sabato 31 dicembre 2016

La Bella e la Bestia: ascoltate Emma Watson che canta "Something There"

La protagonista del nuovo film Disney in live action canta la celebre canzone scritta più di 25 anni fa per la versione animata del film.

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Masha e Orso - Nuovi Amici

In arrivo al cinema nuovi episodi del cartone animato amato dai più piccoli.

Regia di Oleg Kuzovkov.
Genere Animazione - Russia, 2016. Durata 60 minuti circa.

Sei nuovissimi episodi di Masha e Orso: in questi nuovi e divertentissimi episodi Masha fa ritorno nel bosco e le sue avventure con Orso riprendono alla grande. Orso ancora sogna di conquistare il cuore della sua amata, Masha affronterà anche una lezione di guida, si divertirà con una storia di fantasmi e darà vita ai suoi sogni ad occhi aperti. Molte altre divertenti marachelle della piccola Masha sconvolgeranno la vita del più quieto e paziente degli orsi. Il divertimento è assicurato per tutta la famiglia!





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venerdì 30 dicembre 2016

Mister Felicità

La terza commedia diretta e interpretata da Alessandro Siani
* * - - - (mymonetro: 2,00)

Regia di Alessandro Siani. Con Alessandro Siani, Diego Abatantuono, Carla Signoris, Elena Cucci, Cristiana Dell'Anna.
Genere Commedia - Italia, 2017. Durata 90 minuti circa.

Martino è uno spiantato parcheggiato "'n coppa 'o divano" della sorella Caterina, che fa la domestica in Svizzera presso Guglielmo Gioia, una sorta di guru specializzato nel restituire la fiducia in se stessi agli atleti in crisi. Quando Caterina ha un incidente che le impedisce di camminare e che richiede cure molto costose Martino deve scuotersi dalla sua apatia esistenziale e sostituirla nelle faccende domestiche a casa di Gioia, il quale parte per terre lontane lasciandolo a custodia della casa. Ma Martino non si limita a tenere pulita la villa padronale e comincia a rispondere alle chiamate di lavoro del boss spacciandosi per Mister Felicità: sarà la sua seconda "cliente", la pattinatrice Arianna, ad avere su di lui il maggior ascendente.





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Il Meglio del 2016: film, serie tv, dischi, canzoni e libri

Ecco i nostri best of del 2016 al cinema, in TV, in libreria e nel mondo della musica.

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Oceania, Rogue One, Miss Peregrine, Poveri ma ricchi e Lion: i film più visti di questa settimana

In attesa dei risultati del box office del weekend di Capodanno, che conosceremo lunedì prossimo, ecco la classfica dei film più visti nei cinema italiani negli ultimi 7 giorni.

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Non solo Leia: Carrie Fisher, scrittrice e script-doctor

Identificata universalmente col personaggio interpretato in Star Wars, Carrie Fisher era molto più di quello, o di una semplice attrice.

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Passengers: Jennifer Lawrence e Chris Pratt sono gli unici svegli in mezzo ad altri 5000 - Nuova clip italiana dal film

Il film sentimentale fantascientifico di Morten Tyldum è da oggi nei cinema italiani.

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Passengers nei cinema di Roma, Milano e di tutta Italia

Il film di fantascienza con protagonisti Jennifer Lawrence e Chris Pratt è nei cinema italiani, ecco in quali sale vederlo.

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Film più visti del 2016: i più grandi incassi al boxoffice, in Italia e nel mondo

Al termine dell'annata, esaminiamo quali sono state le migliori performance al boxoffice, guardando due classifiche.

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Tutti vogliono uccidere Bruce Willis in un brillante video montaggio

Un mash up di un montatore francese che ama il cinema e ha tempo libero.

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Ci hanno lasciati nel 2016: un video tributo per ricordare i tanti artisti morti quest'anno

David Bowie, Prince, Bud Spencer, Gene Wilder, Anna Marchesini, George Michael, Dario Fo Carrie Fisher e tanti altri....

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Film al Cinema a Capodanno: le novità in sala nel weekend

Ecco i nuovi film in uscita nei cinema italiani tra il 30 dicembre 2016 e il 1 gennaio 2017.

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Il GGG - Il Grande Gigante Gentile nei cinema di Roma, Milano e di tutta Italia

Il nuovo film di Steven Spielberg tratto dal libro per ragazzi di Roadl Dahl è nei cinema italiani, ecco in quali sale vederlo.

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Ballerina: è arrivato un nuovo trailer

Il film d’animazione esce nelle sale italiane il 18 febbraio con le voci di Federico Russo, Sabrina Ferilli, Eleonora Abbagnato.

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Wonder Woman: una nuova foto sul campo di battaglia

La supereroina indossa il suo noto costume fra esplosioni e alberi inceneriti.

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giovedì 29 dicembre 2016

Carrie Fisher in una scena tagliata di Star Wars VII: il Risveglio della Forza

Non accenna a scemare, su Internet, il cordoglio per la morte dell'attrice americana.

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Il GGG - Il Grande Gigante Gentile

Tratto dal libro di Roald Dahl, l'amicizia tra un gigante e una bambina
* * * - - (mymonetro: 3,00)

Regia di Steven Spielberg. Con Mark Rylance, Ruby Barnhill, Jemaine Clement, Rebecca Hall, Rafe Spall, Bill Hader, Adam Godley, Paul Moniz de Sa, Jonathan Holmes, Olafur Olaffson, Penelope Wilton, Daniel Bacon, Chris Gibbs, John Emmet Tracy, Michael Adamthwaite.
Genere Avventura - USA, Gran Bretagna, Canada, 2016. Durata 117 minuti circa.

Il GGG è un gigante, un Grande Gigante Gentile, molto diverso dagli altri abitanti del Paese dei Giganti che come San-Guinario e Inghiotticicciaviva si nutrono di esseri umani, preferibilmente bambini. E così una notte il GGG - che è vegetariano e si ciba soltanto di Cetrionzoli e Sciroppio - rapisce Sophie, una bambina che vive a Londra e la porta nella sua caverna. Inizialmente spaventata dal misterioso gigante, Sophie ben presto si rende conto che il GGG è in realtà dolce, amichevole e può insegnarle cose meravigliose. Il GGG porta infatti Sophie nel Paese dei Sogni, dove cattura i sogni che manda di notte ai bambini e le spiega tutto sulla magia e il mistero dei sogni. L'affetto e la complicità tra i due cresce rapidamente, e quando gli altri giganti sono pronti a nuova strage, il GGG e Sophie decidono di avvisare nientemeno che la Regina d'Inghilterra dell'imminente minaccia, e tutti insieme concepiranno un piano per sbarazzarsi dei giganti una volta per tutte.





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Passengers

Il nuovo film del regista di The Imitation Game
* * * - - (mymonetro: 3,00)

Regia di Morten Tyldum. Con Jennifer Lawrence, Chris Pratt, Michael Sheen, Laurence Fishburne, Inder Kumar, Vince Foster, Barbara Jones, Aurora Perrineau, Kimberly Battista, Andy Garcia.
Genere Avventura - USA, 2016. Durata 111 minuti circa.

A bordo della nave stellare Avalon si sta compiendo la più grande migrazione di massa dalla Terra verso una colonia tutta da costruire ed abitare, su un nuovo pianeta, Homestead II. Cinquemila persone viaggiano addormentate in capsule all'avanguardia. Durante lo scontro con un meteorite, però, la nave riporta un incidente imprevisto e una capsula si sblocca. Jim si sveglia, così, con novanta anni di anticipo sulla data prevista. Poi è la volta di Aurora. Soli, senza alcuna possibilità di tornare indietro, i due sono condannati a finire la loro vita sulla Avalon. Ma la nave va in avaria e a rischiare la vita ora sono molti di più.





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Dopo La La Land Ryan Gosling e Damien Chazelle gireranno insieme First Man, il biopic su Neil Armstrong!

Le riprese del film dovrebbero cominciare nei primi mesi del 2017

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Anche un fumetto per celebrare i 90 anni del quartiere Tor Pignattara di Roma

Si terranno a partire dal 12 gennaio 2017 le celebrazioni e iniziative organizzate dal Comitato di Quartiere Tor Pignattara, dall'Associazione per Ecomuseo Casilino ad Duas Lauros, dalla Scuola Popolare di Tor Pignattara e dall'Associazione culturale Bianco e Nero (organizzatrice del KarawanFest) per celebrare i 90 anni del quartiere romano del Municipio Roma 5. Sebbene l'insediamento dell'abitato risalga alla costituzione della stazione sanitaria nel 1882, la notte fra il 17 e il 18 luglio 1927 segna un momento storico: l'atto di inclusione dell'area urbana nel territorio amministrativo interno al Comune di Roma. Quella notte, infatti, divenne esecutivo il provvedimento che impose lo spostamento della cinta daziaria comunale oltre via dell'aeroporto di Centocelle: un atto amministrativo che trasformò Tor Pignattara da borgo rurale della campagna romana in 'uno dei centri abitati compresi nel comune chiuso' di Roma.

