondo a esplorare il genere. Disponibile su Rakuten TV, Google Play, Apple Itunes, TIMVision, Amazon Prime Video.

John Wick 4 (2023)

Capitolo finale (per il momento?) delle avventure sparatutto del killer interpretato da Keanu Reeves. Skarsgård vi partecipa come antagonista impazzito, istrionico e cattivissimo. John Wick 4 continua la stilizzazione visiva dei precedenti anche se non ottiene gli stessi risultati, soprattutto del bellissimo secondo episodio. Nel complesso però rimane un action folgorante, pieno di ottime trovate di regia e con personaggi interessanti. Per il cast e il regista un altro enorme consenso al botteghino, segno che la formula continua ad essere amata e soprattutto il suo eroe continua la propria popolarità. Disponibile su Google Play, Apple Itunes, Netflix, TIMVision, Amazon Prime Video, NOW.

Boy Kills World (2024)

Strampalato action movie violentissimo e iperbolico in cui Skarsgård interpreta un ragazzo muto che vuole vendicarsi della famiglia di dittatori che ha distrutto la sua. Boy Kills World vede partecipare a questo progetto originale e soavemente superficiale un cast che comprende Jessica Rothe, Famke Janssen e Michelle Dockery. Skarsgard ci mette una presenza scenica non scontata, che gli garantisce momenti di cinema brioso. Nel complesso un prodotto scanzonato che si guarda con strano interesse. Il tripudio di azione finale è a suo modo molto efficace. Disponibile su Google Play, Apple Itunes, TIMVision, Amazon Prime Video.

Nosferatu (2024)

Robert Eggers mette in scena alla sua versione di Nosferatu con un’attenzione alla visione davvero notevole. A livello estetico questo film è davvero imponente, in particolar modo la fotografia e i costumi sono impressionanti. Peccato che il regista, come troppo spesso gli capita, si sia “dimenticato” di dirigere gli attori, lasciati liberi di impazzare istrionici e irritanti. Ecco allora che Aaron Taylor-Johnson ci fa la figura migliore e Skarsgård ultra-truccato da vampiro malefico si impone con la sua figura minacciosa e prepotente. In fin dei conti un film bellissimo da vedere, raffinato nella messa in scena e ancora una volta di enorme appeal presso il pubblico. Ennesima conferma che Bill e l’horror sono felicemente sposati…Disponibile su CHILI, Google Play, Apple Itunes, Amazon Prime Video, NOW.



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Alla Berlinale anche il cinema racconta la ricerca (con poche speranze) di redenzione

La Berlinale giunge a metà percorso e sembra attirare l’attenzione più per le polemiche sulle dichiarazioni ormai lontane nei giorni di Wenders e di altri, relative al ruolo di sentinelle politiche dei registi nelle grandi manifestazioni internazionali, non solo nei film che realizzano. Se parliamo di qualità media dei lavori presentati non c’è molto da rallegrarsi, per la seconda edizione del Festival di Berlino diretto da Tricia Tuttle. Nelle ultime ore, in concorso, due titoli molto diversi, per provenienza geografica e tematica, si avventurano entrambe nel tema di una impossibile redenzione. In un caso collettiva, in un altro personale, e neanche troppo auspicata.

Non sono due film indimenticabili o che sconvolgeranno le categorie dell’annata cinematografica, ma specialmente il turco Salvation potrebbe far parlare di sé, anche perché mette in risalto di un mondo impazzito e senza salvezza, per l’appunto, e lo fa con l’andamento spietato di una parabola biblica. Lo stesso volto del suo protagonista, come degli altri personaggi, ha un’arcaica severità che bel sintetizza questa storia, raccontata da Ermin Alper senza alcuna concessione di alleggerimento, con gravità estrema e toni urlati epici.

