Facciamo finta che l'imbarazzante Tutti lo sanno sia stato un incidente di percorso. Anzi. Facciamo finta che proprio non ci sia stato.
A Hero ci restituisce il vero Asghar Farhadi, quello capace di un cinema scritto e diretto con raffinata semplicità e di raccontare storie esemplari, universali, di grande complessità umana.
A voler essere precisi, siamo dalle parti di Il cliente, più che di Il passato o Una separazione: perché in A Hero si parla di questioni di vita, certo, e di rapporti, ma soprattutto di morale, di etica: di come è giusto comportarsi, insomma; e in un modo che costringe a fare i conti con la complessità delle cose e che pone di fronte a interrogativi che troppo spesso ignoriamo. Per comodità.
L'eroe del titolo è un uomo in carcere per via di un debito che non ha potuto saldare. La fidanzata ha trovato in strada una borsa con diciassette monete d'oro, e vorrebbe venderle per aiutarlo: lui però all'ultimo si tira indietro, dice non sarebbe giusto, e si adopera per ritrovare chi ha smarrito quel piccolo tesoro. Così facendo diventa simbolo di onestà e buona coscienza, attira su di sé l'attenzione dei media: forse c'è chi gli vuole dare un lavoro, e forse può trovare il modo di iniziare a ripagare il suo debito.
In maniera lenta ma inesorabile, però, Farhadi ci ricorda che la vita (o il cinema, che per lui è un po' la stessa cosa) non è una favola. E inizia complicare le cose, e seminare dei dubbi. Davvero Rahim, il suo protagonista, un uomo buono e sfortunato come la sua costante aria da cane bastonato sembra voler far credere? Perché allora quelle tante, piccole, apparentemente insignificanti bugie nella sua storia? Davvero quell'uomo severo e inflessibile cui deve dei soldi è così cattivo? Davvero chi agisce intorno a Rahim è animato solo dall'ammirazione e dalle buone intenzioni?

Non ci sono risposte semplici a questi interrogativi.
Perché le cose raccontate di Farhadi, semplici, lo sono solo in apparenza, e spingono a fare i conti con uno spettro molto ampio di sentimenti e di comportamenti umani, tanto che cercare di individuare buoni e cattivi, in un film come questo, è un'operazione vana e soprattutto inutile.
Rahim, e il suo creditore, e altri personaggi, sono esseri umani, e in quanto tali figure complesse e sfumate, capaci di diventare persone diverse in base alla situazione in cui sono calati, nel contesto di un mondo oramai talmente ostile - lo sappiamo bene tutti - che sembra implicitamente invitare a barare per potersela cavare un po'.
E anche se la molla che li spinge ha a che fare col denaro, quel denaro è solo l'espressione materiale di qualcosa che ha a che vedere col senso dell'onore, con la dignità propria e quella della propria famiglia, delle persone amate.
Cartina tornasole di tutto questo è il rapporto di protagonista e antogonista coi rispettivi figli: il creditore, più di ogni altra cose, non perdona a Rahim di avergli fatto sacrificare la dote per la figlia in età da marito; Rahim troverà limite e argine alla sua voglia di non tornare in prigione, e al suo arrabattarsi in mille modi perché questo non accada, di fronte alla prospettiva di sfruttare pubblicamente e pateticamente il figlio piccolo, affetto da una grave balbuzie.
A voler essere pignoli, può essere che Farhadi a volte tiri le cose leggermente per le lunghe, e che forse A Hero avrebbe potuto essere appena un poco più asciutto. Ma si tratta di dettagli, in un film scritto e diretto da un autore che ha ben chiaro cosa dire e come dirlo, e che non si compiace mai di sé stesso, a dispetto delle sfumature e della stratificazione della storia, rispecchiata nelle immagini da un gioco costante di sguardi a distanza, e di livelli fatti da porte, vetrate, angoli e finestre. Un autore che non ha paura della complessità, né di metterla in scena con limpidezza esemplare.
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