Il progetto '90 Volte Tor Pignattara' intende costruire un programma annuale di manifestazioni attraverso la diretta partecipazione delle tante realtà sociali e culturali operanti nel territorio. Numerosi eventi condivisi, per costruire un'offerta culturale plurale, in cui ogni realtà possa dare il proprio contributo. Il calendario delle celebrazioni prenderà avvio giovedì 12 gennaio 2017 alle ore 9:00 con un evento di straordinaria importanza: la posa di 6 pietre d'inciampo (Stolpersteine) in memoria dei partigiani del quartiere trucidati alle Fosse Ardeatine. L'iniziativa è parte dell'ottava edizione di Memorie d'inciampo a Roma, organizzata dall'Associazione ArteInMemoria, a cura di Adachiara Zevi e realizzata sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica. Il 15 gennaio, invece, prenderanno avvio le Domeniche dell'Ecomuseo Casilino 2017, con una passeggiata storica che avrà come filo narrativo le vicende vissute dal quartiere nei nove mesi di lotta per la liberazione di Roma dal nazi-fascismo. Il ciclo di trekking urbani proseguirà quindi nei mesi successivi per accompagnare i cittadini alla scoperta del patrimonio storico, archeologico, antropologico, artistico e paesaggistico del territorio.

Ad aprile 2017, invece, verrà presentato il primo fumetto sulla vita del partigiano Giordano Sangalli realizzato grazie al laboratorio tenuto da Alessio Spataro per la Scuola Popolare di Tor Pignattara. Il 25 aprile, invece, spazio alla tradizionale Festa della Liberazione, che si terrà, come da tradizione, al Parco Giordano Sangalli. “Questo è solo un assaggiosottolineano gli organizzatori - delle tantissime manifestazioni che comporranno il calendario delle celebrazioni. Stanno arrivando infatti tantissime adesioni che sono al vaglio del comitato promotore. Una partecipazione straordinaria che ancora una volta testimonia la vitalità di un quartiere che, attraverso il suo straordinario tessuto associativo, respinge l'immagine mediatica di periferia degradata e rivendica il suo ruolo centrale nel panorama sociale e culturale romano”.

Per sostenere questo obiettivo è stato realizzato un logo celebrativo, necessario per “segnalare” l'adesione del singolo evento all'iniziativa e un sito internet - http://ift.tt/2hzuLgL – con fini informativi e promozionali. Le realtà associative che intendono aderire all'iniziativa – purché non affiliate a partiti politici e operanti senza scopo di lucro – non dovranno far altro che proporre la propria adesione compilando il formulario presente sul sito o inviando una mail a 90voltetorpigna@gmail.com

Riteniamocontinua l'organizzazione - che promuovere la più ampia partecipazione possibile sia essenziale al raggiungimento degli obiettivi che l'iniziativa si prefigge: di diffondere la conoscenza del patrimonio storico e culturale del territorio fra le comunità che lo abitano e di richiedere formalmente il riconoscimento di Tor Pignattara come nuovo Rione del Comune di Roma, rivendicando il contributo del quartiere alla costruzione dell'identità democratica e multiculturale della città”.

Per informazioni:
http://ift.tt/2hzuLgL
90voltetorpigna@gmail.com



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Cosenza, 29 dicembre: Serata telesaudadista su William Shakespeare in tv

IL GRANDE BARDO NEL PICCOLO SCHERMO IL MOVIMENTO TELESAUDADISTA DEDICA IL SUO CONSUETO INCONTRO DI FINE ANNO A WILLIAM SHAKESPEARE, A QUATTROCENTO ANNI DALLA MORTE. GIOVEDÌ 29 A COSENZA VERRÀ RIPROPOSTO "GIULIO CESARE" NELLA VERSIONE DIRETTA DA SANDRO BOLCHI SU TRADUZIONE DI EUGENIO MONTALE, TRASMESSA DALLA RAI NEL 1965 ED INTERPRETATA DA UN CAST STRAORDINARIO: LUIGI VANNUCCHI, GLAUCO MAURI, RAOUL GRASSILLI, ANTONIO BATTISTELLA, LUCILLA MORLACCHI, SERGIO GRAZIANI, MARIO BARDELLA

Anche quest'anno il Movimento Telesaudadista, sodalizio sorto a Roma nel 1999, il cui fine è la valorizzazione e l'approfondimento del grande patrimonio televisivo dell'epoca del bianco e nero, dedica il suo tredicesimo appuntamento di fine stagione al teatro in televisione. L'incontro, curato da Ugo G. Caruso, è a Cosenza ed è riservato ai sodali dell'associazione ma aperto a quanti volessero parteciparvi. Dopo le tante edizioni dedicate al teatro americano, a Cechov, alla pochade francese, a Gilberto Govi, al Goldoni di Baseggio, a Pinter, la scelta, a quattrocento anni dalla morte di William Shakespeare, non poteva che cadere sul grande poeta e drammaturgo inglese, punto di riferimento costante nella programmazione della Rai che propose negli anni ottanta alcune celebri trasposizioni realizzate dalla BBC con il fior fiore dgli attori teatrali britannici. Ma la stessa Rai molto tempo prima, nel 1965, aveva realizzato una serie di commedie e drammi trasmessi in prima serata durante quell'inverno. Di questi verrà riproposto "Giulio Cesare", nella versione diretta da Sandro Bolchi su traduzione di Eugenio Montale, trasmessa nel febbraio del 1965. Le scene sono di Maurizio Mammì, i costumi di Maurizio Monteverde. Diviso in due atti, si avvale di un cast imponente e prestigioso: Luigi Vannucchi (Marco Giunio Bruto), Glauco Mauri (Cassio), Raoul Grassilli (Marco Antonio), Antonio Battistella (Giulio Cesare), Sergio Graziani (Casca), Mario Bardella (Decio Bruto), Lucilla Morlacchi (Porzia), Adriano Micantoni (Messala), Luciano Melani (Metello Cimbro), Dina Sassoli (Calpurnia), Glauco Onorato (Marullo), Annibale Ninchi (Pindaro), Edoardo Torricella (Artemidoro), Paolo Todisco (Cinna), Aldo Massasso (Claudio), Giuseppe Chinnicli (Cicerone), Renato Campese (Dardanio), Paolo Bonacelli (Stratone), Andrea Matteuzzi (l'indovino), Varrone (Andrea Lala). A fungere attivamente da intervallo ta il primo e il secondo atto, come da consuetudine, ci sarà un piccolo buffet natalizio e al termine il rituale brindisi alla futura stagione telesaudadista.



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Paterson nei cinema di Roma, Milano e di tutta Italia

Il film con Jim Jarmusch con Adam Driver e Golshifteh Farahani è nei cinema italiani, ecco in quali sale vederlo.

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Paterson: i testi delle poesie di Ron Padgett per il film di Jim Jarmusch

Nel nuovo film di Jim Jarmusch, Adam Driver scrive delle poesie in un taccuino: eccone i testi in inglese con traduzione italiana a fronte.

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Repertory Pick: Wes Anderson in Oklahoma

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Wes Anderson fans in Oklahoma City can beat those lingering holiday blues with a complete retrospective of his feature films, including a 35 mm screening of 2004’s The Life Aquatic with Steve Zissou. Cowritten by Noah Baumbach, this madcap homage to one of Anderson’s childhood heroes, Jacques Cousteau, follows a melancholic oceanographer (Bill Murray) in pursuit of the elusive Jaguar Shark that devoured his best friend. One of the director’s strangest and most underappreciated achievements, the film crafts a bizarre, insular world around its hero’s midlife crisis, surrounding him with a kooky crew, a soundtrack filled with Portuguese renditions of David Bowie songs, and a host of visual delights (on display in the gallery of behind-the-scenes photos below). Don’t miss the screening tomorrow night if you’re in town, and be sure to check out the Oklahoma City Museum of Art’s website for details on the rest of the retrospective, which runs through New Year’s Eve.



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Film 2017, quelli da vedere secondo noi

I Film più attesi del 2017: ecco i 30 titoli scelti tra quelli da non perdere dalla redazione da Comingsoon.it.

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Sognando Silence: i 5 film più ambiziosi di Martin Scorsese in lunghi anni di attesa

Aspettando di trasformare in un film il romanzo di Shûsaku Endô, il regista non è rimasto con le mani in mano.

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I Am Michael: trailer del film con James Franco attivista gay pentito

Ispirato a una storia vera, il biopic arriverà nelle sale USA il prossimo 27 gennaio.

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Star Wars: incontreremo di nuovo il Saw Gerrera di Rogue One, garantisce la Lucasfilm

Il personaggio di Forest Whitaker ha incuriosito i fan, che già lo conoscevano per le Clone Wars.

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I figli degli uomini, Banksy e i tempi (cupi) che verranno

Alfonso Cuarón aveva cercato una collaborazione con lo street artist inglese per il suo film di 10 anni fa, oggi più attuale che mai.

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Il trailer di Alien: Covenant rimontato in stile primo teaser di Prometheus

Insoddisfatti, alcuni fan l’hanno accorciato togliendo il dialogo e usando la traccia Judge and Jury.

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Passengers

La prospettiva generale poggia su una tematica semplice quanto necessaria. Nello sviluppo siamo colpiti da continui riferimenti estetici ma tutti restiamo in attesa che si compia finalmente l'incontro tra il desiderio e la paura, tra una promessa e il prendere una decisione. Tutto è molto chiaro e tangibile sin dalle prime sequenze in un'atmosfera che mescola hi tech e animo umano.

La nave spaziale Avlon sta compiendo il suo lungo viaggio verso la colonia Homestead II, portando a bordo più di cinquemila passeggeri. Quest'ultimi sono stati ibernati visto che ci vorranno circa 120 anni per raggiungere la meta. Un problema a un reattore sveglia, con novant'anni di anticipo, l'ingegnere meccanico Chris Pratt. In preda alla solitudine e mosso da un forte sentimento, il nostro dovrà fare i conti con una scelta dalle conseguenze enormi.

