
A causa dell'emergenza, le azioni Disney hanno perso il 30% del loro valore, rendendo teoricamente possibile un acquisto da parte della Apple. Teoricamente.
La Disney, come tutte le aziende, sta subendo un grosso danno dalla crisi innestata dal Coronavirus: basti pensare allo stop non solo delle sue uscite cinematografiche e dei set legati a tutte le produzioni audiovisive, ma persino le attività dei suoi parchi a tema sono ferme. Come risultato, le azioni Disney hanno subito dell'ultimo mese un crollo del 30%, tanto che l'analista economico Bernie McTernan della Rosenblatt ha suggerito che la Apple potrebbe comprare la Disney (!) approfittando della situazione: con 207 miliardi di dollari pronti a partire in qualche direzione, la casa di Cupertino potrebbe investirne 170 per "rastrellare" la Casa del Topo.
McTernan si concentra - forse troppo - sul successo riscosso dal Disney+ (tra poco in Italia dal 24 marzo), rispetto a quello parecchio più tiepido dell'Apple TV+: un'acquisizione del genere porterebbe sotto la Apple un catalogo e un'imbattibile penetrazione presso il pubblico internazionale.
Evan Niu del sito The Motley Fool, concentrato sulle notizie economiche, è però parecchio scettico al riguardo: il fatto che la Apple possa permettersi la mossa non implica che tale mossa accada o sia consigliabile. Prima di tutto ci sarebbero costi ulteriori che si attiverebbero in un'operazione così mastodontica, quindi il prezzo finale della Disney potrebbe sfiorare i 200 miliardi, sul filo del rasoio delle disponibilità Apple al momento. Rischioso. In secondo luogo, la Disney si è allargata talmente tanto negl ultimi anni, che rilevarla significherebbe caricarsi sul groppone non solo marchi cinematografici e televisivi prestigiosi, ma anche settori inediti per la Apple: parchi a tema, tutto il licensing e i network ABC, ESPN. Ciò implicherebbe, immaginiamo noi, la pianificazione di una gestione complicatissima e costosa, o un lungo periodo di sfoltimento, vendendone rami nel corso degli anni. Un impegno oneroso.
L'idea di una Disney defenestrata di certo diverte sadicamente molti, da qui la diffusione di questa notizia, plausibile ma solo lanciata come provocazione. Guardando alla storia ormai quasi secolare della Walt Disney, ci sono stati due casi in cui la major ha rischiato di perdere la sua indipendenza, Una prima volta avvenne durante la crisi dei primi anni Ottanta, quando nel 1984 il magnate Saul Steinberg con la sua Reliance "ricattò" Roy Disney Jr. (nipote di Walt), ventilando il rilevamento del 38% delle azioni, costringendolo a ricorrere ai fondi della famiglia Bass (altri azionisti) per pagargli il ritiro dall'affare. A quella crisi seguì la rinascita della Disney tra la fine degli Ottanta e l'inizio dei Novanta, con il CEO Michael Eisner e la direzione creativa di Jeffrey Katzenberg.
La seconda crisi, più leggera, è avvenuta a metà degli anni Duemila, quando ancora Roy Disney Jr. (per l'ultima volta, sarebbe morto poco dopo) si scontrò proprio con Eisner, che stava per vendere alla ComCast un pacchetto azionario troppo ingente. Con Bob Iger (attualmente CEO dimissionario) e il finanziere Stanley Gold, Roy riuscì a spazzar via Eisner, recuperando i rapporti incrinati con la Pixar di Steve Jobs: l'acquisto di quest'ultima nel 2006 stabilizzò la situazione, portando tra l'altro i vertici creativi della Pixar anche ai Walt Disney Animation Studios. Una curiosità molto coerente col tema di questo articolo: Steve Jobs nel 2006 si ritrovò così in automatico nel consiglio d'amministrazione Disney, proprietario del 7% delle azioni!
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