Crescere in un paese in cui il vicino è parte della propria comunità, disponibile nel momento del bisogno, ma può trasformarsi in un ingombrante nemico in casa. La realtà sociale del Ciad, paese dell’Africa centrale francofona maggioritariamente musulmano, è al centro di Lingui, nuovo film dell’enfant du pays Mahamat-Saleh Haroun, premiato a Cannes nel 2010 per Un homme qui crie. Da sempre a Parigi, è reduce da un’esperienza di un paio d’anni come ministro della cultura, e Lingui sembra il suggello di questa esperienza. È infatti il racconto, elegante ed istruttivo, della difficoltà della donna in quella realtà sociale, anche quella della capitale N’Djamena, di vivere in libertà la propria vita, barcamenandosi fra le usanze sociali e un’applicazione piuttosto rigida, specie dal punto di vista dei diritti, della religione.
Maria è una ragazza di 15 anni che studia nel liceo della capitale, dando una mano alla madre che crea piccoli lavori di artigianato con materiali di recupero, Amina è ancora giovane eppure minuta, mentre la figlia Maria è alta, piena di voglia di vivere la propria età, comprese le piccole grandi dimostrazioni di ribellione. Le due vivono sole, e quando la madre scopre dalla preside che la figlia è rimasta incinta, allontanata dalla scuola perché è una situazione inaccettabile socialmente, affronta Maria con la preoccupazione di chi è stata già a sua volta colpita dall’ostracizzazione per aver avuto una figlia da giovane, presto priva della figura del padre fuggito a gambe levate.
Maria è una ragazza che vuole vivere la propria età e il suo tempo, non si riconosce in un mondo che va lentamente. Il titolo Lingui, rimanda ai “legami sacri” di una società strutturata basata su dei legami forti non solo familiari, ma anche di amicizia e vicinato. Un sistema che vacilla fino a perdere il suo valore di paracadute emotivo e pratico quando le persone coinvolte mettono l’ipocrisia di facciata davanti a tutto. L’aborto in Ciad è vietato dal codice penale, ma con un bel po’ di soldi tutto si può risolvere, magari in una clinica dall’igiene discutibile e non nel moderno ospedale appena costruito, anche se proprio da quei corridoi vengono i medici “ufficiali” che ufficiosamente organizzano la cosa.
L’imam stesso non è certo di aiuto alla missione delle due giovani donne, costrette a cercare una soluzione nonostante la propria rete sociale, perse letteralmente nei suggestivi vicoli di N’Djamena, fra abitazioni antiche di terra e fango, consolidando però come non mai il rapporto fra di loro. Lingui è un film illustrativo di una situazione sociale, prima storia al femminile per Haroun, che inizia e finisce nel suo spirito di denuncia. Nobili intenzioni per un nobile film, quasi un sunto didascalico per chi non conosce quella realtà. Evidentemente questa dignità è anche il limite principale di un film a tesi, senza picchi particolari né proprio quella libertà, anche sconclusionata, che spesso è la ricchezza specifica del cinema.
from ComingSoon.it - Le notizie sui film e le star https://ift.tt/2TQPjWw
via Cinema Studi - Lo studio del cinema è sul web
Nessun commento:
Posta un commento