Staranno insieme oppure no? è questa la domanda su cui poggia questo sci–fi che attrae tanto lo spettatore con gli effetti speciali e la resa estetica, quanto lo rende preda delle sue stesse emozioni attraverso una dinamica relazionale che vive di molteplici passaggi. Il quadro è continuamente governato da due personaggi che si attraggono, si respingono e infine combattono insieme per superare i loro limiti. In questo il film propone uno schema classico giocando molto sulla tendenza voyeuristica dello spettatore e mostrando un interessante punto di sceneggiatura nella costruzione del personaggio di Pratt. Un uomo semplice che si ritrova catapultato in una situazione estrema e cerca di uscirne attraverso l'amore, seppur tale sentimento sia viziato da una scelta fortemente egoista. La tecnologia, che governa il contesto in dialettica con lo spazio, diventa strumentale al tema centrale risultando un commento alle stesse immagini, qualcosa che riveste e non significa.

Un film essenziale nel suo progetto di adattamento dell'opera di Jon Spaihts, sostenuto da un buon ritmo e aiutato da due giovani talenti di Hollywood che dimostrano chimica davanti alla m.d.p.; chi si aspetta un viaggio fantascientifico e ricco di colpi di scena resterà deluso, chi invece ha voglia di riscontrare una continua tensione amorosa nello spazio allora trascorrerà dei lieti momenti.

(Passengers); Regia: Morten Tyldum; sceneggiatura: Jon Spaihts; fotografia: Rodrigo Prieto; montaggio: Maryann Brandon; musica: Thomas Newman; interpreti: Jennifer Lawrence, Chris Pratt, Michael Sheen, Lawrence Fishburne; produzione: Columbia Pictures; distribuzione: Sony; origine: USA, 2016; durata: 116'



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Il Grande Gigante Gentile

Procura una sorta di imbarazzo malinconico vedere l'ultimo film di Spielberg. Per qualcosa di invecchiato, di volutamente invecchiato. Ma soprattutto, e purtroppo, anche di malamente invecchiato (e non per il recupero pur efficace di un retrogusto old style, grazie a innovative tecniche di rappresentazione del fantastico).
L'incipit de Il Grande Gigante Gentile conserva il fascino dell'inconfondibile macchina immaginativa e poetica spielberghiana che ha incantato generazioni di spettatori: nella falcata del gigante, sghemba e cadenzata come una danza, mentre attraversa le vie di una Londra notturna senza tempo, animato impero delle luci magrittiano; nei suoi occhi vecchissimi e liquorosi sempre a un passo dalla commozione; nella dimensione di casa di bambola dell'orfanotrofio, in cui vediamo muoversi, come in un'operazione a cuore aperto sulle proprie emozioni, la piccola, volitiva Sophie.
È in questi momenti, e poi nel tentativo del gigante di riportarla a casa, che il regista americano restituisce, facendolo proprio e trasformandolo in eloquente movimento cinematografico, lo spirito più profondo del racconto fantastico di Dahl.
Brave Sophie! Coraggiosa Sophie! Mentre il GGG scandisce queste parole sembra di sentirlo, uno dei registi più amati della storia del cinema, rivolgersi al suo pubblico eletto. A quei bambini, passati e presenti, uno per uno, qualunque difficoltà stiano affrontando.
Il meccanismo magico tuttavia s'inceppa quasi subito quando, alla dinamicità visiva, fatta soprattutto di variazioni e contrapposizioni tra il molto piccolo e il molto grande messo a confronto durante il viaggio di ritorno dall'Inghilterra alla terra dei giganti, si sostituisce una modalità di narrazione, di certo aderente all'originario dialogo letterario e ai deliziosi calembour linguistici, che tuttavia sembra limitare il potenziale cinematico del grande regista.
Persino nel momento potenzialmente più bello della storia, quello della caccia ai sogni attorno all'albero e della scoperta di quello di Sophie, la rappresentazione della dimensione onirica rimane impigliata nello stereotipo dell'inseguimento del fuoco fatuo limitandosi, forse per estremo rispetto del testo, a non elaborare ulteriormente una tale trovata narrativa. A farne le spese è la fluidità interna al racconto per il grande schermo: l'albero dei sogni resta una parte a sé della narrazione, come anche l'etichettatura dei barattoli e il fantasma del piccolo predecessore di Sophie. Compartimenti stagni che non comunicano tra loro. Proprio nella più fantasmagorica delle storie che si ritrova tra le mani, il nostro sembra quasi ingenuamente tradito da una forse troppo fedele traduzione-trasposizione dal linguaggio letterario a quello cinematografico.
Eppure, la storia dell'orfanella Sophie rapita dal GGG per averlo visto armeggiare con i sogni del mondo - nell'immaginazione, la più diretta fuga dalla realtà per mettersi in salvo dall'insostenibile solitudine della condizione umana - riassume in sé alcuni dei passaggi fondamentali della mitologia spielberghiana. A partire dalla versione più dolorosa di ciò che chiamiamo mancanza, quel sentire che non ha metro di paragone perché compagno costante sin dall'età più tenera, nostalgia struggente negli occhi di un individuo per ciò che non è stato o che non si è conosciuto. Lo stesso che attraversava, in E.T., il corpicino esile di Elliot. E ancora, l'incontro con l'ignoto, apparentemente mostruoso quanto gradualmente assimilabile a una dimensione di intimità calda come null'altro al mondo. Il calore di chi sa leggerti nel cuore, così come nei sogni. Il senso di Spielberg per l'avventura e per il viaggio attraverso spazi conosciuti da sempre, che rivelano all'improvviso aspetti visivi e funzionali sorprendenti.
C'è tutto insomma nel GGG. Eppure l'essenziale, letteralmente in questo caso, è invisibile agli occhi.
A stridere più di tutto è la scelta di rappresentazione di un altro snodo fondamentale della storia di Dahl, che appare oggi più che mai stonata. L'intervento della regina, l'arrivo dei generaloni in gran spolvero, la scena dell'attacco ai giganti con tutto l'armamentario cinematograficamente più evocativo e esplicito, da Rambo a Salvate il Soldato Ryan, non hanno nulla di ironico o divertente. Si tratta di un convinto “arrivano i nostri” di cui conosciamo abbondantemente i retroscena attraversati da volontà di sopraffazione e ipocrisia. Invece qui, sebbene piccoli e scioccherelli, regine e comandanti, si muovono sotto lo sguardo benevolo dei protagonisti, determinati, sebbene a "fin di bene", a far giustizia, a punire. L'uso dell'immagine amplifica una trovata letteraria simbolo dell'ironia caustica dello scrittore inglese ma, allo stesso tempo, l'abnorme esperienza visuale relativa a concetti come intervento militare, guerra, assimilata nei decenni che ci separano dal contesto in cui è stata scritta, ne influenza nettamente la percezione. Sul finale, debolissimo, Sophie e GGG non sono più al centro dell'attenzione. L'immagine dei giganti, colpevoli solo di una certa ributtante rozzezza e poco cervello, confinati per sempre sull'isola con semi di zucca disgustosa, resteranno una delle scene più tristi e anacronistiche viste negli ultimi tempi.

(The Big Friendly Giant); Regia: Steven Spielberg; sceneggiatura: Melissa Mathison; fotografia: Janusz Kaminski; montaggio: Michael Kahn; musica: John Williams; interpreti: Mark Rylance, Ruby Barnhill, Bill Hader, Rebecca Hall, Penelope Wilton, Jemaine Clement, Ólafur Darri Ólafsson, Adam Godley, Michael Adamthwaite, Haig Sutherland; produzione: Amblin Entertainment, DreamWorks SKG, Reliance Entertainment; distribuzione: Medusa Film; origine: USA, Gran Bretagna, 2016; durata: 117'; webinfo: Sito Ufficiale



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mercoledì 28 dicembre 2016

Debbie Reynolds è scomparsa a 84 anni poche ore dopo sua figlia Carrie Fisher

Tra i film più famosi della star ricordiamo senz'altro Cantando sotto la pioggia

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Alps

L'elaborazione del lutto attraverso gli occhi di una donna camaleonte
* * * - - (mymonetro: 3,00)

Regia di Yorgos Lanthimos. Con Angeliki Papoulia, Ariane Labed, Aris Servetalis, Johnny Vekris.
Genere Drammatico - Grecia, 2011. Durata 93 minuti circa.

Ad Atene, una squadra formata da un paramedico, un'infermiera, una ginnasta e il suo allenatore sostituisce sotto compenso persone appena defunte per aiutare amici e parenti a lenire il dolore dell'elaborazione del lutto. Si fanno chiamare Alpeis (Alpi), perché, come quelle montagne, possono rappresentare qualunque altro monte nel mondo ma non possono essere scambiate per altri. Ognuno di loro porta il nome di una delle vette della catena montuosa. Fra questi, Monte Rosa è la donna che si occupa di assistere in ospedale una giovane giocatrice di tennis che ha appena avuto un incidente ed è vicina alla morte. Senza rivelarlo agli altri membri del gruppo, la donna comincia a sostituirsi alla ragazza e ne assume a poco a poco l'identità.





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Uscite al cinema, 28 dicembre 2016-1 gennaio 2017

A cavallo tra il 2016 e il 2017, ecco cinque nuove pellicole che vi aspettano al cinema, tra le quali la rivisitazione del Grande Gigante Gentile a opera di Steven Spielberg, il viaggio spaziale di Chris Pratt e Jennifer Lawrence verso un nuovo pianeta abitabile e il nuovo film di Yorgos Lanthimos.