Eppure siamo in un piccolo villaggio di case poco più che baracche in un’area remota delle montagne turche, dove il ritorno di un clan esiliato scatena di nuovo una faida terriera che dura da decenni. Mentre riemergono risentimenti sopiti, Mesut, fratello del capo locale, è tormentato da visioni apocalittiche e violente. Li prende per avvertimenti divini, di un Dio figlio del vecchio testamento, come il sapore di tutta questa parabola tragica. Visioni che lo spingono a sfidare la leadership del fratello fino al punto estremo, elaborando un ritratto di come la violenza in una piccola comunità si forma ed esplode definitiva. Un viaggio nelle radici del male che si diffonde di casa in casa, alimentato da convinzioni religiose dogmatiche che non prevedono l’ascolto dell’altro, ma solo la predicazione di certezze assolute, mentre le lotte di potere e di primeggiare dal punto di vista economico si mimetizzano di motivazioni più nobili.

Il titolo internazionale, Salvation, ci pone di fronte all’interrogativo ultimo del film, ma il tono di questi conflitti, rappresentati con rigore ma una certo manicheismo che ne alimenta la prevedibilità e ne attenua la portata universale, lascia poco da sperare, se non prepararsi alla tragedia. O al massimo sperare nelle giovani generazioni. Insomma, lo spunto viene da una vicenda reale e remota avvenuta in Turchia qualche decenni fa, ma è evidente di come si voglia parlare, in effetti, di un mondo che ha perso il dono dell’ascolto e della ricerca del compromesso.

Un curioso thriller proveniente invece dal Belgio fiammingo, Dust, diretto da Anke Biondé, ci porta in un contesto completamente diverso rispetto al precedente, anche se più o meno l’ambientazione è coeva. Tanto in Turchia trionfava la polvere e il sole, quanto qui sono la pioggia e il fango a sommergere le 24 ore di vita di due uomini d’affari e soci, alle prese con incontri serrati, cocktail e viaggi in aerei privati. Gli imprenditori belgi Luc e Geert vengono a sapere che la struttura di società di comodo intrecciate negli anni con abilità, ma oltre la correttezza per gli investitori e soprattutto le regole fiscali, sta per essere smascherata da un giornalista d’inchiesta.

Siamo nel 1999. I due convocano una riunione d'emergenza del consiglio di amministrazione. Le prove devono essere distrutte, perché sanno bene che la polizia busserà nello spazio di poche ore alla loro porta. Dopo una riunione conclusiva e drammatica, i due prendono strade diverse, vivono in modo personale il loro ultimo giorno da imprenditori stimati, ma soprattutto da uomini liberi. Cosa li aspetterà fra poco, una redenzione o la tragedia personale, un futuro in frantumi per le scelte con cui hanno condotto in passato lo sfruttamento economico in ampia scala del loro software per il riconoscimento vocale e la trascrizione del parlato? Già, proprio uno degli ambiti più efficaci della recente rivoluzione dell’Intelligenza artificiale.

Tornando ai nostri due, Luc, occhiale da nerd e carattere schivo, insomma il genio tecnico, si ritira nella sua villa, dove la moglie sembra aver sempre saputo cosa succedeva dietro l’apparente trionfo. Si agita, ma non riesce a contattare Geert, interpretato dall’eccellente Arieh Worthalter, visto ne Il caso Goldman di Cedric Kahn. Luc diventa sempre più inquieto, mentre Geert, il carismatico venditore, si rifugia tra le braccia dell’autista ed amante nella sua villa simile a un bunker. Uno dei due potrebbe tradire l’altro, mentre una pioggia si trasforma in tempesta e i due si immergono ancora di più in un fango non solo metaforico. Avranno per una volta la forza di prendere atto delle loro azioni, di risponderne? Una parabola in chiave noir, con pochi dialoghi e azione, tutto raccontato con tempi dilatati, sulla responsabilità e in fondo, quanto paradossalmente, sull’amicizia.

Se il mondo non lancia segnali così confortanti, a parte il panem e circenses delle emozioni olimpiche invernali, anche dalla Berlinale pochi margini di salvezza. O di cinema memorabile, che è quello che ci interessa maggiormente da queste parti.



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