Evviva i Festival che ti regalano l'occasione, piuttosto rara nel corso dell'invernale routine del frequentatore delle sale cinematografiche, di scoprire film cosiddetti “piccoli” solo perché appartenenti a un genere cui si è soliti prestare attenzione soltanto nel caso delle “grandi” produzioni Pixar, Dreamworks, eccetera: l'animazione. Questo Louise en Hiver in particolare, poi, stimola, dopo la visione alla Festa del Cinema di Roma nella rassegna Alice, alcune riflessioni come al solito poco lusinghiere per il nostro Paese privato di un'identità estetica e di una radice culturale autoctona dall'imbastardimento televisivo che per vent'anni ha tirato su pargoletti e adolescenti a botte di sit-com americane e cartoni nipponici, prima che tutti finissero di rimbecillirsi con la playstation. Sarà campanilista finché volete, la nostra cugina Francia, eppure è riuscita, grazie a questa sua sorta di protezionismo culturale, a creare un proprio stile riconoscibile, summa (o riassunto) di un universo di sapere estetico, filosofico e morale inconfondibilmente “francese”, necessario per la vendita di un prodotto fortemente connotato geograficamente, così come nel caso di un vino o di un tessuto pregiato. Tutto è molto francese, in Louise en Hiver: la sospesa “poésie” che soffia come una brezza lungo l'intera visione, la riuscitissima metafora della morte (perso l'ultimo treno dell'estate, un'anziana signora è costretta a restare nella sua casa in Normandia e ad affrontare da sola il lungo inverno marittimo), il tratto acquarellato ereditato da una tradizione grafica eccelsa (Folon, Sempé) che nelle sequenze più oniriche si adombra di suggestioni magrittiane o alla Delvaux, le musiche esatonali orchestrate ad arpe, clarinetti e morbidi archi nel ricordo delle armonie di Debussy o Fauré, la sublime voce “ingrossata” (per suonare più anziana) della magistrale Dominique Frot, che fuori campo commenta in prima persona i 75 delicatissimi minuti di durata… Suoni e segni di una lingua che il fanciullo che si appresta ad impararne una deve essere messo in grado di individuare e riconoscere con tutto l'agio per iniziare a formulare pensieri e opinioni e formarsi una personalità tutta sua. Il film del quasi ottantenne Jean-François Laguionie è un efficace manifesto di tutto questo, e da italiani orfani di una scuola di grafici, disegnatori e animatori tra i maggiori del mondo estinta negli anni '80, non possiamo che invidiare un'infanzia che può contare sull'affetto di un nonno capace di trasmettere ai nipotini la propria idea di poesia e di bellezza parlando, senza allogene e inopportune contaminazioni, la stessa lingua.
(Louise en hiver); Regia: Jean-François Laguionie); sceneggiatura: Jean-François Laguionie; fotografia: nome del o dei direttori della fotografia (separati da virgola); montaggio: Kara Blake; musica: Pierre Kellner, Pascal Le Pennec; interpreti: Dominique Frot (voce); produzione: JPL Films, Unité Centrale, Arte France Cinéma, Tchack; origine: Francia/Canada, 2016; durata: 75'
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