ALPS
Regia: Yorgos Lanthimos; Genere: Drammatico; Cast principale: Ariane Labed, Aggeliki Papoulia, Aris Servetalis, Johnny Vekris; Data di uscita: 28 dicembre.

Breve sinossi: Un paramedico, un ginnasta e un'infermiera iniziano a lavorare in società: il fine ultimo del loro lavoro è quello di prendere il posto di persone defunte, per placare il dolore dei parenti. Chiaro come un lavoro di tale risma contempli non pochi problemi...

IL GGG – IL GRANDE GIGANTE GENTILE
Regia: Steven Spielberg; Genere: Avventura; Cast principale: Mark Rylance, Ruby Barnhill, Bill Hader, Rebecca Hall, Penelope Wilton, Jemaine Clement, Ólafur Darri Ólafsson, Adam Godley, Michael Adamthwaite, Haig Sutherland; Data di uscita: 30 dicembre.

Breve sinossi: Una notte, la piccola Sophie viene rapita da un gigante e portata nella sua caverna: ma il gigante è, in realtà, un essere affabile e gentile, che desidera mettere in guardia la piccola Sophie sulle pessime intenzioni degli altri giganti mangia-uomini. Insieme riusciranno a realizzare un piano per scongiurare la minaccia dei perfidi colossi e salvaguardare la pace!

PASSENGERS
Regia: Morten Tyldum; Genere: Fantascienza; Cast principale: Chris Pratt, Jennifer Lawrence, Michael Sheen, Laurence Fishburne, Aurora Perrineau, Marie Burke; Data di uscita: 30 dicembre.

Breve sinossi: Jim e Aurora sono due passeggeri di una nave spaziale in viaggio verso un nuovo pianeta abitabile. I due, assieme ad altri 5000 individui, erano stati fatti addormentare in capsule di stasi, ma per un oscuro motivo si risvegliano novanta anni prima del previsto. Dopo un breve periodo di adattamento e le prime avvisaglie di una certa affinità, i due dovranno lottare per sopravvivere e scongiurare una catastrofe...

MASHA E ORSO – NUOVI AMICI
Genere: Animazione, avventura; Data di uscita: 1 gennaio.

Breve sinossi: Tornano i due amici più amati dai più piccini: Masha e Orso fanno ritorno verso il bosco e, insieme, danno vita a nuove e divertenti avventure.

MISTER FELICITA'
Regia: Alessandro Siani; Genere: Commedia; Cast principale: Alessandro Siani, Diego Abatantuono, Carla Signoris, Elena Cucci, Cristiana Dell'Anna; Data di uscita: 1 gennaio.

Breve sinossi: Martino è un giovane e scanzonato ragazzo napoletano che va a vivere dalla sorella Caterina in Svizzera. Quando la ragazza subisce un grave incidente e resta immobilizzata, Martino dovrà prendere il suo posto di lavoro come uomo delle pulizie di un mental coach per poter pagarle le dovute cure. Ma Martino ha un'idea: quella di fingersi assistente del suo datore di lavoro...



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Scarlett Johansson è prima nella classifica degli attori più redditizi del 2016 a Hollywood

Ogni dollaro speso per Scarlett è stato speso bene, secondo la classifica annuale di Forbes.

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La battaglia di Hacksaw Ridge: il trailer italiano del film di Mel Gibson con Andrew Garfield

Il dramma bellico, che segna il ritorno alla regia del Premio Oscar, arriverà nei cinema italiani il 9 febbraio 2017.

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Non solo Alien Covenant e il suo trailer: ecco quello che abbiamo visto allo Showcase della 20th Century Fox sui Film 2017

Qualche settimana fa abbiamo avuto l'occasione di vedere e ascoltare in anteprima video e dichiarazioni sui principali film della major in uscita nel 2017.

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On the Channel: The Art of Effects

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One of the enduring pleasures of the movies is the thrill of succumbing to the medium’s capacity to toy with our senses. While advances in technology continue to introduce ever more complicated tricks to the trade, the innovations of cinema’s most passionate and playful magicians remain influential long after their tools have been outmoded. In The Art of Effects, a new program premiering tomorrow on the Criterion Channel, we pull back the curtain to reveal the mechanical ingenuity behind some of film history’s grandest illusions. The first installment in the series showcases beloved comedic daredevil Harold Lloyd at the height of his powers, focusing on the famous scene in the 1923 classic Safety Last! that depicts a hapless department-store clerk climbing the edifice of a skyscraper. In this excerpt from our program, visual-effects expert Craig Barron and film writer John Bengtson examine the layers of artifice that went into constructing one of the silent era’s most elaborate stunts.



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Passengers: la nostra video recensione del film con Jennifer Lawrence e Chris Pratt

L'avventura sentimental-fantascientifica di arriva nei cinema italiani il 30 deicembe.

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Carrie Fisher: il dolore e il ricordo nei messaggi della grande "famiglia di Star Wars"

Realizzatori e interpreti dei vari episodi della saga di Guerre Stellari salutano la loro Principessa.

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Mister Felicità: ecco dove è stato girato il nuovo film di Alessandro Siani - Video esclusivo

La nuova commedia del comico napoletano arriva nei cinema il 1 gennaio 2017.

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Fai bei sogni di Marco Bellocchio è il miglior film italiano del 2016 secondo i critici

Il premio del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani, che si assegna per la prima volta, sarà consegnato al regista al Trieste Film Festival.

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Carrie Fisher: il ricordo degli amici e dei colleghi, da Kevin Smith a Mark Hamill

In queste ore sono in tantissimi ad affidare ai social network il ricordo per l'attrice morta a 60 anni per un attacco cardiaco.

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Ghost in the Shell: Scarlett Johansson in una nuova foto

Non tutti i fan attendono la versione "occidentalizzata" dell'anime, ma Scarlett continua a farsi vedere.

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Coco: un'immagine del nuovo cartoon Pixar

Su Twitter si mostra il film d'animazione di Lee Unkrich che uscirà nel novembre del 2017.

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Trainspotting 2: nuove immagini su Empire

Il sequel di Danny Boyle si mostra con nuove foto, in attesa dell'uscita a marzo.

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Blade Runner 2049: Ryan Gosling in una nuova immagine dal set

L’attore è ritratto insieme al regista Denis Villeneuve.

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Top 10 Title Sequences of 2016

Top 10 Title Sequences of 2016

The Very Best Title Sequences of 2016, as chosen by Art of the Title


For our third annual list of the year’s top 10 title sequences, Art of the Title’s editors chose from among work created for film, television, video games, exhibitions, and conferences. The Top 10 of 2016 were chosen based on criteria including originality and innovation, impact, atmosphere, relevance to the larger work, and technique.

Starting in late 2015, we began formally cataloguing title sequences for the year and by the end of December 2016 we had assembled a huge long list for consideration. Paring the long list down from 107 to just 10 was a difficult task, but it was a process we relished. These title sequences were painstakingly crafted, acted, shot, animated, composited, typeset, modeled, frozen, blown up, and hand-drawn by teams large and small all around the world, with budgets modest and mighty, in state-of-the-art facilities and in home studios. So sit back, relax, and enjoy some of the most interesting and innovative work to hit screens this year. These sequences represent the cream of the crop – be sure to hit the full screen buttons for the best viewing experience!

Art of the Title's Top 10 Title Sequences of 2016

 

10. DOOM

CATEGORY: GAME

Created by id Software

Mars has gone to Hell. Literally. An evil corporation has tapped the unlimited powers of the underworld with predictable results. Demonic forces have overrun the red planet and it’s up to a lone space marine to stop them in id Software’s bloody, brilliant reimagining of DOOM — the granddaddy of the modern first-person shooter. Channelling the heavy metal album covers and pulpy sci-fi that inspired the original game, 2016’s DOOM is finely tuned to capture the essence of what made those earlier…

RSS & Email Subscribers: Check out the full Top 10 Title Sequences of 2016 article at Art of the Title.



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La morte di Carrie Fischer e Star Wars: Episodio 8: e ora, che succede?

Niente, perché l'attrice aveva già finito di girare le sue scene nel film diretto da Rian Johnson.

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martedì 27 dicembre 2016

Superman potrebbe apparire nel prossimo Shazam

Lo hanno lasciato intendere Henry Cavill e Dwayne Johnson, che nel film interpreterà l'antagonista black Adam

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E' morta Carrie Fisher

L'attrice, idimenticabile Principessa Leia della saga di Star Wars, aveva avuto un infarto qualche giorno fa sul volo da Londra a Los Angeles.

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Passengers: Jennifer Lawrence vola in soccorso di Chris Pratt in una nuova clip italiana del film

Il film del regista candidato all'Oscar Morten Tyldum arriva nei cinema italiani il 30 dicembre.

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IT: nuova foto ritrae Pennywise in una condotta fognaria

La versione cinematografica del terrificante clown di Stephen King arriva in sala il prossimo settembre.

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Ash vs. Evil Dead (Stagione 2) - Teste di Serie

"In questa città c'è posto solo per una faccia da culo e quella faccia da culo sono io!"
- Ash Williams

Non tutti i mali vengono per nuocere. Nemmeno il Male che insegue Ash Williams da quando, nel 1981, mise piede per la prima volta assieme a un minuto gruppetto di amici in quella casa dove era rinchiuso il Necronomicon, ovvero il Libro dei Morti. Da quella stessa casa ne uscì fuori soltanto Ash, mutilato nel corpo e nello spirito, ma consapevole che nel mondo e in molti piani al di fuori di esso, esistono entità malvagie vendicative e bramose di potere.

