venerdì 20 dicembre 2019

Pinocchio

Partiamo da un paio di domande; Qual è la morale del Pinocchio di Matteo Garrone? Perché Garrone ha tirato fuori un altro Pinocchio?
Garrone l'aveva detto. Voleva un film che fosse fedele al libro. Il capolavoro che pare condividere la stessa sorte de Il Capitale, della Bibbia e di Guerra e pace, tutti ne parlano ma in pochi davvero hanno speso tempo e diottrie sulle loro pagine. In questo il regista ha reso il meglio, ha portato in scena l'Opera, il disegno, la voce e il suono, la visione e anche la cecità.

Nel Pinocchio di Garrone, ormai il titolo del futuro prossimo sarà questo, come il Dracula di Bram Stoker per intenderci, fa freddo, c'è fame, c'è sporco. Si sente tutto sulla pelle dei protagonisti e attraverso la loro pelle, le espressioni degli occhi, mai banali, che siano quelli piccoli di Roberto Benigni o quelli turchini delle fatine o bianchi d'uovo cotto degli ultimi giorni del gatto.

Un realismo verghiano viene da dire, difatti nel 1881 esce da Treves di Milano I Malavoglia, e nello stesso anno a Firenze cominciano le avventure della marionetta col naso a punta. Questo verismo-realismo Garrone lo dipinge e lo scolpisce poi lo stringe in inquadrature che spesso sembrano disegnate, e te lo appiccica nei sensi, nei sentimenti intesi alla Croce, alla napoletana, alla De Filippo, i sentimenti come sostanze del cervello, i materiali lignei di cui è fatto l'uomo, Croce disse di Pinocchio che il legno in cui era intagliato era l'umanità intera.

Per cui si, nel Pinocchio di Garrone fa freddo in sala quando è freddo nello schermo, lo stomaco borbotta quando Geppetto o anche gli infimi Gatto e Volpe hanno fame. Si sorride se la bambina turchina sorride, ci si gratta in testa se qualcuno si poggia su uno dei sudici materassi che accolgono i poveracci della pellicola.

Da un punto di vista tecnico il film è impeccabile, Benigni ha trovato finalmente una collocazione all'interno della storia che forse lo aveva più condannato negli ultimi anni. Il suo Geppetto è semplicemente perfetto, con le sfumature giuste, senza ordini e disordini eccessivi, puntuale.

Mangiafuoco/Gigi Proietti è poco, talmente bello che è poco. I bambini sono davvero bravi, tutti, il montaggio del solito Spoletini è ricco e preciso, ritmico e lineare. Il grillo parlante quasi commovente anche per nostalgie che impone agli spettatori di una certa età che riconosceranno il protagonista di un vecchio spot della Kodak. Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini sono a questo punto una coppia di fatto.
A proposito di Ceccherini in questo Pinocchio si ride, finalmente, e questo è anche merito del redivivo Massimo che firma la sceneggiatura insieme a Garrone.

Abbiamo risposto alle domande? Qual è la morale del Pinocchio di Garrone? Perché Garrone ha tirato fuori un altro Pinocchio?
Solo la sala può rispondere, e se non troviamo risposte nella vita come in sala, forse è perché siamo proprio di legno.

(Pinocchio); Regia: Matteo Garrone; sceneggiatura: Matteo Garrone, Massimo Ceccherini; fotografia: Nicolaj Brüel; montaggio: Marco Spoletini; musica: Dario Marianelli; interpreti: Federico Ielapi, Roberto Benigni, Rocco Papaleo, Massimo Ceccherini, Marine Vacth, Gigi Proietti, Alida Baldari Calabria, Alessio Di Domenicantonio, Maria Pia Timo, Davide Marotta, Paolo Graziosi; produzione: Archimede, Rai Cinema, Le Pacte, Recorded Picture Company; distribuzione: 01 Distribution; origine: Italia, Francia, 2019; durata: (esempio) 125'



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