Avevamo ritrovato un Ash di mezza età (un Bruce Campbell sempre pronto a far furore!), al verde e con più pancetta che voglia di darsi da fare, costretto a combattere il Male dopo aver riaperto per errore il Necronomicon: assieme agli amici Pablo (Ray Santiago) e Kelly (Dana DeLorenzo), Ash era riuscito ad arginare le atroci incursioni del Male tra gli uomini, scendendo a patti con Ruby (Lucy Lawless), colei che scrisse il Necronomicon, lasciando nelle sue mani il dominio sul mondo dei morti, potendo così trascorrere il resto dei suoi giorni con gli amici Pablo e Kelly a Jacksonville, tra fiumi d'alcol, belle ragazze e nessuna minaccia da sconfiggere. Viene da sè che questa nuova condizione avrebbe avuto vita breve: nella seconda stagione di Ash vs. Evil Dead, Ash e compagnia dovranno fare i conti con un inconveniente che non avevano previsto, ovvero il fallimento dell'immortale Ruby, la quale si ritrova contro i demoni da lei evocati e, pur di non morire, è costretta a chiedere aiuto ad Ash per poter impedire al demone Baal (Joel Tobeck) di governare sulla Terra.

Dietro l'operazione Ash vs. Evil Dead ci sono ancora Sam Raimi (creatore del soggetto), suo fratello Ivan e Tom Spezialy che, dopo aver riportato in vita uno dei personaggi più iconici e di culto del cinema di genere degli anni Ottanta, e gettato in pasto a una società che non riconosce valore in Ash, così come non si mostra grata per i sacrifici e il dolore patito dall'eroe con la motosega pur di preservare la pace, stavolta gli showrunner ripartono proprio da questo aspetto: ciò che aspetta Ash in questa seconda stagione lo riporterà indietro verso casa, a Elk Grove, dove sarà costretto a confrontarsi di nuovo con suo padre Brock (Lee Majors), attempato ma incallito donnaiolo e tutta la popolazione che lo ricorda ingiustamente come l'omicida che causò la morte della sorella e dei suoi amici “molti anni addietro, in quella casa nel bosco”.

Ash vs. Evil Dead resta (parola di Bruce Campbell) un prodotto di puro intrattenimento splatter e umoristico, che non nasconde necessariamente una critica verso la società che vede Ash non come un eore, ma come un perditempo senza speranza. Nonostante ciò, già dalla prima stagione Sam Raimi ha cercato e trovato un modo per infondere nuova linfa a uno dei più grandi personaggi della storia del cinema del dopoguerra, spogliandolo di ogni aspettativa, con l'unico compito di mettersi alla berlina e confrontarsi non tanto con il mondo esterno, ma con se stesso: questa operazione di rinascita ha contribuito a inspessire il profilo di Ash Williams, giocando con ironia sui suoi punti deboli (l'amore per le belle ragazze e i suoi difetti fisici), riuscendo nell'arduo compito di non tramutarlo in una macchiettistica trasfigurazione di sè. Ash è un ragazzo a cui il Male ha tolto gioia, spensieratezza e la possibilità di vivere il suo tempo, così, se nella prima stagione di Ash vs. Evil Dead egli è stato costretto ad assumersi le proprie responsabilità per aver scatenato nuovamente demoni e anime dannate nel mondo per colpa del suo ego smisurato, in questa seconda stagione Raimi da ad Ash la possibilità di riassemblare i cocci di un passato quasi irreparabile, lottando per dimostrare all'intera Elk Grove la verità sul suo conto: per quanto possa essere scansafatiche e impertinente, Ash ha buttato all'inferno la sua vita per combattere il Male e salvaguardare coloro che ama.

Certo, l'impianto narrativo di Ash vs. Evil Dead si lascia sommergere da litri e litri di sangue e trovate tra le più disgustose (vomito e feci inclusi!), ricercando nell'orrido e nel truculento la chiave di lettura visiva dell'opera, senza badare a mezze misure; la paura lascia spazio alla consapevolezza e alla presa di coscienza del proprio destino e del proprio dovere (ma vanno ricordate almeno la sequenza dell'attacco della macchina indemoniata e tutto ciò che accade negli ultimi due episodi, quando Ash torna all'interno della casa) e non potrebbe essere altrimenti. Raimi ha capito che tentare di emulare le febbrili sensazioni e l'orrore di un cult appartenente a un'epoca lontana (cinematograficamente parlando) costituirebbe peccato mortale, oltre che un insulso tentativo di infangare un'opera clamorosa qual è la La casa. Con un Ash cresciuto e attempato, nonostante l'inesauribile determinazione a non lasciarsi sopraffare dal Male, Ash vs. Evil Dead non può che non prendersi sul serio, senza mai svilire la sua natura di serie nata da un oggetto di culto, preservandone l'ironia e l'individualità del suo protagonista.

E per i fan più affezionati del cacciatore di demoni con la motosega, non c'è divertimento più grande nel vedere Ash Williams con la pancera sbudellare demoni e far ritorno nel luogo dove tutto ebbe inizio. Del resto, non esiste nessun altro posto come casa.

(Ash vs. Evil Dead); genere: horror, commedia; sceneggiatura: Sam Raimi, Ivan Raimi, Tom Spezialy; stagioni: 2 (rinnovata); episodi seconda stagione: 10; interpreti: Bruce Campbell, Ray Santiago, Dana DeLorenzo, Jill Marie Jones, Lucy Lawless, Michelle Hurd, Ted Raimi, Lee Majors, Joel Tobeck; produzione: Renaissance Pictures; network: Starz (U.S.A., 2 ottobre-11 dicembre 2016), Infinity TV (Italia, 3 ottobre-12 dicembre 2016); origine: U.S.A., 2016; durata: 30' per episodio; episodio cult secondaa stagione: 2x09 – Home again (2x09 - Rittorno alla casa)



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Experience Necessary: Deborah Harry in Videodrome

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Traveling through the subterranean portals of Videodrome like an introverted wraith, Deborah Harry carries herself with the wry, burned-out, but still titillated instincts of a voyager buying a one-way ticket for the outer limits. A vivid, smallish part can either anchor or undo a risky, conceptually spiky film like David Cronenberg’s viscerally deranged phantasia: Harry’s presence grounds it in acute, self-aware reality. A dangerous and damaged one, to be sure, but this woman’s no stranger to the trenches of experience. Disorder doesn’t faze her; it’s what she knows like the man-made scars on the back of her hand.

Incisively underacting what could be a standard-issue woman-in-jeopardy/hero-bait role, Harry disassembles the Hitchcock-y sex-symbolism of her character and rearranges it as a mobile construct, part armor and part canvas. She casts a spell of stillness that establishes a taut equilibrium of self-preservation and self-destruction. There isn’t the usual sense of an actor’s physique that seems socially sculptured, as if the blocking and persona were a unified, prefab front. Instead, there’s a feeling of guardedness and compulsivity, private drives camouflaged by off-the-cuff slackness. Masochism is as a front that masks something more enigmatic and disturbing: transmissions from the nethermind.

As Videodrome literalizes the notion of a pornographic excess-pool gurgling up from the voyeuristic unconscious of consumer capitalism, Harry’s Dr. Nicki Brand is a perfectly named nexus of goods (media star) and services (therapist). In contrast to James Woods’s flamboyantly slime-soaked video programmer Max Renn, she couches her deviant impulses in casual “Do you have any pornos?” quasi-passivity. “Do you want to try a few things?” Her disembodied voice (befitting Nicki’s day job as a radio shrink) seems to take on an agency of its own within Cronenberg’s grimy, claustrophobic borders. (Free-falling through the lower echelons of urban space, the movie excavates images of a Toronto that for once could pass for a neighborhood of New York: Hell’s Kitchenette.)

Harry plays both against and with “type” here. A good-sized pop star with the New Wave sensation Blondie (“Blondie is a band,” the ads had to remind fans, who just assumed the singer was Blondie), she was used to making a movable pastiche of generic expectations: girl-group tropes, B-movie plots, sex-kitten ennui, nouvelle vagrancy, and cartoon capering. Nicki Brand is toned-down, brunette, slouching toward ambivalence, a Warholian mash-up of Factory girls (Edie Sedgwick, Nico) with then-current eighties call-in radio staples Dr. Ruth (Westheimer) and Dr. Laura (Schlessinger). Harry channels a wonderful, borderline absurdist synergy that extends from there to the sordid sangfroid of the Velvet Underground, William Burroughs, and The Adventures of Phoebe Zeit-Geist backward through the dissociative fugue of Detour’s Ann Savage and bumpy-road puckishness of The Big Steal’s Jane Greer.

In Cronenberg’s interstitial grab bag of hard-boiled insinuation, future shock-corridors, and tactile cheekiness, Harry is a cryptic operator reversing appearances like forklift gears. So while all the film’s focus is on aroused/tormented male consciousness and Nicki’s apparent objectification, when Max is drawn into a shadow world of secret video transmissions and mind-control experiments, she sheds her nominal identity and reappears as a figment—or a root—of his hallucinations. Prodded, probed, and penetrated, he’s now the Guinea pig and she’s the one calling the shots, or at least doing the edge-play-by-play: his mind and physique is the point-of-entry for these experiments in out-of-body modification and behavioral control—to the point a Betamax (no pun intended) tape can be inserted into his torso to “program” him.

Harry makes her role work because she isn’t consumed, or defined, by the dizzying transition from person to dreamlife persona. There’s something slightly anachronistic about her—one of Blondie’s strengths was her (and its) knowing appropriation of flaky, pre-Warhol reference points. (The band’s first album was almost the rock equivalent of a Frank Tashlin movie.) Cronenberg’s sense of outrageous comedy sets up a brisk descent into madness and paranoia and sexual dysmorphia: a kinky-junkie bad trip. Harry traverses it with her seen-it-all veteran’s shrug, but she wouldn’t seem out of place in a pre-Code Hollywood oldie bantering with Jean Harlow or Joan Blondell either. James Woods has a likewise double-jointed quality, sneering with a brash nihilism that ping-pongs between noir wisecracks and the sallow psychic make-up of Harry’s CBGB’s contemporary Richard Hell. “Take out your Swiss Army knife,” she instructs him on their first date, “and cut me here.” It’s a long way from It Happened One Night—but maybe not as far as you think.

Harry’s ability to approach S&M as a logical extension of Date Night rituals goes hand-in-handcuff with Cronenberg’s clinical fascination with perversity as an instrument of dream logic—a laboratory for human self-experimentation. And corporate, post-corporeal exploitation—virtual reality before the Internet. She was asked at the time what she thought about her character and answered: “Nicki doesn’t carry the story; she doesn’t have enough screen time to make a difference.” But she makes all the difference—instead of being some assembly-line vanilla parade float, Harry has the slightly zonked demeanor of someone who wears the words “I can take it” like a championship belt. Nicki Brand comes on like a shrunken violet, but she packs the emotional hook of Jake LaMotta.

She might be the first postmodern tough cookie, a persona she wields to startling effect in the scene below. We hear and see Nicki purring unflappably from her sound booth: “I’ve got your number, haven’t I?” (It’s like a glass diving bell—or fish tank—that’s been lowered into an office building’s aggressively neutered lobby.) Image and tone aren’t in psychological sync, as Max loiters with dubious intent and the camera pushes in on the therapist. Counseling a distraught female listener in a manner both provoking and empathetic, she’s pushing the caller’s buttons for the benefit of the audience while engaging her in simulated intimacy. Nicki sounds like a mind-gaming dominatrix yet looks like someone on her way to the gym—a disarming, disconcerting compound of world-weariness and commonplace impassivity. Registering the tearful confession in a manner that’s at once emotionally attuned and attenuated, half-smiling at Max outside her glass enclosure, she firmly commands the slavish neurotic: “They’ll tell you where to get help, lover.” But just before that, her mask of composure cracks just slightly. Her left eye twitches in involuntary spasm, or a tiny, deliberate bit of S&M foreshadowing.



Howard Hampton has written about movies for Film Comment since 1993. He is the author of Born in Flames: Termite Dreams, Dialectical Fairy Tales, and Pop Apocalypses and is working on Skull Valley, a crypto-memoir.



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Poveri ma ricchi vince la sfida di Natale tra le commedie italiane

Il cinepanettone 2016 più visto a Natale è quello con Christian de Sica e Enrigo Brignano, seguito da Natale a Londra, Fuga da Reuma Park e Non c'è più religione.

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Oceania primo al box office italiano nel giorno di Santo Stefano

Rogue One cede però il secondo posto a Poveri ma ricchi, che ha vinto il giorno di Natale.

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Sleepless - Il Giustiziere: il trailer italiano dell'action thriller con Jamie Foxx e Michelle Monaghan

Il film diretto da Baran bo Odar uscira nei cinema italiani il 26 gennaio 2017.

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L'ora legale: il trailer della nuova commedia di Ficarra e Picone

Il film sarà nei cinema italiani dal 19 gennaio prossimo.

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Blade Runner 2049 manterrà intatto il mistero sulla natura di Deckard

Lo ha dichiarato Denis Villeneuve e lo conferma in qualche modo Harrison Ford.

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lunedì 26 dicembre 2016

The ten best films of … 1926

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The Adventures of Prince Achmed.

 

Kristin (with some help from David) here:

David and I have been offering this greatest-of-90-years-ago series almost as long as this blog has exited. For earlier annual entries, see 1917, 1918, 1919, 1920, 1921, 1922, 1923, 1924, and 1925.

I approached 1926 with the assumption that it would present a crowded field of masterpieces; surely it would be difficult to choose ten best films. Instead it turned out that some of the greatest directors of the era somehow managed to skip this year or turn in lesser films. Eisenstein had two masterpieces in 1925 but no film in 1926. Dreyer made a film that is a candidate for his least interesting silent feature, The Bride of Gromdal. Chaplin did not release a film, and Keaton’s Battling Butler, while a charming comedy, is not a plausible ten-best entry. The production of Lang’s Metropolis went over schedule, and it will appear on next year’s list, for certain.

Still, the Soviet directors were going full-tilt by this time and contribute three of the ten films on this year’s list. French directors on the margins of filmmaking created two avant-garde masterpieces. Two comic geniuses of Hollywood already represented on past lists made wonderful films in 1926. A female German animator made her most famous work early in a long career. I was pleased to reevaluate a German classic thanks to a sparkling new print. Finally, Japan figures for the first time on our year-end list, thanks to a daring experimental work that still has the power to dazzle.

 

The Russians are coming

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Vsevolod Pudovkin’s Mother was a full-fledged contribution to the new Montage movement in the Soviet Union. By the 1930s, that movement would be criticized for being too “formalist,” too complex and obscure for peasants and workers to understand. Nevertheless, being based upon a revered 1906 novel of the same name by Maksim Gorky, Mother was among the most officially lauded of all Montage films. It tells the story of a young man who is gradually drawn into the Russian revolutionary movement of 1905. His mother, the protagonist of the novel, initially resists his participation but eventually herself joins the rebellion.

Along with Potemkin, Mother was one of the key founding films of the Montage movement. Its daring style is no less impressive now than it must have been at the time. One brief scene demonstrates why. Fifteen years before Mother, D. W. Griffith was experimenting in films like Enoch Arden (1911) with cutting between two characters widely separated in space, hinting that they were thinking of each other. By 1926, Pudovkin could suggest thoughts through editing that challenged the viewer with a flurry of quick mental impressions.

As the Mother sits beside her husband’s dead body, her son, a participant in the 1905 failed revolution, comes in. He is about to bend down and open a trap-door in the floor (73 frames). A cut-in shows her horrified reaction (12 frames), and there follows a brief close shot of some guns she had seen him hide under the floor in an earlier scene (11 frames). Even shorter views of a man clutching his chest (8 frames), two jump-cut views of the dead husband (3 frames and 2 frames), and a tight framing of the son being shot follow (8 frames). We return to her face, registering even greater horror (15 frames). A return to the initial long shot shows her leaping up to try and stop her son from taking the guns out to participate in a seditious act (31 frames).

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The series of five shots goes by in a few seconds, and we are challenged to grasp that the guns are a real memory, while the shots of the man’s chest and her son’s anguished face are visions of what might happen. The shots of her husband’s body suggest that she could soon end up sitting by her son’s corpse as well. The jumble of recollection, imagination, and reality are remarkably bold for this relatively early era.

Mother also contains two of Pudovkin’s most memorable scenes, the breaking up of ice in the spring as a symbol of the Revolution and the final violent attack on the demonstrators, including the heroine.

Mother was released on DVD by Image Entertainment in 1999, but it seems to be very rare. An Asian disc, perhaps a pirated edition of the Image version, is sold on eBay. I’ve never seen the film on DVD and can’t opine on these. The time is ripe for a new edition.

Pudovkin was one of the filmmakers who had studied with Lev Kuleshov during the early 1920s, when Kuleshov made the famous experiments that bear his name. Pudovkin played the head of the gang of thieves in The Adventures of Mr. West in the Land of the Bolsheviks, which I included in the ten-best list of 1924.

Kuleshov had moved on as well to direct his most famous film and probably his best silent, By the Law, based on Jack London’s story “The Unexpected.” Set in the Yukon during the gold rush, it involves five people who are cooperatively working a small claim and discover gold. Taking advantage of a warm autumn, they stay too long and are trapped for the winter. One of the men kills two of the others, and the heroine, Edith and her husband Hans are left to determine the fate of the killer, Dennin. Edith insists on treating him strictly according to the law. After enduring the harsh winter and a spring flood, the couple finally act as judge, jury, witnesses, and, after finding Dennin guilty, executioners.

The great literary critic and theorist Viktor Shklovsky (one of the key figures of the Russian Formalist school) adapted the short story, condensing it by eliminating the opening section of Edith’s backstory and a few scenes in which a group of Indians appear occasionally to help the prospectors. The result is a concentration on the tense drama of a three people trapped together in a tiny cabin.

In the 1924 entry, I mentioned that Kuleshov’s team emphasized biomechanical acting and that Alexandra Kokhlova was adept at eccentric acting. She delivers a bravura performance here, as Edith moves closer to a breakdown as the months go by.

Kuleshov also puts into practice the experiments in imaginary geography that his classes had made. Although in this film he didn’t unite shots made in widely separate spaces, he did favor scenes built up of a considerable number of detail shots before finally revealing the entire space in an establishing shot. Edith, for example, though glimpsed briefly asleep early on, is introduced in a later scene by a shot of her boots and Bible, followed by a shot of her head as she read the Bible. The scene also contains close shots of the other characters before a general view of the cabin interior shows where each of them is.

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The scene of the execution includes one of the most famous images of the Monage movement, a framing with the horizon line at the bottom edge of the frame and the sky dominated by trees (see bottom). Any number of framings of tall features such as trees and telephone poles against a huge sky appeared in Montage and non-Montage films, and this device became so common as to be a trait of the Soviet cinema of the late 1920s and early 1930s.

The desire to hide the actual hanging led Kuleshov to stage is behind the larger of the two trees, as Edith and Hans struggle to carry out their sentence on Dennin. This leads to some eccentric framings, such as our view only of Edith’s legs as she teeters on the box where Dennin stands, presumably adjusting the noose (see top of this section).

A beautiful print of By the Law is available on DVD from Edition-Filmmuseum.

Grigori Kozintzev and co-director Leonid Trauberg did not study with Kuleshov, but they shared a passion for eccentricity. Having started out in the theater, in 1921 both contributed to the “Manifesto for an Eccentric Theater,” a dramatic approach based on popular forms like circus and music-hall. In 1922 they founded the “Factory of the Eccentric Actor” group and two years later transformed it into FEKS, devoted to making films.

The Overcoat (also known in English as The Coat), their second feature, was based on a combination of two short stories by Gogol, an author whose grotesque creations were very much in tune with their own tastes. It tells the story of a poor, middle-aged low-level government clerk, Akaky Akakievich, who is bullied over his shabbiness, particularly his worn-out overcoat. Scrimping to buy a new one, he finally purchases a magnificent new coat and finds his status suddenly raised–until the coat is stolen.

Andrei Kostrichkin was a mere twenty-five years old when he played the fiftyish clerk, but he was highly effective and provided another model of the eccentric actor. As Akakievich he stands with bent legs and twisted torso, as if flinching away from a blow, and walks in tiny steps along perfectly straight lines through the hallways in his office building. When he applies to a Person of Consequence for help in recovering his stolen coat, the official leans over his desk to look downward, with a high-angle point-of-view framing of Akakievich appearing dwarfed by the other’s superiority.

The script of The Overcoat was adapted by another Russian Formalist critic and theorist, Yuri Tynjanov.

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Unfortunately The Overcoat does not seem to be available on any form of home video.

 

 Petit mais grand

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The IMDb lists 23 directing credits for Dimitri Kirsanoff from 1923 to the year of his death, 1957. He is largely remembered, however, for one film, the 37-minute Ménilmontant, a melodrama about the travails of two sisters orphaned as children by a violent crime. Each is later seduced by a callous young man who leaves the heroine a single mother and her sister reduced to prostitution. It belongs to the French Impressionist moment. (We deal with Impressionist films in other entries: La roue, L’inhumaine, L’affiche, Coeur fidèle, The Smiling Madame Beudet, Le brasier ardent, Crainquebille, and El Dorado, as well as DVD sets of Impressionist films by the Albatros company and by director Jean Epstein.)

The story itself is simple and indeed might be thought clichéd were it not for two factors. First, there’s the performance of the delicately beautiful Nadia Sibirskaïa as the protagonist. There’s also the lyrical, melancholy use of the settings, initially in the countryside and later in the desolate working-class Parisian district whose name gives the film its title. The simplicity of the narrative also makes it one of the most successful of the attempts to tell a story visually, eschewing intertitles.

The film’s most famous scene is its abrupt, shocking opening. With no establishing shot, there is a series of rapid shots of details of faces, hands, a window, and an ax, during which we can barely discern that a man has committed a double murder. The spectator cannot possibly know who these people are and why the murders occur.

Instead of offering an explanation, the action then shifts to two little girls playing in the woods. As they return home, the camera begins to concentrate on one of them, apparently the younger, as she arrives at the murder scene and reacts in horror. Kirsanoff presents her expression in a series of five shots, linked by what David has termed axial cuts, from medium shot to extreme close-up as she gradually realizes what has happened.

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There had certainly been axial cuts before this, including in Potemkin, but Kirsanoff probably went further than anyone of the era by including so many shots, by making each so short, and by moving his camera forward in such small increments. It is difficult to notice every cut, particularly the one from the third to the fourth shot, and the effect adds an unsettling quality to an already intense moment.

After this opening, a funeral scene reveals through labels on the grave that the murdered man and woman are the children’s parents. We might have suspected that the killer was a jealous husband discovering his wife with her lover. As it is, we never learn whether the crime was the result of a love triangle or the random act of a madman.

The rest of the film establishes the sisters now grown up, working in a workshop making artificial flowers and sharing a small flat in Menilmontant. The heroine’s brief romance leads to a baby, and superimpositions and other Impressionist techniques depict her despair and contemplation of suicide. Beautifully melancholy atmospheric shots of the streets of the neighborhood punctuate the action and underscore the dreariness and hopelessness that the heroine faces. The ending, though an improvement in the heroine’s lot, does little to dispel the overall grimness of the story.

Menilmontant is included in the out-of-print set “Avant-garde – Experimental cinema of the 1920s & 1930s” as well as the out-of-print “Unseen Cinema” collection. (The frames above were taken from the latter.) The former version has been posted twice on YouTube in a low-rez format.

Even shorter is Anémic cinéma, the only venture into film directing by the great French Dadaist, Marcel Duchamp. It’s hard to compare a roughly seven-minute abstract film with narrative features, but this short is so innovative and influential that it’s also hard to leave it off the list.

Duchamp went through a phase of spinning artworks, including some “Rotoreliefs” that he attempted to sell as toys. These were similar to some Victorian optical toys, such as the Phenakistopscope and the bottom disks of Zoetropes. See Richard Balzer’s website for a collection of such devices, as well as  “The Richard Balzer Collection” on tumblr, which contains gifs that animate some of the disks, done by Brian Duffy. Some of these resemble the spinning spirals and embedded circles that Duchamp used for his short. (See the top of this section.)

These spinning abstract circular images alternate with slowly spinning disks with sentences laid out as spirals. These involve either alliteration or puns or both. Unfortunately the English subtitles cannot render these in a way that conveys the original intent. For example, “Esquivons les ecchymoses des esquimaux aux mots exquis” becomes “Let us dodge the bruises of Eskimos in exquisite words.” The meaning is the same, and even the echo of the first syllables of “Eskimos” and “exquisite” is retained. Nevertheless, the similar syllables in two other words in the original are lost, as are the echoes of “moses,” “maux,” and “mots.” It is rather as though someone attempted to render “Peter Piper picked a peck of pickled peppers” into another language quite literally. (The Wikipedia entry includes a complete list of the sentences in French.)

Duchamp’s purpose was presumably to create an artwork with minimal means, including quasi-found objects, the disks he had made for another purpose. His idea is clearly reflected in the title, Anémic cinéma, which suggests a weakness or thinness of means. “Anémic” is also an anagram for “cinéma.”

Anémic cinéma is available in the same two collections as Menilmontant, linked above. There are numerous versions on YouTube, varying in quality. Some of these have been manipulated by other artists.

 

Lloyd and Lubitsch

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Though Chaplin and Keaton might have had off-years in 1926, Harold Lloyd did not. Over the past several years, Lloyd has gradually been gaining the admiration he deserves. He used to be known largely for Safety Last  (1923) and The Freshman (1925), two excellent films which, however, are not his finest. Girl Shy (1924)  and The Kid Brother (1927) are better known now for the masterpieces they are. For Heaven’s Sake (directed by Sam Taylor), which clocks in at a mere 58 minutes, is just as good.

Lloyd plays a breezy millionaire, J. Harold Manners, who unintentionally helps Brother Paul found a mission in the downtown slums of Manhattan. He falls in love with Hope, the missionary’s daughter, and decides to help out around the place. By this time Lloyd was known for his spectacular chase scenes, and there are two here. Initially he puts a twist on the chase, luring a growing crowd of criminals into racing after him, ending in the mission. Gaining their respect, Harold makes the mission a happy social center.

The romance provides one of my favorite comic intertitles, leading into a love scene: “During the days that passed, just what the man with a mansion told the miss with a mission–is nobody’s business.” The love scene in turn includes a visual joke that emphasizes the rich boy – poor girl contrast.

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Harold’s rich friends hear that the pair are to be married and determine to kidnap him to prevent the inappropriate match. The result is a lengthy chase through the streets of Manhattan, with the drunken thugs rescuing Harold and using a variety of means to get him back to the mission in time for the wedding–as when the drunken leader of the group demonstrates his tightrope-walking abilities on the upper railing of a double-decker bus (see above).

Two years ago, when I put Girl Shy on my list, the New Line Cinema boxed set of Lloyd films was out of print and hard to find, and the separate volumes appeared to be going out of print as well, with Volume 1 not being available at the time. The situation has changed, and the boxed set, though apparently still out of print, is now available at reasonable prices from various third-party sellers on Amazon and Barnes & Noble. The set contains a “bonus disc” with extras, including interviews and home movies. The same is true for the three individual volumes (here, here, and here). For Heaven’s Sake is in Volume 3.

Inevitably, coming directly after Lady Windermere’s Fan, probably Ernst Lubitsch’s greatest silent film, So This Is Paris does not quite live up to its predecessor. Still, it’s a very fine, clever, and funny film, and it marks Lubitsch’s last appearance in these lists until sound arrives.

The opening scene, running nearly twenty-five minutes, is as good as anything Lubitsch did in this era. Set in Paris, it’s a slow build-up of misunderstandings and deceptions involving two affluent couples in apartments across the street from each other.  One couple, Maurice and Georgette Lalle, are practicing a melodramatic dance in Arabian costumes. Their marriage seems to be a rocky one. Across the street, Suzanne Giraud is reading one of the lurid “Sheik” novels that were popular at the time, involving “burning kisses” in its final scene. Put into a romantic mood by this, she looks out her window and sees the head of a man in a turban at the window opposite–Maurice relaxing after his strenuous rehearsal.

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Her husband Paul arrives home, and she kisses him passionately. Apparently not used to such affectionate greetings, he is puzzled until he, too, looks out the window. By now Maurice has doffed his turban and necklaces and appears to be not only naked but also examining a piece of his anatomy.

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Paul jumps to the conclusion that this sight is what caused Suzanne’s unaccustomed display of passion. He calls her to the window, and we see Maurice in depth through the two windows.

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Suzanne then asks if Paul is going to stand for such a thing, and he goes to the other apartment to confront Maurice. Instead he finds Georgette, who turns out to be an ex-lover of his. She introduces him to Maurice, who is very friendly and charms Paul. The latter who returns home and claims that he has beaten Maurice and even broken his cane on him, though in fact he had simply forgotten it. Shortly thereafter Maurice visits Suzanne to return the undamaged cane and takes the occasion to flirt with her. It’s a beautifully plotted and developed farcical scene. The film is based on a French play and could easily have become stagey in its adapted form. Yet the byplay between the two apartments via the windows allows Lubitsch to avoid any such impression; the misunderstandings based on optical POV recall the racetrack scene of Lady Windermere.

The rest of the film develops the two potentially adulterous affairs, primarily with Paul secretly taking Georgette to the Artists’ Ball. Here Lubitsch uses an elaborate montage sequence to convey the wild party, with superimpositions and shots taken through prismatic lenses.

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Such sequences were primarily developed in German films and were still fairly rare in American ones in 1926. Similar techniques convey Paul getting drunk on the champagne he and Georgette are awarded when they win a dance contest–the announcement of which on the radio broadcast of the ball alerts Suzanne to her husband’s presence there with another woman.

So This Is Paris is less famous than Lubitsch’s earlier American comedies primarily because it has never appeared on DVD. Marilyn Ferdinand, in a blog entry that gives a detailed description of the film, writes that Warner Bros. claims not to own the rights to the film anymore and therefore has made no effort to bring it out on home video. On the other hand, a four-minute excerpt of the dance montage sequence was included in the Unseen Cinema set (disc 3, number 18), and the credit there is “Courtesy: Warner Bros., Turner Entertainment Company.” Whatever the rights situation is, a home-video version of this film is in order. A beautiful 35mm print is owned by the Library of Congress, so there is hope.

 

Two German flights of fancy

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I must confess that I was disappointed the first time I saw F. W. Murnau’s Faust, and I have never warmed up to it in later viewings. I am delighted at having occasion to look at it again for this 1926 list, since a recently discovered and restored print reveals that the main problem before was the poor visual quality of the print formerly in circulation.

Different local release prints survived in a number of countries, but there were basically two original versions made: the domestic negative for German release and the export negative. These were shot using two camera side-by-side on the set, as was the standard practice in much of the silent era, given the lack of an acceptable negative-duplicating stock. The primary camera contributed most of the shots to the domestic negative, though in some cases where the second camera yielded a superior take, that was used in the domestic negative. Conversely, inferior takes from the primary camera sometimes made their way into the export negative. The result, as we now know, was that both the visual quality and in many cases the editing of the scenes was markedly different in the two negatives.

The version familiar for decades originated from the export negative.  Recently the domestic negative was rediscovered, and the Friedrich Wilhelm Murnau Stiftung restored the that version using the that negative, supplemented with material from a variety of other prints. The result closely approaches the original German release version, including the original decorated intertitles. The contrast in quality between this restoration and the old, familiar Faust is remarkable.

Given how dark the film is, details in the backgrounds could easily be lost. The scene in which Faust is called to help a woman dying of the plague is revealed to have dramatic staging in depth against a very dark room contrasted with the stark foreground underlighting of the woman’s haggard face. Faust enters from behind the daughter and comes forward to her, after which his movement is balanced by the daughter retreating into that same dark background.

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The famous aerial journey of Mephisto and Faust from Germany to Italy (below left) always looked rather hokey, but the detail revealed in the extraordinarily extensive model makes it far more impressive. Similarly, when one can actually see the sets, visual echoes become apparent. For example, Faust first encounters Gretchen and follows her into the church, where he finds himself barred from entering by his pact with Mephisto. Later, when Gretchen has been abandoned, she laments when not permitted to enter there.

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No doubt some motifs of this sort were visible in the earlier print, but their clarity here enhances both the beauty and the craft of Murnau’s film.

Faust is available in several editions on DVD and Blu-ray. DVDBeaver ran a detailed comparison among seven of these, including a selection of frame grabs. To my eye, the 2006 DVD “Masters of Cinema” version of the domestic print, released by Eureka!, looked the best. (The two-disc set also includes the export version.) The Blu-ray from the same source, released in 2014, looked slightly darker. The box for the Blu-ray also includes the DVD, however. These releases are Region 2. The film is available on Blu-ray in the USA from Kino.

Both Eureka! releases’ supplements include  a booklet, a commentary track, a Tony Rayns interview, and a lengthy comparison of the domestic and export versions. One particularly striking example is drawn from the scene in which Mephisto talks with Gretchen’s brother in a beer hall, with the domestic version on the left.

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While watching Faust, I kept grabbing frames, far too many to be used in this entry. They were simply too beautiful or impressive to be passed over, and they made my final selection of illustrations difficult. The only other film for which this was true this year is Lotte Reiniger’s silhouette-animated feature, The Adventures of Prince Achmed. The restored, tinted print that is currently available is even lovelier than the older black-and-white version.

Reiniger seems to have invented the use of jointed silhouette puppets, and she still is the first artist one thinks of in relation to this form of animation. She continued to practice it until the 1970s. (See the link below to a collection of many of her short films.) Her one feature film remains her most famous and is probably her masterpiece.

It involves far more than simple black figures moving against a light background. As the frame at the top of this entry shows, her characters, furnishings, and locations, all rendered in paper with scissors, were often elaborate indeed. Characters wore feathers, jewelry, fancy wigs, and other decorative elements. The hanging platform has many little tassels, and the lamps are rendered in delicate filigree. The backgrounds are not blank but have varying layers of saturation that suggest a depth effect, the equivalent of atmospheric perspective. At the left in the top image, a series of identical curtains start out a dusky orange and in three stages lighten until there is a bright, solid glow at the center.

In the frame at the left below, the same sort of shading creates the depth of a cavern, setting off the tracery of the foliage and the kiosk in which the hero finds the magic lamp. On the right, very simple shading suggests a vast and elaborate palace in the background, while Reiniger fills the foreground with many small figures, all marching out to surround the procession of the caliph.

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By choosing a classical fantastic tale, Reiniger found the perfect subject matter to fit the technique that she invented. Both the subject matter and the sophistication of the animation give her films a timeless look. Her reputation remains high today as a result. One scene in Harry Potter and the Deathly Hallows Part 1, “The Tale of the Three Brothers,” was made in a style inspired by Reiniger’s work. (I discuss it here.)

A restored, tinted version of The Adventures of Princes Achmed is available from Milestone. A combination Blu-ray/DVD release of the film is available from the BFI. (I have not seen this version.) Note that these have somewhat different content. The BFI version has five Reiniger shorts from across her career along with a booklet. The Milestone version has only one of the shorts, but it includes a documentary about Reiniger. (This documentary was on the 2001 BFI release of the film on DVD but is not listed among the extras on its Blu-ray.) See also the BFI’s collection of many of her shorts, “Lotte Reiniger: The Fairy Tale Films,” which I discussed here.

 

Into the asylum

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David here:

Few western viewers of 1926 saw any Japanese films, but Japanese audiences had been watching imported films for a long time. Hollywood films could easily be seen in the big cities, and The Cabinet of Dr. Caligari (released in 1922), La Roue (released in early 1926), and other films from Europe had made a strong impression on local filmmakers. One fruit of this influence was the wild Page of Madness (Kurutta  ichipeiji, aka “A Crazy Page”).

Directed by Kinugasa Teinosuke and based on a story by the renowned experimental writer Kawabata Yasunari, the film bore the influence of German Expressionist and particularly French Impressionist cinema. Page of Madness set out to be a bold exercise in subjective filmmaking. But it wasn’t widely seen at the time, and wasn’t revived until 1971, when Kinugasa discovered a print in his house (reportedly, among cans of rice). Apparently the version we have is slightly edited.

A woman has been confined to a madhouse, and her husband has taken a job as a janitor there to stay in touch with her. Many of the scenes are presented as the hallucinations of the wife and other inmates, while abrupt flashbacks attached to the husband fill in the past. But this story is terribly difficult to grasp. There are no intertitles (perhaps an influence of The Last Laugh, shown in Japan earlier in 1926), and the film is a blizzard of images, choppily cut or dissolving away almost subliminally.

Viewers of the period had the advantage of a synopsis printed in the program, and there was a benshi commentator accompanying the screening to explain the action. Because we lack those aids, the film seems more cryptic than it did at the time. Even when you know the story, though, Page of Madness often surpasses its foreign counterparts in its free, unsignalled jumps from mind to mind and time to time. It remains a powerful example of narrative and stylistic experiment, from its canted framings and single-frame cutting to its frenzied camera movements and abstract planes of depth (thanks to scrims à la Foolish Wives, 1922).

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For nearly fifty years it has remained a milestone, a grab-bag of advanced techniques and likely the closest Japan came to a silent avant-garde film.

Page of Madness is not commercially available on home video. It is occasionally shown on TCM, and a reasonably good print is on YouTube. Aaron Gerow’s A Page of Madness: Cinema and Modernity in 1920s Japan is an indispensable guide to Kinugasa’s eccentric masterpiece.

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By the Law.

 



from Observations on film art http://ift.tt/2ilolyw